Lavoro e No Profit

Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!

Posts contrassegnato dai tag ‘ONG’

L’ Industria della Solidarietà

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 10, 2009

copj13

L’industria della Solidarietà
di Linda Polman
Ed. Mondadori, pp. 214

La Feltrinelli ed.

Dopo anni trascorsi ad analizzare il complesso e contraddittorio ruolo delle organizzazioni umanitarie, il libro mette a confronto le loro nobili dichiarazioni di intenti e la dura realtà del lavoro quotidiano che devono affrontare nelle zone di guerra. Chi avrebbe mai immaginato che in un settore come quello della cooperazione internazionale, in cui il profitto non è l’obiettivo precipuo delle organizzazioni e i dipendenti sono persone disposte a sacrificare la propria vita per cercare di migliorare quella degli altri, i rapporti tra le diverse Organizzazioni Non Governative che vi operano sono altamente competitivi? Nessuno ci ha mai raccontato che l’industria degli aiuti umanitari è la quinta economia mondiale. E neppure che i costi di avvio di un’operazione in zona di guerra sono altissimi e generano la paradossale convenienza a rimanere il più a lungo possibile, indipendentemente dal reale bisogno di protrarre un intervento, una volta affrontate queste enormi spese.

Il Mondo delle ONG una vera potenza
di Fabio Scuto
su Il Venerdì di Repubblica 10 luglio 2009

Indagine sulla galassia “umanitaria” che si mette in moto a ogni crisi nel Pianeta. Una realtà complessa, con 40mila Ong animate da scopi nobilissimi, ma spesso, con logica di mercato, in aperta concorrenza tra loro. Con un business da sei miliardi di dollari l’anno. Questa è la Quinta economia del mondo (però non siede mai ai G8).

Pubblicato su No Profit, ONG, onlus | Contrassegnato da tag: , , , , | Lascia un commento »

La più grande Onlus del Mondo

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Febbraio 12, 2009

La questua
Quanto costa la Chiesa agli italiani
di Curzio Maltese
ed. Feltrinelli

questua2
Quanto costa la Chiesa cattolica ai contribuenti italiani? Chi gestisce il fiume di denaro che passa ogni anno dalle casse dello Stato alle istituzioni ecclesiastiche? E come vengono usati questi soldi?
****

Un miliardo di euro dai versamenti dell’otto per mille. 650 milioni per gli stipendi degli insegnanti di religione. 700 milioni per le convenzioni su scuola e sanità. 250 milioni per il finanziamento dei Grandi Eventi. Una cifra enorme passa ogni anno dal bilancio dello Stato italiano e degli enti locali alle casse della Chiesa cattolica. A cui bisognerebbe aggiungere almeno il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano e oggi al centro di un’inchiesta dell’Unione europea: il mancato incasso dell’Ici, l’esenzione da Irap, Ires e altre imposte, l’elusione consentita per le attività turistiche e commerciali. Per un totale di circa 4 miliardi di euro, più o meno mezza finanziaria, l’equivalente di un Ponte sullo Stretto o di un Mose all’anno. Una somma (è la stessa Conferenza episcopale italiana a dichiararlo) che solo per un quinto viene destinata a interventi di carità e di assistenza sociale.
Con il piglio del grande cronista Curzio Maltese snocciola cifre e dati, scandaglia documenti, bilanci e siti internet, dà voce a fonti insospettabili, in un’inchiesta sorprendente e coraggiosa che rielabora, amplia e integra i materiali già pubblicati a puntate sulle pagine di “Repubblica”. Il suo non è un attacco alla Chiesa in quanto tale, tanto meno lo sfogo di un anticlericalismo di maniera. È il tentativo di fare luce su una realtà troppo poco conosciuta e non sempre trasparente, che tocca però nervi sensibilissimi della democrazia italiana come la lealtà fiscale, la corretta gestione delle risorse pubbliche, la laicità dello Stato. Una realtà, inoltre, che provoca non pochi disagi all’interno stesso del mondo dei fedeli, se è vero che importanti intellettuali cattolici hanno denunciato “il dirigismo, il centralismo e lo strapotere raggiunto dalla burocrazia nella Chiesa”.

