Lavoro e No Profit

Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!

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Estratti da una intervista a P.Giganti (WWF Italia-Assif)

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 30, 2009

Su segnalazione di un nostro lettore pubblichiamo alcuni estratti di una incredibile intervista a Paolo Giganti: Membro dell’ Assif (Associazione Italiana Fundraiser) e Responsabile Raccolta Fondi WWF Italia rilasciata il 18 aprile 2008.

L’intervista completa sul sito dell’ ASSIF (http://www.assif.it/index.php?option=com_content&task=view&id=136&Itemid=36)

4. Quale riconosce lei come un buon corso (per foundraiser?- NDR)

Non esiste un buon corso, questo mestiere si impara sporcandosi le mani dentro le associazioni, con uno o due anni di cammino e di esperienza. Non credo neanche che l’Assif sia in grado di identificare quale corso sia meglio di un altro. In realtà l’Assif dovrebbe prefiggersi l’obiettivo di decidere una serie di corsi di formazione, è uno dei cammini da seguire in futuro, in quanto, oggi come oggi, costituiscono un business per chi li organizza. Secondo me non ha alcun senso fare un corso di formazione se non si fa un periodo di stage; infatti, chi li offre dovrebbe già avere in tasca l’adesione del WWF o dell’Unicef a prendere tizio per un periodo di 3 mesi. […]

9. Qual e’ il rapporto tra fundraiser e istituzioni per quanto riguarda le entrate?

Purtroppo i responsabili della raccolta-fondi non hanno un rapporto diretto con i vertici delle organizzazioni, i quali non hanno ancora capito l’importanza di questo mestiere. I fundraiser non sono pienamente coscienti del fatto che le entrate più cospicue non sono i venti euro che ti da il povero pensionato, ma sono i soldi provenienti dalle aziende, senza contare i lasciti. (…) I fundraiser dovrebbero invece essere coscienti di un po’ tutte le entrate, sia di quelle provenienti dai privati cittadini che dalle imprese; poi ci sono i contributi pubblici, dello Stato, delle Regioni, ecc. (…)

10. Qual e’ il rapporto tra l’apparato nazionale e internazionale di un’organizzazione onlus?

Ci sono organizzazioni la cui attività fondamentale è la raccolta-fondi ed il cui compito è di mandare all’organizzazione internazionale i fondi. Un caso del genere è rappresentato dall’Unicef internazionale, a cui l’Unicef Italia manda il 75% dei fondi raccolti. L’organismo italiano ha libertà sui progetti, ma e’ quello internazionale che decide sulle transazioni e quali progetti finanziare. Invece il WWF Italia è molto meno forte in questo passaggio di transazione, noi diamo circa il 10% delle nostre entrate al WWF internazionale (…) quello che incassiamo lo mandiamo direttamente nei progetti e strutture interne. Noi gestiamo le oasi e lo staff che si occupa un po’ di tutto e questo fa si che il nostro contributo indiretto ad agenti e centri operativi sul campo internazionale sia modesto. Il WWF internazionale non solo acconsente a ciò, ma ci è anche molto grato, perchè noi non abbiamo mai messo in discussione i loro moduli, secondo i quali poi alla fine i soldi ai grandi progetti internazionali se li vanno a cercare per conto proprio. Questo non potrebbero farlo in teoria, perchè in tutti i grandi paesi del mondo c’è la copertura di un’organizzazione nazionale. Se io faccio un accordo con te e ti dico che tu lavori in esclusiva in Italia, non posso venir poi dalle aziende italiane a farmi dare i contributi, e ciò è quello che fa l’organismo internazionale. In più questo prende da noi il 10%, non può desiderare di meglio. I grandi progetti internazionali del WWF sono fondamentalmente alimentati da alcune strutture nazionali, Stati Uniti e Olanda in primis, poi ci sono la Gran Bretagna e la Germania, i quali, avendo molti soldi a disposizione e poca progettualità in casa, si scelgono la proprietà di un grande progetto internazionale. E’ così che gli USA finanziano l’Amazzonia, la Gran Bretagna, l’Estremo Oriente, l’Olanda manda quasi tutti i suoi soldi all’Africa, ecc; invece l’Italia si è evoluta per motivi storici su un altro livello, per cui da ai grandi progetti internazionali una frazione ridotta delle entrate. Adesso sta cambiando qualcosa con la cooperazione internazionale, poichè da due anni a questa parte siamo anche noi una ONG, il che vuol dire che abbiamo attivato una serie di finanziamenti verso paesi del Terzo Mondo. Ma questi non sono contributi che escono dalle nostre tasche, noi facciamo una specie di intermediazione rispetto al Ministero degli Esteri, secondo una dinamica tra fundraiser e scopi istituzionali. Quindi, se l’Unicef e’ fondamentalmente orientata alla raccolta-fondi, noi del WWF lo siamo molto meno. Medici Senza Frontiere invece è una versione intermedia.

11. Per quale motivo il fundraiser entra a far parte di un’associazione piuttosto che un’altra, perchè ne sposa la causa o perchè è un mercenario della professione?

Io mi ritrovo al WWF non perchè l’abbia scelto, ma perchè, per una serie di causalità, si era creato un posto qui e così venni a fare un colloquio, anche se personalmente avrei preferito lavorare all’Unicef, per un’empatia maggiore che ho verso il mondo dei bambini. Comunque all’interno delle associazioni trovi persone che sono nate come volontari e che poi hanno cambiato la propria posizione evolvendo il proprio profilo professionale.

12. Un fundraiser gode di incentivi?

Da noi no. Sicuramente c’è una retribuzione in maniera non dichiarata, che non fa comunque parte del contratto di lavoro. C’è un normale processo in cui tu alla fine dell’anno ti ritrovi col tuo capo che ti dice che gli è piaciuto come hai lavorato e quindi l’anno prossimo ti da di più e comunque esiste un premio di fine anno.

