Lavoro e No Profit

Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!

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Dialogatore face-to-face

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Maggio 30, 2009

Vi racconto il mio lavoro di dialogatore face to face
Bertrando Goio (Trieste) lettera a Repubblica 29 maggio 09

Sono un giovane adulto (così si dice oggi) di 33 anni. Laurea in Storia e Dottorato in Geopolitica, Università di Trieste. Trovo solo lavori di pochi mesi, sottopagati, in nero. L’ultima novità, dopo centinaia di curriculum inviati, mi trovo a fare il dialogatore face to face, da Lunedì a Sabato, senza ferie. Sei ore in piedi non-stop a tentare di convincere una fetta di umanità a versare soldi per qualche causa, ecologista o umanitaria. E’ un lavoro e come tale l’ho preso. Salvo poi farmi redarguire dal, ora si chiama così il capo, team leader: devo avere un atteggiamento positivo e vincente (frasi fatte imparate sul libretto). In sei ore si fanno 2, 3 sottoscrizioni. Le sei ore diventano poi otto a discrezione del team leader, che se deve vedere la partita di calcio, ci dice che si va a casa mezz’ora prima. Dov’è finito il rispetto per le persone? Dov’è finita la dignità? Forse i mendicanti faticano meno e guadagnano di più Dovrà durare ancora questo stato di cose? Arriverò con bastone e dentiera a chiedere: “signora, ha visto? Aiutiamo i bambini, venga che le faccio vedere”? Io temo di si.

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La più grande Onlus del Mondo

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Febbraio 12, 2009

La questua
Quanto costa la Chiesa agli italiani
di Curzio Maltese
ed. Feltrinelli

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Quanto costa la Chiesa cattolica ai contribuenti italiani? Chi gestisce il fiume di denaro che passa ogni anno dalle casse dello Stato alle istituzioni ecclesiastiche? E come vengono usati questi soldi?
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Un miliardo di euro dai versamenti dell’otto per mille. 650 milioni per gli stipendi degli insegnanti di religione. 700 milioni per le convenzioni su scuola e sanità. 250 milioni per il finanziamento dei Grandi Eventi. Una cifra enorme passa ogni anno dal bilancio dello Stato italiano e degli enti locali alle casse della Chiesa cattolica. A cui bisognerebbe aggiungere almeno il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano e oggi al centro di un’inchiesta dell’Unione europea: il mancato incasso dell’Ici, l’esenzione da Irap, Ires e altre imposte, l’elusione consentita per le attività turistiche e commerciali. Per un totale di circa 4 miliardi di euro, più o meno mezza finanziaria, l’equivalente di un Ponte sullo Stretto o di un Mose all’anno. Una somma (è la stessa Conferenza episcopale italiana a dichiararlo) che solo per un quinto viene destinata a interventi di carità e di assistenza sociale.
Con il piglio del grande cronista Curzio Maltese snocciola cifre e dati, scandaglia documenti, bilanci e siti internet, dà voce a fonti insospettabili, in un’inchiesta sorprendente e coraggiosa che rielabora, amplia e integra i materiali già pubblicati a puntate sulle pagine di “Repubblica”. Il suo non è un attacco alla Chiesa in quanto tale, tanto meno lo sfogo di un anticlericalismo di maniera. È il tentativo di fare luce su una realtà troppo poco conosciuta e non sempre trasparente, che tocca però nervi sensibilissimi della democrazia italiana come la lealtà fiscale, la corretta gestione delle risorse pubbliche, la laicità dello Stato. Una realtà, inoltre, che provoca non pochi disagi all’interno stesso del mondo dei fedeli, se è vero che importanti intellettuali cattolici hanno denunciato “il dirigismo, il centralismo e lo strapotere raggiunto dalla burocrazia nella Chiesa”.

Qui l’autore presenta il libro: http://www.radioradicale.it/scheda/253832

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Volontariato, ecco chi suda in silenzio

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Novembre 18, 2008

di Pino De Luca

(AprileOnLine 17 novembre 2008)
La testimonianza
Le impressioni di chi ha partecipato ai lavori di un seminario organizzatto dal Centro Servizi per il Volontariato. Una realtà silenziosa e spesso oscurata dai media, che invece rappresenta il tessuto vivo a sostegno delle situazioni di disagio, più di quante si possano immaginare. Con un consiglio: diffidate di chi si vanta.
Lo scorso 8 novembre, nel prestigioso Castello Dentice di Frasso di Carovigno, il CSV (Centro Servizi per il Volontariato) di Brindisi ha organizzato un seminario di studi in preparazione delle attività per l’anno 2009. Il Comitato Direttivo del CSV, dimostrando alta considerazione per la cultura, ha nominato un Comitato Scientifico di supporto alle iniziative e alle decisioni. Comitato Scientifico composto da Gigi Perrone, Docente di Sociologia all’Università del Salento, Angelo Salento, ricercatore della medesima Università, Danilo Urso, Docente di Sistemi Industriali all’Università di Firenze, Maurizio Portaluri oncologo di chiara fama. Ragioni imperscrutabili e che mi onorano tantissimo hanno permesso di accostare il mio umile nome a così alta compagnia, e ragioni altrettanto misteriose hanno indotto i miei titolati colleghi a darmi l’incarico di presiedere il Comitato Scientifico. Sicché ho potuto fare una bellissima esperienza: partecipare alla assemblea delle associazioni di volontariato della provincia di Brindisi iscritte al CSV.
Dare i numeri è cosa che evito di fare, ma comunicare che il panorama della coesione sociale è vastissimo è cosa che deve essere evidenziata. Ho avuto il privilegio di condurre uno dei sette gruppi di lavoro come facilitatore, questo mi ha permesso di conoscere delle persone veramente speciali, persone che lavorano in associazioni vere, con missioni vere e scelte vere. Il mio gruppo si è occupato della relazione tra Società e Rischio, e sono rimasto impressionato dalla varietà di contributi di grande pertinenza che sono stati prodotti da osservatori differenti.
Finalmente una discussione pregna di significato, di valore e di esempi sperimentati sul campo. Ho conosciuto la prima associazione di volontariato nata in virtuale e consolidatasi in reale, la Fasancult. Un’altra, piccolissima, che si occupa di mediazione familiare, un’altra ancora di malattie mentali e una delle emergenze economico-sociali, quotidiane, che saranno piccole ma per chi le vive sono montagne insormontabili, e ancora una che contrasta le tossicodipendenze. Tante associazioni, alcune grandi o grandissime altre microscopiche ma tutte vere. Dico vere perché vi sono associazioni e associazioni, indipendentemente dal tema che unisce gruppi più o meno grandi di persone, vi sono delle caratteristiche essenziali che fanno riconoscere il volontariato vero da quello peloso.
La questione è talmente sentita che un gruppo, facilitato da Enzo Greco, ha sentito il bisogno di concentrarsi sull’etica del volontariato per stabilire canoni e criteri, sostanzialmente per distinguere il grano dalla lolla. L’opinione condivisa collettivamente da queste straordinarie persone è che il volontariato deve caratterizzarsi per la gratuità e per l’azione continua.[...]

