Lavoro e No Profit

Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!

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Finanziare la “welfare community” il nuovo ruolo delle Fondazioni

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Febbraio 18, 2009

Finanziare la “welfare community” il nuovo ruolo delle Fondazioni
Un settore d´intervento cruciale per l´esaurirsi delle risorse pubbliche dedicate all´assistenza
di Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele
(Presidente Fondazione Roma)
l’articolo completo su Repubblica “Affari e Finanza”

Il complesso sistema di welfare costruito nei secoli, in Europa, grazie alla concezione scaturente anche dalla tradizione cristiana, è entrato in crisi perché lo Stato non ha più la capacità, attraverso le risorse dei bilanci pubblici, di fronteggiare le esigenze sempre crescenti avanzate dalla società civile. Da tempo questo problema è oggetto di interrogativi, e si confrontano le posizioni di chi vede come soluzione una svolta di tipo neo-liberista che, favorendo l´espansione del mercato, ipotizza di trarre, dalle crescenti risorse generate, i mezzi atti a dare le risposte in quei campi, e chi, invece, partendo dall´esigenza prioritaria di redistruibire, a volte ancor prima di crearla, la ricchezza, si affanna ad attribuire allo Stato ruoli che ragionevolmente esso non può più assolvere.
In questa manifesta dicotomia, sta prendendo spazio una posizione che sicuramente possiede le premesse per poter affrontare questo problema. Faccio riferimento al variegato mondo del terzo settore che rappresenta un tertium genus rispetto sia allo Stato che al privato, e che costituisce il privato sociale nella sua vivace multiformità: circa 20 milioni di occupati in Europa, dei quali oltre 1 milione e 300 mila in Italia. Questo mondo evidenzia l´esistenza del “terzo pilastro” in grado di fronteggiare la manifesta crisi dello stato sociale.
E´ del tutto evidente che le potenzialità che questa realtà esprime hanno comunque dei limiti che non sono solo di carattere economico (sebbene il non profit contribuisca all´economia mondiale per oltre 300 miliardi di euro e negli Stati Uniti rappresenti il 6% del PIL) ma, nel nostro Paese, anche normativo e, per alcuni versi, costituzionale.
E´ noto, infatti, che il sistema di distribuzione dei poteri previsto dalla nostra Costituzione ha improntato l´ordinamento di una concezione secondo cui lo Stato è l´unico soggetto legittimato ad intervenire nei problemi di interesse generale.
Ma oggi il ruolo dello Stato appare ormai inadeguato, poiché le risorse rivenienti dall´imposizione fiscale non sono più sufficienti, specie nei momenti in cui l´economia nazionale non cresce, per effetto anche di crisi di natura internazionale, a dare le risposte che la collettività attende in campo sociale. Ciò scaturisce anche dal crescente standard di civiltà e, quindi, dal maggior grado di tutela, che la società richiede.
Di fronte alla manifesta difficoltà dello Stato, la risposta del terzo settore si rivela come l´unica possibilità di soluzione. Finalmente, infatti, nel nostro Paese è iniziata, sebbene non completata, quella mutazione concettuale che oggi recepisce il contributo positivo dell´iniziativa del privato sociale, della “cittadinanza attiva”, alla soluzione dei problemi propri che sono, poi, anche quelli del Paese.
Perché questo si verificasse, abbiamo dovuto attendere il realizzarsi di due eventi che hanno indubbiamente favorito il pieno dispiegarsi delle potenzialità caratterizzanti il terzo settore. La modifica costituzionale dell´art.118 con l´introduzione del principio di sussidiarietà, e le due pronunce della Corte costituzionale nn.300 e 301 del 2003 in materia di fondazioni ex bancarie.
Sono due momenti importanti nella storia del lento trapasso da una stagione di centralismo statale ad una possibile ipotesi di risposta alle esigenze del sociale. Ma non bastano. Come ho più ampiamente sostenuto nel volume che ho appena pubblicato: “Il Terzo Pilastro. Il non profit motore nel nuovo welfare”(Ed. ESI, 2009), è evidente che il percorso per arrivare ad una pienezza di risultato, che consenta il dispiegamento di quelle potenzialità ancora non completamente espresse del terzo settore, tale da farlo diventare, come detto, il “terzo pilastro” della nuova welfare community che sostituirà integralmente il vecchio welfare state, deve passare attraverso due principali interventi: una modifica del dettato costituzionale, che tenga conto del ruolo del terzo settore nell´ambito della copertura dei diritti sociali, ampliando, cioè, il principio costituzionale di sussidiarietà; e il completamento della tanto attesa riforma del libro I, titolo II del codice civile recante la disciplina delle persone giuridiche che, evitando il ricorso alle leggi speciali che, a mio parere, sarebbe un grande errore, possa costruire un contesto armonico entro cui venga riconosciuto pienamente il ruolo di tutti gli organismi attraverso cui liberamente si esprime l´iniziativa e la partecipazione dei singoli.
Un terzo intervento, certamente auspicabile, consiste nell´adeguare la normativa fiscale agli attuali standard europei, così da prevedere un regime di favore per tutte le organizzazioni del terzo settore che svolgano un´attività di interesse generale. In questo modo si otterrebbero due vantaggi immediati: una maggiore disponibilità di risorse economiche per questi enti, e la possibilità di svincolarsi sempre più dalla dipendenza, sempre su questo versante, dagli aiuti pubblici o privati.
La mia visione si incentra, dunque, sull´essenzialità del mondo del non profit il quale diviene strumento non solutorio in assoluto dei problemi del welfare state, ma sicuramente assai utile ed in grado di far sì che la collettività dia risposte ai problemi espressi dalla stessa società.
La possibilità di una reale alternativa all´attuale strutturazione del welfare state nella direzione di un sistema effettivamente plurale (welfare mix) passa, dunque, per un´ulteriore crescita del terzo settore, in termini quantitativi e qualitativi, tale da rendere possibile una reale rigenerazione del sistema vigente.
Bisogna, insomma, chiudere la fase caratterizzata dalla prevalenza dello Stato nel sistema del welfare, che pur ha prodotto risultati positivi importanti, e passare ad una nuova stagione in cui venga delineata una rete di garanzie e tutele sociali moderna, efficiente, qualitativamente adeguata e territorialmente omogenea, che sia compatibile con il nuovo assetto istituzionale della Repubblica, sempre più decentrato e federale, con la difficile congiuntura economica e con le molteplici nuove esigenze che emergono dalla collettività. Un sistema snello ed efficiente, finanziato con le risorse liberate dalla sburocratizzazione della Pubblica Amministrazione, dall´alleggerimento dei costi della politica, dal recupero dell´evasione fiscale, da riforme strutturali e lungimiranti nella sanità e nella previdenza. Che consideri anche una uscita progressiva, da parte dello Stato, da quei settori specialistici della sanità e dell´istruzione, della ricerca scientifica, dove sarebbe assicurata la competenza dei privati non profit, secondo il criterio ormai imprescindibile della sussidiarietà, così da garantire ampia copertura sociale solo alle persone che effettivamente, e con severi controlli, dimostrano di non avere i mezzi sufficienti per vivere dignitosamente, e con un occhio speciale per le famiglie numerose. Questo mio convincimento è stato rafforzato dall´utilizzo di uno strumento matematico che consente di calcolare, in percentuale, la somma che porebbe essere risparmiata e che potrebbe essere destinata ad altre voci del bilancio dello Stato.
Per poter offrire un contributo decisivo nella direzione ora indicata, non basta più però l´etichetta non profit o altre equivalenti, ma occorre che il terzo settore ponga in essere una significativa azione di rinnovamento e di miglioramento dell´efficienza al suo interno, sotto il profilo degli indirizzi strategici, ma soprattutto della gestione organizzativa delle strutture, delle attività e del proprio capitale umano, per essere sempre più indipendente dai condizionamenti politici o dal finanziamento pubblico e privato, e legittimarsi, così, in modo trasparente, di fronte ai suoi stakeholder. In altri termini, si tratta di fare ciò che ha fatto egregiamente in questi ultimi anni la Fondazione Roma.
[continua]

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La più grande Onlus del Mondo

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Febbraio 12, 2009

La questua
Quanto costa la Chiesa agli italiani
di Curzio Maltese
ed. Feltrinelli

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Quanto costa la Chiesa cattolica ai contribuenti italiani? Chi gestisce il fiume di denaro che passa ogni anno dalle casse dello Stato alle istituzioni ecclesiastiche? E come vengono usati questi soldi?
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Un miliardo di euro dai versamenti dell’otto per mille. 650 milioni per gli stipendi degli insegnanti di religione. 700 milioni per le convenzioni su scuola e sanità. 250 milioni per il finanziamento dei Grandi Eventi. Una cifra enorme passa ogni anno dal bilancio dello Stato italiano e degli enti locali alle casse della Chiesa cattolica. A cui bisognerebbe aggiungere almeno il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano e oggi al centro di un’inchiesta dell’Unione europea: il mancato incasso dell’Ici, l’esenzione da Irap, Ires e altre imposte, l’elusione consentita per le attività turistiche e commerciali. Per un totale di circa 4 miliardi di euro, più o meno mezza finanziaria, l’equivalente di un Ponte sullo Stretto o di un Mose all’anno. Una somma (è la stessa Conferenza episcopale italiana a dichiararlo) che solo per un quinto viene destinata a interventi di carità e di assistenza sociale.
Con il piglio del grande cronista Curzio Maltese snocciola cifre e dati, scandaglia documenti, bilanci e siti internet, dà voce a fonti insospettabili, in un’inchiesta sorprendente e coraggiosa che rielabora, amplia e integra i materiali già pubblicati a puntate sulle pagine di “Repubblica”. Il suo non è un attacco alla Chiesa in quanto tale, tanto meno lo sfogo di un anticlericalismo di maniera. È il tentativo di fare luce su una realtà troppo poco conosciuta e non sempre trasparente, che tocca però nervi sensibilissimi della democrazia italiana come la lealtà fiscale, la corretta gestione delle risorse pubbliche, la laicità dello Stato. Una realtà, inoltre, che provoca non pochi disagi all’interno stesso del mondo dei fedeli, se è vero che importanti intellettuali cattolici hanno denunciato “il dirigismo, il centralismo e lo strapotere raggiunto dalla burocrazia nella Chiesa”.

Qui l’autore presenta il libro: http://www.radioradicale.it/scheda/253832

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L’Italia del noprofit produce e si allarga

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Ottobre 2, 2008

Da Metro, giovedì 2 ottobre 2008

Economia. In un priodo di crisi violenta come questo, per gli esperti è normale vedere l’economia sociale godere di buona salute. In Italia però ong, associazioni di volontariato e di promozione sociale, fondazioni e cooperative stanno non solo prosperando, ma piano piano cominciano ad allargare la loro sfera di influenza. Infatti il terzo settore non è più confinato a sanità ed assistenza sociale, ma sta intensificando anche la sua propensione produttiva, specialmente nel campo dei servizi per i cittadini. Il primo rapporto sull’economia sociale fatto in sinergia da Cnel e Istat lo conferma: ormai nel comparto lavorano 3 milioni di persone, e di associazioni e fondazioni se ne contano più di 220.000. Tanto che l’Istat vuole arrivare al censimento delle organizzazioni no profit entro il 2009. (V.M.)

38 miliardi è il fatturato complessivo del terzo settore nel nostro paese.

15 per cento è la crescita media annua del no profit in Italia.

Metronews

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APPELLO PER LA DELIBERA DI INIZIATIVA POPOLARE SULLA

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Ottobre 1, 2008

riceviamo e pubblichiamo:

APPELLO PER LA DELIBERA DI INIZIATIVA POPOLARE SULLA
GESTIONE DEI SERVIZI PUBBLICI DEL COMUNE DI ROMA

Il Comune di Roma è il più grande datore di lavoro precario d’Italia: sono migliaia, infatti, le lavoratrici ed i lavoratori dei servizi comunali costretti da anni a vivere sotto il ricatto delle cooperative e delle altre aziende private cui il Comune appalta servizi essenziali, come l’assistenza agli anziani e ai disabili o le mense scolastiche.

La politica di privatizzazione dei servizi non ha conosciuto differenze nei vari passaggi dalle giunte del vecchio pentapartito a quelle di Rutelli e Veltroni, fino a quella odierna di Alemanno. Questa situazione ha prodotto lavoro precario, sottopagato e senza diritti, oltre a servizi inefficienti.
Il caso più eclatante è quello degli A.E.C. (Assistenti Educativi Culturali), gli operatori che lavorano nelle scuole con i bambini in condizioni disagiate: dal 1999, infatti, anziché assumere, il Comune ha esternalizzato il servizio verso associazioni e cooperative, con il risultato che ad un numero sempre più ridotto di operatori alle dirette dipendenze del Comune stesso si affianca un numero sempre maggiore di lavoratori che svolgono le stesse mansioni, ma con stipendi più bassi e spesso senza nemmeno un contratto di lavoro. Nella stessa condizione si trovano i lavoratori dell’assistenza domiciliare, delle case di riposo, dei centri diurni, fino a quelli dei canili municipali.
Otto anni fa, oltre 7.000 cittadini hanno sottoscritto una delibera di iniziativa popolare per imporre, almeno, il rispetto dei contratti nazionali da parte di tutte le aziende e cooperative che lavorano per conto del Comune di Roma, delibera poi approvata all’unanimità dal Consiglio Comunale. A tutt’oggi, però, quella delibera è rimasta inapplicata, perché non sono mai stati effettuati i controlli previsti ed associazioni e cooperative hanno continuato – e continuano – a far lavorare migliaia di persone con contratti “atipici” o addirittura in nero, nel silenzio e con la complicità delle forze politiche di destra, centro e sinistra.