13. Ci può raccontare la sua esperienza di fundraising all’interno del WWF?

Io sono stato ingaggiato nel WWF nel 1992 e sono stato stabilizzato con una normale assunzione dal 1993. Da subito sono stato responsabile dell’approvazione soci; poi, per un breve periodo di circa 6 mesi ho fatto il coordinatore dell’area marketing e della raccolta-fondi di aziende, che all’epoca era fatta dal Consiglio Soci e poi nel 2005 ho preso la direzione marketing. Il nostro ruolo è esattamente quello dei fundraiser, io mi sono a lungo battuto affinché la direzione fosse chiamata direzione raccolta-fondi, ma ho perso, sembrava una volgarità e così l’hanno chiamata direzione marketing. L’importante è quello che c’è dentro, dentro c’è tutta la parte della comunicazione, nata fuori dalla direzione; non facciamo altro che dare stretto supporto, indagini di mercato, interviste, la considero una parte integrante del fundraising. Per quanto riguarda il nostro settore, una delle difficoltà è di far entrare nella testa delle persone il fatto che gli aspetti economici sono una priorità logica, non stiamo parlando di filosofia. Bisogna far fronte all’aspetto banale, pratico, che a fine mese lo stipendio ai dipendenti lo devi pagare, qualcuno ti deve portare a casa i soldi. Credo che questa sia la principale difficoltà in molte associazioni no-profit, anche se non in tutte. Mi faccio interprete di un mugugno dei miei colleghi, siccome c’è questa questioncella che se l’organizzazione spende 1 milione di euro al mese almeno deve fare entrare 1 milione di euro al mese. Se non ce la fai poi sembra che è colpa del fundraiser, mentre se ce la fai è normale.

14. La sua figura professionale non e’ nata nel fundraising?

Io sono nato nel 1979 con l’Automobile Club d’Italia, vi sono stato dall’89 all’84, avevo un ruolo di collaboratore per perseguire una carriera direttiva. Usavo spesso tecniche di promozione soci, tra l’altro in quegli anni sperimentammo la vendita per corrispondenza della tessera ACI, avevamo una rete di uffici locali, delegazioni, ecc., che vendevano le iscrizioni. Noi decidemmo di provare la promozione a distanza, via posta e quindi per noi fu una sorta di scoperta del mondo del rapporto a distanza con la gente. Poi scelsi di lasciare l’ACI e di passare ad una delle poche aziende romane che faceva network per corrispondenza. Il mio lasciare l’ACI fu legato al fatto che il mio livello di carriera era arrivato ad un punto per cui decisi che era arrivato il momento di andarmene da là. Decisi di fare questo passaggio dalla struttura pubblica a quella privata, occupandomi a pieno titolo di vendite per corrispondenza. Poi nell’89 tracollò tutto, per ragioni che adesso non menziono, ed io cominciai ad agitarmi per trovare un’altra collocazione. Fui assunto da uno dei miei clienti, un’agenzia che vendeva videocassette che si chiamava VideoElectronics, dove facevo il sostegno dei venditori, lavoravo sulle persone fisiche, ci sono stato fino alla chiusura dell’azienda, avvenuta nel ‘91. Quindi quando arrivai al WWF capii che al no-profit serviva una specializzazione nel settore della corrispondenza. L’Italia era allora inondata di buste del WWF, dell’ Unicef e di tante altre organizzazioni.

16. Come viene controllato il suo lavoro, relativamente a procedure interne, budget, scadenze, orario di lavoro, ecc.?

Io compilo periodicamente dei report e alla fine dell’anno faccio un resoconto, si discute sul piano strategico generale. In genere racconto quello che faccio, non devo riportare le spese o i guadagni. Il budget non viene controllato. Il budget al WWF viene chiuso tre mesi dopo la chiusura dei progetti. E’ vero che prima hanno tentato di fare un controllo trimestrale sul budget, ma ora si fa solo se le entrate diminuiscono drasticamente e allora scatta il campanello d’allarme. Poi ultimamente siamo stati beneficiari di lasciti, soprattutto negli ultimi due anni, visto che dei ricchi signori hanno versato milioni di euro, di cui solo la metà erano soci. Comunque bisogna ripensare a un rapporto interno tra l’associazione e i soci, non possiamo contare sempre sui lasciti occasionali.

17. Il reclutamento come avviene?

Il reclutamento è un altro aspetto critico, funziona male se si offre poco in termini di stabilità del rapporto e di retribuzione, su cui non abbiamo una grandissima attrattiva. Alcune associazioni ci battono perchè offrono contratti migliori. Il problema non è se le associazioni ti offrono una collaborazione continuativa da 1500 euro, il problema vero riguarda le prospettive future. Io avevo quattro persone, avrei voluto che fossero regolarmente assunte, uno alla volta, ma poi c’era il problema di chi assumere e mi hanno detto tassativamente di no.

18. Secondo lei le sue capacità vengono sfruttate a pieno?

Secondo me manca una collaborazione; come rappresentante dei soci del WWF dovrei conoscerli tutti, però molti di loro, a parte quei mille che mi sono vicini sul territorio, vengono ignorati.

21. Quale potrebbe essere l’evoluzione di questa attività?

Credo che ci sarà una crisi in questo mestiere, non penso che riusciremo a lavorare a livello globale per molti anni ancora, ci vuole maggiore professionalità, maggiore formazione, più giovani. In passato era più facile lavorare, anche se si era improvvisati, non esistevano particolari tecniche di marketing. Essendo la nostra una generazione nata sul mestiere, prima bastava noleggiare due strumenti di base e andavi tranquillo. Oggi i giovani hanno più possibilità, mentre la mia generazione non riesce a maneggiare strumenti nuovi. La cosa fondamentale che devi fare alla fine del gioco è di far quadrare i conti. Se hai speso 100 devi portare a casa 100, se porti 150 meglio ancora. Questo poi è il lavoro del manager, tu hai un tot e lo devi investire. Bisogna saper fare questo per diventare a tutti gli effetti un fundraiser.

