Lavoro e No Profit

Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!

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La controriforma del mercato del lavoro

Pubblicato da lavoratorinoprofit su novembre 17, 2008

La controriforma del mercato del lavoro

Questione sociale e decreti nei primi 100 giorni del Governo Berlusconi

Introduzione di Cesare Damiano

Questo volume vuole essere un’utile guida per approfondire, sotto il profilo politico e tecnico, i contenuti della manovra del governo Berlusconi e le relative implicazioni sui temi del mercato del lavoro e della salute e sicurezza dei lavoratori.
Vengono presi in esame i decreti relativi all’ emergenza rifiuti in Campania, al potere d’acquisto delle famiglie, alla proroga termini e alla manovra finanziaria.

Il libro contiene l’estratto dei testi legislativi, gli emendamenti, gli ordini del giorno ad essi riferiti, le interrogazioni a risposta immediata (question time) e le mozioni.

Contiene, inoltre, un saggio di Donata Gottardi, europarlamentare del Partito Democratico, intitolato “Uno sguardo dal Parlamento europeo”, che esamina tutti i temi sociali e del lavoro dibattuti in Europa.

Vi è una preziosa guida alla lettura dei decreti redatta dall’Ufficio Legislativo della Camera del Partito Democratico, nelle persone di Paolo Casali e Monica Morabito, che consente un’ agevole approfondimento delle tematiche che riguardano il lavoro e uno sguardo d’insieme sul significato dell’intervento legislativo.
[...]
Ci troviamo di fronte ad una deregolazione feroce delle tutele sociali. Per questa definizione Maurizio Sacconi mi ha rimproverato. Infatti, io adopero raramente aggettivi del genere, ma in questo caso siamo veramente di fronte ad una deregolazione che è giusto definire “feroce”, perfino insensata, cieca al punto tale che il governo ha dovuto, grazie alla nostra opposizione, fare marcia indietro su alcune norme, talmente era vessatoria la volontà di abbassare le tutele del mercato del lavoro efficacemente regolate con il Protocollo dello scorso anno.

Una controriforma del lavoro.

Per fotografare la situazione dobbiamo parlare semplicemente di una controriforma caratterizzata da una volontà di liberalizzare nuovamente il mercato del lavoro. In sostanza, si rompe quell’equilibrio di regole fra le imprese e i lavoratori al quale noi abbiamo sempre guardato.

Siamo assolutamente sensibili al fatto che nella globalizzazione l’impresa debba garantirsi una competitività ed una buona flessibilità. Non lo abbiamo mai negato, valorizzando la contrattazione tra le parti sociali quando essa ha riguardato l’istituzione della banca delle ore o gli orari plurisettimanali e stagionali e realizzando una legislazione di sostegno alla buona flessibilità.

Abbiamo sempre detto che ogni rapporto di lavoro deve essere qualificato per quello che è: un lavoro “a progetto”, sembrerà banale, deve avere un progetto, perché altrimenti si chiama semplicemente lavoro “subordinato”. Tutto qui.

Non abbiamo mai messo in discussione la natura del rapporto di lavoro, ma abbiamo sempre voluto accertare che essa corrispondesse effettivamente al lavoro svolto e richiesto dall’impresa. Da qui la ricerca di giuste tutele per i lavoratori. La manovra del governo invece porta alla rottura dell’equilibrio tra ragioni dell’impresa e del lavoro: silenziosamente, c’è stata una profonda manomissione unilaterale del protocollo del 23 luglio del 2007.
[...]
Ancor più preoccupante è il fatto che, attraverso una serie di iniziative legislative di alcuni esponenti del centro destra, come nel caso dell’onorevole Giuliano Cazzola, si proponga nuovamente di abrogare l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, che è a tutela dei licenziamenti, oppure l’innalzamento dell’età pensionistica delle donne, prima ancora di avere applicato le riforme previdenziali varate con il Protocollo del luglio 2007.E’ vero che il governo ha dichiarato di non voler seguire queste indicazioni, ma si tratta pur sempre di tentativi che, qualora trovassero una saldatura politica con la nuova deregolazione del mercato del lavoro, rappresenterebbero un vero e proprio attacco al nostro modello di Welfare, che porterebbe al riaccendersi di una forte tensione politica e sociale nel paese.