Per questi motivi, i lavoratori dei servizi comunali, i sindacati di base, l’associazione “Amici di Beppe Grillo” ed altri organismi hanno promosso una nuova delibera di iniziativa popolare che ponga fine una volta per tutte a quel “regime delle cooperative” che, lucrando sulla privatizzazione dei servizi pubblici, ha prodotto solo precariato e disservizi. Una delibera di iniziativa popolare per l’assunzione della gestione dei servizi da parte del Comune, in prima persona, applicando gli strumenti previsti dal Decreto Legislativo n. 267 del 2000, la legge che regola il funzionamento degli Enti Locali. I promotori fanno dunque appello a tutti i cittadini, al mondo dell’associazionismo, alle forze politiche e sindacali affinché sostengano questa iniziativa, firmando la delibera di iniziativa popolare e mobilitandosi perché il Consiglio Comunale la approvi, rendendo finalmente giustizia alle migliaia di persone che lavorano in condizioni impossibili ed all’intera città di Roma, che non merita servizi pubblici tanto precari e inefficienti.

Comitato Promotore della Delibera di Iniziativa Popolare sui servizi del Comune di Roma

Confederazione Unitaria di Base – Federazione delle Rappresentanze di Base; ReteComune; Unione Sindacale Italiana/AIT – Usicons – Lista Civica e Associazione “Amici Beppe Grillo”; Circolo Comunista “Stefano Chiarini”; Circolo Lavoro di Sinistra Critica; Andrea Alzetta (Consigliere Comunale Sinistra Arcobaleno); Claudio Ortale (Consigliere del Municipio XIX della Sinistra Arcobaleno)

IL TESTO DELLA DELIBERA DI INIZIATIVA POPOLARE DEPOSITATO IL 30/9/2008, PER IL QUALE DOVRANNO ESSERE RACCOLTE ALMENO 5000 FIRME VALIDE ENTRO 90 GIORNI:

COMUNE DI ROMA

IL CONSIGLIO COMUNALE

DELIBERA

di formulare i seguenti indirizzi per la gestione dei servizi socio assistenziali ed educativi, per il servizio di refezione scolastica e per la gestione dei canili comunali.

Art. 1

I servizi socio assistenziali ed educativi – fra i quali l’assistenza domiciliare agli anziani ed ai disabili, il sostegno ai minori in famiglia, la gestione delle case famiglia e dei centri diurni, la gestione della case di riposo, il servizio di scolarizzazione dei minori rom – vengono affidati ad un’apposita Istituzione, come da artt. 113 e 114 del Dlgs 267/2000. Il personale viene attinto da quello attualmente operante o che abbia operato in precedenza in regime di convenzione, previa istituzione di apposite graduatorie, relative ad ogni servizio, basate sull’anzianità di servizio prestato presso gli organismi convenzionati, anche in epoche ed organismi diversi.

Art. 2

Il servizio di assistenza educativa e culturale (A.E.C.), detto anche di integrazione scolastica, viene gestito direttamente dal Comune di Roma, con proprio personale, attinto da quello attualmente operante o che abbia operato in precedenza in regime di convenzione, previa istituzione di apposite graduatorie municipali basate sull’anzianità di servizio prestato presso gli organismi convenzionati a partire dall’anno 1999, sulla base dei periodi di servizio attestati dalle U.O. competenti per ogni Municipio e prestati anche in epoche ed organismi diversi.

Art. 3

Il servizio di refezione scolastica viene gestito a mezzo di apposita azienda speciale, come da artt. 113 e 114 del Dlgs 267/2000. Il personale viene attinto da quello attualmente operante, o che abbia operato in precedenza, previa istituzione di apposite graduatorie, basate sull’anzianità di servizio prestato presso le aziende che hanno operato ed operano nel servizio stesso. La stessa azienda speciale assumerà la gestione diretta dei canili municipali, assumendo tutto il personale attualmente operante o che abbia operato in passato, previa istituzione di apposita graduatoria basata sull’anzianità di servizio prestato presso gli organismi convenzionati, anche in epoche ed organismi diversi.

Art. 4

Per quanto riguarda tutti i progetti e i servizi non compresi nella presente Deliberazione, si applica quanto disposto dalla Deliberazione n. 135/2000 e dal Regolamento attuativo
Delibera C.C. 259 del 2005.

Art. 5

Entro tre mesi dall’approvazione della presente Deliberazione, il Consiglio Comunale approverà il relativo Regolamento attuativo.

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Privato è bello. Pubblico è meglio?

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Agosto 8, 2008

a cura di Alice Giannitrapani e Silvia Torti
Il testo completo su: http://www.casadellacultura.it/site/materiali/archivio/lavoro_economia/006_privato.html

Il terzo settore ci salverà?

Dello stato minimale o del nuovo welfare partecipato

Quella del Terzo settore è una realtà consistente numericamente ed economicamente importante. Negli anni, è venuto a crearsi un legame strettissimo tra queste e le politiche sociali dello Stato e degli enti locali, che non possono più farne a meno. Qualcuno le vede come finalizzate alla minimizzazione dell’intervento statale, ma bisogna riconoscerne la capacità innovativa. Ma ci sono altri punti critici: il rapporto con le aziende for profit, ad esempio, o la questione del costo del lavoro.

Secondo incontro:

Il terzo settore ci salverà?

Dello stato minimale o del nuovo welfare partecipato

Quella del Terzo settore è una realtà consistente numericamente ed economicamente importante. Negli anni, è venuto a crearsi un legame strettissimo tra queste e le politiche sociali dello Stato e degli enti locali, che non possono più farne a meno. Qualcuno le vede come finalizzate alla minimizzazione dell’intervento statale, ma bisogna riconoscerne la capacità innovativa. Ma ci sono altri punti critici: il rapporto con le aziende for profit, ad esempio, o la questione del costo del lavoro.

Stefano Zamagni

Il no profit, modello di ordine sociale americano, si fonda sullo scambio di equivalenti nel mercato, attraverso la distribuzione filantropica del “conservatorismo compassionevole”.

Lo stato è di tipo minimale, e la società civile è chiamata, in nome della compassione, a versare risorse che vengono tradotte in servizi da organizzazioni no profit; questo perché in America non c’è una concezione di welfare.

In Europa, invece, il terzo settore si è sviluppato negli ultimi 15-20 anni come braccio operativo dello Stato, che garantisce e gestisce i servizi, il cui vincolo di bilancio stringente, tuttavia, a fronte delle richieste dei portatori di bisogni, lo costringe a dare in gestione ambiti di intervento alle organizzazioni, che l’amministrazione pubblica finanzia tramite prelevamenti fiscali ai cittadini e alle imprese.

[…] Zamagni dice di non riconoscersi in questi due modelli, volti all’abbassamento dei costi e alla filantropia d’impresa, puntando invece sull’arricchimento del modello di ordine sociale, ponendo i concetti di efficienza, per evitare lo spreco di risorse, e di redistribuzione, basandosi sul principio della reciprocità, che va a creare nessi di relazionalità tra le persone.

Mimmo Lucà

[…]

Ricordiamo che le cooperative sociali oggi esistenti sono circa 6.000, che sono un soggetto a carattere economico, ma non a scopo di lucro, spesso nascono da associazioni di volontariato. Il servizio civile volontario, invece, si rivolge a una potenziale popolazione di 30.000 giovani.

La legge quadro evidenzia un sistema nazionale ed integrato di servizi sociali, superando la concezione assistenzialistica, episodicamente svolta dalle istituzioni locali, con discrezionalità rispetto alle prestazioni erogate. La legge punta alla creazione di un sistema integrato di servizi, volto al miglioramento della qualità della vita, del benessere delle persone e della comunità, puntando sull’autonomia dei cittadini e sul loro contributo per il consorzio civile.

All’articolo 16 della 328/00 sono citate le politiche per la famiglia, facendo leva sui concetti di erogazione, in quanto il soggetto famiglia riceve prestazioni, e partecipazione, vedendo la famiglia come soggetto attivo, protagonista nella rete dei servizi.

Come si coinvolgono questi soggetti del terzo settore? Sempre l’articolo 1 richiama gli enti locali, le Regioni e lo Stato a riconoscere le organizzazioni non a scopo di lucro, fondate dai cittadini, chiamati a costituirsi in una dimensione pubblica, supportata dall’amministrazione pubblica.

Dal 1991 a oggi si è verificato un boom nell’emersione delle organizzazioni no profit e delle loro pluralità rappresentative; dalle 61.000 del ’91 si è passati alle 235.000 attuali, secondo i dati ISTAT più recenti. Tutto questo mondo, ci spiega Lucà, si muove con denaro pubblico, assorbendo 3 punti del prodotto interno lordo.

[…]

Bisogna introdurre una distinzione nell’ambito definito genericamente come terzo settore, sapendo che avvalersi di un’organizzazione di volontariato, può comportare il fatto di trovarsi a che fare con operatori volontari, a volte poco qualificati oppure presenti solo saltuariamente, che però è caratterizzata dalla gratuità. Le cooperative sociali, che nella realizzazione di un utile da investire, hanno problemi simili a quelli dell’impresa, sono però più capaci di gestire un’erogazione di servizi complessi.

Amministratori comunali e coloro che promuovono bandi e danno in gestione appalti, che si avvalgono di queste strutture per realizzare un realtà integrata di servizi, devono quindi tenere in considerazione, come gli stessi cittadini, i livelli di complessità di queste realtà differenziate, e devono poter capire i diversi gradi di esigibilità delle prestazioni.

Paola Tubaro

Allo sviluppo del terzo settore, in molti paesi del mondo, negli anni ‘90, si è accompagnata una ritirata dello stato dal sociale, in una fase in cui però i bisogni da soddisfare rimanevano alti e più complessi rispetto al passato. L’estensione del livello di partecipazione, pone l’interrogativo sulle reali capacità dei nuovi enti, nella sostituzione di servizi, forniti in precedenza dallo stato. L’emersione progressiva di realtà non a scopo di lucro, si inserisce quindi in un’ ottica di affiancamento al pubblico o di sostituzione dello stesso nell’erogazione dei servizi?

Ad un welfare pubblico, gestito dall’alto e standardizzato si contrappone l’emersione di realtà più flessibili, maggiormente personalizzate e diversificate, ma la cui produzione di servizi, in quanto realtà private, risulta discrezionale.

Per questo, dice la Tubaro, l’affidamento del welfare ai privati, come avviene negli Stati Uniti, fa emergere il rischio di una mancata copertura universalistica dei diritti del cittadino e dell’instaurazione di disuguaglianze sociali.

La beneficenza non può essere controllata e i donatori, appartenenti ai ceti più abbienti, che dispongono di risorse funzionali e relazionali maggiori, influenzando le scelte delle associazioni. Questo meccanismo, secondo la Tubaro, finisce con l’attribuire poteri addizionali di decisione a chi ha già potere.

[…]

In merito al rapporto del terzo settore col mercato, i problemi di gestione finanziaria portano le associazioni ad avvicinarsi ai modelli di comportamento delle imprese. L’aziendalizzazione del terzo settore, produce il moltiplicarsi di attività commerciali parallele all’attività non commerciale dell’organizzazione, che moltiplicandosi, rischiano però di rendere difficile operare una distinzione tra organizzazioni “no profit” e “for profit”.

A livello legislativo i criteri di differenziazione sono stabiliti dai singoli Stati, e a volte si basano su criteri arbitrari come la soglia delle attività commerciali: ma rimane il problema di come distinguere tra attività commerciali e non, che a volte si sovrappongono.

Il criterio di differenziazione risulta cruciale, in quanto solo le organizzazioni no profit ricevono agevolazioni fiscali.

[…]

L’aziendalizzazione delle organizzazioni no profit prende anche un’altra forma, come quella del pagamento dei servizi da parte degli utenti.

In alcuni paesi alcuni settori cono costituiti al contempo da agenti pubblici, no profit e for profit, che si trovano a cooperare, come nel caso delle università e della sanità statunitense, che operano con strategie molto simili, ma il cui trattamento fiscale cambia, motivo che ha portato a mettere in discussione le agevolazioni concesse al no profit.

L’imitazione del modello dell’impresa, ha portato a collaborazioni ambigue tra no profit e for profit: alcune università americane, per esempio, avevano creato delle partnership per la ricerca con aziende farmaceutiche, queste però, nel momento in cui i risultati della ricerca si sono rivelati diversi e contrapposti agli obiettivi della ricerca, non hanno permesso all’università di renderli noti.

Paola Tubaro mette in guardia anche rispetto ad un altro elemento di conflitto tra aziende e associazioni: il costo del lavoro. Nelle associazioni, le retribuzioni sono in media più basse, a parità di svolgimento delle mansioni, rispetto a un’azienda che svolge lo stesso servizio. Ci sono casi di sfruttamento dei lavoratori, ma più spesso questa differenza è dovuta all’insufficiente formazione specialistica di operatori e amministartori.

Queste organizzazioni sono inoltre improntate di una forte ideologia, religiosa o meno, e chi ne fa parte è mosso dall’idea di battersi per una causa; in questo senso gioca in maniera fondamentale la motivazione dei dipendenti, che è uno dei motivi che favorisce il loro sfruttamento.

Nelle associazioni esiste una larga diffusione di forme di lavoro atipico e vi è larga presenza di volontari e obiettori di coscienza, che dovrebbero affiancare gli operatori con mansioni di sostegno, mentre a volte vi si sostituiscono.

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Night club e ristoranti, è il finto no-profit

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Agosto 6, 2008

da La Nuova di Venezia e Mestre
di G.Codognato. (20 novembre 2007)

Agenzia delle Entrate e Finanza in azione: sette enti veneziani nel mirino

VENEZIA. Il sospetto è legittimo: possono rientrare nel pur vasto mondo del Terzo Settore, palestre e centri benessere, ristoranti «culturali» e disco-bar, addirittura night club e lap dance?. A prima vista no. Ma molte di questa attività si mimetizzano in «associazioni no profit». Nel Veneto, il sospetto in questione trova sostegno nell’operazione congiunta fra Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate scattata lo scorso 16 novembre e denominata, non a caso «Camaleonte».