L’articolo completo su AprileOnLine: http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=9913

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L’Italia del noprofit produce e si allarga

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Ottobre 2, 2008

Da Metro, giovedì 2 ottobre 2008

Economia. In un priodo di crisi violenta come questo, per gli esperti è normale vedere l’economia sociale godere di buona salute. In Italia però ong, associazioni di volontariato e di promozione sociale, fondazioni e cooperative stanno non solo prosperando, ma piano piano cominciano ad allargare la loro sfera di influenza. Infatti il terzo settore non è più confinato a sanità ed assistenza sociale, ma sta intensificando anche la sua propensione produttiva, specialmente nel campo dei servizi per i cittadini. Il primo rapporto sull’economia sociale fatto in sinergia da Cnel e Istat lo conferma: ormai nel comparto lavorano 3 milioni di persone, e di associazioni e fondazioni se ne contano più di 220.000. Tanto che l’Istat vuole arrivare al censimento delle organizzazioni no profit entro il 2009. (V.M.)

38 miliardi è il fatturato complessivo del terzo settore nel nostro paese.

15 per cento è la crescita media annua del no profit in Italia.

Metronews

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Riflessioni sulla norma antielusiva riguardante gli stipendi del personale dipendente delle Onlus

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Settembre 26, 2008

Riflessioni sulla norma antielusiva riguardante gli stipendi del personale dipendente delle Onlus
dr. Vadis Cappa

In attesa dei decreti delegati sulla nuova normativa, le Onlus in particolare, devono sottostare ad una serie di vincoli che giustifichino le agevolazioni fiscali a cui hanno diritto. Tali vincoli hanno però dei risvolti involontariamente “discriminatori” sui lavoratori subordinati e creano, negli enti più strutturati, dei problemi nella gestione del personale.

Introduzione

Il settore non profit negli ultimi anni sta crescendo sempre di più. Gran parte delle aziende non profit si occupa dei servizi alle persone, settore di cui si prevede grande sviluppo nei prossimi anni in termini di aumento del tasso di occupazione italiano. In questa direzione si sta muovendo il Governo che per riorganizzare il settore, specialmente per le strutture socio sanitarie assistenziali di medie dimensioni, ha introdotto una nuova tipologia di impresa: l’impresa sociale.[...]

Articolo completo su: http://www.diritto.net/content/view/778/6/

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Privato è bello. Pubblico è meglio?

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Agosto 8, 2008

a cura di Alice Giannitrapani e Silvia Torti
Il testo completo su: http://www.casadellacultura.it/site/materiali/archivio/lavoro_economia/006_privato.html

Il terzo settore ci salverà?

Dello stato minimale o del nuovo welfare partecipato

Quella del Terzo settore è una realtà consistente numericamente ed economicamente importante. Negli anni, è venuto a crearsi un legame strettissimo tra queste e le politiche sociali dello Stato e degli enti locali, che non possono più farne a meno. Qualcuno le vede come finalizzate alla minimizzazione dell’intervento statale, ma bisogna riconoscerne la capacità innovativa. Ma ci sono altri punti critici: il rapporto con le aziende for profit, ad esempio, o la questione del costo del lavoro.

Secondo incontro:

Il terzo settore ci salverà?

Dello stato minimale o del nuovo welfare partecipato

Quella del Terzo settore è una realtà consistente numericamente ed economicamente importante. Negli anni, è venuto a crearsi un legame strettissimo tra queste e le politiche sociali dello Stato e degli enti locali, che non possono più farne a meno. Qualcuno le vede come finalizzate alla minimizzazione dell’intervento statale, ma bisogna riconoscerne la capacità innovativa. Ma ci sono altri punti critici: il rapporto con le aziende for profit, ad esempio, o la questione del costo del lavoro.

Stefano Zamagni

Il no profit, modello di ordine sociale americano, si fonda sullo scambio di equivalenti nel mercato, attraverso la distribuzione filantropica del “conservatorismo compassionevole”.

Lo stato è di tipo minimale, e la società civile è chiamata, in nome della compassione, a versare risorse che vengono tradotte in servizi da organizzazioni no profit; questo perché in America non c’è una concezione di welfare.

In Europa, invece, il terzo settore si è sviluppato negli ultimi 15-20 anni come braccio operativo dello Stato, che garantisce e gestisce i servizi, il cui vincolo di bilancio stringente, tuttavia, a fronte delle richieste dei portatori di bisogni, lo costringe a dare in gestione ambiti di intervento alle organizzazioni, che l’amministrazione pubblica finanzia tramite prelevamenti fiscali ai cittadini e alle imprese.

[…] Zamagni dice di non riconoscersi in questi due modelli, volti all’abbassamento dei costi e alla filantropia d’impresa, puntando invece sull’arricchimento del modello di ordine sociale, ponendo i concetti di efficienza, per evitare lo spreco di risorse, e di redistribuzione, basandosi sul principio della reciprocità, che va a creare nessi di relazionalità tra le persone.

Mimmo Lucà

[…]

Ricordiamo che le cooperative sociali oggi esistenti sono circa 6.000, che sono un soggetto a carattere economico, ma non a scopo di lucro, spesso nascono da associazioni di volontariato. Il servizio civile volontario, invece, si rivolge a una potenziale popolazione di 30.000 giovani.

