Lavoro e No Profit

Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!

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Nasce la Fondazione Roma Sapienza

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 31, 2008

Nasce la Fondazione Roma Sapienza

Mercoledì 16 luglio 2008 si è riunito per la prima volta il Consiglio scientifico. Deliberata la promozione di borse per studenti e laureati

La Fondazione, nata a dicembre scorso per volontà del Rettore, non persegue fini di lucro e destina tutte le sue risorse al raggiungimento degli scopi istituzionali quali diffondere la conoscenza, promuovere e sviluppare la ricerca nei più diversi e importanti settori scientifici. In questo senso la Fondazione è di supporto alle attività di didattica e ricerca scientifica, ma non sostitutiva della Sapienza in quanto istituzione universitaria pubblica. Particolare attenzione è riservata alle nuove tecnologie e alla sperimentazione senza però trascurare il campo umanistico, storico e filosofico. Obiettivo focale sarà sostenere gli studenti particolarmente meritevoli nel loro percorso universitario e contribuire a far raggiungere ai migliori laureati i propri obiettivi di lavoro e di ricerca, incentivando, in entrambi i casi, gli studiosi all’ottenimento di risultati eccellenti.
Il progetto, che ha visto un iter piuttosto complesso nel quale è stato fondamentale il ruolo decisionale del Consiglio di amministrazione della Sapienza, ha portato all’unificazione di realtà già esistenti all’interno dell’Università quali le fondazioni: “Franco Benedetti”, “Guido Castelnuovo”, “Luigi Gabioli”, “Giovanni Gentile”, “Teresa Gianoli Virgili”, “Giovanni Maggi”, “Guido Mancini” ed “Ettore Rolli” mantenendone gli scopi e realizzando una razionalizzazione nell’utilizzo dei fondi.

Viste le alte finalità intellettuali e di sostegno economico degli studenti meritevoli perseguite mediante l’assegnazione di premi e borse di studio in denaro, la Fondazione si è dotata di un numero di conto corrente (n. 208.23, presso la Banca Monte dei Paschi di Siena) per chi volesse contribuire con donazioni.

tratto dal sito: http://www.uniroma1.it

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Le Fondazioni universitarie e il caso Scuola Normale di Pisa (2005)

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 31, 2008

Le Fondazioni universitarie e il caso Scuola Normale di Pisa.

COBAS – PUBBLICO IMPIEGO
http://www.pubblicoimpiego.cobas.it/Pubblico_impiego/Documentazione/Documenti/Fondazioni%20universitarie.doc.

A distanza di qualche anno dall´emanazione di leggi e decreti che permettono agli Atenei di costituire fondazioni, associazioni e società di natura privata, è necessario fare un bilancio sulle prospettive future a partire da un riepilogo delle normative che nell´arco degli ultimi anni sono state varate dai vari governi di centro sinistra e di centro destra.
Con l´articolo 59 comma 3 della legge 388 del 2000, legge finanziaria 2001, è stata introdotta la possibilità per le università di costituire fondazioni di diritto privato con la partecipazione di enti e amministrazioni pubbliche e soggetti privati.
Le finalità delle fondazioni sono tese a realizzare l´acquisizione di beni e servizi alle migliori condizioni di mercato, nonché per lo svolgimento delle  attività strumentali di supporto alla ricerca e alla didattica.
Con il DPR n° 254 del maggio 2001, è stato emanato il regolamento recante criteri e modalità per la costituzione di fondazioni universitarie di diritto privato, definendo le tipologie di attività attribuibili alle fondazioni: dal reperimento di fondi esterni per la didattica e la ricerca, alle attività di gestione dei servizi, del patrimonio immobiliare, e alle modalità di assunzione del personale.
Con l´art.28 della legge n° 448 del 28/12/2001, Legge Finanziaria 2002, “trasformazione e soppressione di enti pubblici”, si è verificata un´ulteriore accelerata alla privatizzazione degli enti pubblici.
In alcuni casi la legge autorizza direttamente il Governo, di concerto con i Ministeri, a creare direttamente società o fondazioni di diritto privato, attraverso anche l´accorpamento con altri enti ed organismi simili o addirittura  ricorrendo alla soppressione e messa in liquidazione di strutture fino ad oggi pubbliche.