A Padova come a Belluno, a Rovigo come a Treviso, a Padova come a Venezia e Vicenza, funzionari e militari hanno fatto visita a 65 attività no-profit ambigue. Palestre, lap dance, centri benessere, disco bar, night: tutti enti no-profit. Una tessera e tanti vantaggi fiscali. Agenzia e Finanza sono partiti da internet per individuare le situazioni particolari. Guardando i siti della associazioni, hanno individuato quelle con attività a prima vista sospette. 65, come detto, e sparse in tutto il territorio regionale: 5 a Belluno, 10 a Padova, 6 a Rovigo, 11 a Treviso, 7 a Venezia e ben 17 a Vicenza. L’operazione «Camaleonte», poi, ha trasformato gli uomini dell’Agenzia delle Entrate e i militari della Guardia di Finanza in finti clienti. 300 uomini hanno fatto visita alle sedi delle associazioni no profit sospettate di «lucro». Attività che sfrutterebbero i vantaggi fiscali del Terzo Settore, senza averne i requisiti. «Per ora abbiamo solo effettuato delle verifiche – spiegano dalle Entrate del Veneto -. Sono state controllate 65 associazioni, ma l’operazione è ancora in corso e può durare dai 30 ai 60 giorni. Non possiamo ancora dire chi, fra gli enti controllati, sia fuori regola». In questo contesto, lo scopo dell’operazione «Camaleonte» è definito in termini fiscali. «Dobbiamo accertare eventuali violazioni della normativa tributaria e, in particolare, riscontrare la sussistenza dei requisiti riservati agli enti no profit». Non solo. «E’ nostro compito – continuano dall’Agenzia delle Entrate – individuare anche posizioni di lavoro sommerso e irregolare». Da indagini svolte sul settore, «risulta talvolta che attività di palestre, scuole di ballo, centri di bellezza, night club, locali di lap dance gestiti da apparenti enti non commerciali come associazioni sportive, culturali, circoli ricreativi, agiscono dichiarando di non avere fini di lucro. Ma presentano elementi di chiara natura commerciale e finalità economica. Il fenomeno – è ancora il commento dell’Agenzia – oltre a sottrarre all’Erario rilevanti imponibili soggetti a tassazione, provoca concorrenza sleale con le imprese organizzate per svolgere la stessa attività». Gli irregolari rischiano dure sanzioni per evasione o lavoro nero.

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Paola Tubaro “Critica della ragion Nonprofit”

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 16, 2008

Critica della ragion Nonprofit
L’economia solidale è una truffa?
di Paola Tubaro*

Prefazione di Giorgio Lunghini
Edizione Derive-Approdi, 1999
pagg. 120 €6.2
ISBN 88-87423-23-7
* Paola Tubaro è ricercatrice di Economia politica. Vive e lavora a Parigi.
da: Casa Editrice Derive Approdi

Il libro
Nonprofit, no-profit, terzo settore, economia solidale, economia civile. Oramai da Destra e da Sinistra si intonano le lodi delle nuove realtà del volontariato e della solidarietà. Ma sono tutte rose e fiori? Troppo spesso accade che dietro le facili apparenze dell’”economia buona” si nascondano forme striscianti di sfruttamento del tutto simili a quelle delle imprese orientate al profitto. Siamo di fronte all’alba di un nuovo modo di fare impresa? O a una maschera del solito vecchio capitalismo selvaggio? Luigi – O le illusioni del «mercato sociale» Stefano – O l’utilità dell’inutile katia – O il «lavoro dal volto umano» Clara – O l’«economia delle contesse» Giorgio e Silvia – O l’Internazionale Filantropica Luisa – O la società dei volontari Nessun pasto è gratis

un assaggio…
Le due tesi nobili circa il cosiddetto settore nonprofit si rifanno l’una alla tradizione cattolica del principio di sussidiarietà, nella versione dell’enciclica Quadragesimo anno, l’altra alla necessità di rimediare in modo innovativo alla crisi dello stato sociale e di comporre altrimenti la contraddizione di fondo di questa età, tra disoccupazione e bisogni sociali insoddisfatti. Se ciò non bastasse, dal settore nonprofit molti si aspettano un miglioramento delle condizioni di lavoro, rispetto al rapporto di lavoro salariato tradizionale. Questo settore ha confini incerti, poiché comprende organizzazioni e attività che vanno dalle cooperative o fondazioni più grandi e potenti al volontariato più spontaneo e generoso. Puro volontariato a parte, queste organizzazioni e attività hanno però un tratto in comune, celato dalla definizione eufemistica di nonprofit: in verità esse sono interdette dal distribuire i profitti, non dal perseguirli. Poiché ciò che caratterizza una organizzazione è il fine che essa persegue, al pari del settore mercantile il settore nonprofit soddisferà soltanto i bisogni sociali privatamente vantaggiosi, cioè quelli solvibili. (Suona dunque minaccioso il titolo di un libro recente: La Chiesa come azienda nonprofit). Contro questa tesi (sul profitto come limite), oggi prevale l’idea che un governo aziendalistico del mondo, proprio in quanto ha per obiettivo la massimizzazione del profitto, sarebbe più efficiente anche al fine di soddisfare i bisogni. Questo infatti predicano i manuali, ma il punto è teoricamente fragile. Per brevità e con corsivi aggiunti, rinvio a due autori autorevoli, collocati ai due estremi dell’orizzonte ideologico ma che qui convengono. Scrive l’ormai innominabile Karl Marx: “L’estensione o la riduzione della produzione non viene decisa in base al rapporto fra la produzione e i bisogni sociali, i bisogni di un’umanità socialmente sviluppata, ma in base (…) al profitto e al rapporto fra questo profitto e il capitale impiegato, vale a dire in base al livello del saggio dei profitti. Essa incontra quindi dei limiti a un certo grado di sviluppo, che sembrerebbe viceversa assai inadeguato sotto l’altro punto di vista. Si arresta non quando i bisogni sono soddisfatti, ma quando la produzione e la realizzazione del profitto impongono questo arresto”. Che i nuovi liberali non citino Marx, si capisce. L’unica ragione per cui hanno messo in soffitta anche Luigi Einaudi deve essere che l’autore delle Prediche inutili scrive la stessa cosa, e con maggiore chiarezza: “Badisi bene che, affermando essere il mercato lo strumento adatto per indirizzare la produzione nel senso di produrre beni e servigi, precisamente nella quantità e della qualità corrispondenti alla domanda degli uomini, non si afferma che il mercato indirizzi altresì la produzione a produrre beni e servigi nella quantità e nella qualità che sarebbe desiderata dagli stessi uomini. Questi fanno quella domanda che possono, con i mezzi, con i denari che hanno disponibili. Se avessero altri e maggiori mezzi, farebbero un’altra domanda: degli stessi beni in quantità maggiore o di altri beni di diversa qualità. Sul mercato si soddisfano domande, non bisogni”. Si potrebbe anche aggiungere, seguendo un suggerimento di Maurice Dobb circa la presunta sovranità del consumatore, che la scelta dei consumatori, quale si esprime sul mercato, è necessariamente limitata all’ambito delle alternative offerte dai produttori. Può perciò darsi che le scelte registrate sul mercato siano soltanto preferenze di secondo ordine, rispetto alle scelte che i consumatori farebbero se fossero disponibili altre alternative. Per quanto riguarda le condizioni di lavoro, alcuni interpretano come un buon segno la diminuzione della quota di lavoro salariato nel senso giuridico del termine. Vedere nella riduzione del lavoro socialmente necessario per produrre merci un superamento del rapporto di lavoro salariato, anziché un suo rafforzamento, significa invece confondere l’effetto con la causa. È statisticamente vero che il lavoro salariato è in progressiva e irreversibile diminuzione. Ma questo non significa che cresca il lavoro liberato: cresce invece il lavoro eterodiretto. Lavoro salariato è oggi qualsiasi lavoro che in qualsiasi modo, direttamente o indirettamente, nella fabbrica, negli uffici, a casa propria o nella società, sia prestazione d’opera la cui quantità, qualità e remunerazione dipende dalle decisioni del capitale circa le proprie modalità economiche e politiche di riproduzione, e in particolare circa la scelta delle merci da produrre, delle tecniche di produzione e delle forme di organizzazione del lavoro. Paola Tubaro è studiosa di Adam Smith, dunque dubita che la benevolenza sia il motore dell’azione umana, sa che la ricchezza delle nazioni nasconde un lato negativo, e in questo impudente pamphlet arriva a chiedersi se la cosiddetta “economia solidale” non sia una truffa. A sostegno del dubbio ci racconta sei storie. È una lettura istruttiva, e la morale è chiara (dalla Prefazione di Giorgio Lunghini).

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L’altra faccia della beneficenza.

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 16, 2008

RADIOGRAFIA DI UN FENOMENO DIETRO IL PROLIFERARE DI ENTI E SIGLE UNA SPINTA NON SEMPRE DISINTERESSATA. NEL MIRINO I COSTI DI ALCUNE ORGANIZZAZIONI

Soldi e potere
L’altra faccia della beneficenza
Bilanci con troppe cifre e strani corsi
Così molte onlus vivono grazie a chi soffre
di Giacomo Galeazzi
da: “La Stampa” del 21/10/2006

ROMA. Solidarietà a caro prezzo. La Fondazione Nando Peretti, collegata all’associazione «Insieme per la pace» presieduta da Mariapia Fanfani, non è l’unica Onlus nel cui bilancio gran parte dei fondi destinati alla beneficenza servono in realtà a sostenere la struttura. «I nostri costi interni non superano il 9% del totale – assicura Sergio Marelli, presidente dell’associazione delle organizzazioni non governative (170 Ong, 10 mila volontari, 4 mila progetti in 90 Paesi, 400 milioni di euro mobilitati all’anno), ma non è così per tutti gli operatori del Terzo settore e della cooperazione».

Le mele marce
La mappa «oscura» delle sigle non-profit spazia dall’assistenza ai malati svolta in Italia da organizzazioni non lucrative di utilità sociale a enti impegnati a distribuire viveri nel Terzo Mondo. Un giardino fiorito nel quale non mancano mele marce. L’associazione «Anni verdi» (gestisce sei centri che si occupano di un migliaio di persone disabili) è finita sotto inchiesta per fatture gonfiate alle Asl del Lazio. E i vertici di un’altra importante Onlus, con sede nella capitale e quindici sezioni provinciali, sono sott’accusa per aver distratto nell’ultimo quinquennio quasi due milioni di euro di fondi destinati alle finalità solidaristiche dell’ente. Cifre alla mano, poi, ci sono Onlus come il Cuam (fondazione creata per preparare il personale sanitario in Africa) che nell’ultimo bilancio registrano uscite maggiori per la comunicazione (444.344 euro), cioè «pubblicazioni, relazioni con i mass media, campagne ed eventi», e per le strutture (665.657), ossia «costi del personale, servizi, oneri finanziari, ammortamenti, acquisto materie prime», che per la formazione vera e propria (115.505).

Corsi fantasma
Altro terreno scivoloso per il volontariato sono i corsi di qualificazione professionale organizzati con i soldi del Fondo sociale europeo (Fse), messo a disposizione dall’Ue per finanziare «iniziative tese alla promozione dello sviluppo economico e sociale locale». Non è facile accedervi perché le procedure burocratiche sono piuttosto complicate, ma, una volta ottenuto il finanziamento, le erogazioni sono cospicue. Consorzi e istituzioni senza fini di lucro, perciò, sono da anni in prima fila nella corsa alla ripartizione degli stanziamenti. A suscitare le perplessità dello stesso Terzo settore, però, è la proliferazione di corsi di dubbia utilità come quelli per «operatore sociale telefonico», «animatore teatrale», «operatore sociale nautico». Una nota cooperativa sociale di Roma ne ha progettati a decine. Il sospetto è che si tratti di professioni fittizie per poter imbastire corsi inconsistenti che non riusciranno mai a procurare un lavoro a chi li frequenta. «Cos’è un animatore teatrale? E’ un attore, una maschera o piuttosto un pretesto? – si chiede polemicamente Paola Tubaro, esperta di Terzo settore e autrice del libro “Critica della ragion non profit” -. Questi corsi, inadeguati a trovare una sistemazione professionale agli studenti, sono invece una manna per gli organizzatori. Quindi per incassare denaro pubblico ci si inventa i mestieri più improbabili, in modo da moltiplicare gli incassi».

Uffici e burocrazia
Le ombre sono talmente fitte che spesso, a causa delle proteste della base verso la dirigenza, i bilanci sono affidati per la certificazione a società esterne di revisione contabile. Nelle spire della «mala-beneficenza» (gestione allegra delle risorse e gravi inadempienze rispetto alla propria «mission») sono finite recentemente pure delle autentiche multinazionali della solidarietà come l’organizzazione per l’educazione infantile «Casa Pia», che dal Portogallo si è diffusa in tutta Europa. «Nel Terzo settore non è tutto oro ciò che luccica – osserva don Vitaliano Della Sala, promotore di numerose iniziative di volontariato in Italia e di cooperazione all’estero -. Sono attive associazioni inquietanti, attrezzate come apparati: chi sta dietro la scrivania difende il potere conquistato e strumentalizza i volontari.
Nei Balcani e in Iraq ho incrociato Ong potenti come “Equilibrio” e mi hanno impressionato per la ricchezza dei mezzi, l’efficienza quasi militare e la capacità di negoziare strane intese sul campo. Poi, però, quando diventa pericoloso scompare».

Carriere politiche
Il «non-profit», inoltre, è divenuto fucina di carriere politiche e vetrina per una sicura visibilità mediatica. «Pure al chirurgo di guerra Gino Strada, fondatore di Emergency, hanno proposto di candidarsi…», aggiunge Della Sala. A denunciare il rischio di Onlus che aiutano soprattutto se stesse è anche Franco Gesualdi, già allievo di don Milani, promotore della Rete Lilliput insieme a padre Alex Zanotelli e coordinatore del Centro nuovo modello di sviluppo di Vecchiano, vicino a Pisa. «Si tratta di una deriva allarmante, già vissuta da carrozzoni internazionali come la Fao e la Banca Mondiale – avverte Gesualdi -. Certe associazioni si strutturano in modo imponente e sono persino costrette a inventarsi progetti per ottenere fondi pubblici». Lavorano, dunque, per mantenere l’organizzazione: «E sui bilanci incidono sempre più i compensi fuori misura ai cooperanti nel Terzo Mondo». Non meno gravate dalle uscite le sigle domestiche. L’Afn (Azione per famiglie nuove), per esempio, deve sborsare all’anno 80 mila euro per congressi ed eventi, 72 mila di spese generali, 120 mila per il personale dipendente e 32 mila per ammortamenti e svalutazioni.