22. E’ possibile che la difficoltà di portare avanti la raccolta-fondi sia dovuta all’attrattiva esercitata dal tipo di tematica?

L’ambiente in questo paese è stato per molti anni un valore portante, negli anni Ottanta ha avuto delle posizioni importanti con una mobilizzazione sull’affare delle centrali nucleari, il referendum sui pesticidi in agricoltura. A quei tempi ti arrivava a casa la lettera del WWF che ti chiedeva un supporto economico. Poi molte altre tematiche si sono aggiunte il decennio successivo. Ad esempio, nel ‘92 è arrivato il Telefono Azzurro che è stato un giorno in televisione a fare raccolta-fondi per l’apertura di centralini di assistenza per i bambini e raccolse una cifra vicina ai 16 miliardi di lire; fu un momento di svolta fondamentale. Poi ci fu la Guerra del Golfo e l’attenzione degli italiani si spostò su altre tematiche rispetto a quelle dell’ambiente e della salvaguardia degli animali. Oggi invece c’è un bombardamento di richieste di cooperazione con associazioni che tutelano tematiche sensibili verso l’aspetto umano, la fame nel mondo, le malattie, la povertà, ecc, quindi si tende a sostenere questo tipo di cause. Purtroppo oggi il WWF non va più di moda. Io ripeto che l’attenzione per l’ambiente è diventata semplicemente un valore di fondo. A sentir parlare sono tutti ambientalisti, però poi sono in pochi quelli che prendono 50 euro e li donano al WWF o ad altre organizzazioni. E’ proprio una materia che è sparita dagli occhi degli italiani. Oggi peraltro si sta spostando più sul campo istituzionale, perchè c’è l’intervento anche del Ministero dell’Ambiente, la gente paga le tasse. I soldi al WWF li danno quando tu fai sognare la gente con le oasi, o presenti loro specifici progetti.
24. Come vede lo scambio tra settore profit e no-profit?

Credo che oggi sia più diffuso di una volta. Sento ancora qualcuno che ha voglia di tornare al no-profit, a volte il passaggio è motivato da un senso di liberazione. Personalmente mi sono buttato nel no-profit per la difficoltà di re-inserirmi nel profit.

25. Esistono due generazioni a confronto nel mondo del fundraising?

Nel WWF secondo me i più giovani non hanno una conflittualità nei miei confronti, mi portano rispetto per la mia anzianità ed esperienza. Non ci sono dispute riguardo alle decisioni da prendere, in quanto ho io la responsabilità verso i settori più sensibili.

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Arriva la legge blocca-ricorsi

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Aprile 24, 2009

Arriva la legge blocca-ricorsi
Se perdi al Tar risarcisci
Lo scopo dichiarato è contrastare “l’egoismo territoriale”. Ma potrebbe mettere all’angolo celebri sigle come Italia Nostra o Wwf

di MARCO PREVE (Repubblica, 24 aprile 2009)
Articolo completo su: http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/ambiente/legge-blocca-ricorsi/legge-blocca-ricorsi/legge-blocca-ricorsi.html

Lo scopo dichiarato è quello di contrastare “l’egoismo territoriale” che rallenta “il cantiere Italia”. Ma l’effetto della legge anti Nimby (not in my back yard, non nel mio giardino), in caso di approvazione, sarà di azzerare, attraverso la minaccia di risarcimenti milionari, i ricorsi alla giustizia amministrativa da parte di associazioni ambientaliste storiche, che difendono ciò che resta del Belpaese da abusi edilizi e colate di cemento.

La proposta di legge 2271 è sottoscritta da 136 deputati del Pdl ed il primo firmatario è l’onorevole Michele Scandroglio, genovese, fedelissimo del ministro Claudio Scajola. Aderiscono, tra i tanti, l’ex ministro Pietro Lunardi, il presidente della commissione Cultura Valentina Aprea, il vice di quella Ambiente Roberto Tortoli, l’ex presidente della Regione Liguria Sandro Biasotti.

Presentata in sordina nei giorni del “piano casa”, con due brevi aggiunte all’articolo 18 della legge 8 luglio 1986 (responsabilità processuale delle associazioni di natura ambientale), potrebbe schiacciare all’angolo celebri sigle come Italia Nostra, Legambiente, Wwf, Vas Verdi Ambiente e Società, senza parlare della miriade di comitali locali.

Con la modifica 5-ter qualora il ricorso alla giustizia amministrativa “sia respinto perché manifestamente infondato, il giudice condanna le associazioni soccombenti al risarcimento del danno oltre che alle spese del giudizio”. Pensiamo a cosa vorrebbe dire un anno di fermo cantiere per il ponte sullo stretto di Messina tra una prima sentenza favorevole del Tar e una bocciatura del Consiglio di Stato: un risarcimento per milioni di euro.

“È una legge liberticida, intimidatoria, di regime – attacca l’avvocato Daniele Granara, docente alla facoltà di giurisprudenza di Genova, legale in molti ricorsi ambientali – . Confido che venga ritenuta palesemente anticostituzionale visto che l’articolo 24 stabilisce che “Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi”".

Ma per il deputato e coordinatore ligure del Pdl Scandroglio le istanze ambientaliste hanno moltiplicato “comportamenti di protesta contro le scelte infrastrutturali sviluppate da soggetti pubblici e privati… proteste che, conosciute con l’acronimo “Nimby”, determinano un ritardo costante del “cantiere Italia”… di gran parte degli interventi pubblici… e della stessa edilizia residenziale”. Tutto ciò, prosegue il deputato “senza che sia previsto alcuno strumento di responsabilizzazione delle associazioni di protezione ambientale, le quali, talvolta, presentano ricorsi pretestuosi, con il solo e unico scopo di impedire la realizzazione dell’opera pubblica”. Scandroglio aggiunge che, per combattere questa “forma di egoismo territoriale”, il governo ha già varato norme per “l’iter accelerato delle opere pubbliche.

