Lavoro e No Profit

Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!

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Leader2Leader: il network dei manager non profit italiani

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Novembre 14, 2008

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(ROMA) Tre milioni di euro per portare a scuola i bimbi rom

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Settembre 10, 2008

Tre le onlus che si occuperanno della scolarizzazione di oltre 2mila piccoli.

Il Comune di Roma investirà due milioni di euro per la scolarizzazione di 2.016 bambini rom che abitano in città. E saranno le onlus “Arci Solidarietà Lazio”, “Casa dei diritti sociali Focus” e “Ermes cooperativa sociale” a gestire il servizio per l’anno scolastico 2008-2009. Si tratta di nove lotti, ognuno dei quali si occuperà del servizio in uno o più municipi e che si aggiudicheranno le tre onlus. Resterà fuori dunque la Comunità di Capodarco che insieme all’Arci aveva curato la scolarizzazione dei bimbi rom negli ultimi anni.[...]

La notizia completa su Dnews, mercoledì 10 settembre 2008

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Brunetta: un’Italia come gli Usa

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Agosto 26, 2008

di Pier Paolo Coluccia, su “Aprile on Line” 23 agosto 2008

Per l’articolo completo clicca qui.

E’ ora che il ministro dica chiaramente qual è il suo obiettivo, e cioè che i servizi pubblici vengano interamente privatizzati per consentire profitti a qualcuno già pronto ad entrare nel ricco bussiness, e per consentire quella riduzione delle tasse ai ceti più ricchi che sono lo zoccolo duro della sua maggioranza e che quei servizi privatizzati potranno permettersi di pagare.

In un’intervista di un paio di giorni fa il ministro Brunetta tenta di replicare, col suo solito stile sprezzante ai limiti dell’insulto, alle considerazioni di Epifani sul clima montato nei confronti dei lavoratori. E di quelli pubblici in particolare

Per l’articolo completo clicca qui.

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Privato è bello. Pubblico è meglio?

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Agosto 8, 2008

a cura di Alice Giannitrapani e Silvia Torti
Il testo completo su: http://www.casadellacultura.it/site/materiali/archivio/lavoro_economia/006_privato.html

Il terzo settore ci salverà?

Dello stato minimale o del nuovo welfare partecipato

Quella del Terzo settore è una realtà consistente numericamente ed economicamente importante. Negli anni, è venuto a crearsi un legame strettissimo tra queste e le politiche sociali dello Stato e degli enti locali, che non possono più farne a meno. Qualcuno le vede come finalizzate alla minimizzazione dell’intervento statale, ma bisogna riconoscerne la capacità innovativa. Ma ci sono altri punti critici: il rapporto con le aziende for profit, ad esempio, o la questione del costo del lavoro.

Secondo incontro:

Il terzo settore ci salverà?

Dello stato minimale o del nuovo welfare partecipato

Quella del Terzo settore è una realtà consistente numericamente ed economicamente importante. Negli anni, è venuto a crearsi un legame strettissimo tra queste e le politiche sociali dello Stato e degli enti locali, che non possono più farne a meno. Qualcuno le vede come finalizzate alla minimizzazione dell’intervento statale, ma bisogna riconoscerne la capacità innovativa. Ma ci sono altri punti critici: il rapporto con le aziende for profit, ad esempio, o la questione del costo del lavoro.

Stefano Zamagni

Il no profit, modello di ordine sociale americano, si fonda sullo scambio di equivalenti nel mercato, attraverso la distribuzione filantropica del “conservatorismo compassionevole”.

Lo stato è di tipo minimale, e la società civile è chiamata, in nome della compassione, a versare risorse che vengono tradotte in servizi da organizzazioni no profit; questo perché in America non c’è una concezione di welfare.

In Europa, invece, il terzo settore si è sviluppato negli ultimi 15-20 anni come braccio operativo dello Stato, che garantisce e gestisce i servizi, il cui vincolo di bilancio stringente, tuttavia, a fronte delle richieste dei portatori di bisogni, lo costringe a dare in gestione ambiti di intervento alle organizzazioni, che l’amministrazione pubblica finanzia tramite prelevamenti fiscali ai cittadini e alle imprese.

