Lavoro e No Profit

Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!

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APPELLO PER LA DELIBERA DI INIZIATIVA POPOLARE SULLA

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Ottobre 1, 2008

riceviamo e pubblichiamo:

APPELLO PER LA DELIBERA DI INIZIATIVA POPOLARE SULLA
GESTIONE DEI SERVIZI PUBBLICI DEL COMUNE DI ROMA

Il Comune di Roma è il più grande datore di lavoro precario d’Italia: sono migliaia, infatti, le lavoratrici ed i lavoratori dei servizi comunali costretti da anni a vivere sotto il ricatto delle cooperative e delle altre aziende private cui il Comune appalta servizi essenziali, come l’assistenza agli anziani e ai disabili o le mense scolastiche.

La politica di privatizzazione dei servizi non ha conosciuto differenze nei vari passaggi dalle giunte del vecchio pentapartito a quelle di Rutelli e Veltroni, fino a quella odierna di Alemanno. Questa situazione ha prodotto lavoro precario, sottopagato e senza diritti, oltre a servizi inefficienti.
Il caso più eclatante è quello degli A.E.C. (Assistenti Educativi Culturali), gli operatori che lavorano nelle scuole con i bambini in condizioni disagiate: dal 1999, infatti, anziché assumere, il Comune ha esternalizzato il servizio verso associazioni e cooperative, con il risultato che ad un numero sempre più ridotto di operatori alle dirette dipendenze del Comune stesso si affianca un numero sempre maggiore di lavoratori che svolgono le stesse mansioni, ma con stipendi più bassi e spesso senza nemmeno un contratto di lavoro. Nella stessa condizione si trovano i lavoratori dell’assistenza domiciliare, delle case di riposo, dei centri diurni, fino a quelli dei canili municipali.
Otto anni fa, oltre 7.000 cittadini hanno sottoscritto una delibera di iniziativa popolare per imporre, almeno, il rispetto dei contratti nazionali da parte di tutte le aziende e cooperative che lavorano per conto del Comune di Roma, delibera poi approvata all’unanimità dal Consiglio Comunale. A tutt’oggi, però, quella delibera è rimasta inapplicata, perché non sono mai stati effettuati i controlli previsti ed associazioni e cooperative hanno continuato – e continuano – a far lavorare migliaia di persone con contratti “atipici” o addirittura in nero, nel silenzio e con la complicità delle forze politiche di destra, centro e sinistra.

Per questi motivi, i lavoratori dei servizi comunali, i sindacati di base, l’associazione “Amici di Beppe Grillo” ed altri organismi hanno promosso una nuova delibera di iniziativa popolare che ponga fine una volta per tutte a quel “regime delle cooperative” che, lucrando sulla privatizzazione dei servizi pubblici, ha prodotto solo precariato e disservizi. Una delibera di iniziativa popolare per l’assunzione della gestione dei servizi da parte del Comune, in prima persona, applicando gli strumenti previsti dal Decreto Legislativo n. 267 del 2000, la legge che regola il funzionamento degli Enti Locali. I promotori fanno dunque appello a tutti i cittadini, al mondo dell’associazionismo, alle forze politiche e sindacali affinché sostengano questa iniziativa, firmando la delibera di iniziativa popolare e mobilitandosi perché il Consiglio Comunale la approvi, rendendo finalmente giustizia alle migliaia di persone che lavorano in condizioni impossibili ed all’intera città di Roma, che non merita servizi pubblici tanto precari e inefficienti.

Comitato Promotore della Delibera di Iniziativa Popolare sui servizi del Comune di Roma

Confederazione Unitaria di Base – Federazione delle Rappresentanze di Base; ReteComune; Unione Sindacale Italiana/AIT – Usicons – Lista Civica e Associazione “Amici Beppe Grillo”; Circolo Comunista “Stefano Chiarini”; Circolo Lavoro di Sinistra Critica; Andrea Alzetta (Consigliere Comunale Sinistra Arcobaleno); Claudio Ortale (Consigliere del Municipio XIX della Sinistra Arcobaleno)

IL TESTO DELLA DELIBERA DI INIZIATIVA POPOLARE DEPOSITATO IL 30/9/2008, PER IL QUALE DOVRANNO ESSERE RACCOLTE ALMENO 5000 FIRME VALIDE ENTRO 90 GIORNI:

COMUNE DI ROMA

IL CONSIGLIO COMUNALE

DELIBERA

di formulare i seguenti indirizzi per la gestione dei servizi socio assistenziali ed educativi, per il servizio di refezione scolastica e per la gestione dei canili comunali.