Fino ad oggi solo pochi Atenei hanno costituito delle fondazioni di diritto privato (Milano politecnico, Salerno, Bologna, Roma policlinico, Venezia), trovando l´opposizione del personale tecnico amministrativo e di qualche docente (veramente pochi), o almeno della parte più attenta e sensibile del personale universitario, preoccupato per la feroce trasformazione della università in una azienda di natura privata , processo da cui scaturirebbe lo smantellamento dei servizi pubblici.
La fondazione rientra a pieno titolo nel forte ridimensionamento della Pubblica amministrazione, decreti legislativi come il 165/2001, sembrano essere costruiti apposta per ridurre gli organici, gli investimenti e procedere sulla strada di aziendalizzazione e privatizzazione.

Da notare come vi sia una continuità d´intenti tra i vari governi che hanno varato le leggi e i decreti sopra citati, se i governi di centro sinistra hanno aperto le porte, il governo di centro destra le ha spalancate, entrambi coltivando lo stesso obiettivo:  lo smantellamento del servizio pubblico e con esso dei dipendenti pubblici. Se entrambi gli schieramenti si muovono nell´alveo del dlgs. 165/2001, immaginiamoci come nei prossimi anni applicheranno la legge Biagi, ovvero il dlgs
n° 276/2003, essa diverrà la bibbia del lavoro (o meglio del non lavoro e della precarietà), alla quale attenersi scrupolosamente.

Quanto sopra prende l’esempio dal processo di privatizzazione avviato nell´ultimo decennio negli enti locali, che ha portato allo smembramento di tutta una serie di servizi sociali: il servizio idrico, le farmacie comunali, la raccolta dei rifiuti, i servizi cimiteriali, i servizi a domanda individuale, asili nido, trasporti, refezione, solo per citarne alcuni. Con la parola d´ordine che “privato è meglio”, in quanto offre servizi efficienti, di migliore qualità a minor costo. Niente di più falso, la qualità e l´efficienza dei servizi nella maggior parte dei casi è peggiorata, ed alla promessa della diminuzione dei costi, a corrisposto un aumento delle tariffe e uno sfruttamento maggiore dei lavoratori, non solo, spesso nelle gestioni miste pubblico-privato, i primi hanno dovuto sanare i buchi di bilancio che si secondi hanno causato, aggiungendo al danno la beffa.

Nell´Università la situazione non è migliore, i continui tagli perpetrati al fondo di finanziamento ordinario, il reiterato blocco delle assunzioni finiscono con essere il pretesto per giustificare, e motivare, la scelta delle fondazioni di diritto privato, strumento necessario, dicono loro, per reperire finanziamenti esterni, individuando nelle banche e nelle industrie i soggetti principali a cui fare riferimento unitamente ad altri enti pubblici quali Comuni, Provincie, Regioni.

Oltre a reperire finanziamenti esterni, le fondazioni verrebbero utilizzate nella gestione della macchina universitaria come un´opportunità per aggirare le norme  previste per le amministrazioni pubbliche, affidandogli la gestione dei servizi, dei beni immobili, e del personale che vi opera. La fondazione, per sua natura, non è obbligata, come l´Amministrazione pubblica, a bandire le gare per l´acquisto di beni o servizi, per assegnare la manutenzione e/o la ristrutturazione degli immobili, inoltre, può non bandire concorsi pubblici per assumere il personale.

I pericoli sono evidenti, come abbiamo detto in precedenza, con le fondazioni si attuerebbe quel disegno ormai comune, tanto al centro sinistra quanto al centro destra, di privatizzare l´università, di esternalizzare tutti i servizi, ivi compreso il personale tecnico amministrativo che vi opera, l´unico, insieme agli studenti e ai ricercatori, a pagarne le conseguenze. A salvarsi potrebbero essere i soli ordinari magari ricorrendo ad una nutrita e trasversale presenza in Parlamento, ma a perderci saranno tutti gli altri e soprattutto una ricerca condotta non a scopi di lucro.

La normativa per la costituzione delle fondazioni, prevede che il consiglio di amministrazione della stessa, sia nominato nella sua maggioranza dall´ente di riferimento,  di conseguenza i docenti presenti nel C. d A. delle fondazioni  potranno assegnare incarichi di consulenza o altro a loro stessi o ad altri colleghi stabilendo anche la cifra da percepire.