Le modifiche richieste (la proposta è al vaglio della commissione giustizia) accennano anche all’applicazione di azioni risarcitorie ai sensi del codice civile in caso i ricorsi respinti abbiano agito “con mala fede o colpa grave”, ma secondo l’avvocato Granara questa possibilità è già garantita e prevista. La vera svolta è quindi l’eventualità di un risarcimento in caso di ricorso respinto.

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Greenpeace, Legambiente e il Wwf

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Aprile 21, 2009

Greenpeace, Legambiente e il Wwf
Febbraio 26th, 2009
http://www.lorenzodamelio.org/

Non sono in molti a conoscere la più evidente differenza tra Greenpeace, Legambiente e il Wwf. Non sto parlando degli ideali, dato che in comune c’è il pensiero della non-violenza e del rispetto della natura. Mi voglio incentrare piuttosto sull’indipendenza di queste tre organizzazioni. Greenpeace delle tre è l’unica a non accettare aiuti economici da governi, enti pubblici, partiti politici o società private e si finanzia esclusivamente con il contributo di singoli individui che ne condividono la missione. Anche l’associazione Grilli biellesi di cui faccio parte ha deciso di abbracciare questo tipo di filosofia, volta a garantire la massima indipendenza. Legambiente non ha fatto la stessa scelta, nella propria presentazione sta scritto che “è riconosciuta dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare come associazione d’interesse ambientale; fa parte del Bureau Européen de l’Environnement, l’organismo che raccoglie tutte le principali associazioni ambientaliste europee, e della Iucn (The World Conservation Union). È riconosciuta dal Ministero degli Affari Esteri come ONG di sviluppo”. Questo gli determina degli aiuti non solo economici, ma di rete, anche se determina un’associazione maggiormente istituzionale e conseguentemente meno libera nei suoi atti. Il Wwf ha una filosofia altrettanto istituzionale e meno partecipativa dal basso, tanto che è tra le organizzazioni che possono ricevere finanziamenti dal Ministero degli Esteri. Con questo non intendo considerare di meno valore ciò che Legambiente e Wwf fanno, ma ho ritenuto giusto approfondire queste realtà.

Intanto vi posto un filmato dove il nuovo direttore esecutivo di Greenpeace : http://www.youtube.com/watch?v=Prc1MOFoi2s

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Gli affari sono affari…

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Settembre 15, 2008

The Coca-Cola Company Pledges to Replace the Water It Uses In Its Beverages and Their Production

Multi-year Partnership Announced with WWF to Conserve and Protect Freshwater Resources

The Coca-Cola Company has pledged to lead its global beverage operations, including those of its franchise bottlers, to replace the water it uses in its beverages and their production. The Company will focus its actions in three core areas:

1) reducing the water used to produce its beverages

2) recycling water used for beverage manufacturing processes

3) replenishing water in communities and nature.

The pledge was announced on June 5th, World Environment Day, at the annual meeting of WWF in Beijing, China, where the Company launched a multi-year partnership with WWF to conserve and protect freshwater resources. This $20 million (US) commitment from The Coca-Cola Company to WWF will be used to help conserve seven of the world’s most important freshwater river basins, support more efficient water management in its operations and global supply chain, and reduce the Company’s carbon footprint.

For more information about

The Coca-Cola Company:

www.thecoca-colacompany.com

http://www.thecoca-colacompany.com/citizenship/conservation_partnership.html

WWF:

http://www.worldwildlife.org/what/partners/corporate/Coke/item6661.html

http://www.panda.org/about_wwf/how_we_work/businesses/businesses_we_work_with/cocacola/index.cfm

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Con l’ etica si resta al verde (era il 1999…)

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 1, 2008

No profit / Sono stati un flop (finora) i prodotti finanziari con finalita’ sociali
Con l’ etica si resta al verde
I fondi e gli altri strumenti che danno parte dei guadagni ad attivita’ benefiche hanno molto deluso. Ma in futuro…
Corriereconomia (11 gennaio 1999) – Corriere Economia