La legge quadro evidenzia un sistema nazionale ed integrato di servizi sociali, superando la concezione assistenzialistica, episodicamente svolta dalle istituzioni locali, con discrezionalità rispetto alle prestazioni erogate. La legge punta alla creazione di un sistema integrato di servizi, volto al miglioramento della qualità della vita, del benessere delle persone e della comunità, puntando sull’autonomia dei cittadini e sul loro contributo per il consorzio civile.

All’articolo 16 della 328/00 sono citate le politiche per la famiglia, facendo leva sui concetti di erogazione, in quanto il soggetto famiglia riceve prestazioni, e partecipazione, vedendo la famiglia come soggetto attivo, protagonista nella rete dei servizi.

Come si coinvolgono questi soggetti del terzo settore? Sempre l’articolo 1 richiama gli enti locali, le Regioni e lo Stato a riconoscere le organizzazioni non a scopo di lucro, fondate dai cittadini, chiamati a costituirsi in una dimensione pubblica, supportata dall’amministrazione pubblica.

Dal 1991 a oggi si è verificato un boom nell’emersione delle organizzazioni no profit e delle loro pluralità rappresentative; dalle 61.000 del ’91 si è passati alle 235.000 attuali, secondo i dati ISTAT più recenti. Tutto questo mondo, ci spiega Lucà, si muove con denaro pubblico, assorbendo 3 punti del prodotto interno lordo.

[…]

Bisogna introdurre una distinzione nell’ambito definito genericamente come terzo settore, sapendo che avvalersi di un’organizzazione di volontariato, può comportare il fatto di trovarsi a che fare con operatori volontari, a volte poco qualificati oppure presenti solo saltuariamente, che però è caratterizzata dalla gratuità. Le cooperative sociali, che nella realizzazione di un utile da investire, hanno problemi simili a quelli dell’impresa, sono però più capaci di gestire un’erogazione di servizi complessi.

Amministratori comunali e coloro che promuovono bandi e danno in gestione appalti, che si avvalgono di queste strutture per realizzare un realtà integrata di servizi, devono quindi tenere in considerazione, come gli stessi cittadini, i livelli di complessità di queste realtà differenziate, e devono poter capire i diversi gradi di esigibilità delle prestazioni.

Paola Tubaro

Allo sviluppo del terzo settore, in molti paesi del mondo, negli anni ‘90, si è accompagnata una ritirata dello stato dal sociale, in una fase in cui però i bisogni da soddisfare rimanevano alti e più complessi rispetto al passato. L’estensione del livello di partecipazione, pone l’interrogativo sulle reali capacità dei nuovi enti, nella sostituzione di servizi, forniti in precedenza dallo stato. L’emersione progressiva di realtà non a scopo di lucro, si inserisce quindi in un’ ottica di affiancamento al pubblico o di sostituzione dello stesso nell’erogazione dei servizi?

Ad un welfare pubblico, gestito dall’alto e standardizzato si contrappone l’emersione di realtà più flessibili, maggiormente personalizzate e diversificate, ma la cui produzione di servizi, in quanto realtà private, risulta discrezionale.

Per questo, dice la Tubaro, l’affidamento del welfare ai privati, come avviene negli Stati Uniti, fa emergere il rischio di una mancata copertura universalistica dei diritti del cittadino e dell’instaurazione di disuguaglianze sociali.

La beneficenza non può essere controllata e i donatori, appartenenti ai ceti più abbienti, che dispongono di risorse funzionali e relazionali maggiori, influenzando le scelte delle associazioni. Questo meccanismo, secondo la Tubaro, finisce con l’attribuire poteri addizionali di decisione a chi ha già potere.

[…]

In merito al rapporto del terzo settore col mercato, i problemi di gestione finanziaria portano le associazioni ad avvicinarsi ai modelli di comportamento delle imprese. L’aziendalizzazione del terzo settore, produce il moltiplicarsi di attività commerciali parallele all’attività non commerciale dell’organizzazione, che moltiplicandosi, rischiano però di rendere difficile operare una distinzione tra organizzazioni “no profit” e “for profit”.

A livello legislativo i criteri di differenziazione sono stabiliti dai singoli Stati, e a volte si basano su criteri arbitrari come la soglia delle attività commerciali: ma rimane il problema di come distinguere tra attività commerciali e non, che a volte si sovrappongono.

Il criterio di differenziazione risulta cruciale, in quanto solo le organizzazioni no profit ricevono agevolazioni fiscali.

[…]

L’aziendalizzazione delle organizzazioni no profit prende anche un’altra forma, come quella del pagamento dei servizi da parte degli utenti.

In alcuni paesi alcuni settori cono costituiti al contempo da agenti pubblici, no profit e for profit, che si trovano a cooperare, come nel caso delle università e della sanità statunitense, che operano con strategie molto simili, ma il cui trattamento fiscale cambia, motivo che ha portato a mettere in discussione le agevolazioni concesse al no profit.

L’imitazione del modello dell’impresa, ha portato a collaborazioni ambigue tra no profit e for profit: alcune università americane, per esempio, avevano creato delle partnership per la ricerca con aziende farmaceutiche, queste però, nel momento in cui i risultati della ricerca si sono rivelati diversi e contrapposti agli obiettivi della ricerca, non hanno permesso all’università di renderli noti.

Paola Tubaro mette in guardia anche rispetto ad un altro elemento di conflitto tra aziende e associazioni: il costo del lavoro. Nelle associazioni, le retribuzioni sono in media più basse, a parità di svolgimento delle mansioni, rispetto a un’azienda che svolge lo stesso servizio. Ci sono casi di sfruttamento dei lavoratori, ma più spesso questa differenza è dovuta all’insufficiente formazione specialistica di operatori e amministartori.

Queste organizzazioni sono inoltre improntate di una forte ideologia, religiosa o meno, e chi ne fa parte è mosso dall’idea di battersi per una causa; in questo senso gioca in maniera fondamentale la motivazione dei dipendenti, che è uno dei motivi che favorisce il loro sfruttamento.