Fortunatamente non tutti i docenti vedono nelle fondazioni la soluzione ai mali che affliggono l´università, al contrario intravedono seri pericoli nei finanziamenti che arriverebbero dai privati e che potrebbero condizionare la libertà della didattica e della ricerca, rendendole subalterne alle  logiche e agli interessi di mercato. E sono proprio questi docenti critici i soggetti da coinvolgere, al pari di studenti, personale tecnico ed amministrativo, ricercatori e precari a vario titolo, in un movimento contro le fondazioni per rilanciare l´investimento pubblico nella ricerca e nel settore universitario.Le industrie, che in tutti questi anni pochissimo ben pochi fondi nella ricerca e l´innovazione sicuramente meno che in ogni altro paese a capitalismo avanzato, con le fondazioni avrebbero la possibilità di sfruttare strutture, laboratori e ricercatori per le loro finalità; già oggi con i soldi pubblici si fanno esperimenti e ricerche che poi in ambito privato diventano fonte di business, immaginiamoci allora cosa potrebbe accadere con le Fondazioni. Tutto ciò accade in palese violazione della Costituzione che all´art. 9 recita: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica (…)”, e l´articolo 33 “L´arte e la scienza sono libere e libero ne è l´insegnamento. (…) Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi orientamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello stato”.

Questi cambiamenti avranno poi ripercussioni negative sia per la componente studentesca che per il personale tecnico amministrativo. Per gli studenti la privatizzazione dell´università, comporterà un ulteriore aumento delle tasse universitarie e un aumento delle tariffe dei servizi a loro rivolti,  in linea con quanto si è verificato negli enti locali. Preoccupa inoltre, la presenza del privato investitore, il cui interesse ad investire, non potrà non avere ricadute opportunistiche, anche nella attività di ricerca e di formazione, peggiorandone la qualità. Di fronte ad un peggioramento dell´offerta formativa, sempre più si ricorrerà ai corsi di specializzazione post laurea e master, attività che gestirebbero le fondazioni in quanto molto redditizie, ma molto penalizzanti per gli studenti, in quanto non tutti avranno la possibilità di pagarsi onerosi master.

Come più volte abbiamo detto, le fondazioni nascono con lo scopo di acquisire e gestire attività strumentali di supporto alla ricerca e alla didattica, beni e servizi. Di conseguenza i servizi fino ad ora svolti direttamente dalle università possono, o meglio devono essere passati alle fondazioni, e il personale tecnico e amministrativo in base alla dlgs 165/2001 che fa riferimento all´articolo 2112 del c.c. (trasferimento d´azienda), è obbligato a passare alle dipendenze della fondazione, pena la messa in mobilità e il successivo licenziamento. Il passaggio sotto la fondazione comporta anche la trasformazione della propria tipologia contrattuale e la conseguente perdita dello status di dipendente pubblico, dei diritti e delle tutele conquistati con anni di lotte, per aderire ad un meglio e per ora inesistente CCNL delle fondazioni, più verosimilmente verranno utilizzati, come nelle università private, contratti individuali, con qualche tutela (forse), per gli ex-dipendenti pubblici, aperti invece alle peggiori forme di flessibilità e precariato per i nuovi assunti.

In questo quadro di strisciante privatizzazione della Università, la gloriosa Scuola Normale Superiore di Pisa non vuole essere di meno, e si sta materializzando la costituzione della fondazione Scuola Normale.
Principale promotore, il Direttore della Normale Prof. Salvatore Settis, colui che tanto ha detto e ha fatto per la difesa dei beni culturali, contro ogni forma di privatizzazione e/o svendita, paladino dell´art. 9 della Costituzione, lo stesso articolo che altri suoi illustri colleghi citano a difesa dello sviluppo della cultura e della ricerca pubblica. Per evitare  quanto è accaduto nelle altre università, dove si sono costituite le fondazioni, la R.S.U. della Scuola Normale ha organizzato una conferenza dibattito sul tema, invitando tutte le componenti della Scuola, ad un primo confronto cercando, innanzitutto, di fare informazione e sensibilizzazione su un argomento di cui ancora poco si sa. L´iniziativa ha riscosso un buon successo di partecipazione, soprattutto tra il personale tecnico amministrativo, pochi docenti, sono emerse le preoccupazioni per il futuro dei servizi e del ruolo che il personale tecnico amministrativo occupa all´interno della università,