[…] Zamagni dice di non riconoscersi in questi due modelli, volti all’abbassamento dei costi e alla filantropia d’impresa, puntando invece sull’arricchimento del modello di ordine sociale, ponendo i concetti di efficienza, per evitare lo spreco di risorse, e di redistribuzione, basandosi sul principio della reciprocità, che va a creare nessi di relazionalità tra le persone.

Mimmo Lucà

[…]

Ricordiamo che le cooperative sociali oggi esistenti sono circa 6.000, che sono un soggetto a carattere economico, ma non a scopo di lucro, spesso nascono da associazioni di volontariato. Il servizio civile volontario, invece, si rivolge a una potenziale popolazione di 30.000 giovani.

La legge quadro evidenzia un sistema nazionale ed integrato di servizi sociali, superando la concezione assistenzialistica, episodicamente svolta dalle istituzioni locali, con discrezionalità rispetto alle prestazioni erogate. La legge punta alla creazione di un sistema integrato di servizi, volto al miglioramento della qualità della vita, del benessere delle persone e della comunità, puntando sull’autonomia dei cittadini e sul loro contributo per il consorzio civile.

All’articolo 16 della 328/00 sono citate le politiche per la famiglia, facendo leva sui concetti di erogazione, in quanto il soggetto famiglia riceve prestazioni, e partecipazione, vedendo la famiglia come soggetto attivo, protagonista nella rete dei servizi.

Come si coinvolgono questi soggetti del terzo settore? Sempre l’articolo 1 richiama gli enti locali, le Regioni e lo Stato a riconoscere le organizzazioni non a scopo di lucro, fondate dai cittadini, chiamati a costituirsi in una dimensione pubblica, supportata dall’amministrazione pubblica.

Dal 1991 a oggi si è verificato un boom nell’emersione delle organizzazioni no profit e delle loro pluralità rappresentative; dalle 61.000 del ’91 si è passati alle 235.000 attuali, secondo i dati ISTAT più recenti. Tutto questo mondo, ci spiega Lucà, si muove con denaro pubblico, assorbendo 3 punti del prodotto interno lordo.

[…]

Bisogna introdurre una distinzione nell’ambito definito genericamente come terzo settore, sapendo che avvalersi di un’organizzazione di volontariato, può comportare il fatto di trovarsi a che fare con operatori volontari, a volte poco qualificati oppure presenti solo saltuariamente, che però è caratterizzata dalla gratuità. Le cooperative sociali, che nella realizzazione di un utile da investire, hanno problemi simili a quelli dell’impresa, sono però più capaci di gestire un’erogazione di servizi complessi.

Amministratori comunali e coloro che promuovono bandi e danno in gestione appalti, che si avvalgono di queste strutture per realizzare un realtà integrata di servizi, devono quindi tenere in considerazione, come gli stessi cittadini, i livelli di complessità di queste realtà differenziate, e devono poter capire i diversi gradi di esigibilità delle prestazioni.

Paola Tubaro

Allo sviluppo del terzo settore, in molti paesi del mondo, negli anni ‘90, si è accompagnata una ritirata dello stato dal sociale, in una fase in cui però i bisogni da soddisfare rimanevano alti e più complessi rispetto al passato. L’estensione del livello di partecipazione, pone l’interrogativo sulle reali capacità dei nuovi enti, nella sostituzione di servizi, forniti in precedenza dallo stato. L’emersione progressiva di realtà non a scopo di lucro, si inserisce quindi in un’ ottica di affiancamento al pubblico o di sostituzione dello stesso nell’erogazione dei servizi?

Ad un welfare pubblico, gestito dall’alto e standardizzato si contrappone l’emersione di realtà più flessibili, maggiormente personalizzate e diversificate, ma la cui produzione di servizi, in quanto realtà private, risulta discrezionale.

Per questo, dice la Tubaro, l’affidamento del welfare ai privati, come avviene negli Stati Uniti, fa emergere il rischio di una mancata copertura universalistica dei diritti del cittadino e dell’instaurazione di disuguaglianze sociali.

La beneficenza non può essere controllata e i donatori, appartenenti ai ceti più abbienti, che dispongono di risorse funzionali e relazionali maggiori, influenzando le scelte delle associazioni. Questo meccanismo, secondo la Tubaro, finisce con l’attribuire poteri addizionali di decisione a chi ha già potere.