Art. 1

I servizi socio assistenziali ed educativi – fra i quali l’assistenza domiciliare agli anziani ed ai disabili, il sostegno ai minori in famiglia, la gestione delle case famiglia e dei centri diurni, la gestione della case di riposo, il servizio di scolarizzazione dei minori rom – vengono affidati ad un’apposita Istituzione, come da artt. 113 e 114 del Dlgs 267/2000. Il personale viene attinto da quello attualmente operante o che abbia operato in precedenza in regime di convenzione, previa istituzione di apposite graduatorie, relative ad ogni servizio, basate sull’anzianità di servizio prestato presso gli organismi convenzionati, anche in epoche ed organismi diversi.

Art. 2

Il servizio di assistenza educativa e culturale (A.E.C.), detto anche di integrazione scolastica, viene gestito direttamente dal Comune di Roma, con proprio personale, attinto da quello attualmente operante o che abbia operato in precedenza in regime di convenzione, previa istituzione di apposite graduatorie municipali basate sull’anzianità di servizio prestato presso gli organismi convenzionati a partire dall’anno 1999, sulla base dei periodi di servizio attestati dalle U.O. competenti per ogni Municipio e prestati anche in epoche ed organismi diversi.

Art. 3

Il servizio di refezione scolastica viene gestito a mezzo di apposita azienda speciale, come da artt. 113 e 114 del Dlgs 267/2000. Il personale viene attinto da quello attualmente operante, o che abbia operato in precedenza, previa istituzione di apposite graduatorie, basate sull’anzianità di servizio prestato presso le aziende che hanno operato ed operano nel servizio stesso. La stessa azienda speciale assumerà la gestione diretta dei canili municipali, assumendo tutto il personale attualmente operante o che abbia operato in passato, previa istituzione di apposita graduatoria basata sull’anzianità di servizio prestato presso gli organismi convenzionati, anche in epoche ed organismi diversi.

Art. 4

Per quanto riguarda tutti i progetti e i servizi non compresi nella presente Deliberazione, si applica quanto disposto dalla Deliberazione n. 135/2000 e dal Regolamento attuativo
Delibera C.C. 259 del 2005.

Art. 5

Entro tre mesi dall’approvazione della presente Deliberazione, il Consiglio Comunale approverà il relativo Regolamento attuativo.

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Brunetta: un’Italia come gli Usa

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Agosto 26, 2008

di Pier Paolo Coluccia, su “Aprile on Line” 23 agosto 2008

Per l’articolo completo clicca qui.

E’ ora che il ministro dica chiaramente qual è il suo obiettivo, e cioè che i servizi pubblici vengano interamente privatizzati per consentire profitti a qualcuno già pronto ad entrare nel ricco bussiness, e per consentire quella riduzione delle tasse ai ceti più ricchi che sono lo zoccolo duro della sua maggioranza e che quei servizi privatizzati potranno permettersi di pagare.

In un’intervista di un paio di giorni fa il ministro Brunetta tenta di replicare, col suo solito stile sprezzante ai limiti dell’insulto, alle considerazioni di Epifani sul clima montato nei confronti dei lavoratori. E di quelli pubblici in particolare

Per l’articolo completo clicca qui.

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Le Fondazioni universitarie e il caso Scuola Normale di Pisa (2005)

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 31, 2008

Le Fondazioni universitarie e il caso Scuola Normale di Pisa.

COBAS – PUBBLICO IMPIEGO
http://www.pubblicoimpiego.cobas.it/Pubblico_impiego/Documentazione/Documenti/Fondazioni%20universitarie.doc.