Qualche tempo fa, dalle pagine de Il Sole 24 ore, il consiglio di amministrazione di Afv – Milla sim ringraziava dipendenti, collaboratori e clienti che avevano permesso di devolvere tutti i ricavi delle commissioni effettuate il 10 dicembre (oltre 268 milioni di lire) a una decina di enti e associazioni benefiche. Un po’ di giorni dopo, il 20 dicembre, negli uffici milanesi di Merrill Lynch international si celebrava il Christmas call, la giornata in cui la societa’ di private banking del gruppo spalanca le porte agli anziani dei centri gestiti dal comune, mettendo a loro disposizione le linee telefoniche per chiamare parenti vicini e lontani. Nulla a confronto con la miriade di iniziative del mondo anglosassone, ma e’ un segnale della crescente sensibilita’ della finanza italiana verso valori sociali. Sensibilita’ confermata dal proliferare, negli ultimi anni, di numerosi strumenti, tra fondi e conti correnti, volti da un lato a favorire investimenti politicamente corretti, dall’ altro ad aiutare il risparmiatore a condividere i frutti dei propri capitali con i piu’ bisognosi, finanziando direttamente gruppi di volontariato e associazioni umanitarie. Eppure, a parte qualche isolata eccezione, queste iniziative sembrano aver riscontrato un successo moderato, generando spesso attriti tra banche, societa’ di gestione ed enti no profit collegati, che si scaricano a vicenda la responsabilita’ . Il bilancio di Azimut solidarieta’ , il primo fondo etico italiano che prevede la destinazione di una parte dei guadagni a sei associazioni partner (Exodus, Filodoro, Lega Tumori, Missioni Don Bosco, Unicef e Wwf) e’ abbastanza deludente. A tre anni dalla sua nascita, registra un patrimonio di 149 miliardi, pari a 1.985 conti aperti. Finora sono stati versati oltre 600 milioni, dei quali 475 arrivano dalla societa’ di gestione e solo 200 dai sottoscrittori. “L’ interesse dei risparmiatori per questa forma di investimento e’ stato modesto – dicono ad Azimut – e le stesse associazioni non hanno fatto molto per sensibilizzare i propri soci”. Accuse respinte. “Abbiamo piu’ volte parlato dell’ importanza di queste operazioni sul nostro mensile Panda, ma purtroppo non abbiamo ne’ risorse ne’ mezzi di comunicazione con l’ esterno sufficienti. In piu’ si tratta di strumenti finanziari molto giovani”, replica il direttore amministrativo del Wwf, Bruno Ravaglioli, che pure recita un mea culpa e non nasconde un certo scetticismo sul futuro. “Dal fondo San Paolo di cui siamo partner non ci aspettiamo grandi risultati – continua -. Per il ‘ 98 incasseremo qualche decina di milioni, non di piu”. Piu’ duri a Legambiente. “Noi non dobbiamo procurare sottoscrittori, il nostro compito e’ informare e promuovere l’ iniziativa, cosa che facciamo con impegno – dice Francesco Ferrante, direttore generale dell’ associazione ambientalista. – Purtroppo e’ mancata un’ adeguata politica di informazione, anche da parte delle banche”. Modesto e’ stato anche il bilancio dell’ iniziativa risparmio promossa dal Cipsi e da Ras asset management, che offre la possibilita’ di destinare tutta o parte della cedola di Festiras coupon (fondo obbligazionario a distribuzione dei proventi) al Cipsi, ente morale che riunisce 23 associazioni non governative nel campo della realizzazione di progetti nei Paesi in via di sviluppo. Dal ‘ 96 i contributi versati dai circa 180 sottoscrittori e’ stato di 157 milioni, mentre Ras asset management ne ha devoluti circa 15. Nato cinque anni fa, Euromobiliare green equity fund e’ passato da 5 a circa 50 miliardi. “Cerchiamo di coniugare la logica del profitto con un impegno socialmente utile – dichiara il gestore Carlo Gentili. – Per questo investiamo solo in tre aree: societa’ che si occupano di tutela di salute e beni culturali; societa’ farmaceutiche e industrie di tecnologia medica; imprese ambientaliste”. Sono invece soddisfatti al San Paolo di Torino, banca leader nei fondi etici. Sono tre quelli che compongono il sistema: gli obbligazionari italiano ed estero, con un patrimonio rispettivamente di 2 mila miliardi e 35 miliardi (negli ultimi 12 mesi hanno guadagnato il 6,40 % e 3,80 % ) e un azionario internazionale con 135 miliardi ( + 37 % nel ‘ 98), per un totale di oltre 30 mila sottoscrittori. “Il fondo obbligazionario italiano trova la sua eticita’ nella possibilita’ di destinare parte della cedola a una delle 17 associazioni a noi collegate – spiega Laura Febbraro, direttore della San Paolo Fondi. – Noi devolviamo ogni anno una quota delle commissioni di gestione, sia a favore delle associazioni stesse, sia a sostegno di iniziative e opere meritevoli. I clienti che hanno accettato questa forma di investimento – beneficenza non sono ancora la maggioranza, ma dopo un anno e piu’ di lavoro possiamo dirci contenti”. Non si lamenta la Fondicri, societa’ di gestione che fa capo alle casse di risparmio e che per l’ associazione Roma Caput mundi e’ responsabile dell’ omonimo fondo obbligazionario misto (ora intorno ai 90 miliardi, con circa 2000 sottoscrittori che dal ‘ 96 a oggi ha avuto una performance del 53,4 % ). ” + un fondo etico e sociale insieme – dice il vicedirettore generale, Luigi Ballanti – perche’ da una parte consente di investire in titoli di societa’ che non producono sostanze inquinanti o armamenti, dall’ altra contribuisce a una campagna di finanziamento a favore dell’ associazione e quindi per il recupero delle opere artistiche della capitale”. Accanto ai fondi comuni, esistono poi i conti correnti a fini di beneficenza. L’ ultimo a essere stato lanciato, il primo nel suo genere, e’ quello di Ambroveneto (Gruppo Intesa), denominato Il conto noi e voi, che prevede il pagamento di un canone fisso di 18 mila lire. Duemila lire, a cui se ne aggiungono sempre altrettante devolute dalla banca, vanno a finanziare una delle societa’ collegate (Unicef, Telefono azzurro, Airc, Movi, Caritas) prescelta dal correntista. “Con una base di 250 mila clienti abbiamo stimato di poter attivare presto decine di migliaia di conti di solidarieta”, dicono Olimpio Mapelli e Roberto Biasotto, i due responsabili di questo progetto.