Del resto le note dell’Ufficio Legislativo del PD, di seguito riportate, chiariscono bene ogni dettaglio.
Tra i tanti interventi negativi del governo, segnalo alcuni argomenti che sono, a mio avviso, di particolare rilevanza.
Voglio porre l’attenzione sul problema della cancellazione della norma che impediva la firma delle dimissioni in bianco.
Sappiamo come è andata in Parlamento nella scorsa legislatura. Alla Camera votarono a favore 400 parlamentari su 407. Al Senato la norma fu votata dal centrosinistra e da Alleanza Nazionale perché il Ministro Sacconi, anche in quella occasione, si prodigò per contrastare quella legge, e votarono contro Forza Italia, UDC e Lega.

Vogliamo inoltre ricordare che le attuali Ministre Stefania Prestigiacomo, Mara Carfagna e Mariastella Gelmini, firmarono un ordine del giorno, presentato in occasione della Finanziaria 2007, per sostenere questa legge che si proponeva di tutelare soprattutto il lavoro delle donne.

Questa scelta trasversale è stata trasformata nel suo contrario, nella volontà del governo Prodi di emanare una legge sovietica, burocratica e vessatoria nei confronti delle aziende perché si utilizzava un codice alfanumerico attraverso Internet per comunicare le dimissioni, sottraendo in questo modo il lavoratore all’arbitrio dell’imprenditore disonesto.

Se la norma era complicata, non per responsabilità del governo Prodi, la si poteva rendere più semplice, ma non eliminarla, perché il problema esiste ed è molto grave.

Una palese ingiustizia.

Accanto a questo, il governo ha tentato nelle Commissioni Finanze e Bilancio di far passare una norma che, oltre alla eliminazione del libro paga, del libro presenze e del libro matricola, abrogava l’obbligo della comunicazione dell’assunzione il giorno prima dell’inizio del lavoro. Ho parlato di un tentativo ignobile: anche in questo caso ho adoperato un termine che non uso mai perché, deve essere chiaro a tutti, nella scorsa legislatura non abbiamo inserito quella norma a capriccio. Quando nell’edilizia i lavoratori che muoiono risultano in parte assunti lo stesso giorno del decesso, questo vuol dire che siamo di fronte alle assunzioni “post mortem”, un segno di inciviltà del lavoro che la norma che noi abbiamo introdotto ha abrogato.

[...]

La parziale marcia indietro riguarda invece la cancellazione del diritto alla trasformazione del contratto a termine in tempo indeterminato, in caso di violazione delle norme sull’assunzione. Il governo ha trasformato questo diritto, che può essere sancito dal giudice in caso di contenzioso, in un semplice risarcimento fino ad un massimo di 6 mesi, ma ha successivamente ristretto la norma ”solo” alle cause in corso. Bontà sua. Una marcia indietro del tutto insufficiente che ha, inoltre, carattere di incostituzionalità. Avremo in questo modo tre fattispecie di contratti a termine: coloro che hanno avuto la fortuna di passare già attraverso un giudizio definitivo, che saranno stabili. Coloro che, dopo l’approvazione della legge non subiscono questa clausola vessatoria. Coloro che, avendo cause in corso rimarranno intrappolati .Vorrei ricordare che lo stesso Servizio Studi della Camera ha rilevato che : «Il comma 1-ter introduce una distinzione tra la disciplina applicabile ai giudizi in corso alla data di entrata in vigore delle legge di conversione e quella applicabile alle analoghe violazioni commesse in data anteriore o successiva all’entrata in vigore di tale legge e che non siano oggetto dei predetti giudizi. Al riguardo si osserva come sembri opportuna un’attenta valutazione della distinzione introdotta dalla norma in esame, alla luce del principio di ragionevolezza di cui all’articolo 3 della Costituzione».Un fatto grave.

Come ho detto, siamo riusciti ad impedire, totalmente o parzialmente, alcune scelte del governo, ma questo è ancora insufficiente. Ci sono norme che cancellano quello che avevamo introdotto con il Protocollo del 2007:c’è il ripristino del lavoro a chiamata che noi avevamo tenuto parzialmente, per i soli settori del turismo e dello spettacolo; c’è il ripristino della vecchia normativa sui disabili che era stata migliorata dal Protocollo del luglio 2007; per quanto riguarda l’apprendistato professionalizzante, dalla nuova regolazione sono escluse le Regioni perché si parla solamente di formazione di impresa e si elimina la durata minima di due anni. Tutti sappiamo che la natura particolare del rapporto di apprendistato contempera il lavoro con la formazione: se quest’ultima diventa esclusivamente svolta dall’impresa e non c’è un limite minimo di durata del contratto, avviene – come già sta avvenendo – quella torsione nell’utilizzo dell’apprendistato che è volta a prendere in considerazione una forma di impiego a basso costo, nella quale la formazione sarà svilita e per niente osservata.