A distanza di pochi giorni dalla conferenza organizzata dalla R.S.U., il Direttore della Scuola ha sentito il bisogno di convocare tutte le componenti della Scuola docenti, personale tecnico amministrativo e ricercatori, esclusi gli studenti (perché??), per illustrare il modello di fondazione Scuola Normale, nonchè i futuri assetti organizzativi  della Scuola. E visto che al prof Settis preme tanto, anche a noi, l´autonomia intellettuale del corpo studentesco non capiamo la ragione per la quale escludere gli studenti da un dibattito che li riguarda direttamente e che cambierà quel clima aureo interno alla scuola descritto dal Direttore nella intervista (Quale eccellenza?) edita dalla casa editrice Laterza.

La introduzione  di Settis si è soffermata sulle prospettive di sviluppo della Scuola (ma già nella citata intervista Settis collegava le modifiche Statutarie all´allargamento dei percorsi formativi volgendo lo sguardo Oltre Oceano visto il modello americano continua ad affascinare il Direttore come del resto larghi settori del centrosinistra), che continua ad espandersi aumentando il numero degli studenti e gli  stessi investimenti nella ricerca. Ma quando il Direttore ha trattato i problemi legati all´organizzazione della Normale, con il solito corollario di critiche al Governo forse per trovare consensi nel personale e nella parte sindacale, la sola ricetta prospettata è stata quella di ridurre le spese per il personale tecnico amministrativo proprio come il Governo da lui criticato che pensa di rilanciare l´industria italiana solo riducendo il costo del lavoro. Per Settis le spese per il personale sono dunque eccessive a confronto con le altre Scuola di eccellenza, il  SISSA di Trieste e la Scuola S. Anna di Pisa, anzi il problema sta proprio nell´eccessivo numero del personale di ruolo, 203 dipendenti, contro i 72 del SISSA e gli 85 del S. Anna; la ricetta prospettata è quella di ridurre il più possibile le assunzioni a tempo indeterminato, di esternalizzare servizi e in questo modo guadagnando maggiori finanziamenti dal Ministero e dal Governo.
Ma la ricetta Settis non si è fermata alla cura neoliberista, ha infatti il progetto della fondazione Scuola Normale facendosi egli stesso garante della libera scelta (passare alla fondazione o rimanere legati all´Università) del personale tecnico amministrativo che, bontà sua, non sarà costretto ad optare per la Fondazione per la nascita della quale poco conta l´opinione contraria di tutto il personale e delle sigle sindacali presenti nella Scuola. Ma le promesse del Prof. Settis non hanno tranquillizzato il personale (visto che si vorrebbe approvare una riorganizzazione dei servizi sulla quale il parere della Rsu è negativo) che anzi viene additato come un vero e proprio impedimento per la crescita della Normale per la quale invece si prospetta il modello  S. Anna (altra scuola di eccellenza Pisana) con solo 85 dipendenti di ruolo ma ben 260 co.co.co (il doppio di quelli presenti alla Normale). In merito al modello di fondazione che la Scuola intende costituire, le preoccupazioni aumentano ulteriormente, anche per le inesattezze dette dallo stesso Direttore, la normativa infatti autorizza l´ente di riferimento a nominare la maggioranza del C. d A., non la sua totalità.  Nessuno può garantire che con la Fondazione i soci privati (in primis il grande capitale finanziario e industriale) non facciano il bello e il cattivo tempo snaturando lo stesso ruolo per la quale la Scuola è nata e ha resistito ai bui anni del Fascismo e alle destituzioni ministeriali di Direttori scomodi come Luigi Russo. Le fondazioni, sempre secondo la normativa, nascono per acquistare beni e gestire servizi, e nessuno può impedire, ad un futuro Direttore della Scuola, appoggiato dalla maggioranza dell´organo di governo della Scuola Normale, il Consiglio Direttivo, di passare alla fondazione i servizi attualmente gestiti internamente, ed il personale che vi opera.
Le garanzie date dall´attuale Direttore sono legate alla sua presenza ma terminato il mandato o passato ad altro incarico (magari Ministro dei beni culturali come vorrebbero alcuni illustri sponsor istituzionali), nessuno potrà impedire che alla Fondazione transitino tutti i servizi (magari per una ulteriore riduzione dei costi)