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LA LOBBY DEL DOLORE

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 11, 2008

LA LOBBY DEL DOLORE
Breve viaggio nel Terzo Settore. Alcune storie che i manager della solidarietà non raccontano.
A cura della redazione di Arcipelago

Un neologismo è comparso da alcuni anni nel vocabolario e nel dibattito politico: non profit, termine con il quale si vogliono indicare quegli organismi che operano senza l’obiettivo del profitto, senza, cioè, avere fini di lucro. E’ stato coniato anche un altro termine, ancora più diffuso, per definire l’intero ambito economico e organizzativo che si situa – teoricamente – al di fuori tanto del mercato quanto della sfera di pertinenza dello Stato: Terzo Settore, cornice entro la quale vanno a collocarsi le associazioni culturali, le organizzazioni di volontariato, le cooperative.

Il dibattito politico e culturale sul non profit e sul Terzo Settore è andato via via crescendo di spessore e di intensità, in parallelo a quello sulla necessità di riorganizzare lo Stato sociale, alleggerendolo di una serie di incombenze di cui potrebbero farsi carico, appunto, le strutture del Terzo Settore.

La dialettica, per come è stata presentata da più parti, sarebbe questa: una serie di prestazioni fornite sino ad ora dallo “stato assistenziale” costano troppo e non sono sufficientemente flessibili per rispondere alle esigenze di una società molto cambiata da quando quelle prestazioni vennero istituite; dirottare le risorse verso la maggiore flessibilità e capillarità dell’intervento offerta dagli organismi non profit potrebbe garantire prestazioni più adeguate ai nuovi bisogni e alle nuove esigenze sociali, oltre che costare di meno. Di più: il passaggio dal sistema del welfare state a quello della welfare community valorizzerebbe le capacità autogestionarie delle realtà territoriali, aumentando così la qualità della partecipazione democratica e i livelli di autodeterminazione sociale.

Peraltro, Luigi Di Liegro, compianto Direttore della Caritas romana, invitava a fare attenzione, sottolineando l’indisponibilità del volontariato ad essere utilizzato in funzione sostitutiva dei servizi pubblici, che spetta allo Stato organizzare ed erogare, ed esortando a riflettere sulle “molte ambiguità” esistenti in un dibattito in cui non viene nemmeno messa in risalto la differenza che esiste fra volontariato e impresa sociale. Di Liegro ha sempre ribadito che il volontariato “resta e deve restare un’attività di solidarietà libera e gratuita”.

L’allarme di Di Liegro, dunque, è doppiamente importante, in primo luogo perché proviene da chi è da sempre impegnato in quelle attività che costituiscono la principale ragione del Terzo Settore, e poi perché lo stesso Di Liegro conosceva bene le tendenze di quell’apparato della pubblica amministrazione che del Terzo Settore costituisce e costituirà comunque il principale interlocutore.

Se consideriamo che nel 1996 la Pubblica Amministrazione ha appaltato ad organismi esterni servizi per 90.000 miliardi, a fronte dei 47.000 miliardi di appalti per opere pubbliche, abbiamo la conferma della progressiva esternalizzazione di funzioni proprie del settore pubblico, di fatto la privatizzazione di servizi anche essenziali, all’interno dei quali rientrano i servizi sociali, assistenziali e educativi.

Appare dunque evidente che una delle principali ragioni dell’interesse verso cooperative sociali e volontariato nasconde la volontà di ridurre drasticamente la quantità e la qualità del ruolo dello Stato sociale, trasformando il sistema in un meccanismo più leggero, con un ruolo del Pubblico ridotto a quello di erogatore di sovvenzioni e in cui l’abbassamento dei costi sarebbe garantito dall’abbassamento del costo del lavoro, come sta avvenendo da anni in gran parte d’Italia attraverso la delega dei servizi sociali da parte degli enti pubblici a cooperative e associazioni, a costi ridotti e spesso mediante gare d’appalto al ribasso.

Le modificazioni intervenute nell’organizzazione del lavoro e della produzione di beni e servizi sono oggetto di interpretazioni diverse, a seconda dell’impostazione che si vuol dare all’analisi di questi fenomeni e delle loro conseguenze; tuttavia, non vi è chi non concordi che da almeno un ventennio vadano assumendo importanza crescente i cosiddetti lavori di cura, variamente denominati ma tutti riconducibili a denominatori comuni che mi provo a sintetizzare.

Il lavoro di cura nella sua accezione sociale si differenzia da quello tradizionalmente interno alle famiglie, storicamente caricato sulle figure femminili, in quanto investe una sfera ampia di persone, bisogni e relazioni, e in effetti non mi appare del tutto corretto utilizzare il termine di “cura”: più propriamente, si deve parlare di lavoro sociale, teso al miglioramento non solo della singola situazione individuale ma anche – direi, soprattutto – delle condizioni dell’ambiente sociale, della qualità generale della vita. In questo senso, sul piano culturale sono stati fatti enormi passi avanti nel riconoscimento di alcuni diritti, in precedenza semplicemente ignorati. Alcuni esempi concreti, relativi alla realtà del nostro Paese, renderanno semplice la comprensione dei miei riferimenti.

Fino a non molto tempo fa, solo alcune èlites ultraprogressiste, più che altro in ambito scientifico e senza alcun seguito fra i non addetti ai lavori, sostenevano l’anacronismo e la crudeltà del trattamento generalmente riservato ai disabili, la cui cura (si fa per dire) era affidata esclusivamente alle famiglie o a qualche istituzione caritatevole, così come avveniva nei confronti degli anziani; il concetto di autonomia di questi soggetti, in ambito metropolitano, veniva completamente ignorato e la cultura dominante non trovava nulla di ingiusto nel fatto che un figlio disabile venisse nascosto in famiglia o, come molti anziani, relegato in istituti-contenitore, il che ha fatto anche la fortuna di non pochi personaggi senza scrupoli. Personalmente, ricordo il clamore sollevato dalla vicenda di una sedicente “suor” Diletta Pagliuca, nel cui “istituto” nei dintorni di Roma, verso la fine degli anni 60, le forze dell’ordine trovarono decine di esseri umani “ospitati” in condizioni infami, mentre la signora (che qualcuno considerava addirittura una santa) si arricchiva con le rette pagate dai parenti, ben felici di essersi liberati da quei pesi e di averlo fatto con la coscienza a posto. Ad oltre vent’anni, per esperienza diretta, venni a conoscenza di un “istituto” simile, sempre nei pressi della Capitale, in cui gli anziani “ospiti” erano tenuti ad un livello pressoché vegetativo, imbottiti di sonniferi e legati per molte ore al giorno ai loro letti o alle loro carrozzine, poiché questo consentiva di ridurre al minimo le spese per il personale, del resto costituito in gran parte da religiose.

Anche oggi, nessuno ignora la permanenza di simili strutture, ma è un fatto innegabile che, nel sentire comune e nell’organizzazione sociale, gli anni 70 abbiano segnato acquisizioni culturali importanti, grazie a quell’enorme sommovimento sociale e culturale che va sotto la definizione di 1968 e al contributo di personalità coraggiose, come, qui da noi, quella di Franco Basaglia o, in Francia, di Michel Foucault, per citarne solo alcune.

Da tempo, quindi, la critica sociale e culturale ha reso “normale” il fatto che un disabile non solo non sia una vergogna da nascondere, ma sia una persona soggetto di diritti; paradossalmente, è di questi ultimi anni l’acquisizione che anche il bambino, in quanto tale, è un soggetto titolare di diritti e non una mera proprietà dei genitori… del resto, non è passato moltissimo tempo da quando la violenza contro le donne era considerata nel nostro Codice (che è sempre quello del Guardasigilli fascista Rocco) un delitto contro la morale, non contro la persona.

Oggi, gli interventi sociali e assistenziali sono orientati verso quelle forme che consentano la salvaguardia e la valorizzazione dei diritti e dell’autonomia della persona – sia essa un anziano o disabile o un fanciullo in condizioni di disagio -, per cui hanno preso consistenza gli interventi di carattere domiciliare, contrapposti all’internamento in istituti, a loro volta tendenti a trasformarsi in strutture più piccole, il più possibile simili ad ambienti famigliari. Siamo ancora molto lontani dal definitivo superamento di vecchi schemi (per esempio, da un malinteso familismo nei confronti dei bambini e degli adolescenti), ma molti passi avanti sono stati fatti.

*****

Questa lunga premessa per dire che la nuova situazione ha portato ad una nuova ed allargata dimensione sociale del vecchio lavoro di cura, dilatando lo spettro delle professionalità con l’entrata in campo delle lavoratrici e dei lavoratori necessari per lo svolgimento delle nuove attività: operatori per l’assistenza ai disabili e agli anziani, educatori, animatori, ecc.

Si tratta, per definizione, di professioni il cui profilo non può essere identificato con la stessa disciplina dei lavori manuali conosciuti, pur trattandosi, in molti casi, di mansioni piuttosto esecutive che creative; si pensi, soprattutto, agli assistenti domiciliari, il cui profilo è decisamente curvato verso il basso, poiché il titolo di studio richiesto per accedere alla formazione professionale è la licenza di scuola media inferiore e la gran parte del lavoro riguarda operazioni di carattere manuale, senza per questo escludere del tutto aspetti relazionali importanti. Nel caso degli interventi sui minori o su altre tipologie di disagio (ex detenuti, tossicodipendenti, homeless, immigrati, rom), viceversa, l’aspetto creativo del lavoro prevale largamente sulla mera esecutività, e difatti, in genere, viene richiesto un livello di scolarizzazione più elevato, perlomeno a livello di scuola media superiore.

In un caso e nell’altro, comunque, si tratta di professioni che richiedono un alto grado di responsabilizzazione e che espongono a “rischi professionali” non secondari, stante il livello di stress inevitabilmente più forte rispetto ad un qualsiasi lavoro in cui l’aspetto della relazione con persone in stato di disagio non sia l’elemento predominante. Per quanto riguarda l’Italia, stiamo parlando, a conti fatti, di decine di migliaia di nuovi lavoratori, impiegati da Nord a Sud nell’assistenza domiciliare, nelle case famiglia e nelle comunità, nei centri diurni, nelle diverse attività di strada per la prevenzione della tossicodipendenza, del disagio giovanile, della prostituzione, e si tratta di un mercato del lavoro in continua crescita, parallelamente alla depressione registrata in altri settori più tradizionali.

Tutto ciò pone una serie di questioni – di diversa natura, ma fra loro indissolubilmente intrecciate – a tutti gli attori interessati, vale a dire: lo Stato, primo titolare del dovere di garantire servizi e assistenza ai cittadini, particolarmente i più deboli; l’impresa privata, naturalmente interessata alle opportunità offerte dal nuovo mercato in espansione; il sindacato, inteso come organizzazione deputata alla tutela dei lavoratori, compresi quelli di nuova concezione. E qui comincia la confusione.

*****

Già all’inizio degli anni 80, appare evidente il riflusso sempre più violento che segue il precedente decennio di lotte e di conquiste sociali e culturali; l’acquisita centralità del diritto alla cura e all’assistenza si incrocia con la revanche dell’impresa e del privato, che erodono progressivamente gli spazi pubblici e collettivi. Lo Stato, che abbiamo già definito “primo titolare del dovere di garantire servizi e assistenza ai cittadini”, comincia ad arretrare; nel contesto internazionale inaugurato dalla presidenza di Ronald Reagan, muove i primi, poderosi passi quel neoliberismo selvaggio che dominerà la scena mondiale fino all’inizio del XXI secolo, il cui profeta è stato indubbiamente l’economista monetarista Milton Friedman, ai cui discepoli – i tristemente famosi Chicago Boys – il macellaio cileno Pinochet aveva fornito la prima occasione di sperimentare nel vivo di un’economia nazionale le proprie teorie, caratterizzate dall’abbandono di ogni forma di presenza pubblica nel mercato, nelle cui virtù veniva riposta la fiducia più assoluta. Se non si comprende questo passaggio, giunto in forme diverse fino ai nostri giorni, si rischia di non comprendere il seguito di questa narrazione.

In Italia, la necessità di fornire i nuovi servizi e di garantire i nuovi diritti mal si concilia con la tendenza dominante al ritiro dello Stato da ogni responsabilità sociale: sono, infatti, gli anni degli attacchi continui non solo alle conquiste dei lavoratori in termini salariali e normativi (è lì, per inciso, che si cominciò a parlare della necessità di “rivedere” lo Statuto dei Lavoratori), ma anche a quelle forme di retribuzione sociale indiretta costituite dalla rete di protezione collettiva della sanità pubblica e dei servizi pubblici in generale… fra l’altro, l’offensiva eversiva contro la stessa scuola pubblica inizia contemporaneamente a dispiegarsi.

In questo contesto, le diverse pubbliche amministrazioni si orientano verso il conferimento della gestione dei nuovi servizi sociali e assistenziali a soggetti privati, anziché verso una gestione diretta degli stessi. La particolare forma imprenditoriale della società cooperativa appare subito come la più idonea a gestire i nuovi servizi, teoricamente in virtù della sua natura non lucrativa o, come si dice, non profit.

In realtà, ci si basa su un equivoco di fondo: la natura cosiddetta non profit di un’azienda non significa che questa non possa realizzare profitti, ma semplicemente che è obbligata a reinvestire i profitti eventualmente realizzati, il che – a ben guardare – non è altro che il “sano” istinto animale del capitalismo produttivo, contrapposto all’immobilismo delle rendite fondiarie e parassitarie. Insomma, nulla a che vedere con concetti alieni quali solidarietà, mutualismo, e via dicendo. A tale proposito, qualcuno si esprime in maniera netta; mi riferisco al testo “Critica della ragion non profit. L’economia solidale è una truffa?”, una spietata analisi del cosiddetto terzo settore realizzata da Paola Tubaro: “Il non profit è un’astuzia del profitto. In questo senso, il non profit non è che l’ultimo ritrovato farmaceutico, scoperto e messo in circolazione al fine di curare le croniche debolezze dell’economia moderna: aiuta a convogliare ogni risorsa umana e sociale (dopo che la stessa sorte è toccata ormai a tutti i beni materiali) verso la crescita della produzione e l’allargamento dei mercati. E’ la pillola da somministrare a questa economia che altrimenti continuerebbe a languire nella sua cronica mancanza di slancio imprenditivo”[1]. Parole crude, ma che ben rendono una realtà che da troppi anni e da troppe parti si tende, interessatamente, a mistificare.