Chiamiamolo allora per quello che è;scegliamo – è meglio – un lavoro accessorio, un lavoro a chiamata, piuttosto che fingere che si tratti di apprendistato.

In merito all’orario di lavoro, il diritto al riposo ogni sette giorni viene dilatato fino ad una durata quindicinale, andando contro l’articolo 36 della Costituzione che parla di riposo settimanale.

Se pensiamo al peggioramento delle norme sugli appalti, o alla “semplificazione” che sopprime i libri matricola,il libro presenze e il libro paga, sostituiti dal cosiddetto libro unico del lavoro che renderà più difficili le funzioni ispettive,abbiamo chiara la direzione di marcia impressa dal governo.
E non ho citato tutto, perché c’è la parte della pubblica amministrazione che andrebbe tenuta in considerazione.

[...]

Tutto questo avviene non solo in un contesto economico particolare, ma in un momento nel quale è in corso la trattativa fra le parti sociali sul modello contrattuale.

[...]

Un Welfare dei diritti o un Welfare caritatevole?

La “social card” che viene promessa ai pensionati più poveri, finanziati con i 4 miliardi che si dovrebbero rastrellare con la manovra fiscale su petrolieri e affini, riceverà 200 milioni nel 2008.

A suo tempo, quel miliardo e 200 milioni che il governo Prodi ha distribuito come “quattordicesima” ( per la prima volta a ottobre 2007 e poi tra luglio ed agosto 2008) e che ha riguardato oltre 3 milioni di pensionati che hanno ricevuto mediamente 400 euro, è stato definito da Mario Baldassarri la carità di un euro al giorno. Adesso il loro euro al giorno è diventata una grandissima trovata. Peccato che il nostro euro al giorno sia stato negoziato per sei mesi con le parti sociali ed abbia portato all’individuazione di un nuovo criterio molto semplice ed efficace: non il reddito familiare, ma quello individuale per avere diritto all’aumento. In questo modo le donne hanno potuto godere di questo beneficio che va per il 60% al lavoro dipendente e per il 40% al lavoro autonomo. Lo abbiamo anche collegato ai contributi effettivamente versati, correggendo una impostazione precedente del governo Berlusconi che non considerava le diverse posizioni contributive negli aumenti pensionistici, generando in questo modo forti disuguaglianze. I 200 milioni di Euro promessi con la “social card”(anche se con 200 milioni si fa poca strada, basta fare i conti: perché se sono 400 euro a testa, 200 milioni coinvolgono appena 500 mila persone), a chi andranno? Quali saranno i soggetti coinvolti? Come si considera l’umiliazione di presentarsi con la carta per ottenere gli sconti sui generi di prima necessità , ed essere così identificati come i più poveri nella scala sociale? Non è preferibile un Welfare dei diritti a un Welfare caritatevole?

Tutti questi argomenti ci impongano di fare una opposizione, scevra da aggettivazioni, capace di condurre battaglie che impegnino il governo a dare risposte credibili sui temi sociali.

Facciamo un esempio: il Protocollo del 2007 ha stanziato – e sono soldi coperti e deliberati, firmati da tutti i Ministri che erano coinvolti, a partire da me e Padoa Schioppa – 4 miliardi all’anno per 10 anni a favore dello stato sociale; quanti ne abbiamo spesi?
Un miliardo e 200 milioni per le pensioni più basse, 700 milioni per gli ammortizzatori sociali e 700 milioni per lo “scalone”.
Per arrivare ai 4 miliardi che cosa manca?
Il governo ci deve spiegare come farà a sommare ed armonizzare la detassazione dei premi di produttività e degli straordinari, questi ultimi destinati solo per al settore privato, che ha messo nel conto anche le erogazioni cosiddette liberali, con il Fondo di 650 milioni istituito con il Protocollo del 2007, che decorre dal 1° Gennaio di quest’anno, e che riguarda esclusivamente il salario erogato attraverso il premio di risultato.
[...]
[...]
Quando il governo Berlusconi divide il sindacato e qualcuno non firma, quello va bene: bisogna procedere e mettere sotto accusa; quando c’è una voce contraria dalla parte delle imprese, bisogna fermarsi e riconsiderare i contenuti.
La concertazione è un esercizio complicato, non di parte, che punta ad avere la massima convergenza, anche se in alcune circostanze questa non è detto che si raggiunga.