Qui l’autore presenta il libro: http://www.radioradicale.it/scheda/253832

Pubblicato su No Profit, Terzo Settore, onlus | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , | Lascia un commento »

Vendere la povertà sul Web

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Gennaio 27, 2009

Vendere la povertà sul Web

di Enrico Crespi (Gennaio 19, 2009)

Una recente ricerca della School of Management del Politecnico di Milano e della Nielsen, ci dice che il 54 per cento degli Italiani preferisce il web alla televisione, soprattutto nella fascia oraria fra le 20:00 e le 22:00. Quindi in calo anche i testimonials televisivi (spesso utilizzati da ONLUS\ONG) come mezzo per rastrellare fondi che, di norma, parlano di progetti e paesi senza sapere neanche dove sono.
Il no-profit italiano s’è dunque avventurato nel Web, un po’ in ritardo rispetto agli altri paesi. L’ultimo Natale, anche a causa della crisi economica e della diminuzione prevista delle donazioni, tutti si sono scatenati con market places di prodotti, copiatura di format americani con giochi vari, acquisto di spazi nei blogs.
Mi domando ha senso porre sul proprio blog (anche ricevendo qualche spicciolo) un messaggio copiato dal sito dell’associazione senza conoscere, condividere ciò che fa. Ed è etico per l’associazione pagare per questo tipo di comunicazione. Quali risultati può portare se non vi è un legame di conoscenze e partecipazione fra chi dona e chi riceve. Lo stesso per i market places “solidali” in cui si vendono pozzi, banchi, bambini senza sapere neanche dove.
Sarò fissato ma vedo un filo unico di superficialità (e puro commercio mascherato) in questa forma di comunicazione che passa dai MDGs, alle grandi multinazionali dell’assistenza, per finire alle piccole ONG del Tutti a Tavola

Per l’articolo completo vai a: http://crespienrico.wordpress.com/tag/fundraising/

Pubblicato su No Profit, ONG, fundraising, onlus | Contrassegnato da tag: , , , , , , | 3 Commenti »

L’Italia del noprofit produce e si allarga

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Ottobre 2, 2008

Da Metro, giovedì 2 ottobre 2008

Economia. In un priodo di crisi violenta come questo, per gli esperti è normale vedere l’economia sociale godere di buona salute. In Italia però ong, associazioni di volontariato e di promozione sociale, fondazioni e cooperative stanno non solo prosperando, ma piano piano cominciano ad allargare la loro sfera di influenza. Infatti il terzo settore non è più confinato a sanità ed assistenza sociale, ma sta intensificando anche la sua propensione produttiva, specialmente nel campo dei servizi per i cittadini. Il primo rapporto sull’economia sociale fatto in sinergia da Cnel e Istat lo conferma: ormai nel comparto lavorano 3 milioni di persone, e di associazioni e fondazioni se ne contano più di 220.000. Tanto che l’Istat vuole arrivare al censimento delle organizzazioni no profit entro il 2009. (V.M.)

38 miliardi è il fatturato complessivo del terzo settore nel nostro paese.

15 per cento è la crescita media annua del no profit in Italia.

Metronews

Pubblicato su No Profit, ONG, Terzo Settore, cooperative sociali, fondazioni, onlus | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento »

Ragazzi in missione speciale nella guerra contro la povertà (1999)

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 10, 2008

3/OLTRE IL VOLONTARIATO – Il lavoro del Coopi
per aiutare lo sviluppo nei paesi del Terzo Mondo

Ragazzi in missione speciale
nella guerra contro la povertà
di RENATA PISU
La Repubblica
(15 febbraio 1999)

Per l’inchiesta completa iniziare da qui: http://www.repubblica.it/online/volontariato/inchiesta/inchiesta1/inchiesta1.html

MILANO – La cascina è grande, con un’ampia corte interna, all’estrema periferia della città, vicino allo svincolo delle autostrade per i Laghi. Dentro ci sono gli uffici della Coopi, stanzone riscaldate da camini e stufe, travi a vista, scale e scalette che si intersecano nella logica abitativa di un’antica architettura contadina rinnovata da postazioni di computer per seguire in tempo reale gli avvenimenti nei punti caldi del mondo dove si trovano dei “cooperanti” di questa associazione. Tre operano in Sierra Leone, ma si decide l’evacuazione perché il clima di Freetown, la capitale, è irrespirabile a causa dei continui combattimenti. Dice Michele Romano, presidente della Coopi: “Noi siamo andati lì per far funzionare un ospedale, ma ora dobbiamo ritirarci. Cooperare sì, crepare no”.