Il primo equivoco verrà poi implementato dal secondo, cioè dal fatto che i finanziamenti alle cosiddette aziende non profit saranno tutti ed esclusivamente pubblici, realizzando, molto italianamente, una commistione fra l’istinto animalesco che anima le aziende non profit e la più classica delle rendite parassitarie. Sostanzialmente, si è giunti ad un sistema apparentemente di mercato – in quanto affidato ad organismi privati – ma che si regge solo in virtù del trasferimento di fondi pubblici: le cooperative che gestiscono i servizi sociali lo fanno per conto e con i soldi della pubblica amministrazione, senza metterci nulla di proprio, se non il lavoro dei propri addetti.

In attività in cui il solo costo è quello del lavoro, questo sistema produce un rischio di impresa molto vicino allo zero: insomma, il sogno di ogni speculatore.

Poiché le disposizioni di legge sulle cooperative erano state pensate in funzione di situazioni assai diverse, lontane nel tempo, il diretto coinvolgimento di questi organismi nella gestione del welfare (perché di questo si tratta), ha determinato scenari paradossali, le cui vittime sono stati sia i nuovi lavoratori, che i destinatari dei servizi, attraverso le modalità che ora vedremo.

*****

La Regione Lazio ha in larga misura anticipato le tendenze descritte, nel campo dei servizi sociali e sociosanitari e anche in quelli più schiettamente sanitari, come l’assistenza domiciliare sanitaria; in virtù di un’interpretazione decisamente forzata della Legge Regionale n. 80 del 1988 – che, nell’art. 5, prevede che in caso di comprovata impossibilità da parte delle UU.SS.LL. di provvedere con proprio personale allo svolgimento di determinate prestazioni domiciliari, le stesse potranno stipulare convenzioni con società cooperative o associazioni di volontariato – avviene che tutte le Aziende Sanitarie Locali si servano di cooperative o associazioni per erogare quelle prestazioni che, in teoria, dovrebbero essere effettuate da personale delle stesse A.S.L. In pratica, è stata completamente rovesciata la stessa filosofia della Legge Regionale, poiché quella che doveva essere un’eccezione (l’impiego di strutture e personale esterni all’A.S.L.) è diventata la regola.

I risultati di questa operazione non sembrano particolarmente brillanti, smentendo le tesi di chi sostiene (anche a “sinistra”) che le privatizzazioni siano la soluzione di tutti i mali del servizio pubblico; infatti, oltre ad aver dato vita a vere e proprie lobby affaristiche malamente travestite da cooperative o associazioni al solo scopo di accedere agli appalti delle A.S.L., ci si è trovati in presenza di estesi fenomeni di sfruttamento selvaggio degli operatori sanitari e di disservizi verso i pazienti. In epoca recente, per esempio, lo S.P.I. – CGIL e il Tribunale per i Diritti del Malato hanno denunciato la gravissima situazione dei pazienti di alcune Circoscrizioni della Capitale, documentando casi di cateteri malamente inseriti, di iniezioni di insulina effettuate in ritardo da personale rimediato all’ultimo momento, di piaghe da decubito provocate dalla mancanza di cure e di prestazioni direttamente non effettuate; tutto questo a causa delle condizioni alle quali le cooperative affidatarie avevano vinto la gara d’appalto al ribasso per assicurarsi la convenzione con l’A.S.L. Le cooperative, infatti, si aggiudicarono la gestione del servizio offrendo le prestazioni dei propri operatori a costi bassissimi, con l’ovvia conseguenza di fornire prestazioni qualitativamente scadenti e di utilizzare personale non qualificato e sottopagato. Dopo la denuncia del sindacato e del Tribunale per i Diritti del Malato, il Direttore Generale della A.S.L. coinvolta assicurò che l’assistenza domiciliare sarebbe stata completamente erogata da personale pubblico, perché ci si era resi conto che la qualità del servizio è migliore rispetto a quella fornita dai privati. Si trattò di un’affermazione coraggiosa, vista la smania privatizzatrice che già attraversava la classe politica del Paese e quella locale; peccato che sia rimasta un’affermazione.

*****

Posto che il maggiore (se non unico) costo dei servizi sociali è il costo del lavoro, l’impresa sociale si è rivelata vantaggiosa perché consentiva alla Pubblica Amministrazione di stabilire i costi del servizio in maniera arbitraria, senza tenere nel debito conto le garanzie salariali previste dai Contratti Nazionali, in quanto le stesse imprese sociali se ne ritengono esentate. Questo avviene in base all’assunto che i lavoratori dell’impresa sociale non sono dipendenti della medesima, ma suoi compartecipi, a loro volta imprenditori di sé stessi e dunque padroni di regolare diversamente dai dipendenti di un’azienda la propria vita e il proprio lavoro.

Nella realtà, è avvenuto che le amministrazioni hanno affidato alle imprese cooperative la gestione di servizi sociali a costi molto inferiori al dovuto, realizzando un certo risparmio; i lavoratori impiegati dalle cooperative convenzionate, infatti, si sono trovati per anni ad operare in condizioni salariali e normative molto inferiori a quelle dei loro colleghi dipendenti delle stesse pubbliche amministrazioni o di aziende tradizionali (profit), almeno formalmente obbligate al rispetto degli standard contrattuali. Questo ha significato lavoratori sottopagati, privi delle più elementari garanzie sociali, quali ad esempio la copertura infortunistica, i versamenti previdenziali, il trattamento di malattia, le ferie e addirittura, per le donne, la maternità (in un settore in cui la presenza di forza lavoro femminile è valutata intorno al 70% del totale degli addetti).

Tutto questo è avvenuto a fronte di una crescita esponenziale del fatturato delle cooperative sociali, a cui continuano ad essere devolute quote crescenti di welfare, cui non è però corrisposto un miglioramento delle condizioni di lavoro; viceversa, la crescita di questi organismi ha portato verso una loro ulteriore adesione al modello tradizionale di impresa capitalistica, svuotando di significato i residui lasciti dell’eredità sociale e mutualistica, riducendo le assemblee ad atti formali (quali l’approvazione di bilanci preconfezionati ed ai più incomprensibili) e selezionando naturalmente la gerarchia interna, attraverso la specializzazione forzata delle mansioni, ormai rigidamente separate fra esecutive e manageriali. E’ sempre Paola Tubaro che scrive “Per inciso, non è un caso che le più accese campagne di promozione delle organizzazioni non profit siano venute, negli anni Ottanta, dai governi conservatori di Ronald Reagan (e poi di George Bush) negli Stati Uniti e di Margaret Thatcher in Gran Bretagna. Il terzo settore era diventato, per i loro curatori di immagine, un formidabile belletto per rendere presentabili al grande pubblico politiche ultraliberiste. Favorire il terzo settore (…) serviva a coprire ciò che realmente avveniva: la deregolamentazione dell’industria, la riduzione del carico fiscale per le imprese, i tagli drastici ai servizi sociali”[2].

L’Italia non ha fatto eccezione, anzi il Forum del Terzo Settore – organismo rappresentativo del non profit italiano – è stato ed è uno dei più entusiasti sostenitori dell’introduzione nella Costituzione della Repubblica del principio di sussidiarietà, cioè dell’espianto della gestione pubblica dall’erogazione dei servizi essenziali, scuola e sanità comprese.

LA REALTA’ DEL TERZO SETTORE A ROMA

Quelli che seguono sono i racconti di alcuni operatori dei servizi sociali e assistenziali della Capitale; pur nella loro parzialità, contribuiscono alla comprensione delle condizioni materiali in cui è costretto a vivere chi lavora in questo settore. Nella maggior parte dei casi, su richiesta degli stessi interessati, abbiamo omesso ogni riferimento; fa eccezione la vicenda della cooperativa Iskra, che abbiamo ricostruito dagli articoli pubblicati fra l’aprile e il maggio 1998 dal Messaggero e da Liberazione.


GLI A.E.C.: LA STORIA DI LUCIANA E QUELLA DEI POLIS

Gli Assistenti Educativi Culturali (AEC) sono operatori incaricati di fornire sostegno e assistenza ai bambini disabili all’interno della scuola. A Roma, questo servizio viene gestito in forma piuttosto bizzarra: una parte degli AEC sono alle dirette dipendenze del Comune, mentre altri vengono forniti da cooperative convenzionate. Questa schizofrenia determina la situazione di persone che svolgono il medesimo lavoro per il medesimo committente (il Comune), ma in condizioni abissalmente differenti: gli AEC dipendenti comunali sono regolarmente inquadrati, retribuiti e godono di tutti i diritti che spettano ad un lavoratore; gli AEC forniti dalle cooperative, viceversa, nel migliore dei casi sono inquadrati a livelli inferiori a quello reale e nel peggiore (il più diffuso) non sono inquadrati affatto e sono impiegati con la famigerata formula del “collaboratore”, pagati a cottimo e senza alcun diritto a ferie, malattia, ecc. Naturalmente, le cooperative che adottano questo sistema, similmente all’assistenza domiciliare (del resto, alcune sono le stesse), lucrano un buon 40% sui compensi erogati dal Comune.

La storia di Luciana è emblematica: trentenne, per anni assistente domiciliare precaria, viene contattata da una cooperativa sociale che ha ottenuto l’affidamento del servizio AEC. La zona di competenza della cooperativa si trova molto lontano dall’abitazione di Luciana, ma la prospettiva di un lavoro diverso, a contatto con i bambini, la fa decidere ad accettare l’offerta.

Le condizioni sono le solite: 10.000 lire l’ora, niente contributi, niente ferie, ecc. Per alcuni mesi, in qualunque condizione climatica, Luciana esce di casa prima delle 7.00, inforca il suo vecchio motorino e attraversa mezza città per raggiungere puntualmente il posto di lavoro. A volte, le capita di tardare di qualche minuto, ma sul suo conto non si registrano lamentele né da parte della scuola, né dalla famiglia del bambino che le è affidato, che anzi le si affeziona.

Una mattina, mentre è diretta al lavoro, Luciana ha un incidente: la ruota del motorino incontra una delle tante buche che rendono pericolose per i motociclisti le strade della Capitale, specialmente quelle periferiche, lontane dagli occhi dei turisti e dall’interesse degli amministratori. La caduta provoca a Luciana alcune brutte escoriazioni e danneggia seriamente il motorino; un automobilista di passaggio che ha assistito all’incidente si offre di accompagnare subito Luciana al pronto soccorso e lei, naturalmente, accetta, anche perché ha bisogno di essere medicata.

Prima di avviarsi verso l’ospedale, Luciana chiama con il suo cellulare la scuola e comunica quello che le è successo, avvertendo che non potrà essere presente; subito dopo, chiama la cooperativa per effettuare la stessa comunicazione alla coordinatrice del servizio, in modo che possa provvedere a sostituirla. In cooperativa non c’è nessuno e lei lascia un messaggio sulla segreteria telefonica.

Al pronto soccorso, l’attesa e le medicazioni portano via la mattinata, e quando Luciana è di nuovo in strada è passato mezzogiorno. Nel frattempo, non ha ricevuto alcuna comunicazione sul cellulare da parte della cooperativa. Torna a casa con l’autobus e, appena arrivata, telefona nuovamente in cooperativa; stavolta, la coordinatrice le risponde e la conversazione prende subito una piega inaspettata.

“Per colpa tua, un bambino è rimasto senza assistenza e la Preside della scuola ha minacciato di riferire tutto al Comune e di farci revocare la convenzione” si sente dire Luciana, che tenta di scusarsi (ma perché bisogna scusarsi per un incidente?).

“Ma ho avuto un incidente, mi sono fatta male e forse il motorino è da buttare… poi, vi ho avvertito subito per essere sostituita, che altro potevo fare?”

“Sai benissimo che non possiamo fare sostituzioni con un preavviso tanto breve… dove la trovo un’altra operatrice alle otto del mattino?”

Luciana cade dalle nuvole: “Ma come, non avete pensato che una persona può avere un imprevisto? Come facevo a sapere che avrei avuto un incidente?”

“Questo è un problema tuo. Noi ora rischiamo di perdere la convenzione. Il Presidente della cooperativa ha detto che non devi più lavorare con noi”

“Cosa? Mi licenziate perché ho avuto un incidente?!”

“Non sei licenziata, perché non sei mai stata assunta. La tua collaborazione con la cooperativa finisce qui”. E finisce anche la telefonata.

Luciana stenta a credere a quello che le è successo; per qualche giorno, tempesta di telefonate la cooperativa, implorando un appuntamento con il Presidente, ma la risposta è sempre la stessa: “No”.

Contatta anche le colleghe e i colleghi che conosce meglio, tutti le esprimono la propria solidarietà .

Di fronte all’intransigenza della cooperativa, Luciana decide di non subire passivamente; attraverso alcuni amici, si rivolge ad un avvocato, molto noto per il suo impegno in difesa dei diritti dei lavoratori. Esaminata la situazione, l’avvocato informa Luciana che si può intentare una causa per far riconoscere la natura subordinata del suo rapporto di lavoro e ottenere l’annullamento del licenziamento, con relativo risarcimento e reintegra nel posto di lavoro; la informa anche che sarà una cosa lunga, che l’esito non è scontato e che è bene portare qualche collega a testimoniare.