Il testo completo su: http://www.partitodemocratico.it/gw/producer/dettaglio.aspx?id_doc=60722

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Leader2Leader: il network dei manager non profit italiani

Pubblicato da lavoratorinoprofit su novembre 14, 2008

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(ROMA) Tre milioni di euro per portare a scuola i bimbi rom

Pubblicato da lavoratorinoprofit su settembre 10, 2008

Tre le onlus che si occuperanno della scolarizzazione di oltre 2mila piccoli.

Il Comune di Roma investirà due milioni di euro per la scolarizzazione di 2.016 bambini rom che abitano in città. E saranno le onlus “Arci Solidarietà Lazio”, “Casa dei diritti sociali Focus” e “Ermes cooperativa sociale” a gestire il servizio per l’anno scolastico 2008-2009. Si tratta di nove lotti, ognuno dei quali si occuperà del servizio in uno o più municipi e che si aggiudicheranno le tre onlus. Resterà fuori dunque la Comunità di Capodarco che insieme all’Arci aveva curato la scolarizzazione dei bimbi rom negli ultimi anni.[...]

La notizia completa su Dnews, mercoledì 10 settembre 2008

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Brunetta: un’Italia come gli Usa

Pubblicato da lavoratorinoprofit su agosto 26, 2008

di Pier Paolo Coluccia, su “Aprile on Line” 23 agosto 2008

Per l’articolo completo clicca qui.

E’ ora che il ministro dica chiaramente qual è il suo obiettivo, e cioè che i servizi pubblici vengano interamente privatizzati per consentire profitti a qualcuno già pronto ad entrare nel ricco bussiness, e per consentire quella riduzione delle tasse ai ceti più ricchi che sono lo zoccolo duro della sua maggioranza e che quei servizi privatizzati potranno permettersi di pagare.

In un’intervista di un paio di giorni fa il ministro Brunetta tenta di replicare, col suo solito stile sprezzante ai limiti dell’insulto, alle considerazioni di Epifani sul clima montato nei confronti dei lavoratori. E di quelli pubblici in particolare

Per l’articolo completo clicca qui.

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Privato è bello. Pubblico è meglio?

Pubblicato da lavoratorinoprofit su agosto 8, 2008

a cura di Alice Giannitrapani e Silvia Torti
Il testo completo su: http://www.casadellacultura.it/site/materiali/archivio/lavoro_economia/006_privato.html

Il terzo settore ci salverà?

Dello stato minimale o del nuovo welfare partecipato

Quella del Terzo settore è una realtà consistente numericamente ed economicamente importante. Negli anni, è venuto a crearsi un legame strettissimo tra queste e le politiche sociali dello Stato e degli enti locali, che non possono più farne a meno. Qualcuno le vede come finalizzate alla minimizzazione dell’intervento statale, ma bisogna riconoscerne la capacità innovativa. Ma ci sono altri punti critici: il rapporto con le aziende for profit, ad esempio, o la questione del costo del lavoro.

Secondo incontro:

Il terzo settore ci salverà?

Dello stato minimale o del nuovo welfare partecipato

Quella del Terzo settore è una realtà consistente numericamente ed economicamente importante. Negli anni, è venuto a crearsi un legame strettissimo tra queste e le politiche sociali dello Stato e degli enti locali, che non possono più farne a meno. Qualcuno le vede come finalizzate alla minimizzazione dell’intervento statale, ma bisogna riconoscerne la capacità innovativa. Ma ci sono altri punti critici: il rapporto con le aziende for profit, ad esempio, o la questione del costo del lavoro.

Stefano Zamagni

Il no profit, modello di ordine sociale americano, si fonda sullo scambio di equivalenti nel mercato, attraverso la distribuzione filantropica del “conservatorismo compassionevole”.

Lo stato è di tipo minimale, e la società civile è chiamata, in nome della compassione, a versare risorse che vengono tradotte in servizi da organizzazioni no profit; questo perché in America non c’è una concezione di welfare.