Nelle associazioni esiste una larga diffusione di forme di lavoro atipico e vi è larga presenza di volontari e obiettori di coscienza, che dovrebbero affiancare gli operatori con mansioni di sostegno, mentre a volte vi si sostituiscono.

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Night club e ristoranti, è il finto no-profit

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Agosto 6, 2008

da La Nuova di Venezia e Mestre
di G.Codognato. (20 novembre 2007)

Agenzia delle Entrate e Finanza in azione: sette enti veneziani nel mirino

VENEZIA. Il sospetto è legittimo: possono rientrare nel pur vasto mondo del Terzo Settore, palestre e centri benessere, ristoranti «culturali» e disco-bar, addirittura night club e lap dance?. A prima vista no. Ma molte di questa attività si mimetizzano in «associazioni no profit». Nel Veneto, il sospetto in questione trova sostegno nell’operazione congiunta fra Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate scattata lo scorso 16 novembre e denominata, non a caso «Camaleonte».

A Padova come a Belluno, a Rovigo come a Treviso, a Padova come a Venezia e Vicenza, funzionari e militari hanno fatto visita a 65 attività no-profit ambigue. Palestre, lap dance, centri benessere, disco bar, night: tutti enti no-profit. Una tessera e tanti vantaggi fiscali. Agenzia e Finanza sono partiti da internet per individuare le situazioni particolari. Guardando i siti della associazioni, hanno individuato quelle con attività a prima vista sospette. 65, come detto, e sparse in tutto il territorio regionale: 5 a Belluno, 10 a Padova, 6 a Rovigo, 11 a Treviso, 7 a Venezia e ben 17 a Vicenza. L’operazione «Camaleonte», poi, ha trasformato gli uomini dell’Agenzia delle Entrate e i militari della Guardia di Finanza in finti clienti. 300 uomini hanno fatto visita alle sedi delle associazioni no profit sospettate di «lucro». Attività che sfrutterebbero i vantaggi fiscali del Terzo Settore, senza averne i requisiti. «Per ora abbiamo solo effettuato delle verifiche – spiegano dalle Entrate del Veneto -. Sono state controllate 65 associazioni, ma l’operazione è ancora in corso e può durare dai 30 ai 60 giorni. Non possiamo ancora dire chi, fra gli enti controllati, sia fuori regola». In questo contesto, lo scopo dell’operazione «Camaleonte» è definito in termini fiscali. «Dobbiamo accertare eventuali violazioni della normativa tributaria e, in particolare, riscontrare la sussistenza dei requisiti riservati agli enti no profit». Non solo. «E’ nostro compito – continuano dall’Agenzia delle Entrate – individuare anche posizioni di lavoro sommerso e irregolare». Da indagini svolte sul settore, «risulta talvolta che attività di palestre, scuole di ballo, centri di bellezza, night club, locali di lap dance gestiti da apparenti enti non commerciali come associazioni sportive, culturali, circoli ricreativi, agiscono dichiarando di non avere fini di lucro. Ma presentano elementi di chiara natura commerciale e finalità economica. Il fenomeno – è ancora il commento dell’Agenzia – oltre a sottrarre all’Erario rilevanti imponibili soggetti a tassazione, provoca concorrenza sleale con le imprese organizzate per svolgere la stessa attività». Gli irregolari rischiano dure sanzioni per evasione o lavoro nero.

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Tra profit e non profit -Protocollo congiunto di Ferpi e Assif, in collaborazione con il Segretariato Sociale della Rai

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 24, 2008

Tra profit e non profit
Protocollo congiunto di Ferpi e Assif, in collaborazione con il Segretariato Sociale della Rai

http://www.segretariatosociale.rai.it/palinsesto/dossier/profit_nonprofit.html

Premessa
La domanda di impegno sociale e di cultura della solidarietà si diffonde in strati sempre più ampi e diversificati della comunità. La società civile, oggi, chiede al mondo del non profit e alle imprese di avvicinarsi e dialogare meglio di quanto non abbiano fatto finora, per favorire il benessere sociale attraverso la soluzione di problemi specifici.

* Alle imprese si richiede di declinare la propria missione anche facendosi carico – responsabilmente – di alcuni problemi sociali, affiancando alla creazione di lavoro e di ricchezza, anche la generazione di valore per il territorio e l’integrazione con le comunità di riferimento, acquisendo in tal modo il ruolo, una novit à per la cultura imprenditoriale italiana, di grant-maker.
* Al non profit si richiede di compiere un balzo strategico, culturale e organizzativo selezionando consapevolmente alleanze e azioni concrete con gli altri attori della società civile, imprese comprese.

Emerge il bisogno di relazioni più sistematiche tra profit e non profit: con la creazione di partnership di medio/lungo termine, comunque e sempre orientate al ‘beneficiario finale’ dell’intervento sociale e al benessere della società nel suo complesso.
L’impresa conferisce concretezza al proprio progetto di crescita e lo trasforma in valore, mentre l’organizzazione non profit acquisisce maggiore consapevolezza e ridefinisce la propria missione verso la dimensione organizzativa e di gestione efficace.
Verso queste finalità generali sono impegnate FERPI e ASSIF, in collaborazione con il Segretariato Sociale della RAI.
Nella partnership tra profit e non profit, relatori pubblici e fundraiser sono:
- “punti terminali” della relazione,
- detentori di professionalità specifiche capaci di interpretare e rispondere a nuovi bisogni sociali e di generare valore economico, sociale, culturale per le proprie organizzazioni e per la società nel suo insieme,
- promotori e garanti di una condotta etica e di precise deontologie professionali per la tutela e la salvaguardia di ogni attore coinvolto nelle relazioni attivate.

Il documento, da intendersi come un ‘protocollo’ che impegna gli associati delle due associazioni, individua le linee guida e indica un metodo per rendere efficaci future intese fra profit e non profit.