Coopi è una Ong e una Onlus, sigle sibilline per chi non sa che Ong significa Organizzazione non governativa e Onlus Organizazione non lucrativa di utilità sociale. Gestisce progetti di sviluppo nel Terzo Mondo per 20 miliardi all’anno, i fondi vengono dal nostro Ministero degli Affari Esteri (loro lo chiamano Mae) ma soprattutto dalla Cee, Comunità economica europea; oppure vengono raccolti direttamente con campagne di sensibilizzazione dell’opinione pubblica. Ora, per esempio, si stanno raccogliendo soldi per i ragazzini delle fogne di Bucarest che dalle fogne dove vivono devono essere aiutati a uscire.

Coopi, come tutte le altre Ong, manda uomini e donne in giro per il mondo, ovvero per il Sud del mondo, a fare cose utili come ottimizzare una miniera di tungsteno in Bolivia, avviare un centro di vaccinazione infantile in Ruanda, scavare pozzi in Etiopia, assistere bambini di strada in Brasile. Le Ong fanno parte anche loro del Terzo Settore, cioè della terza gamba che assieme alle altre due, quella dello Stato e quella del Mercato, puntella la traballante tavola della società attorno alla quale tutti dovremmo sedere, in buon accordo, solidariamente, in un planetario convivio. E invece… “Noi della cooperazione allo sviluppo siamo una delle tante anime del non-profit, dell’economia solidale” spiega Michele Romano “forse si potrebbe dire che siamo la vecchia e dimenticata anima internazionalista”.

Internazionalista, parola desueta in epoca di globalizzazione (si globalizzano i mercati, non risorse e aspirazioni dell’attuale e “futura umanità”), è lo spirito con cui dodici anni fa Efrem Fumagalli appena laureato in geologia, decise di impegnarsi in qualcosa che avesse senso. Dice Efrem che ora ha trentotto anni: “Volevo diventare un geologo a servizio degli altri, della gente. Così ho sentito parlare di volontariato all’estero e ho pensato che quella poteva essere la strada giusta. Ho preso contatto con Coopi che stava mettendo in piedi un progetto in Bolivia per aiutare una cooperativa di minatori locali a incrementare e meccanizzare la produzione della loro miniera di tungsteno. Era il lavoro giusto per me in quanto geologo e così sono partito”.

Efrem racconta dei due anni filati che ha trascorso nella cittadina di Kami, a quattromila metri di altitudine appassionandosi a quel progetto di sviluppo che prevedeva anche un ospedale specializzato (ne ha visti morire tanti di minatori, giovani ammalati di tubercolosi e di silicosi che sputavano fuori a pezzi i loro devastati polmoni); racconta della diffidenza iniziale dei boliviani, della fiducia poi conquistata, di un vecchio minatore che gli disse: “Che venite qua a fare? Se è per spirito di avventura, per fuggire dalla vostra realtà, statevene a casa perché non abbiamo bisogno di gente che fa finta di essere povera. Ma se invece siete seri e avete capacità e conoscenze da spartire con noi, siete i benvenuti”.