Luciana richiama i colleghi che le avevano espresso solidarietà, chiedendo loro se sono disposti a testimoniare sugli aspetti che possono dimostrare la reale natura del rapporto di lavoro, che anche loro conoscono benissimo: sono inquadrati in un organico gerarchico, mansioni e orari vengono determinati dai propri superiori, ecc. Con grande amarezza, Luciana colleziona una serie di imbarazzati dinieghi, tutti sul tipo: “Lo so che hai ragione, ma io non mi posso esporre… sono nella tua stessa condizione, se vogliono mandano via anche me”.

“Ma non possono mandare via tutti!” cerca di insistere Luciana.

“E perché? A parte il fatto che non tutti avranno il coraggio di testimoniare, la cooperativa non ci mette niente a trovare qualcun altro: hanno centinaia di richieste di lavoro”.

Alla fine, Luciana rinuncia alla ricerca di testimoni. La causa si farà lo stesso, ma vincerla sarà ancora più difficile.

Alcune settimane dopo l’incidente, Luciana sentì il bisogno di avere notizie del bambino che aveva seguito per mesi; telefonò alla famiglia e apprese dalla mamma che, alla sua richiesta dei motivi dell’improvvisa sparizione di Luciana, la cooperativa aveva risposto che se ne era andata senza preavviso perché le era capitato un lavoro migliore.

*****

La vicenda degli A.E.C. romani è piuttosto interessante anche per la comprensione della perversità dell’utilizzo del terzo settore nella gestione di servizi pubblici. Una parte del servizio di assistenza ai bambini disabili nelle scuole è effettuata da circa 250 operatori dipendenti del Comune, il cui numero è recentemente aumentato a seguito dell’assunzione di una quarantina di nuovi A.E.C., impiegati per questa mansione per due anni come lavoratori socialmente utili (LSU). A seguito di una lunga e dura vertenza sindacale, tutti gli LSU sono stati assunti dal Comune o dalle sue holding, non prima di aver rifiutato con fermezza la proposta di costituire le solite cooperative che avrebbero poi gestito i servizi comunali in regime di appalto.

La lotta dei lavoratori e delle lavoratrici, sostenuta da alcuni sindacati extraconfederali, e il loro rifiuto di costituire cooperative portò, fra l’altro, ad effettuare una analisi dei costi dalla quale emerse con chiarezza che la Pubblica Amministrazione non avrebbe realizzato alcun risparmio, affidando i servizi ad organismi esterni; anzi, la spesa sarebbe stata senz’altro superiore a quella necessaria per gestire direttamente i medesimi servizi. Di fronte alla prospettiva di un intervento della Corte dei Conti (già attivatasi nei confronti delle due Giunte Rutelli per altre vicende di esternalizzazioni e per alcune “consulenze” decisamente ben retribuite), risultò inevitabile scartare l’opzione delle cooperative, che i lavoratori non erano comunque disponibili a prendere in considerazione.

Nonostante queste considerazioni, dal 1999 una parte del servizio – circa 150 operatori – era stata affidata ad alcune cooperative sociali, e lo rimarrà fino al 2003. Nella convenzione stipulata con il Comune, si legge l’obbligo, per gli organismi convenzionati, di applicare il Contratto Nazionale di categoria, ma le cose non stanno affatto così: che siano inquadrati formalmente come soci delle cooperative o che – come Luciana – vengano fatti lavorare come “liberi professionisti”, nessuno degli A.E.C. delle cooperative convenzionate guadagna più di 14.500 lire lorde per ogni ora di “assistenza effettivamente prestata”, come testimoniano le buste paga e le fatture che abbiamo esaminato. E il rispetto dei contratti resta sulla carta, perché nessuno controlla se le cooperative rispettino gli impegni sottoscritti.

IL NON PROFIT E GLI INTERVENTI SUL DISAGIO GIOVANILE

Gli interventi per la prevenzione del disagio giovanile sono da alcuni anni in cima alle priorità del lavoro sociale, almeno stando a quanto periodicamente compare sui giornali e in video, solitamente in relazione a qualche fatto di cronaca particolarmente scioccante o a qualche inchiesta clamorosa; del resto, una metropoli come quella romana, in cui esistono quartieri grandi come città di medie dimensioni completamente abbandonati a sé stessi, è inevitabile che il disagio giovanile abbia assunto negli anni forme e dimensioni particolarmente allarmanti.

Non è un mistero, ad esempio, che esistano zone della città con un tasso di abbandono scolastico da terzo mondo e che proprio queste zone siano quelle da cui proviene la quasi totalità dei “clienti” del Tribunale Penale Minorile e del carcere minorile di Casal del Marmo. Nell’ultimo decennio, si sono moltiplicate le iniziative tese a contrastare i fenomeni di disagio giovanile e devianza, quali appunto la dispersione scolastica, l’abuso di sostanze stupefacenti, la violenza contro le persone e le cose, l’incultura e il razzismo. Un grande sforzo economico, anche attraverso l’utilizzo di specifici e massicci finanziamenti dell’Unione Europea, è stato fatto verso l’area di Tor Bella Monaca, un enorme comprensorio di recente edificazione nell’estrema periferia sudorientale di Roma, oltre la cintura del Grande Raccordo Anulare; molte associazioni e cooperative sociali sono state finanziate per effettuare diversi tipi di intervento nelle scuole e nelle strade di Tor Bella Monaca.

Nel biennio 2000/2001, è stato finanziato con circa 400 milioni di lire un intervento articolato sul territorio, che prevedeva un capillare lavoro di strada e l’attivazione di un centro di aggregazione che doveva mettere a disposizione dei giovani alcune risorse, prima fra tutte la possibilità di avvicinarsi alle nuove tecnologie informatiche e comunicative, da cui molti giovani sono oggettivamente esclusi.

La cooperativa risultata vincente nell’assegnazione del servizio, al momento dell’avvio del lavoro, ha assunto in fretta e furia alcuni operatori, “pescati” dai curricula pervenutigli. Il racconto di Cinzia è, a questo proposito, illuminante.

“Avevo inviato il mio curriculum alla cooperativa due anni prima e, sinceramente, me ne ero anche dimenticata. Improvvisamente, nel gennaio 2000, ricevo una telefonata con cui mi viene chiesto se sono disponibile ad essere impiegata in un lavoro sui giovani a Tor Bella Monaca. Ho accettato principalmente perché mi è stato detto che, dovendo lavorare solo alcuni pomeriggi, avrei potuto continuare a fare il mio lavoro la mattina nelle scuole materne. In realtà, non avevo la minima idea di quello che avrei dovuto fare, ma pensavo che sarebbe stato attinente alle esperienze che avevo indicato nel mio curriculum”.

La prima sorpresa, per Cinzia, è che nessuno le spiega niente e che si ritrova direttamente nelle strade di Tor Bella Monaca con un nuovo collega, Carmelo, che lavora già da qualche tempo per la cooperativa; è lui a spiegarle sommariamente in cosa consiste il lavoro. Inizialmente, dice, dobbiamo “mappare” tutti i luoghi di aggregazione dei giovani, quali muretti, bische, bar, ecc.

Carmelo confessa di non conoscere affatto l’immenso quartiere e comunica a Cinzia che altre due coppie di operatori sono impegnate, in altre zone, nello stesso lavoro di “mappatura”.

Alla domanda di Cinzia “Quanto deve durare questa prima fase?”, Carmelo allarga le braccia.

Inizia la “mappatura”: per due pomeriggi settimanali, Cinzia e Carmelo passeggiano per le vie di Tor Bella Monaca, prendendo nota di tutti quelli che appaiono come luoghi di ritrovo di giovani e adolescenti. Per decine di ore, i due perlustrano la zona assegnata, che comprende anche una vasta area semirurale, che non sembra nemmeno appartenere ad un contesto urbano. Come loro, nelle rispettive zone, procedono le altre due “unità di strada”.

Cinzia è molto scrupolosa e, all’inizio, prende molto sul serio il proprio lavoro, segnando diligentemente tutti i luoghi che le appaiono interessanti e ripromettendosi di tornarci quando, terminata la “mappatura”, si passerà alla presa di contatto con i ragazzi… il che, per la verità, la preoccupa molto.

“Non avevo la minima esperienza di lavoro di strada sugli adolescenti a rischio, e nemmeno la minima formazione! Ho sempre lavorato con i bambini delle scuole materne. D’altra parte, pensavo che, prima o poi, avrei avuto la possibilità di confrontarmi con i colleghi che lavoravano nel progetto, poi mi sembrava che Carmelo fosse un po’ più esperto di me e, infine, avevo saputo che le altre unità di strada erano costituite da operatori di grande esperienza, per cui aspettavo con trepidazione la prima riunione di tutti gli operatori, per avere un confronto con loro, per capire cosa avrei dovuto fare…”

Invece, accadono altre cose: in primo luogo, molte volte Cinzia si ritrova da sola, perché Carmelo non si presenta agli appuntamenti ed è costretta a procedere da sola alla “mappatura”; naturalmente, anche dopo essersi resa conto che Carmelo è un fannullone, non se la sente di fare la spia e continua come meglio può in assoluta solitudine. Poi, per mesi, la chimerica riunione dell’èquipe viene continuamente rimandata a data da destinarsi. Infine, e siamo ormai alla fine di marzo, Cinzia si rende conto che ha “mappato” l’intera zona assegnatale e che bisogna passare alla fase del contatto con i ragazzi.

Contatta la cooperativa, da cui le viene detto che non si è ancora pronti per la seconda fase e che deve continuare la “mappatura”. Cinzia obietta che non c’è più nulla da “mappare”, che ha percorso le strade in lungo e in largo (quasi sempre da sola, ma questo non lo dice) e che non ha senso continuare così. Niente da fare: “Continua a osservare e a registrare quello che vedi. Presto organizzeremo una riunione con tutti gli operatori e passeremo alla seconda fase”.

Cinzia si rassegna e, per altri due mesi, continua a passeggiare per Tor Bella Monaca; in tutti questi mesi, naturalmente, non ha mai preso una lira e la cooperativa non le ha fornito alcuno strumento, nemmeno un volantino che spieghi le finalità del progetto. E’ comprensibile che avverta uno stato di disagio sempre più forte.

Finalmente, ad estate già iniziata, viene convocata la famosa riunione, che Cinzia ricorda ancora con orrore.

“Ero convinta che, finalmente, avrei potuto parlare dei miei problemi, delle mie difficoltà, per capire come avrei dovuto continuare il lavoro… invece, mi sono trovata in mezzo a persone – che vedevo per la prima volta – che non facevano altro che litigare, in un clima indescrivibile. Per quanto sono riuscita a capire, esisteva un rancore profondo fra gli operatori e fra gli operatori e l’amministrazione della cooperativa. Ho capito, per esempio, che il Presidente della cooperativa era fortemente sospettato di intascarsi i soldi del Comune e di infischiarsene del progetto, salvo pretendere dagli operatori che svolgessero comunque il loro lavoro, anche in condizioni evidentemente impossibili.

Per esempio, uno degli operatori più esperti tentò di far capire che non era possibile chiarire ai ragazzi il senso del progetto se non si avevano a disposizione almeno dei volantini illustrativi, e che bisognava dare vita a qualche iniziativa concreta, peraltro ampiamente prevista dal progetto. Di fronte a queste osservazioni, il Presidente della cooperativa andò su tutte le furie, accusando gli operatori di non essere capaci di fare il proprio lavoro”.

C’era un altro problema, che Cinzia voleva discutere: il progetto prevedeva l’apertura di un centro di aggregazione dove i ragazzi potessero, fra l’altro, apprendere l’uso del computer e cimentarsi con le possibilità offerte, il che rappresentava anche una di quelle iniziative concrete che avrebbero dovuto suscitare l’interesse e l’apprezzamento dei giovani. L’argomento non poté essere affrontato, perché il Presidente della cooperativa chiuse bruscamente la riunione, chiamato da altri impegni.

Il calvario di Cinzia continuò per tutta l’estate. Verso luglio, un suo collega le fece avere un pacco di volantini, finalmente preparati dalla cooperativa, raccomandandole di usarli con parsimonia. I volantini erano assolutamente incomprensibili, non si capiva nulla di quello che dicevano, non c’era nessuna indicazione per i giovani, nemmeno un numero di telefono.

Cinzia si trascinò fino alla fine di settembre, quando decise di tirare le conseguenze di quanto aveva capito. “Ho dovuto prendere atto che il solo interesse della cooperativa era quello di appropriarsi dei fondi stanziati dall’Unione Europea attraverso il Comune di Roma. Ho il sospetto, per esempio, che tutte le ore di lavoro non fatte da Carmelo, quando mi trovavo da sola, in realtà venissero lo stesso fatturate, per percepire i relativi compensi. Mi sono sentita un verme: seppure involontariamente, mi stavo rendendo complice di una truffa. Alla fine di settembre, ho comunicato alla cooperativa che me ne andavo, chiedendo i miei soldi, poiché non avevo ancora visto una lira. Sono riuscita a farmi pagare poco prima di Natale, meno di quanto mi avevano promesso”.

Alcuni mesi dopo, Cinzia venne a sapere che, finalmente, la cooperativa aveva aperto il centro di aggregazione previsto dal progetto e finanziato dall’U.E. Naturalmente, dei computer e degli accessori previsti per avviare l’alfabetizzazione informatica dei giovani, non si vide mai traccia; come raccontò a Cinzia un altro operatore, nella sede del centro vennero portati tre vecchi apparecchi di terza mano, dei quali solo uno collegato alla rete telematica e uno con funzioni esclusivamente estetiche, perché non si accendeva nemmeno. Complessivamente, per finanziare quel progetto l’Unione Europea ha assegnato al Comune di Roma, e questi alla cooperativa, 400 milioni di vecchie lire.

IL NON PROFIT E LA TOSSICODIPENDENZA

La stessa cooperativa che ha così brillantemente operato a Tor Bella Monaca si è anche fatta un nome nella prevenzione della tossicodipendenza, ottenendo la gestione di diversi servizi da parte delle ASL. Doriana, una giovanissima operatrice, ha avuto una breve ma illuminante esperienza

“Mi hanno preso, a 15/16.000 lire l’ora, per realizzare un intervento di prevenzione della diffusione delle sostanze stupefacenti fra i giovani di un grosso centro alle porte di Roma. Che io sappia, per un anno di intervento la ASL di zona ha stanziato circa centocinquanta milioni di vecchie lire”.