La finalità è contribuire a generare un processo di crescita che conduca a un punto di equilibrio per impostare una relazione interattiva e simmetrica tra imprese e non profit puntando su:

* convergenza culturale che porti al coordinamento di obiettivi comuni
* coerenza con la missione, sia dell’organizzazione non profit che dell’impresa
* integrazione attraverso una comunicazione reale, trasparente, simmetrica e a due vie
* massimizzazione del valore per gli attori coinvolti, in primo luogo i beneficiari
* la chiarezza iniziale sulle aspettative reciproche, per evitare incomprensioni successive

Struttura del Protocollo

1. Perché una partnership tra profit e non profit

1.1. I vantaggi per l’impresa
1.2. I vantaggi per l’organizzazione non profit

2. Che cosa fare

2.1. Le condizioni necessarie per una partnership proficua
2.2. I criteri della partnership

2.2.1 Per l’impresa
2.2.2 Per l ‘organizzazione non profit

2.2 Le modalità della partnership

3. Conclusioni

1. PERCHÉ UNA PARTNERSHIP TRA PROFIT E NON PROFIT
1.1 I vantaggi per l’impresa:

* sviluppo delle relazioni con i pubblici influenti
La sinergia e una collaborazione efficace con organizzazioni non profit per realizzare iniziative di utilità sociale che inducono percezioni positive associate all’impresa. A sua volta, l’impresa può trasmetterli e moltiplicarli credibilmente ai suoi pubblici influenti, contribuendo così a consolidare e rafforzare i rispettivi sistemi di relazione.
* attenzione sociale sul territorio e all’interno della comunità di appartenenza
Intraprendere e sviluppare iniziative di sostegno solidale a favore del territorio, della comunità o di fasce particolari di popolazione consente all’impresa di “vivere meglio” il suo rapporto con gli attori del territorio e le articolazioni della società civile.
* scambio con le istituzioni
L’interazione sinergica tra impresa e organizzazione non profit aiuta l’impresa ad entrare in un circuito di attenzione e di scambio positivo con le istituzioni e i processi decisionali pubblici.
* sviluppo del clima interno e dell’orgoglio di appartenenza
L’impegno a favore di una causa sociale, quando non si esaurisce in una “trovata” pubblicitaria o in una pura dichiarazione di intenti, è un modo ampiamente sperimentato per rafforzare nei dipendenti, collaboratori, fornitor e altri ‘pubblici di confine’ l’orgoglio di appartenenza all’impresa e al suo sistema.
* declinazione dei valori, della visione e della missione
La partecipazione ad iniziative sociali a favore della comunità, di un progetto, di un obiettivo di sviluppo sociale sono esempi concreti, tangibili e misurabili attraverso cui un’impresa declina e da’ corpo alla propria visione, missione e valori.
* attrazione dei migliori talenti
L’impresa offre un ambiente di vita lavorativa stimolante che permette alle persone di apportare il proprio contributo alla società in generale. E’ un punto di forza per un’azienda che non si accontenta di personale soltanto competente, ma che sia anche capace di infondere nel lavoro energia, passione ed entusiasmo.

1.2 I vantaggi per l’organizzazione non profit

* maggiore attenzione diffusa e notorietà della causa
L’alleanza con imprese, che dispongono di risorse e sono inserite in molteplici circuiti economici, sociali e culturali, mette a disposizione del non profit canali e strumenti per diffondere la rispettiva missione.
* maggiore capacità organizzativa e strategica
La collaborazione con imprese abituate ai più moderni ed efficienti strumenti di analisi, gestione, comunicazione e monitoraggio, consente all’organizzazione non profit di contaminarsi con strumenti manageriali utili per il raggiungimento di obiettivi specifici.
* maggiori mezzi e risorse da dedicare a fini istituzionali
Le imprese possono mettere a disposizione delle organizzazioni non profit non soltanto risorse finanziarie, ma anche tecnologie, strumenti, infrastrutture, know-how e personale che permettono il raggiungimento degli obiettivi perseguiti.
* apprendimento culturale
La collaborazione tra un’impresa e un’organizzazione non profit permette uno scambio culturale e la possibilità di conoscere, per poi applicare, tecniche e strumenti di analisi, interpretazione, monitoraggio, controllo e gestione.
* maggiore capacità operativa di mobilitazione
La capacità di organizzarsi e di reagire rapidamente, sviluppate dalle imprese, possono essere utilmente messe a disposizione della realizzazione di specifici progetti di utilità sociale.

2. CHE COSA FARE

Il primo passo che devono compiere le organizzazioni profit e non profit è guardare al proprio interno e chiarire rispettivi obiettivi e proprie finalità, per poi rivolgersi all’esterno, selezionando partner e sviluppando attività.
2.1. Le condizioni necessarie per una partnership proficua

Le organizzazioni non profit che intendano creare partnership con organizzazioni profit devono comprendere:

* La propria cultura interna: cioè il consenso a livello centrale e territoriale circa l’opportunità di stringere relazioni di partnership con le imprese
* La propria capacità organizzativa: capire se si è in grado di predisporre le attività di partnership con modalità e tempi normalmente adottati dall’impresa
* Le finalità della partnership: se l’organizzazione cerca risorse economiche da destinare ad un progetto specifico e circoscritto o intende stabilire con l’impresa un rapporto a medio/lungo termine.

Anche l’impresa, a sua volta, deve guardare prima dentro sé stessa per analizzare:

* La cultura interna: capire se le relazioni con i dipendenti sono improntati a criteri di trasparenza, lealtà e consenso tali da essere ritenuta credibile in un investimento nel sociale.
* La consapevolezza: se esistono (e quali e quante sono) le cause sociali sposate dai dipendenti dell’ impresa e quanti sono i collaboratori attivi in associazioni di volontariato
* Le modalità di partnership, indagandone le finalità strategiche.
In particolare se:
o la relazione di partnership si inserisce in un progetto più ampio
o l’impresa intende diventare “donatore silenzioso”
o l’impresa intende investire nel sociale come azione di punta della strategia di comunicazione e di relazione con gli interlocutori
o l’impresa intende diventare soggetto “collettore” di risorse e attenzione nei confronti di una causa.