Il Prof. Settis, sa bene cosa siano Le Fondazioni e che cosa esse rappresentino, le sue garanzie servono a poco . Quello che conta è la netta opposizione del personale, di molti ricercatori e studenti , un fronte da cui ripartire per progettare una idea diversa della Università, del lavoro pubblico e della stessa ricerca
Il nostro invito va a  tutte le componenti, personale tecnico amministrativo, docenti e studenti, che credono ancora in un´ università pubblica e a tutti coloro che credono ancora nel servizio pubblico: urge mobilitarsi ed organizzarsi per impedire la privatizzazione del sapere, l´ingabbiamento della ricerca e la trasformazione delle Università in aziende.

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Fondazioni Universitarie: un pericolo che viene da lontano

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 8, 2008

Fondazioni Universitarie: un pericolo che viene da lontano (18 maggio 2005)
di Vincenzo Greco
dal sito: http://www.girodivite.it

Sono nove le Fondazioni Universitarie in Italia. Tra i soci fondatori anche Istituti bancari ed enti pubblici. Accorgersi solo ora della progressiva privatizzazione delle università è un errore. Si tratta di un processo che fonda le sue radici in una serie di atti normativi: la legge 168 di istituzione del MURST e di fuoruscita dal sistema della pubblica istruzione; la revisione degli ordinamenti didattici; la cancellazione del diritto allo studio con l’abolizione del presalario e con la progressiva chiusura delle case dello studente; la Finanziaria del 1994 che introduce il finanziamento a budget per le Università, ne vincola la spesa per il personale al 90% dell’ammontare dei finanziamenti, sancisce l’abolizione della pianta organica nazionale e riduce quelle di Ateneo; la legge 29 del 1993 che stabilisce la privatizzazione del rapporto di lavoro dei cosiddetti “non docenti”; il primo contratto nazionale di lavoro privatizzato del 1994 -1997; le autonomie didattiche e i nuovi percorsi formativi; il regolamento attuativo dell’art.59; l’articolo 29 della finanziaria 2002. Emerge, dunque, un percorso lineare e sostanzialmente coerente con i propositi di privatizzazione delle “riforme” Ruberti, denunciati dagli studenti della “Pantera” alla fine degli anni ottanta.
Ma per quale motivo le Fondazioni?
La risposta la troviamo nell’art. 1 del DPR 254 del 2001 che individua la Fondazione come strumento di riorganizzazione del sistema universitario e di privatizzazione dell’istruzione pubblica, e definisce in dettaglio le attività e i servizi che potranno essere esternalizzati alle fondazioni; sono, praticamente, tutte quelle attualmente svolte dalle Università: dall’acquisto di beni e servizi, agli uffici tecnici, centri di calcolo, centri informatici e altri servizi messi in campo in questi anni come incubatori e acceleratori d’impresa ecc. ecc., compresa l’attività formativa (master) e inoltre i servizi per il diritto allo studio fin qui gestiti dalle Regioni.

Per la comprensione del problema può essere utile rileggere la dichiarazione del leghista Flavio Rodeghiero. “Allo stato attuale – scrive il parlamentare – tra l’ambiente universitario e quello privato non esistono stabili rapporti di collaborazione. I recenti sviluppi normativi – continua Rodeghiero – hanno individuato nelle Fondazioni Universitarie i nuovi strumenti cui le Università dovranno ricorrere per favorire la nascita ed il consolidamento di tali rapporti, nonché per ampliare le fonti del loro finanziamento…..Attraverso la Fondazione sarà possibile realizzare opere e finanziare spese che attualmente – conclude il parlamentare – sono precluse o intralciate dai regolamenti di contabilità dell’Università”. Poco convincente appare il parlamentare leghista quando afferma che “la ricerca di fonti di autofinanziamento” non significa, per lo Stato, rinunciare “al suo impegno per assicurare e garantire un completo e sufficiente alto livello di formazione universitaria”. In realtà si prepara l’uscita dello Stato dalla gestione universitaria.