A distanza di qualche anno dall´emanazione di leggi e decreti che permettono agli Atenei di costituire fondazioni, associazioni e società di natura privata, è necessario fare un bilancio sulle prospettive future a partire da un riepilogo delle normative che nell´arco degli ultimi anni sono state varate dai vari governi di centro sinistra e di centro destra.
Con l´articolo 59 comma 3 della legge 388 del 2000, legge finanziaria 2001, è stata introdotta la possibilità per le università di costituire fondazioni di diritto privato con la partecipazione di enti e amministrazioni pubbliche e soggetti privati.
Le finalità delle fondazioni sono tese a realizzare l´acquisizione di beni e servizi alle migliori condizioni di mercato, nonché per lo svolgimento delle  attività strumentali di supporto alla ricerca e alla didattica.
Con il DPR n° 254 del maggio 2001, è stato emanato il regolamento recante criteri e modalità per la costituzione di fondazioni universitarie di diritto privato, definendo le tipologie di attività attribuibili alle fondazioni: dal reperimento di fondi esterni per la didattica e la ricerca, alle attività di gestione dei servizi, del patrimonio immobiliare, e alle modalità di assunzione del personale.
Con l´art.28 della legge n° 448 del 28/12/2001, Legge Finanziaria 2002, “trasformazione e soppressione di enti pubblici”, si è verificata un´ulteriore accelerata alla privatizzazione degli enti pubblici.
In alcuni casi la legge autorizza direttamente il Governo, di concerto con i Ministeri, a creare direttamente società o fondazioni di diritto privato, attraverso anche l´accorpamento con altri enti ed organismi simili o addirittura  ricorrendo alla soppressione e messa in liquidazione di strutture fino ad oggi pubbliche.

Fino ad oggi solo pochi Atenei hanno costituito delle fondazioni di diritto privato (Milano politecnico, Salerno, Bologna, Roma policlinico, Venezia), trovando l´opposizione del personale tecnico amministrativo e di qualche docente (veramente pochi), o almeno della parte più attenta e sensibile del personale universitario, preoccupato per la feroce trasformazione della università in una azienda di natura privata , processo da cui scaturirebbe lo smantellamento dei servizi pubblici.
La fondazione rientra a pieno titolo nel forte ridimensionamento della Pubblica amministrazione, decreti legislativi come il 165/2001, sembrano essere costruiti apposta per ridurre gli organici, gli investimenti e procedere sulla strada di aziendalizzazione e privatizzazione.

Da notare come vi sia una continuità d´intenti tra i vari governi che hanno varato le leggi e i decreti sopra citati, se i governi di centro sinistra hanno aperto le porte, il governo di centro destra le ha spalancate, entrambi coltivando lo stesso obiettivo:  lo smantellamento del servizio pubblico e con esso dei dipendenti pubblici. Se entrambi gli schieramenti si muovono nell´alveo del dlgs. 165/2001, immaginiamoci come nei prossimi anni applicheranno la legge Biagi, ovvero il dlgs
n° 276/2003, essa diverrà la bibbia del lavoro (o meglio del non lavoro e della precarietà), alla quale attenersi scrupolosamente.

Quanto sopra prende l’esempio dal processo di privatizzazione avviato nell´ultimo decennio negli enti locali, che ha portato allo smembramento di tutta una serie di servizi sociali: il servizio idrico, le farmacie comunali, la raccolta dei rifiuti, i servizi cimiteriali, i servizi a domanda individuale, asili nido, trasporti, refezione, solo per citarne alcuni. Con la parola d´ordine che “privato è meglio”, in quanto offre servizi efficienti, di migliore qualità a minor costo. Niente di più falso, la qualità e l´efficienza dei servizi nella maggior parte dei casi è peggiorata, ed alla promessa della diminuzione dei costi, a corrisposto un aumento delle tariffe e uno sfruttamento maggiore dei lavoratori, non solo, spesso nelle gestioni miste pubblico-privato, i primi hanno dovuto sanare i buchi di bilancio che si secondi hanno causato, aggiungendo al danno la beffa.