2.2 I criteri della partnership
2.2.1 Per l’impresa

* L’impresa deve rispettare una coerenza di fondo nel relazionarsi con organizzazioni non profit, analizzando i punti in comune e verificando che la strategia d’azione della società sia coerente con le modalità di relazione e gli obiettivi di business dell’impresa.
* L’impresa deve valutare se le proposte avanzate da parte di organizzazioni non profit rispondano a un bisogno sociale reale e se siano condivise e accettate dalla società in generale e, in particolare, dagli interlocutori rilevanti dell’ impresa.
* L’impresa deve considerare quanto l’organizzazione non profit sia affidabile rispetto alle possibilità di interazione su determinati obiettivi.
* L’impresa deve stimare qual sia l’immagine percepita dell’ organizzazione non profit da parte della società e, in particolare, da parte del complesso degli stakeholder dell’ impresa.
* L’impresa deve esaminare se la vision dell’ impresa sia compatibile con quella sviluppata e sostenuta dall’ organizzazione non profit .
* L’impresa deve stimare se la collaborazione con l’organizzazione non profit rispetto ad una determinata causa, sia in grado di aumentare l’impatto comunicativo dei reciproci interessi verso gli stakeholder.
* L’impresa deve esaminare se esistano nell’organizzazione non profit garanzie di monitoraggio, controllo, trasparenza e rendicontazione rispetto alla destinazione e ai metodi di gestione ed erogazione dei benefici.
* L’impresa deve considerare la rapidità d’azione dell’organizzazione non profit e se sia in grado di agire in sincronia con i tempi di lavoro dell’impresa.
* L’impresa deve stabilire se l’organizzazione non profit sia in grado di dare risposte concrete e soddisfacenti in tempi ragionevoli ai propri obiettivi.
* L’impresa deve analizzare se il progetto di alleanza con l’ organizzazione non profit possa essere gestito in modo modulare e progressivo così da poter essere corretto e reimpostato.
* L’impresa deve analizzare se l’organizzazione non profit sia veramente consapevole e condivida gli interessi e il business dell’ impresa.

2.2.2 Per l’organizzazione non profit

* L’organizzazione non profit deve valutare che la mission. la vision e i valori dell’impresa siano coerenti e complementari rispetto a quelli dell’organizzazione
* L’organizzazione non profit deve analizzare se il core business dell’impresa possa portare un valore aggiunto ral proprio campo di azione
* L’organizzazione non profit deve valutare se l”identità percepita dell’impresa e, in particolare, da parte dei propri componenti sia coerente con l’identità che l’ organizzazione desidera trasferire ai propri stakeholder
* L’organizzazione non profit deve comprendere se la cultura vigente all’interno dell’impresa sia compatibile con la cultura dell’ organizzazione e se esista consonanza in termini di approccio alle relazioni.
* L’organizzazione non profit deve valutare l’interazione tra l’ organizzazione è l’impresa e se tale interazione sia in grado di portare benefici dal punto di vista del potenziale comunicativo verso l’esterno.
* L’organizzazione non profit deve avere chiare le modalità di coinvolgimento delll’impresa con cui potrebbe relazionarsi e deve sincerarsi che l’impresa attui strumenti di monitoraggio e di controllo delle attività di donazione al non profit.
* L’organizzazione non profit deve valutare se gli stakeholder dell’impresa siano o possano diventare stakeholder anche propri.

2.3 Modalità della partnership

E’ importante che:

* L’impresa metta a disposizione dell’organizzazione non profit beni, prodotti e servizi, in grado di facilitare gli obiettivi di sostegno solidale.
* Impresa e organizzazione non profit possano trarre reciproci vantaggi in termini di visibilità e nei confronti dei rispettivi stakeholder attraverso azioni di co-branding e co-marketing.
* Sia l’impresa che l’organizzazione non profit possano interagire sul fronte operativo e sul fronte della comunicazione per far conoscere e diffondere i propri obiettivi comuni all’interno delle rispettive reti di relazioni. Sull’esperienza organizzativa dei circoli di qualità, dei gruppi di progetto, dei board strategici, si possono realizzare forme di networking per massimizzare le azioni e gli interventi.
* Impresa e organizzazione non profit possano mettere a disposizione dei beneficiari interventi di sostegno solidali
* L’impresa mette a disposizione dell’organizzazione non profit ore-lavoro dei dipendenti: cioè menti e braccia per lavorare a favore di una causa e di un obiettivo.
* I dipendenti dell’azienda e i membri dell’organizzazione non profit svolgano un ruolo testimoniale importante e veicolino i propri obiettivi di sostegno solidale all’interno delle rispettive sfere di relazioni e di influenza.
* L’impresa possa mettere a disposizione degli operatori delle organizzazioni non profit know how, strumenti e ore-formazione in grado di aiutarli ad affrontare le proprie azioni con una maggiore razionalità manageriale, cioè con una maggiore capacità di stabilire e misurare il raggiungimento di obiettivi specifici, impostando le necessarie azioni di monitoraggio, di controllo e di correzioni quando richieste.
* Parallelamente, l’organizzazione non profit potrà offrire i propri valori e il proprio know-how specifico sul campo ai componenti dell’impresa, così che possano essere maggiormente consapevoli dei problemi e delle opportunità sociali in cui operano, crescendo anche dal punto di vista umano e delle relazioni.
* L’impresa possa mettere a disposizione dell’organizzazione non profit infrastrutture fisiche e telematiche, tecnologie e strumenti di gestione e di comunicazione che potenzino l’attività degli operatori non profit.

3. Conclusioni

Le Associazioni Ferpi e Assif ringraziano per la collaborazione il Segretariato Sociale della RAI e, approvando questo documento, impegnano i rispettivi associati ad assimilarlo ed attuarlo.
Le due associazioni svolgeranno attività di presentazione, di divulgazione e di formazione comune perché le linee guida illustrate in questo documento sin integrino pienamente nello svolgimento del lavoro quotidiano dei loro associati.

