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Al mercato della filantropia
Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 11, 2008
tratto da “Al mercato della filantropia”
di Cosma Orsi
da “Il Manifesto” del 13 settembre 2005
l’articolo completo può essere letto su : http://www.ecologiasociale.org/
Welfare minimo LA LOTTA ALLA POVERTÀ negli Usa è diventato un grosso affare tanto per le organizzazioni no-profit che per le grandi imprese. Le prime ricevono donazioni da fondazioni private che usano per riprodurre se stesse, le seconde regalano merci poco pregiate in cambio di sgravi fiscali. Parla la filosofa e femminista Theresa Funicello
Poco nota in Italia, Theresa Funicello è invece una figura di spicco nella «teoria critica» statunitense. Filosofa della politica, femminista, attivista per il diritto al welfare per i poveri, nel 1993 ha pubblicato il suo libro più importante, Tirranny of Kindness: Dismantling the Welfare System to End Poverty in America (Atlantic Monthly Press). Alla sua uscita, il Washington Post lo ha definito un libro essenziale per la comprensione del welfare americano degli ultimi 30 anni e della discussione sulla sua riforma sviluppatosi durante gli anni Novanta, mentre il Library Journal lo ha proposto come miglior libro dell’anno. […]
In «Tiranny of Kindness» lei fa riferimento alla carità come una logica mercantile dello sfruttamento della povertà. Può spiegarci in modo più preciso come intende?
È una lunga storia. La povertà negli Stati Uniti è un grosso affare. La maggior parte del denaro che dovrebbe soddisfare le necessità primarie dei milioni di famiglie povere è speso per saziare la sete di denaro di organizzazioni (virtualmente no-profit) guidate da managers professionisti che si dipingono come i paladini dei poveri. Sfortunatamente, il loro unico scopo è quello di intercettare i fondi messi a disposizione dalle fondazioni private e dal governo. Basandosi su dati statistici spesso inesatti o creati ad arte, i manager della povertà si ritengono gli unici ad essere capaci di alleviare questa condizione sociale che coinvolge milioni di persone. La realtà è ben diversa: i poveri rimangono poveri, mentre i managers e i gruppi no-profit che essi dirigono diventano sempre più ricchi e potenti. C’è da dire, inoltre, che la collusione con le multinazionali per lo scambio di donazioni in soldi contanti ha raggiunto limiti imbarazzanti. Lo scambio di favori permette alle multinazionali di disfarsi di prodotti (nella maggior parte dei casi alimentari) avariati, e al tempo stesso di chiedere una riduzione delle tasse. Una delle più grandi catene di supermercati degli Stati uniti, suggerisce alle sue affiliate nell’America centro-orientale: Non Gettate, Donate! I gruppi no-profit che ricevono i beni alimentari pesano le donazioni, calcolano il loro valore in dollari sulla base del tonnellaggio, fornendo alle multinazionali la prova che esse donano. Le multinazionali ricevono sgravi fiscali che raggiungono il doppio del valore di mercato delle merci donate. Le agenzie no-profit raccolgono – a spese del governo, naturalmente – la merce donata, metà della quale prima di essere ripartita tra coloro che esse ci dicono voler aiutare, viene gettate in discariche. Quel poco che rimane da distribuire è igienicamente dubbio e con un valore nutrizionalmente pressoché nullo. Tutti sono contenti perché i poveri sono nutriti. Eccetto i poveri naturalmente!
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Qual è il modello di welfare per cui si batte da più di trent’anni?
Ad essere sincera, sono contraria ad ogni forma di welfare, se con questo termine ci si riferisce al sistema attualmente in vigore negli Stati uniti. Esso infatti implica che chi non ha mezzi a sufficenza per condurre un esistenza dignitosa non può contribuire al bene comune. In altre parole, il modello statunitense di sicurezza sociele deriva da una visione del mondo molto corporate, risponde cioè a logiche imprenditoriali, mercantili. Abbandonare questa prospettiva e favorire la nascita di un visione maggiormente centrata su valori umani è il compito che io e la mia organizzazione ci siamo prefissati. Per ottenere tale scopo è necessario un ripensamento del modo in cui si distribuisce il reddito. Ad esempio, bisognerebbe promuovere politiche publiche capaci di redistribuire una parte della ricchezza alle donne (e alcuni uomini) che dedicano una gran parte della loro esistenza al prestare cure ad altri (caregivers). Per non parlare degli artisti e molte altre categorie la cui attività, pur essendo intrinsecamente produttiva, non produce reddito.
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A seguito della pubblicazione del suo libro nel 1993 alcune delle fondazioni private che lei ha duramente attacato hanno criticato duramente il suo lavoro, al punto che lei ha sostenuto che hanno boicottato il volume…
All’inizio, molti dei giornali e riviste si espressero in termini più che favorevoli. Il Library Journal gli conferì il premio come miglior libro dell’anno, e successivamente Tiranny of Kindness fu persino nominato per la corsa al Premio Pulitizer di quell’anno. Ma al New York Times, che senza esagerare rappresenta una buona fetta del Partito Democratico, e a gran parte di quelle fondazioni private di lotta alla povertà il libro non piacque e hanno dato vita a una vera e propria campagna contro le tesi lì espresse. Poi, ho avuto notizia che alcune associazioni di base hanno avuto pressioni affinché boicottassero il libro: in caso contrario non avrebbe più ricevuto alcuna donazione o fondi per le loro attività. Soltanto alcuni personaggi legati all’intellighenzia della sinistra più radicale – in maggior parte pofessori – continuarono e continuano a richiedere il testo per i loro corsi universitari e alcuni, pochi in verità, conservatori ne tessono le lodi.
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di Pier Paolo Coluccia, su “Aprile on Line” 23 agosto 2008