Nell´Università la situazione non è migliore, i continui tagli perpetrati al fondo di finanziamento ordinario, il reiterato blocco delle assunzioni finiscono con essere il pretesto per giustificare, e motivare, la scelta delle fondazioni di diritto privato, strumento necessario, dicono loro, per reperire finanziamenti esterni, individuando nelle banche e nelle industrie i soggetti principali a cui fare riferimento unitamente ad altri enti pubblici quali Comuni, Provincie, Regioni.

Oltre a reperire finanziamenti esterni, le fondazioni verrebbero utilizzate nella gestione della macchina universitaria come un´opportunità per aggirare le norme  previste per le amministrazioni pubbliche, affidandogli la gestione dei servizi, dei beni immobili, e del personale che vi opera. La fondazione, per sua natura, non è obbligata, come l´Amministrazione pubblica, a bandire le gare per l´acquisto di beni o servizi, per assegnare la manutenzione e/o la ristrutturazione degli immobili, inoltre, può non bandire concorsi pubblici per assumere il personale.

I pericoli sono evidenti, come abbiamo detto in precedenza, con le fondazioni si attuerebbe quel disegno ormai comune, tanto al centro sinistra quanto al centro destra, di privatizzare l´università, di esternalizzare tutti i servizi, ivi compreso il personale tecnico amministrativo che vi opera, l´unico, insieme agli studenti e ai ricercatori, a pagarne le conseguenze. A salvarsi potrebbero essere i soli ordinari magari ricorrendo ad una nutrita e trasversale presenza in Parlamento, ma a perderci saranno tutti gli altri e soprattutto una ricerca condotta non a scopi di lucro.

La normativa per la costituzione delle fondazioni, prevede che il consiglio di amministrazione della stessa, sia nominato nella sua maggioranza dall´ente di riferimento,  di conseguenza i docenti presenti nel C. d A. delle fondazioni  potranno assegnare incarichi di consulenza o altro a loro stessi o ad altri colleghi stabilendo anche la cifra da percepire.

Fortunatamente non tutti i docenti vedono nelle fondazioni la soluzione ai mali che affliggono l´università, al contrario intravedono seri pericoli nei finanziamenti che arriverebbero dai privati e che potrebbero condizionare la libertà della didattica e della ricerca, rendendole subalterne alle  logiche e agli interessi di mercato. E sono proprio questi docenti critici i soggetti da coinvolgere, al pari di studenti, personale tecnico ed amministrativo, ricercatori e precari a vario titolo, in un movimento contro le fondazioni per rilanciare l´investimento pubblico nella ricerca e nel settore universitario.Le industrie, che in tutti questi anni pochissimo ben pochi fondi nella ricerca e l´innovazione sicuramente meno che in ogni altro paese a capitalismo avanzato, con le fondazioni avrebbero la possibilità di sfruttare strutture, laboratori e ricercatori per le loro finalità; già oggi con i soldi pubblici si fanno esperimenti e ricerche che poi in ambito privato diventano fonte di business, immaginiamoci allora cosa potrebbe accadere con le Fondazioni. Tutto ciò accade in palese violazione della Costituzione che all´art. 9 recita: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica (…)”, e l´articolo 33 “L´arte e la scienza sono libere e libero ne è l´insegnamento. (…) Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi orientamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello stato”.

Questi cambiamenti avranno poi ripercussioni negative sia per la componente studentesca che per il personale tecnico amministrativo. Per gli studenti la privatizzazione dell´università, comporterà un ulteriore aumento delle tasse universitarie e un aumento delle tariffe dei servizi a loro rivolti,  in linea con quanto si è verificato negli enti locali. Preoccupa inoltre, la presenza del privato investitore, il cui interesse ad investire, non potrà non avere ricadute opportunistiche, anche nella attività di ricerca e di formazione, peggiorandone la qualità. Di fronte ad un peggioramento dell´offerta formativa, sempre più si ricorrerà ai corsi di specializzazione post laurea e master, attività che gestirebbero le fondazioni in quanto molto redditizie, ma molto penalizzanti per gli studenti, in quanto non tutti avranno la possibilità di pagarsi onerosi master.