In Europa, invece, il terzo settore si è sviluppato negli ultimi 15-20 anni come braccio operativo dello Stato, che garantisce e gestisce i servizi, il cui vincolo di bilancio stringente, tuttavia, a fronte delle richieste dei portatori di bisogni, lo costringe a dare in gestione ambiti di intervento alle organizzazioni, che l’amministrazione pubblica finanzia tramite prelevamenti fiscali ai cittadini e alle imprese.

[…] Zamagni dice di non riconoscersi in questi due modelli, volti all’abbassamento dei costi e alla filantropia d’impresa, puntando invece sull’arricchimento del modello di ordine sociale, ponendo i concetti di efficienza, per evitare lo spreco di risorse, e di redistribuzione, basandosi sul principio della reciprocità, che va a creare nessi di relazionalità tra le persone.

Mimmo Lucà

[…]

Ricordiamo che le cooperative sociali oggi esistenti sono circa 6.000, che sono un soggetto a carattere economico, ma non a scopo di lucro, spesso nascono da associazioni di volontariato. Il servizio civile volontario, invece, si rivolge a una potenziale popolazione di 30.000 giovani.

La legge quadro evidenzia un sistema nazionale ed integrato di servizi sociali, superando la concezione assistenzialistica, episodicamente svolta dalle istituzioni locali, con discrezionalità rispetto alle prestazioni erogate. La legge punta alla creazione di un sistema integrato di servizi, volto al miglioramento della qualità della vita, del benessere delle persone e della comunità, puntando sull’autonomia dei cittadini e sul loro contributo per il consorzio civile.

All’articolo 16 della 328/00 sono citate le politiche per la famiglia, facendo leva sui concetti di erogazione, in quanto il soggetto famiglia riceve prestazioni, e partecipazione, vedendo la famiglia come soggetto attivo, protagonista nella rete dei servizi.

Come si coinvolgono questi soggetti del terzo settore? Sempre l’articolo 1 richiama gli enti locali, le Regioni e lo Stato a riconoscere le organizzazioni non a scopo di lucro, fondate dai cittadini, chiamati a costituirsi in una dimensione pubblica, supportata dall’amministrazione pubblica.

Dal 1991 a oggi si è verificato un boom nell’emersione delle organizzazioni no profit e delle loro pluralità rappresentative; dalle 61.000 del ’91 si è passati alle 235.000 attuali, secondo i dati ISTAT più recenti. Tutto questo mondo, ci spiega Lucà, si muove con denaro pubblico, assorbendo 3 punti del prodotto interno lordo.

[…]

Bisogna introdurre una distinzione nell’ambito definito genericamente come terzo settore, sapendo che avvalersi di un’organizzazione di volontariato, può comportare il fatto di trovarsi a che fare con operatori volontari, a volte poco qualificati oppure presenti solo saltuariamente, che però è caratterizzata dalla gratuità. Le cooperative sociali, che nella realizzazione di un utile da investire, hanno problemi simili a quelli dell’impresa, sono però più capaci di gestire un’erogazione di servizi complessi.

Amministratori comunali e coloro che promuovono bandi e danno in gestione appalti, che si avvalgono di queste strutture per realizzare un realtà integrata di servizi, devono quindi tenere in considerazione, come gli stessi cittadini, i livelli di complessità di queste realtà differenziate, e devono poter capire i diversi gradi di esigibilità delle prestazioni.

Paola Tubaro

Allo sviluppo del terzo settore, in molti paesi del mondo, negli anni ‘90, si è accompagnata una ritirata dello stato dal sociale, in una fase in cui però i bisogni da soddisfare rimanevano alti e più complessi rispetto al passato. L’estensione del livello di partecipazione, pone l’interrogativo sulle reali capacità dei nuovi enti, nella sostituzione di servizi, forniti in precedenza dallo stato. L’emersione progressiva di realtà non a scopo di lucro, si inserisce quindi in un’ ottica di affiancamento al pubblico o di sostituzione dello stesso nell’erogazione dei servizi?

Ad un welfare pubblico, gestito dall’alto e standardizzato si contrappone l’emersione di realtà più flessibili, maggiormente personalizzate e diversificate, ma la cui produzione di servizi, in quanto realtà private, risulta discrezionale.

Per questo, dice la Tubaro, l’affidamento del welfare ai privati, come avviene negli Stati Uniti, fa emergere il rischio di una mancata copertura universalistica dei diritti del cittadino e dell’instaurazione di disuguaglianze sociali.