Come si realizza questo intervento?

“Premesso che non avevo nessuna formazione e nessuna esperienza, mi hanno detto che dovevo contattare i giovani, in alcune zone considerate a rischio, parlare con loro e distribuire del materiale informativo, per due volte la settimana, insieme ad un altro collega”.

Il materiale era concepito e prodotto per quella specifica situazione?

“Macchè! Ci hanno dato solo un po’ di opuscoli del Ministero della Sanità, gli stessi che distribuiscono nelle scuole… così loro non spendono una lira”.

Insomma, che lavoro fate?

“Hai presente quelli che distribuiscono la pubblicità? Quello”.

150 milioni per qualche volantinaggio… un bell’affare non profit, non c’è dubbio.

IL NON PROFIT E IL SINDACATO

Nell’estate del 1996, Sergio Cofferati, Segretario della CGIL, lanciò un grido di allarme sulle condizioni di lavoro nelle cooperative sociali, provocando polemiche a non finire. L’atto di accusa del leader del maggiore sindacato italiano riguardava il fatto che troppo spesso la forma della cooperativa sociale serve per nascondere una sostanza di sfruttamento dei lavoratori, in virtù di un utilizzo spregiudicato e strumentale di una legislazione peraltro largamente deficitaria. La reazione delle Centrali cooperative alle dichiarazioni di Cofferati fu inviperita e non dissimile da quelle, consuete, delle associazioni padronali.

Meno di due anni dopo, nella primavera 1998, si è verificato un episodio simile a tanti altri, con la differenza che, questa volta, le vittime non sono rimaste in silenzio.

Il fatto è stato riportato anche dalla grande stampa romana, per cui non c’è bisogno di oscurare nomi e circostanze: Aldo Nigro e Davide Zura, soci lavoratori della cooperativa ISKRA, convenzionata con il Comune di Roma per l’assistenza domiciliare agli handicappati, vengono licenziati in tronco, con l’accusa – gravissima – di avere intimidito e maltrattato Alessandro, un utente affidatogli. La CGIL Funzione Pubblica, di cui Aldo è membro del Direttivo Regionale, fornisce una versione molto diversa: i due sono stati licenziati perché impegnati nel sindacato, per il rispetto delle regole democratiche in una cooperativa che non vuole riconoscere il diritto dei soci ad avere una rappresentanza sindacale e che lascia alquanto a desiderare in tema di mutualismo e solidarietà; a suffragio della propria tesi, la CGIL ha prodotto una copiosa documentazione, che comprende anche alcune lettere in cui la madre di Alessandro smentisce decisamente quanto sostenuto dalla cooperativa.

Per tutta risposta, la cooperativa interrompe unilateralmente l’assistenza domiciliare ad Alessandro, gettando nella disperazione l’intera famiglia e incurante del fatto che ciò costituisce una gravissima violazione degli obblighi nei confronti del Comune di Roma, sottoscritti dalla cooperativa al momento della firma della convenzione per la gestione del servizio.

Nello scontro interviene la Lega delle Cooperative, alla quale l’ISKRA è affiliata, definendo “fuori luogo” le accuse del sindacato e sostenendo, fra l’altro, che Aldo e Davide non avevano alcun titolo per svolgere attività sindacale.

Al momento del licenziamento, Aldo lavorava con i disabili da più di dieci anni; padre di due bambini, ha sempre respinto con fermezza le accuse di maltrattamenti addotte a motivo del suo licenziamento e di quello di Davide.

“Io e Davide seguivamo Alessandro da almeno otto anni; è sempre stato una persona molto difficile, conosciuto in tutto il quartiere. Il nostro lavoro, che è stato molto duro e faticoso, ha prodotto ottimi risultati non solo per lui, ma per la famiglia e per l’intero quartiere, come possono confermare tutti i responsabili della Circoscrizione e dell’USL. La verità è che avevamo iniziato da alcuni mesi una vertenza interna sui carichi e sull’organizzazione del lavoro, contro una ristrutturazione guidata da due consulenti esterni e finalizzata a garantire il potere dei dirigenti; per esempio, gli operatori sindacalizzati o comunque scomodi sono stati tutti assegnati ai casi più difficoltosi e difficili da raggiungere, secondo la logica dei reparti confino della FIAT degli anni cinquanta. Come Delegato alla Sicurezza, avevo contestato numerose inadempienze della 626: hanno voluto farci pagare anche questo”.

Nonostante le interrogazioni di alcuni Consiglieri, il Comune non ha preso alcun provvedimento nei confronti della cooperativa per l’abbandono unilaterale dell’assistenza ad Alessandro. La causa intestata da Aldo contro la cooperativa è ancora in corso; poiché era un socio, la competenza è del Tribunale Civile, il che significa che le spese sono infinitamente più alte di quelle di una normale causa di lavoro… un altro privilegio del terzo settore.

LA TORTURA DEGLI STIPENDI

Alessandro lavora da quattro anni in una cooperativa convenzionata con il comune di Roma per l’assistenza domiciliare agli anziani, ai disabili e per la gestione di numerosi altri servizi assistenziali; non è mai stato messo in regola, né come socio, né come dipendente. Viene pagato a cottimo, poco più di 10.000 lire nette l’ora, per un servizio per il quale il Comune versa alla cooperativa più di 26.000 lire per ogni ora di lavoro prestato.

Lo “stipendio” di Alessandro viene erogato con grande irregolarità, con uno, due, tre mesi ed anche più di ritardo: per esempio, a settembre inoltrato deve ancora ricevere il suo compenso per il lavoro svolto a maggio.

La dinamica è sempre la stessa: Alessandro – come tutti gli altri operatori – tempesta di telefonate l’ufficio amministrativo della cooperativa, chiedendo se può passare a ritirare i propri soldi, per sentirsi rispondere da una segretaria o da un ragioniere che i soldi non ci sono, bisogna aspettare, ecc. La storia può durare anche qualche settimana, fino a quando, finalmente ascolta al telefono le parole magiche: “Puoi venire a ritirare l’assegno”. In genere, le parole magiche vengono pronunciate il venerdì, quando l’assegno non può essere incassato fino al successivo lunedì. Ma questo è il meno.

Quando Alessandro si precipita in cooperativa, naturalmente trova altre decine di colleghi e colleghe che hanno ricevuto la stessa comunicazione, per cui si mette in fila per ricevere dalle mani della segretaria il prezioso assegno; quando arriva il suo turno, si sente dire: “Mi dispiace, gli assegni sono finiti. Prova a ripassare lunedì”. Alessandro rimane interdetto: “Che vuol dire che gli assegni sono finiti?”

La segretaria – avvezza al ruolo – alza le spalle: “Vuol dire che la banca non ci ha dato un numero di assegni sufficiente per tutti voi… lunedì cercheremo di farcene dare altri”.

Alessandro impreca, e con lui la fila di operatori che lo segue. Tutti si chiedono il perché di questa storia, che si ripete ogni volta ci sia da riscuotere il magro stipendio. La risposta arriva da un sindacalista che conosce bene il cosiddetto terzo settore e il mondo della cooperazione sociale.

“Non è un problema di cattiva organizzazione – spiega – perché non è pensabile che lo stesso spettacolo si ripeta ogni volta… se l’azienda sa che deve pagare, poniamo, cento persone, perché alla banca chiede soltanto settanta assegni?”

“Già, perché?” domanda Alessandro.

“E’ un sistema di controllo – continua il sindacalista – un modo per farti sentire sempre in bilico, alla mercé di eventi imprevedibili, un ricatto invisibile per costringerti a chiedere per favore quello che ti spetta di diritto. Un addestramento alla sottomissione e al servilismo, insomma”.

Alessandro è colpito dalla spiegazione. In effetti, all’annuncio che “gli assegni sono finiti” lui e i suoi colleghi reagiscono sempre nella stessa maniera: prima si arrabbiano, poi se ne vanno, perché tanto non c’è niente da fare… ma qualcuno rimane sempre, e chiede di poter incontrare il Presidente o il Vicepresidente, i quali, di fronte alla rappresentazione di situazioni disperate (bollette scadute, affitti da pagare, conti in sospeso dal macellaio, necessità di libri per la scuola dei bambini, ecc.), concedono magnanimamente ai tapini un acconto o, addirittura, il versamento dell’intero stipendio. Il nobile gesto è sempre accompagnato da raccomandazioni vagamente minacciose, quali “Lo faccio solo per te, non farlo sapere agli altri”, ecc.

Un addestramento alla sottomissione e al servilismo, ma non solo: questo sistema è anche un potente incentivo alla desolidarizzazione, alla distruzione di ogni sentimento di appartenenza collettiva del lavoratore, ridotto allo stato di un individuo miserabile, pronto ad ogni bassezza pur di ottenere il “privilegio” di ricevere i suoi soldi prima degli altri. Le molestie sessuali, tanto per dirne una, sono una delle conseguenze naturali del “sistema” che il sindacalista ha spiegato ad Alessandro.

L’ACCOGLIENZA AGLI HOMELESS: LA STORIA DI SABRINA

Naturalmente, il frenetico fund raising dei manager non profit non si è lasciato sfuggire il nuovo mercato prodotto dall’aumento dei nuovi poveri nelle metropoli, rappresentati a Roma anche da migliaia di homeless, molti dei quali immigrati extracomunitari.

Alla fine degli anni 90, il Comune finanziò alcune cooperative sociali per gestire centri di accoglienza che non avessero le caratteristiche dei vecchi dormitori, ma che fossero in grado di fornire non solo assistenza, ma anche un progetto di reinserimento sociale. Sulla carta, almeno.

Sabrina e Mauro vennero assunti – naturalmente come “liberi professionisti” – dalla cooperativa che gestiva un centro di accoglienza in una zona centrale, con una forte concentrazione di homeless e di immigrati.

Nel giro di pochissimo tempo, si resero conto che i progetti di reinserimento erano inesistenti e che la struttura svolgeva esattamente la stessa funzione di parcheggio dei tanto vituperati dormitori; in più, i turni erano massacranti, perché la cooperativa affidataria del servizio, per aumentare il guadagno, aveva assunto pochissimi operatori, costretti ad orari impossibili. Per ottimizzare i costi, si era arrivati addirittura a lasciare incustodita la struttura nelle ore notturne, abbandonando a sé stessi gli “ospiti”.

In questo contesto, non stupisce la notizia di litigi violenti e ferimenti avvenuti nelle ore notturne fra gli “ospiti”, ma le rimostranze di Sabrina e Mauro ai dirigenti della cooperativa non vengono prese in considerazione, anzi ai due viene fatto capire che, se vogliono continuare a lavorare, è bene che stiano tranquilli. Recepito il messaggio, per qualche tempo i due, che hanno assolutamente bisogno di lavorare, si adattano, anche perché il presidente della cooperativa non perde occasione per sbandierare la sua stretta amicizia con l’Assessore competente.

Un giorno, però, avviene un fatto che supera persino il bisogno di lavoro dei due giovani operatori. In breve, un’ospite straniera confessa a Sabrina di essere stata costretta a subire le attenzioni sessuali del presidente della cooperativa, come molte altre “ospiti” prima di lei, sotto la minaccia di essere nuovamente sbattuta in mezzo alla strada. Sabrina, inorridita, cerca di convincere la donna a denunciare il suo aguzzino, ma si scontra con la paura e la diffidenza di chi conduce un’esistenza precaria, sottoposta ai capricci di un permesso di soggiorno altrettanto precario.

Sabrina parla della vicenda con il suo collega, che le conferma di aver sentito anche lui qualche voce in proposito da altri “ospiti”; in sostanza, il presidente della cooperativa sarebbe un habitué della molestia sessuale, scegliendo oculatamente i suoi bersagli fra le “ospiti” immigrate con problemi di rinnovo del permesso di soggiorno o fra le homeless con problemi psichiatrici, le cui eventuali denunce non sarebbero mai prese sul serio.

I due si rendono conto di poter fare ben poco, ma non se la sentono di tacere; si rivolgono ad alcuni Consiglieri comunali, che a loro volta chiedono all’Assessore competente di intervenire, ma la risposta che ottengono è a metà fra il burocratico e lo sprezzante: in sintesi, la cooperativa ha regolarmente ottenuto la gestione della casa di accoglienza, l’Amministrazione non ha mai ricevuto reclami ufficiali, non vi sono denunce e, dulcis in fundo, il presidente della cooperativa è iscritto allo stesso partito dell’Assessore. Dunque, nessun problema.

Sabrina e Mauro sono costretti a lasciare il lavoro, perché il presidente della cooperativa, informato dall’Assessore amico, non ci mette molto a capire chi ha cercato di intromettersi nei suoi affari. Affari che continuano a prosperare.

LA COOPERATIVA MODELLO

L’ultima vicenda che raccontiamo è anche quella che ha fatto più rumore nel Terzo Settore romano, insieme a quella dei sindacalisti licenziati dall’Iskra, rispetto alla quale è avvenuta dopo qualche mese, al principio del 1999.

La storia avviene nella stessa cooperativa della “tortura degli stipendi”, che gestisce anche i servizi di assistenza domiciliare in due Municipi, e inizia nel giugno 1998, quando il malessere che serpeggia fra i lavoratori della cooperativa diventa più acuto perché il ritardo nel pagamento degli stipendi è diventato intollerabile: decine di operatori – stiamo parlando della cooperativa più grande della città, da molti considerata un “modello”, affiliata a Legacoop – non percepiscono una lira da tre mesi, la situazione di molti è prossima alla disperazione. Come se non bastasse, si apprende che la direzione della cooperativa ha pensato bene di investire una cifra esorbitante (circa 150 milioni di vecchie lire) nell’acquisto di una barca da diporto ed altre centinaia di milioni per finanziare gli spettacoli dell’Estate Romana, cui partecipa il vicepresidente della cooperativa, a sua volta cantante e impresario.