Come più volte abbiamo detto, le fondazioni nascono con lo scopo di acquisire e gestire attività strumentali di supporto alla ricerca e alla didattica, beni e servizi. Di conseguenza i servizi fino ad ora svolti direttamente dalle università possono, o meglio devono essere passati alle fondazioni, e il personale tecnico e amministrativo in base alla dlgs 165/2001 che fa riferimento all´articolo 2112 del c.c. (trasferimento d´azienda), è obbligato a passare alle dipendenze della fondazione, pena la messa in mobilità e il successivo licenziamento. Il passaggio sotto la fondazione comporta anche la trasformazione della propria tipologia contrattuale e la conseguente perdita dello status di dipendente pubblico, dei diritti e delle tutele conquistati con anni di lotte, per aderire ad un meglio e per ora inesistente CCNL delle fondazioni, più verosimilmente verranno utilizzati, come nelle università private, contratti individuali, con qualche tutela (forse), per gli ex-dipendenti pubblici, aperti invece alle peggiori forme di flessibilità e precariato per i nuovi assunti.

In questo quadro di strisciante privatizzazione della Università, la gloriosa Scuola Normale Superiore di Pisa non vuole essere di meno, e si sta materializzando la costituzione della fondazione Scuola Normale.
Principale promotore, il Direttore della Normale Prof. Salvatore Settis, colui che tanto ha detto e ha fatto per la difesa dei beni culturali, contro ogni forma di privatizzazione e/o svendita, paladino dell´art. 9 della Costituzione, lo stesso articolo che altri suoi illustri colleghi citano a difesa dello sviluppo della cultura e della ricerca pubblica. Per evitare  quanto è accaduto nelle altre università, dove si sono costituite le fondazioni, la R.S.U. della Scuola Normale ha organizzato una conferenza dibattito sul tema, invitando tutte le componenti della Scuola, ad un primo confronto cercando, innanzitutto, di fare informazione e sensibilizzazione su un argomento di cui ancora poco si sa. L´iniziativa ha riscosso un buon successo di partecipazione, soprattutto tra il personale tecnico amministrativo, pochi docenti, sono emerse le preoccupazioni per il futuro dei servizi e del ruolo che il personale tecnico amministrativo occupa all´interno della università,

A distanza di pochi giorni dalla conferenza organizzata dalla R.S.U., il Direttore della Scuola ha sentito il bisogno di convocare tutte le componenti della Scuola docenti, personale tecnico amministrativo e ricercatori, esclusi gli studenti (perché??), per illustrare il modello di fondazione Scuola Normale, nonchè i futuri assetti organizzativi  della Scuola. E visto che al prof Settis preme tanto, anche a noi, l´autonomia intellettuale del corpo studentesco non capiamo la ragione per la quale escludere gli studenti da un dibattito che li riguarda direttamente e che cambierà quel clima aureo interno alla scuola descritto dal Direttore nella intervista (Quale eccellenza?) edita dalla casa editrice Laterza.