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Il lavoro, diario sentimentale di esperienze grame

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 26, 2008

(2004)
VIAGGIO NEI LAVORI IMPOSSIBILI: DAL LAVORETTO IN NERO ALLE AGENZIE DI LAVORO FINO AI NUOVI CONTRATTI, DIARIO SENTIMENTALE DI ESPERIENZE GRAME

1-IL LAVORETTO IN NERO

Mi chiamo Bobo, ho 26 anni e sono uno studente universitario.Studente e lavoratore, od almeno questa è l’intenzione.Comincio dal principio, scorrendo mentalmente tutti i lavori che ho fatto da quando ho pensato che alternare studio e lavoro potesse essere il mio modus vivendi.Andiamo molto indietro nel tempo, primo anno d’università, due esami sostenuti ed un lavoro più o meno continuativo in un locale della zona (thunder road, giusto per non fare nomi).Lavoro solo sabato e domenica, ma vivo ancora coi miei e mi sta bene: niente contratto (of course) per un lavoretto ottenuto grazie ad amicizie:il guardiamacchine, colla bella stagione non male, d’inverno un po’ meno, ma niente di massacrante, 10mila lire all’ora, massì, ci sta:faccio 5 ore a serata e torno a casa con qualcosa.Il lavoro poi è abbastanza divertente: ed eccomi allora a zigzagare colla torcia battendo la campagna (perchè coi grandi concerti le macchine si spalmano su parecchi metri quadrati), poi il locale è famoso per i furti nelle automobili, e di fatto le emozioni non mancano, tra avventori ubriachi fuori di testa, paurose cozzate tra auto e, naturalmente, devastazioni e saccheggi.Solo una volta io ed il mio compare riusciamo a “sgominare” una gang di ladruncoli, con relativo risvolto infame:denuncia e processo contro due poveracci di Voghera. Giuro, non mi sono sentito particolarmente eroe.Anche perchè se loro erano banditi , bastardi erano i gestori del locale che, spesso, si prendevano delle libertà col personale assolutamente incredibili, fino alla goccia del traboccamento:”se volete continuare a lavorare qua dovete tagliarmi l’erba del giardino ed estirpare le erbacce nelle aiuole”lavoretto da almeno 3-4 ore, chiaramente non pagato “perchè guardate che vi faccio un favore a farvi lavorare, potrei prendere due negri e dar loro 3 lire”. Davanti al diktat, una prestazione gratis per tenere il posto, e davanti al palese ra zzismo, si decide di non cedere.Il risultato è la subitanea perdita del lavoro e del saluto.

2-LA “MISSIONE” PER L’AGENZIA DI LAVORO INTERINALE

Questa è la fine del lavoro numero uno, storia raccontata anche per far capire cosa si nasconde dietro a quei posti all’apparenza accattivanti e “ggiovani” ed in realtà gestiti da persone prive di scrupoli, che fanno del divertimento neanchè più un businness ma un vero e proprio lucro, un estorsione ai danni di persone bramose di, rara di questi tempi, musica dal vivo.
Vi risparmio la cronaca degli altri dodicimila lavori che ho fatto (perchè così si chiamano nelle agenzie interinali) a “missione” (il nome esotico cela i lavori più ingrati in turni massacranti in fabbricacce di merda , come ad esempio la ICSS sulla strada per Vigevano, dove, appena arrivato con il salva-condotto Adecco, ti sbattono al ciclo continuo ad una macchina da cui fuoriescono venefici gas e vapori a 50 gradi, magari al terzo turno (dalle 10 di sera alle sei del mattino) e a ritmi giapponesi). Non duri troppo, in posti come questi, a meno di non essere fatti d’acciaio.Infatti fallisco l a “missione impossibile”, l’agenzia di lavoro interinale non mi richiama più.

Dopo qualche settimana vado a chiedere, mi viene risposto che la fabbrica si è lamentata che non andavo a ritmo, per cui fuori, niente più “mission” per il soldato Bobo,niente più “crew”, niente più biro, spillette e gagliardetti adecco. Tolto dall’elenco dei “golden workers” dell’agenzia è difficile ritornare al top ed essere ancora chiamati. Le missioni non si possono fallire, se fallisci, che eroe del lavoro sei? Che “golden boy” pretendi d’incarnare?

3-I NUOVI CONTRATTI:IL MONDO DEL CALL CENTER

ALTRO LAVORO: questo sembra buono, dura anche un pò, in viale Cremona, alla Value contact, call center in cui si vende, via telefono, di tutto: dall’olio alle saponette. Tre ore giornaliere di telefonate, scorre abbastanza, bisogna solo non farsi scrupoli nel chiamare la gente a casa alle otto e mezza di sera. Le prime settimane vanno piuttosto bene, sono con un contratto a progetto, anche se non l’ho mai visto.Poi, iniziano i problemi, vengo chiamato in direzione una prima volta: non rendo abbastanza nella vendita di boccioni d’acqua per ufficio “culligan”. Mi dicono che non è colpa mia, l’italiano non sa fare telemarketing perchè il nostro paese è a digiuno di queste cose, mentre in Inghilterra fanno corsi universitari per formare centralinisti (!?!). Insisto, dico che è un lavoro che potrebbe fare anche una scimmia ammaestrata, che ho imparato a rispondere al telefono a 3 anni. Niente da fare, sono licenziato. Oltre al rinfacciarmi la mia ignoranza per la mancanza di preparazione professionale, fanno risalire le mie scarse vendite anche ad una motivazione “teologico-metafisica”: mi dicono che si sente, quando parlo al telefono, che non credo al prodotto che vendo ,che non credo nei boccioni culligan (“vede, caro Bobo, il problema vero e che lei non ci crede abbastanza !”), non capisco.Chi può credere in un boccione d’acqua?Cosa vuol dire credere in un boccione d’acqua? Mi concentro qaulche minuto in contemplazione del boccione azzurro, niente: non mi viene da amarlo, adorarlo.Non suscita in me ansia di trascendentale. E’, chiaramente, colpa mia.