E chiarificatore appare un articolo pubblicato su “Il Sole 24 Ore” nell’ottobre del 2003. “I servizi informatici, la gestione delle biblioteche – scrive Luca Perfetti di Urbino – potrebbero essere tranquillamente conferiti, con i beni ed il personale relativo, in società partecipate in misura maggioritaria dalle università. Altrettanto dicasi, sul modello della Consip spa, per gli approvvigionamenti, e sul modello di patrimonio dello Stato Spa, per la proprietà degli immobili”. Si otterrebbe, per l’articolista, un duplice scopo: dimettere i servizi non funzionali alle attività istituzionali e valorizzare gli altri.

E continua: “negli stessi termini a ‘società veicolo’ delle università potrebbero essere affidati la formazione e l’aggiornamento, diversi dalla didattica universitaria. Servizi che, in virtù del controllo dell’Università sulle società, potrebbero essere affidati direttamente e senza gara secondo gli schemi degli appalti in house”. Una valutazione errata del problema secondo la quale la libertà di ricerca e di insegnamento verrebbero salvaguardate. Al ridursi del finanziamento statale si potrebbe, infatti, essere costretti a sopperire con la ricerca di fondi privati, che in Ingegneria porterebbe ad un totale asservimento a logiche di profitto immediato (l’Università come centro di progettazione a basso costo). Non a caso già oggi l’industria italiana non investe nulla su ricerca e sviluppo che comporti un, sia pur minimo, rischio.

Un futuro a tinte fosche per il personale tecnico amministrativo. L’opzione ‘Fondazione’ comporterà il trasferimento, alla nuova struttura di diritto privato, del personale universitario, la loro fuoriuscita dal sistema contrattuale pubblico e delle Università senza garanzie né certezze di stabilità di lavoro e un primo massiccio taglio agli organici degli atenei. La già accesa competitività degli atenei diventerà una vera e propria guerra per la sopravvivenza in cui le Università più grandi e ricche potranno ‘galleggiare’ rinunciando a gran parte delle loro funzioni e mettendo nelle mani dell’impresa il potere di orientare didattica e ricerca pubblica; mentre le piccole potranno solo tentare di associarsi in Fondazioni per non affondare nella palude del degrado e della dequalificazione. Toccherà alla contrattazione sindacale individuare il contratto collettivo a cui riferire i rapporti di lavoro dei lavoratori esternalizzati alle Fondazioni; e dovrà farlo nell’intervallo che va dalla costituzione delle Fondazioni alla scadenza del contratto collettivo di lavoro di provenienza.

Il secondo ordine di problemi riguarda l’effettiva necessità di spostare questi lavoratori fuori dal contratto Università sapendo le conseguenze: perdita dei diritti e di sicurezza del lavoro, oppure trasferimento ad altro contratto collettivo privato peggiorativo dei trattamenti o, peggio ancora, a un contratto collettivo di fondazione, sul modello dei contratti delle Università private.

Il terzo ordine di problema riguarda i nuovi assunti delle fondazioni che non potranno certo essere abbandonati ai contratti di lavoro individuali o a contratti con trattamenti inferiori e/o con minori diritti di quello dell’Università. Allora perché il governo vuole fare queste operazioni? “La motivazione ufficiale – scrive l’avvocato Balsi – si basa sull’equazione ‘privato=efficiente’, dove la misura dell’efficienza è esclusivamente finanziaria. La motivazione vera più verosimile è che non si possono operare drastici tagli alle tasse solo sulla base di un recupero di efficienza dello Stato, a parità di servizi. L’unico modo- conclude Balsi – è tagliare ambiti in cui opera lo Stato, voci di bilancio tout-court e, dunque, servizi”.

Finora sono nove le Fondazioni universitarie. Tra non molto, nel gruppo dei ristretti, entrerà, anche, la Scuola Normale di Pisa. Fortunatamente ancora poche rispetto al numero di Atenei esistenti sul territorio. La ricostituzione dell’asse Moratti-Tremonti dovrebbe, però, ridare fiato e vigore ad un vecchio, e mai abbandonato, disegno filosofico.