La introduzione  di Settis si è soffermata sulle prospettive di sviluppo della Scuola (ma già nella citata intervista Settis collegava le modifiche Statutarie all´allargamento dei percorsi formativi volgendo lo sguardo Oltre Oceano visto il modello americano continua ad affascinare il Direttore come del resto larghi settori del centrosinistra), che continua ad espandersi aumentando il numero degli studenti e gli  stessi investimenti nella ricerca. Ma quando il Direttore ha trattato i problemi legati all´organizzazione della Normale, con il solito corollario di critiche al Governo forse per trovare consensi nel personale e nella parte sindacale, la sola ricetta prospettata è stata quella di ridurre le spese per il personale tecnico amministrativo proprio come il Governo da lui criticato che pensa di rilanciare l´industria italiana solo riducendo il costo del lavoro. Per Settis le spese per il personale sono dunque eccessive a confronto con le altre Scuola di eccellenza, il  SISSA di Trieste e la Scuola S. Anna di Pisa, anzi il problema sta proprio nell´eccessivo numero del personale di ruolo, 203 dipendenti, contro i 72 del SISSA e gli 85 del S. Anna; la ricetta prospettata è quella di ridurre il più possibile le assunzioni a tempo indeterminato, di esternalizzare servizi e in questo modo guadagnando maggiori finanziamenti dal Ministero e dal Governo.
Ma la ricetta Settis non si è fermata alla cura neoliberista, ha infatti il progetto della fondazione Scuola Normale facendosi egli stesso garante della libera scelta (passare alla fondazione o rimanere legati all´Università) del personale tecnico amministrativo che, bontà sua, non sarà costretto ad optare per la Fondazione per la nascita della quale poco conta l´opinione contraria di tutto il personale e delle sigle sindacali presenti nella Scuola. Ma le promesse del Prof. Settis non hanno tranquillizzato il personale (visto che si vorrebbe approvare una riorganizzazione dei servizi sulla quale il parere della Rsu è negativo) che anzi viene additato come un vero e proprio impedimento per la crescita della Normale per la quale invece si prospetta il modello  S. Anna (altra scuola di eccellenza Pisana) con solo 85 dipendenti di ruolo ma ben 260 co.co.co (il doppio di quelli presenti alla Normale). In merito al modello di fondazione che la Scuola intende costituire, le preoccupazioni aumentano ulteriormente, anche per le inesattezze dette dallo stesso Direttore, la normativa infatti autorizza l´ente di riferimento a nominare la maggioranza del C. d A., non la sua totalità.  Nessuno può garantire che con la Fondazione i soci privati (in primis il grande capitale finanziario e industriale) non facciano il bello e il cattivo tempo snaturando lo stesso ruolo per la quale la Scuola è nata e ha resistito ai bui anni del Fascismo e alle destituzioni ministeriali di Direttori scomodi come Luigi Russo. Le fondazioni, sempre secondo la normativa, nascono per acquistare beni e gestire servizi, e nessuno può impedire, ad un futuro Direttore della Scuola, appoggiato dalla maggioranza dell´organo di governo della Scuola Normale, il Consiglio Direttivo, di passare alla fondazione i servizi attualmente gestiti internamente, ed il personale che vi opera.
Le garanzie date dall´attuale Direttore sono legate alla sua presenza ma terminato il mandato o passato ad altro incarico (magari Ministro dei beni culturali come vorrebbero alcuni illustri sponsor istituzionali), nessuno potrà impedire che alla Fondazione transitino tutti i servizi (magari per una ulteriore riduzione dei costi)

Il Prof. Settis, sa bene cosa siano Le Fondazioni e che cosa esse rappresentino, le sue garanzie servono a poco . Quello che conta è la netta opposizione del personale, di molti ricercatori e studenti , un fronte da cui ripartire per progettare una idea diversa della Università, del lavoro pubblico e della stessa ricerca
Il nostro invito va a  tutte le componenti, personale tecnico amministrativo, docenti e studenti, che credono ancora in un´ università pubblica e a tutti coloro che credono ancora nel servizio pubblico: urge mobilitarsi ed organizzarsi per impedire la privatizzazione del sapere, l´ingabbiamento della ricerca e la trasformazione delle Università in aziende.

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Fondazioni e affondamenti

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 30, 2008

Roma, 20 giugno 2008
RdB/CUB Università

Nella manovra finanziaria 2009 torna di prepotenza l’intento di trasformare le Università Pubbliche in Fondazioni di diritto privato (attenzione: non di costituire o partecipare a Fondazioni ma di trasformare gli atenei in Fondazioni !). Saranno i Senati Accademici a deciderlo a maggioranza assoluta, il Ministero darà l’approvazione formale garantendo alle Fondazioni sconti su tasse e imposte nel subentro di titolarità sul patrimonio dell’Università, svincolo dalla regole di bilancio e rendicontazione a cui sono sottoposti gli enti pubblici ma di percepire i finanziamenti pubblici che in questi anni sono stati lesinati colpevolmente all’Università Pubblica. Il personale amministrativo resta sotto Contratto Pubblico fino a scadenza del Contratto in vigore, poi …..si vedrà!

Dunque salta il progetto di riorganizzazione finanziaria che solo l’estate scorsa Tommaso Padoa-Schioppa e Mussi avevano messo in campo per “salvare” l’Università Pubblica (“Patto per l’Università”) messa alle corde da anni di tagli dei finanziamenti e dal fallimento delle “riforme” aziendalistiche e privatistiche del sistema universitario italiano.