La beneficenza non può essere controllata e i donatori, appartenenti ai ceti più abbienti, che dispongono di risorse funzionali e relazionali maggiori, influenzando le scelte delle associazioni. Questo meccanismo, secondo la Tubaro, finisce con l’attribuire poteri addizionali di decisione a chi ha già potere.

[…]

In merito al rapporto del terzo settore col mercato, i problemi di gestione finanziaria portano le associazioni ad avvicinarsi ai modelli di comportamento delle imprese. L’aziendalizzazione del terzo settore, produce il moltiplicarsi di attività commerciali parallele all’attività non commerciale dell’organizzazione, che moltiplicandosi, rischiano però di rendere difficile operare una distinzione tra organizzazioni “no profit” e “for profit”.

A livello legislativo i criteri di differenziazione sono stabiliti dai singoli Stati, e a volte si basano su criteri arbitrari come la soglia delle attività commerciali: ma rimane il problema di come distinguere tra attività commerciali e non, che a volte si sovrappongono.

Il criterio di differenziazione risulta cruciale, in quanto solo le organizzazioni no profit ricevono agevolazioni fiscali.

[…]

L’aziendalizzazione delle organizzazioni no profit prende anche un’altra forma, come quella del pagamento dei servizi da parte degli utenti.

In alcuni paesi alcuni settori cono costituiti al contempo da agenti pubblici, no profit e for profit, che si trovano a cooperare, come nel caso delle università e della sanità statunitense, che operano con strategie molto simili, ma il cui trattamento fiscale cambia, motivo che ha portato a mettere in discussione le agevolazioni concesse al no profit.

L’imitazione del modello dell’impresa, ha portato a collaborazioni ambigue tra no profit e for profit: alcune università americane, per esempio, avevano creato delle partnership per la ricerca con aziende farmaceutiche, queste però, nel momento in cui i risultati della ricerca si sono rivelati diversi e contrapposti agli obiettivi della ricerca, non hanno permesso all’università di renderli noti.

Paola Tubaro mette in guardia anche rispetto ad un altro elemento di conflitto tra aziende e associazioni: il costo del lavoro. Nelle associazioni, le retribuzioni sono in media più basse, a parità di svolgimento delle mansioni, rispetto a un’azienda che svolge lo stesso servizio. Ci sono casi di sfruttamento dei lavoratori, ma più spesso questa differenza è dovuta all’insufficiente formazione specialistica di operatori e amministartori.

Queste organizzazioni sono inoltre improntate di una forte ideologia, religiosa o meno, e chi ne fa parte è mosso dall’idea di battersi per una causa; in questo senso gioca in maniera fondamentale la motivazione dei dipendenti, che è uno dei motivi che favorisce il loro sfruttamento.

Nelle associazioni esiste una larga diffusione di forme di lavoro atipico e vi è larga presenza di volontari e obiettori di coscienza, che dovrebbero affiancare gli operatori con mansioni di sostegno, mentre a volte vi si sostituiscono.

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Al mercato della filantropia

Pubblicato da lavoratorinoprofit su luglio 11, 2008

tratto da “Al mercato della filantropia”
di Cosma Orsi
da “Il Manifesto” del 13 settembre 2005
l’articolo completo può essere letto su : http://www.ecologiasociale.org/

Welfare minimo LA LOTTA ALLA POVERTÀ negli Usa è diventato un grosso affare tanto per le organizzazioni no-profit che per le grandi imprese. Le prime ricevono donazioni da fondazioni private che usano per riprodurre se stesse, le seconde regalano merci poco pregiate in cambio di sgravi fiscali. Parla la filosofa e femminista Theresa Funicello

Poco nota in Italia, Theresa Funicello è invece una figura di spicco nella «teoria critica» statunitense. Filosofa della politica, femminista, attivista per il diritto al welfare per i poveri, nel 1993 ha pubblicato il suo libro più importante, Tirranny of Kindness: Dismantling the Welfare System to End Poverty in America (Atlantic Monthly Press). Alla sua uscita, il Washington Post lo ha definito un libro essenziale per la comprensione del welfare americano degli ultimi 30 anni e della discussione sulla sua riforma sviluppatosi durante gli anni Novanta, mentre il Library Journal lo ha proposto come miglior libro dell’anno. […]