[…]

In merito al rapporto del terzo settore col mercato, i problemi di gestione finanziaria portano le associazioni ad avvicinarsi ai modelli di comportamento delle imprese. L’aziendalizzazione del terzo settore, produce il moltiplicarsi di attività commerciali parallele all’attività non commerciale dell’organizzazione, che moltiplicandosi, rischiano però di rendere difficile operare una distinzione tra organizzazioni “no profit” e “for profit”.

A livello legislativo i criteri di differenziazione sono stabiliti dai singoli Stati, e a volte si basano su criteri arbitrari come la soglia delle attività commerciali: ma rimane il problema di come distinguere tra attività commerciali e non, che a volte si sovrappongono.

Il criterio di differenziazione risulta cruciale, in quanto solo le organizzazioni no profit ricevono agevolazioni fiscali.

[…]

L’aziendalizzazione delle organizzazioni no profit prende anche un’altra forma, come quella del pagamento dei servizi da parte degli utenti.

In alcuni paesi alcuni settori cono costituiti al contempo da agenti pubblici, no profit e for profit, che si trovano a cooperare, come nel caso delle università e della sanità statunitense, che operano con strategie molto simili, ma il cui trattamento fiscale cambia, motivo che ha portato a mettere in discussione le agevolazioni concesse al no profit.

L’imitazione del modello dell’impresa, ha portato a collaborazioni ambigue tra no profit e for profit: alcune università americane, per esempio, avevano creato delle partnership per la ricerca con aziende farmaceutiche, queste però, nel momento in cui i risultati della ricerca si sono rivelati diversi e contrapposti agli obiettivi della ricerca, non hanno permesso all’università di renderli noti.

Paola Tubaro mette in guardia anche rispetto ad un altro elemento di conflitto tra aziende e associazioni: il costo del lavoro. Nelle associazioni, le retribuzioni sono in media più basse, a parità di svolgimento delle mansioni, rispetto a un’azienda che svolge lo stesso servizio. Ci sono casi di sfruttamento dei lavoratori, ma più spesso questa differenza è dovuta all’insufficiente formazione specialistica di operatori e amministartori.

Queste organizzazioni sono inoltre improntate di una forte ideologia, religiosa o meno, e chi ne fa parte è mosso dall’idea di battersi per una causa; in questo senso gioca in maniera fondamentale la motivazione dei dipendenti, che è uno dei motivi che favorisce il loro sfruttamento.

Nelle associazioni esiste una larga diffusione di forme di lavoro atipico e vi è larga presenza di volontari e obiettori di coscienza, che dovrebbero affiancare gli operatori con mansioni di sostegno, mentre a volte vi si sostituiscono.

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Al mercato della filantropia

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 11, 2008

tratto da “Al mercato della filantropia”
di Cosma Orsi
da “Il Manifesto” del 13 settembre 2005
l’articolo completo può essere letto su : http://www.ecologiasociale.org/

Welfare minimo LA LOTTA ALLA POVERTÀ negli Usa è diventato un grosso affare tanto per le organizzazioni no-profit che per le grandi imprese. Le prime ricevono donazioni da fondazioni private che usano per riprodurre se stesse, le seconde regalano merci poco pregiate in cambio di sgravi fiscali. Parla la filosofa e femminista Theresa Funicello

Poco nota in Italia, Theresa Funicello è invece una figura di spicco nella «teoria critica» statunitense. Filosofa della politica, femminista, attivista per il diritto al welfare per i poveri, nel 1993 ha pubblicato il suo libro più importante, Tirranny of Kindness: Dismantling the Welfare System to End Poverty in America (Atlantic Monthly Press). Alla sua uscita, il Washington Post lo ha definito un libro essenziale per la comprensione del welfare americano degli ultimi 30 anni e della discussione sulla sua riforma sviluppatosi durante gli anni Novanta, mentre il Library Journal lo ha proposto come miglior libro dell’anno. […]