La rappresentanza sindacale interna del Cobas servizi sociali – RdB, dopo inutili tentativi di dialogo con la direzione, proclama uno sciopero per l’intera giornata del 20 luglio; nonostante le minacce verso i lavoratori (in particolare contro i tantissimi precari), lo sciopero riesce in pieno. A quel punto, la situazione sembra sbloccarsi: il Cobas – RdB ottiene il versamento degli stipendi, un aumento dei compensi dei “collaboratori” e la regolarizzazione di un primo gruppo di quindici lavoratori e lavoratrici, con l’impegno di procedere gradualmente alla regolarizzazione di tutti gli operatori impiegati.

Dopo la pausa di agosto, però, si comprenderà che l’atteggiamento ragionevole della direzione era dettato solo dalla necessità del momento; in effetti, viene messa in piedi una sistematica campagna terroristica verso il Cobas – RdB, accusato di puntare alla distruzione dell’azienda ed alla conseguente perdita del lavoro. I soci lavoratori, che costituiscono meno di un terzo della forza lavoro impiegata dalla cooperativa, vengono convinti che la loro posizione è in pericolo e che la regolarizzazione dei lavoratori provocherebbe un disastro economico. Parallelamente, la direzione impianta una vera e propria campagna diffamatoria contro i sindacalisti più impegnati e, in particolare, contro Marco, presentato come un estremista irresponsabile, nonostante sia un dirigente del Partito della Rifondazione Comunista; lo schieramento dei rappresentanti istituzionali del PRC a fianco delle ragioni dei lavoratori diventa a sua volta argomento di persuasione nei confronti dei soci lavoratori.

A dicembre, un’operatrice precaria, in servizio da più di due anni senza contratto e senza tutele, viene bruscamente licenziata. Ufficialmente, le viene imputata una cattiva gestione del suo lavoro ed anche nei suoi confronti viene confezionata una umiliante campagna diffamatoria, arrivando a far circolare la voce che si appropriava del denaro degli utenti; in realtà, la sua colpa era quella di essere un’aderente del Cobas – RdB, nonché iscritta a Rifondazione Comunista.

Poche settimane dopo, la stessa sorte tocca a Marco, che però è un socio lavoratore, per cui si rende necessario ricorrere ad un espediente. La soluzione trovata dal Presidente della cooperativa è piuttosto rischiosa, ma funziona: al termine delle ferie natalizie, Marco aveva presentato alla cooperativa, consegnandola nelle mani del Presidente, una richiesta di prolungamento del periodo di aspettativa non retribuita di cui usufruiva da alcune settimane; pochi giorni dopo, riceve una raccomandata della cooperativa che gli comunica il licenziamento perché non si era presentato al lavoro. Semplicemente, la sua richiesta di aspettativa era stata fatta sparire.

Naturalmente, la situazione si fa incandescente: il Cobas – RdB e Rifondazione Comunista promuovono una manifestazione di fronte agli uffici della cooperativa, con la solidarietà degli altri sindacati di base ed anche della CGIL, mentre gli avvocati di Marco presentano subito un ricorso al Tribunale Civile. Il Presidente della cooperativa viene anche querelato per l’occultamento della lettera di richiesta dell’aspettativa.

Alla prima udienza del Tribunale Civile, in primavera, il magistrato dispone immediatamente la sospensione del provvedimento contro Marco e il suo reintegro nel posto di lavoro. In un clima di grande tensione, Marco riprende servizio, ma è evidente la volontà di costringerlo ad andarsene: sin dal primo giorno, viene bombardato di telegrammi della cooperativa che gli imputano ritardi inesistenti ed altre negligenze inventate di sana pianta. Marco non si lascia intimidire e continua a presentarsi regolarmente al lavoro, fino a quando – non sono passati neanche dieci giorni – riceve una nuova raccomandata che gli comunica un nuovo licenziamento.

Ad un anno di distanza dal licenziamento, Marco non aveva ricevuto nemmeno il t.f.r. e per riaverlo è stato costretto a rivolgersi ai Carabinieri, mentre ancora oggi non gli è stata restituita la quota sociale.

Attualmente, la causa civile è ancora in corso; in questi anni, la cooperativa ha fatto ricorso a tutte le tattiche dilatorie possibili e immaginabili, alternando minacce a proposte di trattativa mai seguite da alcun atto concreto. In una situazione analoga, di fronte ad un altro Tribunale, si trova l’operatrice licenziata prima di Marco.

Una verifica effettuata dall’Ufficio Vigilanza Cooperative del Ministero del Lavoro ha accertato che, nel solo 1999, quella cooperativa ha impiegato più di trecento lavoratori senza contratto, ma non risulta sia mai stata sanzionata in alcun modo. Analogamente, non vi è stato alcun intervento da parte del Comune di Roma, principale committente della cooperativa.

Il commento di Marco è molto amaro: “La verità è che non esiste la volontà politica di mettere in regola queste situazioni. Gli interessi in gioco sono troppo forti e coinvolgono tutti i partiti, nessuno escluso; una cooperativa come quella che mi ha licenziato fattura quasi dieci miliardi di vecchie lire l’anno e questo significa clientelismo, versamenti a fondo perduto per campagne elettorali, pacchetti di preferenze per questo o quel candidato… di fronte a tutto questo, i diritti di chi lavora contano veramente poco”.

*****

Questa vicenda, assieme a quella dell’Iskra, ha riproposto l’urgenza di interventi sulla conduzione dei servizi sociali affidati dal Comune di Roma al cosiddetto “terzo settore”, in particolare l’assistenza domiciliare ai disabili ed agli anziani; secondo i dati forniti dalla CGIL, nella Capitale le cooperative sociali impiegano circa 5000 operatori, cui vanno aggiunti quelli delle decine di associazioni, fondazioni, enti morali, ecc. Solo per quanto riguarda l’assistenza domiciliare, gli operatori impiegati sono oltre 2000 e garantiscono il servizio a circa 6000 utenti; nonostante il protocollo di intesa siglato sin dal 1996 con CGIL, CISL e UIL e il preciso impegno fatto sottoscrivere ai Presidenti di tutte le cooperative per ammetterle alla gestione dell’assistenza domiciliare, il Comune di Roma si è sempre ben guardato dal vigilare sul rispetto del Contratto Nazionale, chiudendo gli occhi sui fenomeni denunciati da Cofferati: diffusione del lavoro nero, precario, sottopagato e senza diritti. L’introduzione della Delibera 135 del 2000, che impone alle cooperative convenzionate l’applicazione dei Contratti Nazionali, non ha sostanzialmente modificato la situazione: i controlli ordinari previsti dalla stessa Delibera non sono mai stati effettuati, e quelli straordinari – richiesti formalmente dal Cobas – RdB – o non sono stati effettuati, o lo sono stati in maniera ridicola, limitandosi a richiedere alla cooperativa l’elenco dei lavoratori registrati presso l’INPS e dichiarando poi che i versamenti erano in regola. Peccato che i controlli dovrebbero servire ad individuare i lavoratori non registrati all’INPS e nei confronti dei quali non viene effettuato alcun versamento previdenziale.

[1] Paola Tubaro – Critica della ragion non profit – Edizioni DeriveApprodi

[2] Paola Tubaro, op. cit.

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Terzo settore, la risposta alla crisi politica

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 28, 2008

Terzo settore, la risposta alla crisi politica
Di Domenico Ciardulli
19 marzo 2008
da: http://www.aprileonline.info

La riflessione
La società civile che partecipa al ciclo funzionale, organizzativo e produttivo di un paese è una ricchezza che però sempre più spesso viene sottoposta alle leggi dell’economia e al volere politico. Nascono così storie di sfruttamento verso soci lavoratori di cooperative sociali e associazioni Onlus. Perciò bisogna puntare alla riorganizzazione di questo tessuto civico, che resta l’unica soluzione al momento buio che stiamo vivendo

Né stato né mercato. Da questa aspirazione di essere “altro” è nato il termine “terzo settore” inteso come la società civile che si organizza, che interviene, interferisce nel ciclo funzionale, organizzativo e produttivo di un paese. Governance, sussidiarietà, coprogettazione, stakeholders: su termini come questi si è costruita l’impostazione teorica fondante dello spazio cosiddetto “civico”.
La sempre più invadente presenza del mercato, come tendenza di un processo globale, ha progressivamente trasformato gli equilibri e i rapporti di forza tra le tre componenti, determinando una soggezione del “terzo settore” alle leggi del mercato e all’influenza che il mercato stesso esercita sulla classe dirigente teoricamente scelta dai cittadini attraverso il voto.

Il privato sociale, come associazioni onlus, cooperative e enti morali, sono la componente imprenditrice del terzo settore che oggi vive in gran parte di commesse pubbliche e convenzioni finendo in molti casi nel ruolo di appendice della pubblica amministrazione o di personaggi politici in carica nelle pubbliche amministrazioni. Categoria altra sono le associazioni di tutela dei cittadini. Tra di esse vi sono molte organizzazioni istituzionalizzate, alcune fanno parte del Cnuc presso il ministero delle attività produttive e ricevono finanziamenti e rimborsi, altre fanno parte di consulte tematiche. Fuori da questo giro paraistituzionale vi sono centri sociali, associazioni e comitati di quartiere autorganizzati, non sempre registrati e dotati di uno statuto o di una sede ufficiale propria.

La “mission” del terzo settore nel campo dell’imprenditoria sociale è abbastanza snaturata dalle esigenze di assicurarsi una fetta di commesse pubbliche, di entrare negli albi di accreditamento, di far quadrare gli esercizi di bilancio e far fronte alle responsabilità economiche nei confronti di creditori e committenti. Accade in questo settore che, nell’ansia di assicurarsi posizioni solide, si trascurino proprio gli elementi fondanti del terzo settore che sono la solidarietà, la centralità della persona, le relazioni e la qualità della vita.

Nascono così storie di sfruttamento dove soci lavoratori di cooperative sociali e associazioni Onlus che lavorano a contatto con persone svantaggiate diventano anch’essi svantaggiati, in quanto sfruttati e senza tutele, e finiscono per entrare in quella categoria di “netturbini del malessere”, incaricati di “smaltire” a basso costo la parte improduttiva e “malata” della società.

L’elemento economico dell’impegno civico ha inquinato a 360 gradi se è vero che vi sono anche associazioni di tutela dei consumatori che ricevono finanziamenti da aziende, enti, industrie farmaceutiche. In merito, vi è una certa conflittualità tra alcune associazioni che si fanno la guerra a colpi di ricorsi al TAR.

In un orizzonte più trasparente si posizionano i centri sociali e i comitati di quartiere. I primi nati da una spontanea esigenza di socializzazione, di libera espressione della creatività, di rottura degli schemi attraverso la riappropriazione del proprio vivere quotidiano, della libera circolazione dei saperi, dell’autotutela e mutuo aiuto di fronte alla precarizzazione lavorativa, al controllo sociale dei produttori di merci e alla mortificazione del diritto alla casa.
I comitati di quartiere, quale aggregazione civica di prossimità, svolgono anch’essi un ruolo chiave di tutela degli interessi generali e dei beni comuni di un territorio. Su questo fronte la panoramica romana è abbastanza variegata: in alcune zone i comitati di quartiere si mantengono vitali e attivi, hanno anticorpi contro l’imbrigliamento nel meccanismo elettorale, sanno acquistare visibilità e adesioni attraverso la porta aperta e un benefico turn over di componenti e leader. Riescono non di rado a contrapporsi alle scelte politiche del Campidoglio costringendo gli assessori a modificarle e a contrattare.
In altre zone, purtroppo, vi sono anche comitati di quartiere che stagnano in piccoli centri di potere sottocastali, a regia politica municipale. Godono o aspirano a patrocini, a volte editano giornaletti locali sponsorizzati da commercianti di zona e, al momento delle elezioni, organizzano il voto dell’area di influenza in direzione di un loro politico “protettore” o, dove possono, direttamente di un loro esponente, possibilmente inserito nella lista civica del sindaco favorito. Questo modello di comitato di quartiere dalla visione spicciola (campo di bocce, centro ricreativo, cassonetti…) è quello tipicamente organizzato a comunicazione verticale, con un “gruppo dirigente” chiuso che rimane in sella per anni e detiene e filtra le informazioni al pubblico di riferimento, manipola il consenso dei cittadini ad uso e consumo di politici o di circoli di partito. Le componenti prevalenti di questo tipo di comitato sono i ceti medi, impiegati pubblici con anzianità di servizio, liberi professionisti e pensionati statali. Accade, non di rado, che comitati così organizzati arrivino nel tempo alla spontanea trasformazione in centri anziani mantenendo lo stesso consiglio direttivo.

E’ dall’analisi di questa realtà civica mista che, a mio avviso, occorre partire per costruire un fronte di resistenza al declino e degrado politico e sociale nel quale rischiamo di sprofondare. Puntare sulla riorganizzazione di questo tessuto civico per tutelare la qualità della vita e le prospettive future delle giovani generazioni. Intrecciare legami tra centri sociali e comitati di quartiere al di fuori della sfera e dell’influenza dei partiti per comprimere l’invadente monopolio della delega e del voto di scambio. Praticare momenti di autoformazione per poter occupare spazi di agibilità partecipativa nelle scelte di trasformazione urbana e lavorare su una sinergia tra le vecchie e nuove generazioni unite dall’obiettivo comune di uno sviluppo sostenibile a dimensione umana. In tale ottica le priorità non possono essere le specifiche vertenzialità locali ma la solidificazione di ampie reti territoriali a comunicazione orizzontale, capaci di strutturarsi, di attivare altri cittadini nell’interesse verso la cosa pubblica e verso il protagonismo civico.

Quando la crisi di un paese arriva a livelli non più governabili da alcune “cabine di regia” occulte si auspicano venti di sommossa scomposta e violenta per poi motivare repressione e restaurazione. La vera speranza di un’alternativa a scenari così bui sono gli stessi cittadini, giovani e meno giovani, di comitati di quartiere e centri sociali che comincino ad abbattere le tante barriere di separazione e frammentazione, create spesso ad arte, e ad organizzarsi in rete aperta, tenendo fuori fini di lucro e interessi di bottega, con l’obiettivo di difendere la città da palazzinari, multinazionali, finanzieri senza scrupoli e politici corrotti.

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