In «Tiranny of Kindness» lei fa riferimento alla carità come una logica mercantile dello sfruttamento della povertà. Può spiegarci in modo più preciso come intende?
È una lunga storia. La povertà negli Stati Uniti è un grosso affare. La maggior parte del denaro che dovrebbe soddisfare le necessità primarie dei milioni di famiglie povere è speso per saziare la sete di denaro di organizzazioni (virtualmente no-profit) guidate da managers professionisti che si dipingono come i paladini dei poveri. Sfortunatamente, il loro unico scopo è quello di intercettare i fondi messi a disposizione dalle fondazioni private e dal governo. Basandosi su dati statistici spesso inesatti o creati ad arte, i manager della povertà si ritengono gli unici ad essere capaci di alleviare questa condizione sociale che coinvolge milioni di persone. La realtà è ben diversa: i poveri rimangono poveri, mentre i managers e i gruppi no-profit che essi dirigono diventano sempre più ricchi e potenti. C’è da dire, inoltre, che la collusione con le multinazionali per lo scambio di donazioni in soldi contanti ha raggiunto limiti imbarazzanti. Lo scambio di favori permette alle multinazionali di disfarsi di prodotti (nella maggior parte dei casi alimentari) avariati, e al tempo stesso di chiedere una riduzione delle tasse. Una delle più grandi catene di supermercati degli Stati uniti, suggerisce alle sue affiliate nell’America centro-orientale: Non Gettate, Donate! I gruppi no-profit che ricevono i beni alimentari pesano le donazioni, calcolano il loro valore in dollari sulla base del tonnellaggio, fornendo alle multinazionali la prova che esse donano. Le multinazionali ricevono sgravi fiscali che raggiungono il doppio del valore di mercato delle merci donate. Le agenzie no-profit raccolgono – a spese del governo, naturalmente – la merce donata, metà della quale prima di essere ripartita tra coloro che esse ci dicono voler aiutare, viene gettate in discariche. Quel poco che rimane da distribuire è igienicamente dubbio e con un valore nutrizionalmente pressoché nullo. Tutti sono contenti perché i poveri sono nutriti. Eccetto i poveri naturalmente!
[…]
Qual è il modello di welfare per cui si batte da più di trent’anni?
Ad essere sincera, sono contraria ad ogni forma di welfare, se con questo termine ci si riferisce al sistema attualmente in vigore negli Stati uniti. Esso infatti implica che chi non ha mezzi a sufficenza per condurre un esistenza dignitosa non può contribuire al bene comune. In altre parole, il modello statunitense di sicurezza sociele deriva da una visione del mondo molto corporate, risponde cioè a logiche imprenditoriali, mercantili. Abbandonare questa prospettiva e favorire la nascita di un visione maggiormente centrata su valori umani è il compito che io e la mia organizzazione ci siamo prefissati. Per ottenere tale scopo è necessario un ripensamento del modo in cui si distribuisce il reddito. Ad esempio, bisognerebbe promuovere politiche publiche capaci di redistribuire una parte della ricchezza alle donne (e alcuni uomini) che dedicano una gran parte della loro esistenza al prestare cure ad altri (caregivers). Per non parlare degli artisti e molte altre categorie la cui attività, pur essendo intrinsecamente produttiva, non produce reddito.
[…]
A seguito della pubblicazione del suo libro nel 1993 alcune delle fondazioni private che lei ha duramente attacato hanno criticato duramente il suo lavoro, al punto che lei ha sostenuto che hanno boicottato il volume…
All’inizio, molti dei giornali e riviste si espressero in termini più che favorevoli. Il Library Journal gli conferì il premio come miglior libro dell’anno, e successivamente Tiranny of Kindness fu persino nominato per la corsa al Premio Pulitizer di quell’anno. Ma al New York Times, che senza esagerare rappresenta una buona fetta del Partito Democratico, e a gran parte di quelle fondazioni private di lotta alla povertà il libro non piacque e hanno dato vita a una vera e propria campagna contro le tesi lì espresse. Poi, ho avuto notizia che alcune associazioni di base hanno avuto pressioni affinché boicottassero il libro: in caso contrario non avrebbe più ricevuto alcuna donazione o fondi per le loro attività. Soltanto alcuni personaggi legati all’intellighenzia della sinistra più radicale – in maggior parte pofessori – continuarono e continuano a richiedere il testo per i loro corsi universitari e alcuni, pochi in verità, conservatori ne tessono le lodi.

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