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Paola Tubaro “Critica della ragion Nonprofit”

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 16, 2008

Critica della ragion Nonprofit
L’economia solidale è una truffa?
di Paola Tubaro*

Prefazione di Giorgio Lunghini
Edizione Derive-Approdi, 1999
pagg. 120 €6.2
ISBN 88-87423-23-7
* Paola Tubaro è ricercatrice di Economia politica. Vive e lavora a Parigi.
da: Casa Editrice Derive Approdi

Il libro
Nonprofit, no-profit, terzo settore, economia solidale, economia civile. Oramai da Destra e da Sinistra si intonano le lodi delle nuove realtà del volontariato e della solidarietà. Ma sono tutte rose e fiori? Troppo spesso accade che dietro le facili apparenze dell’”economia buona” si nascondano forme striscianti di sfruttamento del tutto simili a quelle delle imprese orientate al profitto. Siamo di fronte all’alba di un nuovo modo di fare impresa? O a una maschera del solito vecchio capitalismo selvaggio? Luigi – O le illusioni del «mercato sociale» Stefano – O l’utilità dell’inutile katia – O il «lavoro dal volto umano» Clara – O l’«economia delle contesse» Giorgio e Silvia – O l’Internazionale Filantropica Luisa – O la società dei volontari Nessun pasto è gratis

un assaggio…
Le due tesi nobili circa il cosiddetto settore nonprofit si rifanno l’una alla tradizione cattolica del principio di sussidiarietà, nella versione dell’enciclica Quadragesimo anno, l’altra alla necessità di rimediare in modo innovativo alla crisi dello stato sociale e di comporre altrimenti la contraddizione di fondo di questa età, tra disoccupazione e bisogni sociali insoddisfatti. Se ciò non bastasse, dal settore nonprofit molti si aspettano un miglioramento delle condizioni di lavoro, rispetto al rapporto di lavoro salariato tradizionale. Questo settore ha confini incerti, poiché comprende organizzazioni e attività che vanno dalle cooperative o fondazioni più grandi e potenti al volontariato più spontaneo e generoso. Puro volontariato a parte, queste organizzazioni e attività hanno però un tratto in comune, celato dalla definizione eufemistica di nonprofit: in verità esse sono interdette dal distribuire i profitti, non dal perseguirli. Poiché ciò che caratterizza una organizzazione è il fine che essa persegue, al pari del settore mercantile il settore nonprofit soddisferà soltanto i bisogni sociali privatamente vantaggiosi, cioè quelli solvibili. (Suona dunque minaccioso il titolo di un libro recente: La Chiesa come azienda nonprofit). Contro questa tesi (sul profitto come limite), oggi prevale l’idea che un governo aziendalistico del mondo, proprio in quanto ha per obiettivo la massimizzazione del profitto, sarebbe più efficiente anche al fine di soddisfare i bisogni. Questo infatti predicano i manuali, ma il punto è teoricamente fragile. Per brevità e con corsivi aggiunti, rinvio a due autori autorevoli, collocati ai due estremi dell’orizzonte ideologico ma che qui convengono. Scrive l’ormai innominabile Karl Marx: “L’estensione o la riduzione della produzione non viene decisa in base al rapporto fra la produzione e i bisogni sociali, i bisogni di un’umanità socialmente sviluppata, ma in base (…) al profitto e al rapporto fra questo profitto e il capitale impiegato, vale a dire in base al livello del saggio dei profitti. Essa incontra quindi dei limiti a un certo grado di sviluppo, che sembrerebbe viceversa assai inadeguato sotto l’altro punto di vista. Si arresta non quando i bisogni sono soddisfatti, ma quando la produzione e la realizzazione del profitto impongono questo arresto”. Che i nuovi liberali non citino Marx, si capisce. L’unica ragione per cui hanno messo in soffitta anche Luigi Einaudi deve essere che l’autore delle Prediche inutili scrive la stessa cosa, e con maggiore chiarezza: “Badisi bene che, affermando essere il mercato lo strumento adatto per indirizzare la produzione nel senso di produrre beni e servigi, precisamente nella quantità e della qualità corrispondenti alla domanda degli uomini, non si afferma che il mercato indirizzi altresì la produzione a produrre beni e servigi nella quantità e nella qualità che sarebbe desiderata dagli stessi uomini. Questi fanno quella domanda che possono, con i mezzi, con i denari che hanno disponibili. Se avessero altri e maggiori mezzi, farebbero un’altra domanda: degli stessi beni in quantità maggiore o di altri beni di diversa qualità. Sul mercato si soddisfano domande, non bisogni”. Si potrebbe anche aggiungere, seguendo un suggerimento di Maurice Dobb circa la presunta sovranità del consumatore, che la scelta dei consumatori, quale si esprime sul mercato, è necessariamente limitata all’ambito delle alternative offerte dai produttori. Può perciò darsi che le scelte registrate sul mercato siano soltanto preferenze di secondo ordine, rispetto alle scelte che i consumatori farebbero se fossero disponibili altre alternative. Per quanto riguarda le condizioni di lavoro, alcuni interpretano come un buon segno la diminuzione della quota di lavoro salariato nel senso giuridico del termine. Vedere nella riduzione del lavoro socialmente necessario per produrre merci un superamento del rapporto di lavoro salariato, anziché un suo rafforzamento, significa invece confondere l’effetto con la causa. È statisticamente vero che il lavoro salariato è in progressiva e irreversibile diminuzione. Ma questo non significa che cresca il lavoro liberato: cresce invece il lavoro eterodiretto. Lavoro salariato è oggi qualsiasi lavoro che in qualsiasi modo, direttamente o indirettamente, nella fabbrica, negli uffici, a casa propria o nella società, sia prestazione d’opera la cui quantità, qualità e remunerazione dipende dalle decisioni del capitale circa le proprie modalità economiche e politiche di riproduzione, e in particolare circa la scelta delle merci da produrre, delle tecniche di produzione e delle forme di organizzazione del lavoro. Paola Tubaro è studiosa di Adam Smith, dunque dubita che la benevolenza sia il motore dell’azione umana, sa che la ricchezza delle nazioni nasconde un lato negativo, e in questo impudente pamphlet arriva a chiedersi se la cosiddetta “economia solidale” non sia una truffa. A sostegno del dubbio ci racconta sei storie. È una lettura istruttiva, e la morale è chiara (dalla Prefazione di Giorgio Lunghini).