E Efrem da allora non crede più al mito del volontario che dà tutto via per niente (in Bolivia prendeva ottocentomila lire al mese) e sostiene che c’è un equivoco colossale attorno a questo aggettivo-sostantivato entrato ormai nell’uso comune: certo che la sua scelta di vita è volontaria perché non gli è stata imposta né dallo Stato né dal Mercato, il suo è un “lavoro scelto”, una risposta non stereotipa alla domanda: “Cosa farai da grande?” che sempre automaticamente si pone ai piccoli e loro giù, passivamente, con le loro da noi indotte risposte “avvocato, medico, pilota, vigile urbano, calciatore, top model”. Ma anche fare il volontario è un lavoro, forse quello che nel prossimo millenio i più vorranno fare se soltanto Ralf Dahrendorf fosse profeta. Intervistato da Salvo Mazzolini in occasione della Convention del Terzo Settore svoltasi a Padova l’anno scorso, Dahrendorf ha ricordato infatti che un tempo non c’era la disoccupazione come la intendiamo noi oggi e cioè come mancanza di alternative al lavoro. Ha detto: “Io credo che la disoccupazione sia un fenomeno temporaneo del ventesimo secolo, prima non c’era la disoccupazione: nei villaggi si celebravano festività che duravano settimane, prima ancora si partiva per le crociate o si facevano altre cose strane”.

Ecco, forse si potranno fare di nuovo “cose strane”, si potrà andare in giro per il mondo come i cooperanti delle Organizzazioni non governative, non a scopo di lucro, solo e soltanto per solidarietà umana. Oppure a far crociate, per intolleranza disumana. Comunque c’è già chi sta vivendo così, facendo “cose strane”: mercenari che fanno sconcissime crociate, centinaia e centinaia di giovani uomini e donne come Efrem che invece si mettono al servizio degli altri. Efrem però ci tiene a precisare. Dice: “Se si parla di “volontariato” tutti hanno l’impressione che non sia un lavoro perché il lavoro è biblicamente considerato condanna, non scelta. E poi si considera il volontario come un dilettante mentre invece deve essere un professionista, altrimenti è facile che combini pasticci. E qualcosa deve guadagnare, uno stipendio decente gli va garantito, anche i volontari devono vivere”.

Ma cosa vuol dire uno stipendio decente per un volontario? “Le dirò che sarebbe meglio se ci definissimo noi delle Ong come “cooperanti” ma chiamarci volontari ci piace, è nella nostra tradizione. Uno stipendio decente vuol dire avere di che vivere senza approfittarsi del nostro privilegio, senza farlo valere. Questo è quello che chiamerei il nuovo volontariato, l’evoluzione del volontariato”.

Ma se Efrem dice “senza approfittarsene”, Mauro Alboresi della funzione pubblica della Cgil precisa: “Senza che nessuno se ne approfitti perché c’è il pericolo che il Terzo Settore, specie le cooperative sociali che forniscono servizi e assistenza, vengano considerate realtà a basso costo per smantellare lo stato sociale. Per questo bisogna che siano rispettati i contratti nazionali collettivi”. Negli anni novanta sono già entrati in vigore otto contratti che si riferiscono a duecentomila lavoratori impegnati nel non- profit ma i sindacati lamentano che raramente ne vengono rispettati i termini. Mauro Alboresi è preoccupato, dice: “Temiamo un nuovo tipo di sfruttamento e ci stiamo battendo per arrivare a un contratto unico nazionale per il Terzo Settore che ancora l’opinione pubblica assimila al volontariato, così la gente pensa che noi si voglia sindacalizzare i volontari, magari indurli allo sciopero”.

Invece, come ben sanno gli addetti ai lavori, siamo oltre il volontariato anche se dal volontariato non si può prescindere perché è stata la ventata nuova che ha sconvolto la passività della delega allo Stato di ogni intervento sociale. Ma ormai il fenomeno ha cambiato aspetto, il non-profit è cresciuto in modo tumultuoso e disordinato, i volontari sono diventati lavoratori a tutti gli effetti, in innumerevoli casi associazioni di volontari si sono trovate nella condizione di servirsi di stipendiati per produrre servizi e allora o hanno chiuso l’associazione per creare una cooperativa sociale o sono cadute in una forma ibrida tra volontariato e cooperazione sociale, fuorviante perché l’elemento economico prevale inevitabilmente sulla gratuità. E il non-profit va a farsi benedire se una cooperativa adotta un regolamento interno che prevede consistenti gettoni di presenza per ogni seduta dei membri del consiglio di amministrazione. Cosa che succede.