Ora affondare le Università Pubbliche è considerato un doveroso atto di eutanasia, ormai l’Università imbarca acqua da tutte le parti, coprire i buchi ed alleggerire il peso dei costi e dalla gestione corporativa e baronale, è impresa ardua. E parte il siluro della trasformazione delle Università in Fondazioni e procede sicuro verso l’Università Pubblica.

La bozza di decreto governativo riporta l’estrema soluzione in articolo rubricato “Facoltà di trasformazione in Fondazioni delle Università” che lascia poco spazio all’immaginazione: dall’autonomia senza strumenti si fa rotta verso l’autarchia senza prospettive, se non quella di alleggerire i bilanci dello stato sacrificando il ruolo pubblico dell’Università.

Sul piano dell’eccellenza Tremonti ha superato Brunetta, il Piano industriale per le pubbliche amministrazioni è già obsoleto, per quel che riguarda le Università la cura è la dismissione e privatizzazione assoluta.

La Fondazione è ente di diritto privato, il personale di cui si dota non appartiene più al pubblico impiego. Lo stesso CCNL pubblico per il personale tecnico amministrativo si applica fino alla scadenza poi c’è stipula di nuovi accordi direttamente con la Fondazione (un contratto nazionale per i dipendenti delle Fondazioni non esiste).

L’istruzione universitaria è già privata. E’ privata delle risorse economiche basilari, delle competenze gestionali, degli investimenti in ricerca, in edilizia ed in servizi per lo studio, e del rinnovo del contratto collettivo che riguarda la metà dei lavoratori strutturati. Privarla anche del ruolo pubblico che ad essa compete vuol dire sacrificare l’interesse generale per l’istruzione, per la formazione superiore e la ricerca di base, sull’altare del mercato o meglio dei corposi interessi di Banche, Confindustria, poteri forti del Paese.

Saranno le imprese a stabilire cosa studiare nei nostri Atenei? Saranno gli investimenti privati a definire le dotazioni organiche? L’instabilità nei flussi finanziari aumenterà ulteriormente la precarietà lavorativa? Aumenteranno le tasse per gli studenti al fine di coprire i costi? Il contratto di lavoro verrà contrattato individualmente? Saremo esposti alla disciplina dei licenziamenti collettivi?

No all’affondamento dell’Università Pubblica !
No alle Fondazioni di diritto privato !
Passa dalla tua parte ! Sostieni e iscriviti a RdB !

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Cooperative sociali e precarietà: una risposta nel reddito sociale. Miti e degenerazioni del lavoro in cooperativa

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 25, 2008

da “Cooperative sociali e precarietà: una risposta nel reddito sociale. Miti e degenerazioni del lavoro in cooperativa” di Luigi Marinelli
Articolo completo: http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=344

In questi ultimi mesi le iniziative di lotta dei lavoratori delle cooperative sociali sono riuscite a svelare alcuni aspetti nascosti di un settore più ampio, il cosiddetto no-profit, che erroneamente è considerato marginale rispetto a settori tradizionalmente più forti e sindacalizzati. Nelle cooperative sociali sono 170.000 gli operatori che, in gran parte su commesse pubbliche, si occupano dell’assistenza ad anziani e disabili, di disagio sociale, di integrazione scolastica e di molto altro ancora.

Lo sviluppo delle cooperative sociali e del no-profit in generale è sostenuto da molti come la soluzione per conservare, se non addirittura per migliorare, i livelli di assistenza socio-sanitaria in un contesto caratterizzato da continui e reiterati tagli alla spesa sociale a fronte di un aumento della richiesta di assistenza; addirittura lo sviluppo del settore è promosso come alternativa ad ulteriori processi di smantellamento e di privatizzazione pura e semplice. Siamo di fronte ad una mistificazione della realtà, ad un capovolgimento dei meccanismi e delle scelte che hanno determinato il successo della cooperazione sociale. Considerazioni che non appartengono solo alla dirigenza delle associazioni cooperative (Legacoop, Confcooperative e AGCI) ma che pervadono anche ampi pezzi della sinistra radicale e di movimento: nella cooperazione sociale si vorrebbe trovare un orizzonte di sviluppo “altro” rispetto al normale sistema imprenditoriale. Un vero mito autogestionario che non trova nessun riscontro nella realtà e che non può, specie nell’attuale contesto di crescente competitività e precarizzazione, trovare spazi materiali per proporsi.