Licenziato, fuori dai coglioni alle 15 vengo riassunto alle 18,per un altro progetto:gli abbonamenti del WWF (a proposito, gli iscritti al WWF sanno che parte della loro tessera va a finanziare queste forme assurde di precariato e sfruttamento sociale?). Qui ci credo un pò di più e per un certo tempo le cose ricominciano ad andare, certo, la paga è poca (5 euri all’ora) ed il lavoro non proprio esaltante. Ma dopo poco cominciano altri problemi, i lavoratori cominciano ad essere lasciati a casa, a volte per intere settimane, perchè non ci sono i nominativi.Uno dopo l’altro cominciamo a turnare sulle già scarse tre ore giornaliere. Arriviamo alla ciliegina sulla torta, il padrone vuole disporre di noi, gratuitamente, per 6 ore di training telefonico.Il training telefonico altro non è che lavoro non pagato.Tu fai le tue telefonate, come sempre, con un “esperto” accanto che ti corregge, quando e se sbagli (cose assurde tipo: “non usare mai il condizionale” oppure “cerca di ess ere il più diretto possibile”). Ora facciamo questo calcolo: il training è stato proposto ad una ventina di persone, moltiplichiamo le 6 ore aggratis per 20, viene fuori un numero spaventoso di ore regalate al padrone. Molti non accettano il diktat: il risultato è il solito: grazie tante ed arrivederci, insomma, la porta.

La mia storia non è una storia isolata, è la prassi per migliaia di giovani : per incontrarci, tra disagiati della new economy, abbiamo deciso d’organizzare,noi come csa Barattolo, insieme a NiDIL CGIL e ai giovani comunisti un incontro, il 29 aprile, tra operatori di call center, con esperti del settore. Potrebbe essere l’inizio della riscossa per noi, precari umiliati, il nostro passare dall’essere “a tempo determinato” al “determinare il nostro tempo”.

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Salvare la natura è una bella impresa

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 25, 2008

Salvare la natura è una bella impresa
Pubblicato: 6 dicembre 2005
Da Fulco Pratesi – Presidente WWF Italia
da: http://www.microsoft.com/italy/pmi/editoriale/20051206_salvarelanatura.mspx
Il WWF ha un sogno: costruire un futuro in cui l’uomo possa vivere in armonia con la Natura.
In questa impresa, difficile ma bellissima, il WWF è accompagnato dalle aziende, che in modo diverso contribuiscono affinché questo sogno possa diventare realtà.
*

Ci sono aziende che adottano comportamenti che rispettano l’ambiente, altre che realizzano strutture per avvicinare la Natura ai cittadini, altre ancora che donano abitualmente una parte del loro ricavato per progetti di salvaguardia ambientale.

Ma molto c’è ancora da fare. Per questo il WWF ha creato il Club “Imprese per la Natura”: per riunire tutte le piccole e medie imprese che desiderano contribuire alla salvaguardia del Pianeta.

Sostenendo i progetti del WWF, le aziende hanno l’opportunità di trasmettere, quindi, un’immagine dinamica ed innovativa di una imprenditorialità “etica” ed attenta al futuro, che risponde alle aspettative della grande maggioranza dei loro clienti, infatti oltre il 49% di imprese (PMI) è già impegnata in attività sociali.

Oggi è sempre più diffusa l’aspettativa dei cittadini-consumatori verso una responsabilità etica nei confronti delle aziende. In questo scenario, la soddisfazione del consumatore significa, per l’azienda, fornire una risposta coerente a queste attese e riconoscere nella crescente domanda di prodotti e servizi etici il segnale di una inedita sensibilità alle tematiche sociali del consumo.

Da 40 anni il WWF Italia è impegnato in tantissimi progetti di protezione ambientale, in tutta Italia la nostra Associazione ha creato più di 130 Oasi per custodire il patrimonio naturalistico del nostro paese, per un totale di 35.000 ettari di natura finalmente salva. I nostri centri di Recupero per Animali Selvatici, poi, accolgono e curano ogni anno centinaia di animali feriti dalle trappole o dai bracconieri o sottratti ai commercianti clandestini.

Il WWF Italia è un’organizzazione che, con l’aiuto dei cittadini e il coinvolgimento delle imprese e delle istituzioni, contribuisce incisivamente a conservare i sistemi naturali in Italia e nel mondo. Opera per avviare processi di cambiamento che conducono a un vivere sostenibile, agisce con metodi innovativi capaci di aggregare le migliori risorse culturali, sociali, economiche.

SALVARE LA NATURA E’ UNA BELLA IMPRESA!: noi crediamo che aziende come le vostre potranno fare la vera differenza!

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Non profit, scoppia la guerra dei marchi

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 25, 2008

“Non profit, scoppia la guerra dei marchi” di Maria Silvia Sacchi
Corriere Economia, 09 luglio 2007
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Economia/2007/07_Luglio/09/sacchi_no_profit.shtml

Unicef, Emergency, Telethon: brand di valore in un mercato sempre più affollato. Dove migliaia corrono per il 5‰.

“Quanto avviene nella cassetta delle lettere è indicativo. Cataloghi di vendita per corrispondenza di cosmetici e di prodotti alimentari si mescolano a depliant per adottare a distanza un bambino o costruire scuole o villaggi in qualche Paese in via di sviluppo. Il paragone, non sembri irriverente, fotografa bene l’incontro che, nell’economia, è avvenuto tra due mondi, quello del profit e quello del non profit. Tra le organizzazioni che hanno come fine della propria attività il raggiungimento di un guadagno da redistribuire ai propri soci e quelle che questo obiettivo invece non l’hanno. Poco per volta queste due parti hanno finito in molti casi per sovrapporsi, con l’ingresso di operatori del profit nel non profit e, viceversa, con l’ingresso degli operatori senza fini di lucro in attività tipiche delle aziende che più conosciamo. Dando il via a un ripensamento generale.