Ma permanendo l’equivoco sul volontariato, come può il sindacato sindacalizzare i volontari? Spiega Alboresi: “Prima di tutto distinguendo, cioè tenendo presente che il volontariato nel nostro paese è drogato. C’è gente in cerca di lavoro e che lo trova facendo volontariato presso case di cura, ospedali, cooperative e che viene pagata con la formula del rimborso spese, a volte sostitutiva di uno stipendio vero e proprio. Sono lavoratori sfruttati, in nero. Perché i sindacati non dovrebbero pensare di tutelarli?”.

Già, ma questi lavoratori troppo spesso, volenti o nolenti confusi con i volontari, desiderano o no una tutela di tipo tradizionale? “Non è di tipo tradizionale” spiega Alboresi “anche il sindacato sta ripensando la sua funzione dall’inizio degli anni novanta, proprio in seguito all’emergere del Terzo Settore con le sue specificità”.

Così anche i sindacati sono coinvolti nella crescita disordinata e tumultuosa del Terzo Settore che costringe tutti a “ripensare” tutto. A ripensare soprattutto il senso di quella “civiltà del lavoro” entro la quale per un secolo e poco più si è definita la nostra identità collettiva, ora messa in crisi dalla rottura di tutti i patti del sociale. Si dice che bisognerebbe stringerne altri, si dice che debbano essere dei patti “volontari e consapevoli”. Dei patti in definitiva da Terzo Settore, cioè né di Stato né di Mercato. Patti nostri? Probabilmente sì, se l’atomizzazione più spinta non prevarrà.

Pubblicato su No Profit, ONG, Sindacato, Terzo Settore, cooperative sociali, onlus | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , | Lascia un commento »

ONG: dove finiscono i nostri soldi? Il business della beneficenza

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 24, 2008

ONG: dove finiscono i nostri soldi? Il business della beneficenza
di Francesca Caferri – Anais Ginori – ( Repubblica 15/02/2008 )

Il business della beneficenza torna sotto i riflettori dopo lo scandalo Unicef in Germania: ecco cosa succede in ItaliaCarità per i cristiani, zakat per i musulmani, dana per i buddisti. Mai come oggi, un gesto antico e semplice come la donazione ai più poveri è diventato complesso e insidioso. Il nome Unicef, che evoca assistenza per i bambini di tutto il mondo, è appena stato infangato da uno scandalo finanziario in Germania, che ha portato alle dimissioni del presidente e del direttore. Pochi mesi fa la Francia ha dovuto affrontare una crisi internazionale provocata dall´Arca di Zoé, la piccola Ong diventata il simbolo dell´interventismo selvaggio nei paesi poveri. Sei volontari sono ancora in carcere per aver tentato di rapire più di cento bambini alla frontiera tra Ciad e Sudan. In Spagna, lo scorso anno l´organizzazione Intervida è finita sotto inchiesta per appropriazione di fondi destinati alle adozioni a distanza, come già successe a un´associazione di Genova, tre anni fa. Ed è ancora aperta l´inchiesta dell´Unione europea su alcune associazioni italiane accusate di abusi nell´utilizzo dei finanziamenti Ue.
Ci si può fidare di chi lavora in nome della beneficenza? È possibile controllare chi dice di dedicarsi agli altri? Se si, come? Domande legittime, se si considera che solo il 17,8% delle 350mila onlus italiane utilizza uno strumento di trasparenza come il bilancio sociale e che lo scorso anno a queste associazioni sono arrivati 193 milioni di euro solo tramite il 5 per mille. «La strada per l´inferno è lastricata di buone intenzioni» maligna Jordi Raich, un ex dirigente spagnolo di Medici Senza Frontiere. «L´Arca di Zoé non è la pecora nera, nel gregge ormai l´eccezione sono le pecore bianche. Negli ultimi anni – continua – sono proliferate Ong incompetenti e fittizie che nel migliore dei casi si dedicano ad arricchirsi, nel peggiore invece usano il marchio della beneficenza per coprire reti di pedofilia, finanziamento di gruppi estremisti, evasione fiscale, traffico d´armi». Giulio Marcon, presidente di Lunaria, è diventato la coscienza critica del Terzo Settore italiano. Pur essendo meno catastrofista del collega spagnolo, avverte: «Fidarsi è difficile dappertutto. Da noi, è quasi un azzardo».