(…) Dal ruolo iniziale, in alcuni casi sperimentale e di nicchia, le cooperative sociali si sono trasformate, senza troppi incidenti o crisi di coscienza, in ottimi strumenti del processo di privatizzazione ed esternalizzazione della sanità e dei servizi sociali pubblici, divenendone anche promotrici attive. Il tutto è accompagnato dall’argomentazione di aver creato, dal nulla, decine di migliaia di posti di lavoro (che in realtà sono solo i posti di lavoro pubblici non più coperti ma esternalizzati). L’affidamento dei servizi pubblici alle cooperative sociali, oltre ad essere incentivato dalle leggi, rappresenta una scelta dettata non solo da elementi immediati, come il minore costo del personale, ma anche da ragioni legale alla maggior flessibilità nella gestione dell’organizzazione del lavoro e soprattutto nella possibilità, al bisogno, di dequalificare, ridurre o chiudere servizi e interventi con minori resistenze e difficoltà. A questi elementi di “razionalità” aziendalista da parte degli enti pubblici si aggiungono ragioni legate alle varie clientele e alla spartizioni degli appalti tra aree politiche.

(…)Questi elementi hanno portato alla situazione attuale: sono tante le cooperative sociali che fatturano annualmente decine di milioni di euro, hanno centinaia di soci-lavoratori e operano su tutto il territorio nazionale. Questo non significa che le piccole e medie cooperative rappresentino una alternativa; anche queste ultime sono inserite nello stesso meccanismo: singolarmente o associate in consorzi riproducono le stesse dinamiche aziendali delle più grandi, pena l’esclusione dal mercato degli appalti e la conseguente chiusura. Predominanza del rapporto associativo su quello lavorativo; non applicabilità delle norme sui diritti sindacali e di tutela dai licenziamenti; contributi previdenziali ridotti e differenziati provincia per provincia (c.d. Salario Medio Convenzionale); contratto collettivo nazionale di lavoro quadriennalizzato e legalmente derogabile; istituti di flessibilità oraria e salariale elevatissimi, predominanza del lavoro in appalto, elevata frammentazione territoriale dei lavoratori. La legge 30/2003 trova nel settore una prateria nella quale dispiegarsi pienamente: la somministrazione, il lavoro a chiamata e tutte le altre tipologie contrattuali, già erano di fatto presenti nelle cooperative sociali e troveranno nella incalzante applicazione della riforma Biagi la loro piena legittimità. Possiamo prospettare che, senza una adeguata resistenza a questi processi, verranno prodotti effetti devastanti che si rifletteranno non solo sulle condizioni dei lavoratori ma anche sulla qualità/quantità dei servizi sociali e sanitari affidati alle coop sociali e al no-profit.
(…)La ricattabilità e il ferreo comando sull’organizzazione del lavoro, slegata da ogni reale controllo di qualità (appalti e privatizzazioni sono un contesto di deresponsabilizzazione dell’amministrazione pubblica) accompagneranno l’aumento dei carichi di lavoro e la diminuzione dei livelli di sicurezza, che nei servizi alla persona sono, ovviamente, fattori importantissimi.

(…)Il lavoro nelle cooperative sociali rappresenta una delle punte più avanzate sia dei processi di precarietà regolata e “concertata” sia di quella irregolare e “sommersa”. Una condizione di precarietà e di ricattabilità che impone al lavoratore un condizione di oppressione e di ordinaria omertà, se non di complicità, di fronte al manifestarsi di casi malasanità e di abusi nei confronti di utenti e soggetti svantaggiati, prime vittime dei processi di smantellamento dei servizi e dell’aziendalizzazione del socio-sanitario.

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