In «Tiranny of Kindness» lei fa riferimento alla carità come una logica mercantile dello sfruttamento della povertà. Può spiegarci in modo più preciso come intende?
È una lunga storia. La povertà negli Stati Uniti è un grosso affare. La maggior parte del denaro che dovrebbe soddisfare le necessità primarie dei milioni di famiglie povere è speso per saziare la sete di denaro di organizzazioni (virtualmente no-profit) guidate da managers professionisti che si dipingono come i paladini dei poveri. Sfortunatamente, il loro unico scopo è quello di intercettare i fondi messi a disposizione dalle fondazioni private e dal governo. Basandosi su dati statistici spesso inesatti o creati ad arte, i manager della povertà si ritengono gli unici ad essere capaci di alleviare questa condizione sociale che coinvolge milioni di persone. La realtà è ben diversa: i poveri rimangono poveri, mentre i managers e i gruppi no-profit che essi dirigono diventano sempre più ricchi e potenti. C’è da dire, inoltre, che la collusione con le multinazionali per lo scambio di donazioni in soldi contanti ha raggiunto limiti imbarazzanti. Lo scambio di favori permette alle multinazionali di disfarsi di prodotti (nella maggior parte dei casi alimentari) avariati, e al tempo stesso di chiedere una riduzione delle tasse. Una delle più grandi catene di supermercati degli Stati uniti, suggerisce alle sue affiliate nell’America centro-orientale: Non Gettate, Donate! I gruppi no-profit che ricevono i beni alimentari pesano le donazioni, calcolano il loro valore in dollari sulla base del tonnellaggio, fornendo alle multinazionali la prova che esse donano. Le multinazionali ricevono sgravi fiscali che raggiungono il doppio del valore di mercato delle merci donate. Le agenzie no-profit raccolgono – a spese del governo, naturalmente – la merce donata, metà della quale prima di essere ripartita tra coloro che esse ci dicono voler aiutare, viene gettate in discariche. Quel poco che rimane da distribuire è igienicamente dubbio e con un valore nutrizionalmente pressoché nullo. Tutti sono contenti perché i poveri sono nutriti. Eccetto i poveri naturalmente!
[…]
Qual è il modello di welfare per cui si batte da più di trent’anni?
Ad essere sincera, sono contraria ad ogni forma di welfare, se con questo termine ci si riferisce al sistema attualmente in vigore negli Stati uniti. Esso infatti implica che chi non ha mezzi a sufficenza per condurre un esistenza dignitosa non può contribuire al bene comune. In altre parole, il modello statunitense di sicurezza sociele deriva da una visione del mondo molto corporate, risponde cioè a logiche imprenditoriali, mercantili. Abbandonare questa prospettiva e favorire la nascita di un visione maggiormente centrata su valori umani è il compito che io e la mia organizzazione ci siamo prefissati. Per ottenere tale scopo è necessario un ripensamento del modo in cui si distribuisce il reddito. Ad esempio, bisognerebbe promuovere politiche publiche capaci di redistribuire una parte della ricchezza alle donne (e alcuni uomini) che dedicano una gran parte della loro esistenza al prestare cure ad altri (caregivers). Per non parlare degli artisti e molte altre categorie la cui attività, pur essendo intrinsecamente produttiva, non produce reddito.
[…]
A seguito della pubblicazione del suo libro nel 1993 alcune delle fondazioni private che lei ha duramente attacato hanno criticato duramente il suo lavoro, al punto che lei ha sostenuto che hanno boicottato il volume…
All’inizio, molti dei giornali e riviste si espressero in termini più che favorevoli. Il Library Journal gli conferì il premio come miglior libro dell’anno, e successivamente Tiranny of Kindness fu persino nominato per la corsa al Premio Pulitizer di quell’anno. Ma al New York Times, che senza esagerare rappresenta una buona fetta del Partito Democratico, e a gran parte di quelle fondazioni private di lotta alla povertà il libro non piacque e hanno dato vita a una vera e propria campagna contro le tesi lì espresse. Poi, ho avuto notizia che alcune associazioni di base hanno avuto pressioni affinché boicottassero il libro: in caso contrario non avrebbe più ricevuto alcuna donazione o fondi per le loro attività. Soltanto alcuni personaggi legati all’intellighenzia della sinistra più radicale – in maggior parte pofessori – continuarono e continuano a richiedere il testo per i loro corsi universitari e alcuni, pochi in verità, conservatori ne tessono le lodi.

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