Ettore Abate, revisore di conti per la Ernst & Young. «Se dovessi dare un consiglio a un donatore italiano – spiega – gli direi di chiedere innanzitutto il bilancio sociale della Ong che ha scelto di sostenere». Creato negli anni scorsi, questo documento è un primo passo verso la trasparenza dell´attività di associazioni che, in nome del non profit, a lungo sono sfuggite a qualsiasi controllo. «Oltre ai dati economici, vengono pubblicate informazioni qualitative in grado di illustrare i risultati della “mission” dell´organizzazione», spiega Abate. Eppure questo strumento da noi è quasi ignorato: non essendo obbligatorio per legge – come invece accade in molti paesi europei – solo un´associazione su sei lo utilizza. La trasparenza comunque non è tutto: bilancio alla mano, chi sarebbe in grado di decifrare cosa si nasconde sotto “servizi finanziari” e “materie prime”, fare la differenza tra “promozione progetti” e “fundraising” o capire se i costi del personale in missione sono compresi alla voce generale “stipendi” o a quella “costi del progetto in loco”? Altro problema: in Gran Bretagna e Francia la rendicontazione dei singoli progetti è obbligatoria, in Italia no: eppure questo è un modo per garantire ai donatori che i soldi devoluti a una finalità non siano poi stornati verso altre missioni o altri scopi. E´ in nome di questo principio. ad esempio, che nel 2005 Medici Senza Frontiere bloccò le donazioni per lo Tsunami una volta raggiunta la cifra necessaria alle operazioni.

«I bilanci dovrebbero essere comprensibili e accessibili da tutti» dice Carlo Laganà, partner di Deloitte, un´altra società specializzata nella certificazione dei conti. In Italia, concordano gli esperti, il cittadino-benefattore parte davvero svantaggiato. Le amministrazioni pubbliche sono più tutelate: ogni finanziamento alle Ong deve essere poi oggetto di un riscontro, ma per i privati non ci sono disposizioni simili. Anche nel caso del 5 per mille, da cui le Ong hanno tratto nel 2006 quasi 193 milioni di euro, le autorità pubbliche non hanno imposto l´obbligo di fornire riscontri ai cittadini. «Diciamo che i controlli non piacciono a nessuno. Anche le Ong fanno resistenza» osserva Marcon, che all´ambiguità degli aiuti umanitari ha dedicato un libro.

Per comprendere l´affidabilità di un gruppo, la certificazione dei bilanci da parte di terzi – facoltativa ma praticata dalle più grandi organizzazioni umanitarie – è una prima garanzia importante: dimostra che c´è stato un controllo indipendente. Ma neanche questo è sufficiente. «Quello che serve davvero per conquistare la fiducia di chi ci finanzia è la continuità – racconta Daniele Scaglione di Action Aid Italia – da noi ci sono sei persone incaricate di tenere contatti con i donatori. Cerchiamo di far sapere nel modo più dettagliato possibile dove vanno i soldi». Sforzo lodevole ma, ancora una volta, del tutto volontario. In Germania, per esempio, esiste dal 1893 lo Deutsches Zentralinstitut für soziale Fragen che si occupa di controllare e certificare le Ong. L´unico tentativo di creare un´Authority italiana del settore sta fallendo. Il presidente dell´Agenzia per le Onlus, Stefano Zamagni, ha avvertito che, con i tagli previsti dei fondi, l´organismo governativo incaricato della vigilanza sul non profit potrebbe chiudere entro agosto. Consola poco il fatto che il problema sia comune: quando la Federazione europea per l´etica e lo sviluppo ha inviato 4000 questionari sul tema trasparenza alle più grandi ong europee, sono tornate indietro meno del 10 per cento delle risposte.