Sono gli stessi che, il 1° marzo 2002, scrissero l’articolo, a due mani, “Ricerca, un impegno del governo” comparso su “Il Corriere della Sera”. Tra “gli obiettivi della riforma” i due rappresentanti governativi inserivano “il principio della trasformazione di strutture dell’amministrazione pubblica in società per azioni e in fondazioni. Un processo – scrivevano – che sarà avviato nei prossimi giorni, a partire dalla graduale trasformazione (dove possibile e dove voluta) delle Università in fondazioni”.

Se il feeling tra i due è ancora forte, assisteremo ad una impennata del processo di privatizzazione delle Università e alla trasformazione delle stesse in Fondazioni.

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Fondazioni e affondamenti

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 30, 2008

Roma, 20 giugno 2008
RdB/CUB Università

Nella manovra finanziaria 2009 torna di prepotenza l’intento di trasformare le Università Pubbliche in Fondazioni di diritto privato (attenzione: non di costituire o partecipare a Fondazioni ma di trasformare gli atenei in Fondazioni !). Saranno i Senati Accademici a deciderlo a maggioranza assoluta, il Ministero darà l’approvazione formale garantendo alle Fondazioni sconti su tasse e imposte nel subentro di titolarità sul patrimonio dell’Università, svincolo dalla regole di bilancio e rendicontazione a cui sono sottoposti gli enti pubblici ma di percepire i finanziamenti pubblici che in questi anni sono stati lesinati colpevolmente all’Università Pubblica. Il personale amministrativo resta sotto Contratto Pubblico fino a scadenza del Contratto in vigore, poi …..si vedrà!

Dunque salta il progetto di riorganizzazione finanziaria che solo l’estate scorsa Tommaso Padoa-Schioppa e Mussi avevano messo in campo per “salvare” l’Università Pubblica (“Patto per l’Università”) messa alle corde da anni di tagli dei finanziamenti e dal fallimento delle “riforme” aziendalistiche e privatistiche del sistema universitario italiano.

Ora affondare le Università Pubbliche è considerato un doveroso atto di eutanasia, ormai l’Università imbarca acqua da tutte le parti, coprire i buchi ed alleggerire il peso dei costi e dalla gestione corporativa e baronale, è impresa ardua. E parte il siluro della trasformazione delle Università in Fondazioni e procede sicuro verso l’Università Pubblica.

La bozza di decreto governativo riporta l’estrema soluzione in articolo rubricato “Facoltà di trasformazione in Fondazioni delle Università” che lascia poco spazio all’immaginazione: dall’autonomia senza strumenti si fa rotta verso l’autarchia senza prospettive, se non quella di alleggerire i bilanci dello stato sacrificando il ruolo pubblico dell’Università.

Sul piano dell’eccellenza Tremonti ha superato Brunetta, il Piano industriale per le pubbliche amministrazioni è già obsoleto, per quel che riguarda le Università la cura è la dismissione e privatizzazione assoluta.

La Fondazione è ente di diritto privato, il personale di cui si dota non appartiene più al pubblico impiego. Lo stesso CCNL pubblico per il personale tecnico amministrativo si applica fino alla scadenza poi c’è stipula di nuovi accordi direttamente con la Fondazione (un contratto nazionale per i dipendenti delle Fondazioni non esiste).

L’istruzione universitaria è già privata. E’ privata delle risorse economiche basilari, delle competenze gestionali, degli investimenti in ricerca, in edilizia ed in servizi per lo studio, e del rinnovo del contratto collettivo che riguarda la metà dei lavoratori strutturati. Privarla anche del ruolo pubblico che ad essa compete vuol dire sacrificare l’interesse generale per l’istruzione, per la formazione superiore e la ricerca di base, sull’altare del mercato o meglio dei corposi interessi di Banche, Confindustria, poteri forti del Paese.

Saranno le imprese a stabilire cosa studiare nei nostri Atenei? Saranno gli investimenti privati a definire le dotazioni organiche? L’instabilità nei flussi finanziari aumenterà ulteriormente la precarietà lavorativa? Aumenteranno le tasse per gli studenti al fine di coprire i costi? Il contratto di lavoro verrà contrattato individualmente? Saremo esposti alla disciplina dei licenziamenti collettivi?

No all’affondamento dell’Università Pubblica !
No alle Fondazioni di diritto privato !
Passa dalla tua parte ! Sostieni e iscriviti a RdB !

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