Buonismo

L’evoluzione è stata importante. «Siamo ancora abituati a pensare al non profit buonista, quello socio-assistenziale e sanitario che tutti conosciamo — dice Giorgio Fiorentini, docente di economia e gestione delle aziende non profit all’Università Bocconi di Milano —. Ma oggi è completamente cambiato ed è laico, si occupa di cultura, di sport, di musica, di consumatori, fino ad arrivare alla produzione. Con l’arrivo, poi, dell’impresa sociale, riconosciuta nel 2005 anche se non ancora del tutto operativa, ci si è avviati sulla strada del “capitalismo del non profit”». E qui la cassetta delle lettere aiuta anche a capire quello che è, oggi, uno dei temi dominanti di questa economia: la raccolta dei fondi. Come gli utili sono il paramentro di riferimento delle aziende profit, così la raccolta fondi è la voce cui guardano le non profit. Ma in un mercato sempre più affollato e nel quale sono in campo colossi internazionali del non profit e sono entrati protagonisti di grandissimo peso dell’economia tradizionale, è diventata più forte la concorrenza. Che richiama, o impone, concetti tipici del mondo profit: l’efficienza, la massa critica, il marketing. Oltre, naturalmente, a un buon «prodotto », cioè al servizio che la singola organizzazione ha scelto di dare. Se si guarda come si muovono, per esempio, le fondazioni d’impresa si vede che iniziano ad agire come «fondi dei fondi», dirottando i loro finanziamenti sugli organismi che reputano «capaci di operare secondo criteri di efficienza, autonomia e sostenibilità » (dallo statuto di Fondazione Dynamo, emanazione del gruppo Intek).

Brand
Farsi largo. Basta pensare alle migliaia di associazioni che concorrono per il 5 per mille. Ed ecco un altro tema che emerge nel non profit: il marchio e la sua tutela e valorizzazione. Nomi come Unicef, Emergency, Acli, Wwf, Telethon, per citarne alcuni, hanno un valore in sè che, se ben mantenuto, può alimentare la raccolta. Con fini diversi da quelli delle società profit ma con modalità che non hanno niente di diverso da quelle messe in campo dalle aziende del design, della moda, dell’industria più in generale, della finanza. La raccolta fondi porta poi con sè l’ormai molto dibattuto argomento della tracciabilità di questi fondi: vanno davvero sul progetto per il quale erano stati devoluti? O finiscono in spese di strutture ridondanti e rimborsi spese?

Campione

Ragionando su tutti questi temi Corriere Economia ha provato a fare uno studio che partisse da una ipotesi: avere una certa disponibilità di denaro da investire in attività di solidarietà senza idee precise della loro allocazione ma volendo essere sicuri in anticipo di poter valutare il ritorno sociale del finanziamento. Per questo è stato individuato un gruppo di una sessantina di organizzazioni (tra cui anche Action Aid Italia ndr) che rispondessero almeno ad alcuni di una serie di requisiti: notorietà, influenza sui settori di riferimento, peso politico, dimensioni, parte di settori «sensibili» (come le adozioni, gli anziani, la lotta a malattie importanti) o di settori nuovi (le fondazioni d’impresa), componenti di circuiti internazionali. Del campione che ne è scaturito (per i nomi, vedere articolo a pagina 4) sono stati esaminati bilanci, statuti, organigrammi e siti Internet con l’obiettivo di avere la fotografia delle diverse organizzazioni. Gli analisti hanno lavorato sui due fronti separatamente ma hanno portato conclusioni del tutto convergenti su ciascun singolo organismo.

Risposte

La prima considerazione da fare è che la gran parte degli enti interpellati ha risposto, e almeno la metà di loro in modo sollecito e con disponibilità a offrire informazioni sulla propria struttura e i propri numeri. Diffusissimo l’ufficio stampa. La seconda considerazione è, però, che senza un rapporto diretto e ripetuto con le organizzazioni è difficilissimo avere tutte le informazioni necessarie. Quasi mai i documenti e i siti esaminati danno le risposte a tutte le domande che nascono. I siti Internet sono prevalentemente costruiti per sollecitare una raccolta fondi «emotiva», non per un investitore interessato a valutare l’effettivo ritorno sociale dell’investimento fatto. Molto lavoro dev’essere ancora fatto sui bilanci, che ancora sono poco confrontabili l’uno con l’altro non adottando tutti gli stessi schemi (vedere articolo a pagina 5). Gli analisti coinvolti da Corriere Economia hanno costruito un indice di efficienza ad hoc che pubblichiamo nella tabella a fianco. Come si può vedere, ci sono grandissime differenze tra un organismo e l’altro, molto influenzate dal tipo di attività, anche se non solo. Purtroppo non è stato possibile scendere ulteriormente nei dettagli proprio a causa delle differenti stesure dei documenti. Allo stesso modo, quasi per nessuno è stato possibili ricostruire il rapporto tra volontari e dipendenti, argomento su cui è accesa la discussione, come ha dimostrato anche l’ultima assise del settore convocata a Napoli dal ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero e il cui titolo era «gratuità, solidarietà, partecipazione ».
Mercato
Statuti, organigrammi e siti Internet hanno permesso di capire la governance del settore (articolo a pagina 4). È stata presa in considerazione anche l’esistenza o meno di codici etici e/o di comportamento, sia interni (proprio della singola organizzazione), sia esterni (per esempio, la Carta della donazione). Come per i bilanci, anche sotto l’aspetto della governance c’è ancora lavoro da fare. Non dimenticando l’attenzione ai costi, come sottolineano nel settore ricordando che se da una parte il ricorso a certificatori esterni dà una maggior garanzia e aggiunge in immagine, dall’altra può appesantire i costi generali a discapito dell’oggetto sociale. Costi che certamente vengono resi più imponenti dalla duplicazione delle cariche, a volte davvero esasperata, che si trova in certe strutture capillarmente distribuite sul territorio. Incarichi che sono gratuiti, ma generano complessità e costi amministrativi di mantenimento della struttura. Quello che, intanto, già si vede è che, magari lentamente, è iniziato una sorta di mercato dei manager. Come dimostra il caso, recentissimo, di Anna Venturino, oggi direttore generale della Fondazione Oliver Twist e fino a poco tempo fa in Umana Mente con lo stesso incarico.

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