Peccato, perché il Terzo Settore avrebbe davvero bisogno di più regole e controlli. Negli ultimi quattro anni in Italia le Ong sono aumentate del 23% e così il flusso di denaro che si è riversato verso associazioni, fondazioni, cooperative sociali. «Fino agli anni Trenta – ha scritto il giornalista americano David Rieff, autore di “Un giaciglio per la notte” – solamente i missionari, occupati a salvare le anime, o i comunisti, intenti a fomentare la rivoluzione, agivano sulla base di un sistema di valori ispirato alla solidarietà universale». Dalla guerra del Biafra (1963) in poi si è invece sviluppato l´umanitarismo non governativo e trasnazionale e i soggetti sono diventati migliaia, così come le loro attività. Da noi lo tsunami è stato uno spartiacque tra i gruppi di volontari vecchia maniera, legati a un´idea romantica delle missioni, e le nuove aziende umanitarie con stipendi pressoché identici alle multinazionali dell´industria. In quel Santo Stefano 2004 si è capito che il nostro paese poteva essere un mercato ricchissimo per le Ong: oltre 47 milioni di euro furono raccolti solo attraverso gli Sms. «E´ stato allora che molte organizzazioni internazionali hanno deciso di aprire una succursale italiana» osserva Marcon. La figura del “fundraiser”, dipendente o consulente specializzato nella ricerca di fondi, è diventata sempre più importante: il suo compito è affrontare la dura competizione sul portafoglio degli italiani. La beneficenza è diventata un gadget che spunta nelle liste di nozze, in mezzo a una partita di calcio, dentro al concorso a premi. Con effetti paradossali. Quale azienda investirebbe 600mila euro per ricavare soltanto 90mila, come nel 2006 è capitato per una campagna di fundraising di una grande Ong? I costi del marketing sono lievitati vertiginosamente fino a rappresentare in qualche caso quasi un quinto del bilancio delle associazioni.

Se nessun cittadino può pensare che un euro donato si trasformi integralmente in un euro di cibo o medicine trasportati dall´altra parte del mondo, perché tutte le Ong hanno dei costi di mantenimento necessari e legittimi, la domanda da porsi è: qual è la giusta proporzione? Negli Stati Uniti, gli esperti fissano un tetto del 30% alle spese di struttura di una Ong. Se un´associazione destina al progetto meno del 70% della donazione iniziale non è considerata efficiente. «Ricordiamoci però che a seconda della missione umanitaria i costi della struttura variano di molto. Un´organizzazione con personale medico specializzato avrà spese superiore a quella che distribuisce soltanto pacchi di riso e può utilizzare giovani volontari» specificano all´Istituto italiano per le donazioni, il primo, e finora unico, organo che propone una sorta di “certificazione” delle Ong. Nato tre anni fa, ha creato il marchio «donare con fiducia», slogan che riassume la crisi di credibilità del settore. «Abbiamo un filo diretto con i cittadini – racconta una delle responsabili, Lorena Varalli – E´ vero che oggi c´è una maggiore richiesta di garanzie da parte dei donatori, ma non bisogna lanciare allarmismi». La risposta delle Ong alla Carta della donazione è stata ancora timida: 28 sigle hanno aderito al marchio, altre 15 sono in attesa di passare tutti i controlli.

In questo universo del bene che sta diventando una gigantesca nebulosa si rischia di tornare ad antiche abitudini. «Dare dei soldi soltanto a chi si conosce, di mano in mano» dice Marcon. Più piccola è l´Ong, più è redditizia per i donatori, come dimostra una recente ricerca della società di analisi Un-Guru per il Sole 24Ore. In cima alla pagella di efficacia figura la Fondazione James non morirà (99,6% dei fondi raccolti effettivamente devoluti alla missione), che opera unicamente in Etiopia e si basa solo su lavoro volontario. «I gruppi piccoli hanno però un impatto ridotto – avverte Roberto Salvan, direttore del Comitato italiano per l´Unicef – Possono agire su una singola comunità o comunque in spazi limitati. Solo i grandi come noi sono in grado di agire subito di fronte a una crisi». Come altre agenzie delle Nazioni Unite, l´Unicef è stata spesso criticata per i costi di gestione troppo alti. «Ma – conclude Salvan – avere una struttura pronta ad agire in qualunque momento costa molto. Non bisogna illudersi».

Pubblicato su No Profit, ONG, fundraising | Contrassegnato da tag: , , , , , , , | Lascia un commento »