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Finanziamenti alle scuole: il paradosso delle onlus

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 15, 2008

da http://www.flcgil.it/notizie/news/2007/giugno/finanziamenti_alle_scuole_il_paradosso_delle_onlus
11-06-2007

Una delle novità introdotte dal “Decreto Bersani” sulle liberalizzazioni approvato con il Decreto Legge n. 31.1.2007 è l’equiparazione delle scuole alle onlus.
E’ giusto aver incluso tra queste categorie anche le istituzioni scolastiche. Esse, secondo il legislatore autonomistico (art.21, comma 5, legge n. 59/97),svolgono attività di istruzione, di formazione e di orientamento e quindi non hanno scopo di lucro.
Il “Decreto Bersani” è stato, dunque, lo strumento legislativo di modifica del nostro sistema fiscale regolato dal Testo Unico delle Imposte sui Redditi (T.U.I.R) n. 917, approvato con Decreto del Presidente della Repubblica il 22.12.1986 affinché riconosca le erogazioni liberali prevalentemente per gli enti non profit (senza scopo di lucro), onlus, fondazioni o associazioni riconosciute che hanno per oggetto la tutela dei beni artistici e del paesaggio o, università ed enti di ricerca scientifica.
A partire dal 2007 chi dona o versa somme alle scuole a titolo di “erogazione liberale” avrà agevolazioni fiscali in sede di dichiarazione dei redditi con modalità che variano a seconda che il donatore sia un privato o una impresa. I privati potranno usufruire di una detrazione fiscale pari al 19% fino a 2.500 euro di donazione, nel caso delle imprese invece, la donazione potrà essere detratta nel limite del 2% del reddito dichiarato e comunque per un importo max di 70.000.
Con il “Decreto Bersani, quindi, in linea teorica dovrebbero arrivare più soldi alle scuole.
Il Ministro ha espresso una valutazione positiva per questo provvedimento che a suo parere avrebbe portato nelle casse vuote delle scuole i soldi di generosi benefattori.
A dirla così sembra non solo una trovata geniale ma anche il giusto riconoscimento giuridico alle scuole come enti no profit.

Le dolenti note
Ma dove cominciano le “dolenti note” e i problemi?
Ce ne siamo già occupati in precedenza, ma qui proponiamo due conti.

Nel caso specifico non si è tenuto conto che le emergenze finanziarie della scuola sono ben altre, tanto che si è pensato di far pagare allo stesso sistema scolastico il prezzo delle facilitazioni riconosciute ad altri soggetti.
Vediamo in concreto di cosa stiamo parlando.
Sappiamo che la nostra Costituzione (art.81) prevede che tutte le leggi che comportano costi, e assimilare le scuole alle Onuls è un costo, devono anche indicare i mezzi per farvi fronte. Fin qui la situazione è “de plano” se non fosse per il fatto, che questi maggiori costi 54 milioni di euro per il 2008 e di 31 milioni di euro a partire dal 2009, vengono pagati dal sistema scuola.

Tagli subito per entrate incerte
Vediamo come avviene la provvista:
1. Si prelevano i 54 milioni di euro, che servono per il 2008, dalle contabilità speciali degli uffici scolastici provinciali dove erano giacenti i fondi delle scuole sottratti da Tremonti con il suo primo decreto “tagliaspese”. Tali voci finanziavano gli interventi per la qualità dell’offerta formativa (formazione, legge autonomia scolastica, integrazione alunni diversamente abili, funzionamento ecc);
2. Si riducono per 31 milioni di euro gli interventi a favore del sistema scuola previsti dalla Finanziaria 2007 (art. 1, comma 634) su voci come: obbligo scolastico, istruzione e formazione, legge 626/96, ampliamento offerta formativa, ecc.. Da queste riduzioni resta esclusa la scuola non statale che è finanziata dall’art. 1, comma 635 della Finanziaria 2007 che non viene richiamato nel Decreto Bersani.

Così, tanto per cominciare, si sottraggono alle scuole 85 milioni di euro che, vista l’emergenza stipendi, potevano essere utilizzati ad esempio per incrementare il budget delle supplenze.
Ma per ritornare ai potenziali donatori è interessante sapere cosa è successo finora nelle scuole.
Finora le scuole hanno ricevuto dei contributi quasi esclusivamente dalle banche che gestiscono il loro servizio di tesoreria.
Infatti, l’istituto cassiere, come si chiama in gergo, che riscuote e paga per conto della scuola, si impegna in molti casi, pur di accaparrarsi questo servizio, a versarle un contributo annuale.
Non dimentichiamo che la scuola è sempre un buon cliente per il sistema bancario privato nonostante il saccheggio dei bilanci che, progressivamente nell’arco di cinque anni, si è abbattuto su supplenze, funzionamento didattico ed amministrativo e fondi per il miglioramento dell’offerta formativa.
Ad esempio, un istituto superiore con circa 30 classi che può arrivare ad una giacenza media annuale di 700.000 euro, riceve dalla sua banca un contributo annuale che si aggira sui 5.000 euro, una direzione didattica che ha giacenza media inferiore non riceve quasi mai più di 1.000 euro. Considerato che un istituto scolastico, al di là di questo contributo della banca, raramente riceve con continuità donazioni da altri soggetti privati o imprese è ragionevole ritenere che, se ogni scuola riceve in media 2.500 euro moltiplicati per 10.769 quale è il numero delle istituzioni scolastiche, non si superano i 27 milioni di euro in un anno.

Il donatore improbabile
Ma anche a voler ammettere che d’ora in poi aumenteranno le donazioni, è del tutto impensabile che queste possano superare i finanziamenti (85 milioni di euro) che sono stati sottratti alla scuola statale in anticipo.
Anche la Corte dei Conti solleva perplessità sulla reale possibilità delle scuole di reperire risorse aggiuntive sotto il profilo dello “sponsoring” che in una indagine sulla riorganizzazione dell’amministrazione scolastica dello scorso febbraio scriveva : “L’analisi delle relazioni ha inoltre evidenziato una scarsa capacità da parte delle Istituzioni scolastiche di attrarre finanziamenti da parte di privati o di altri Enti”.

Soldi pubblici e profitti privati
Ma se la scuola ci rimette, ci chiediamo: chi ci guadagna?
Il Decreto sulle liberalizzazioni di Bersani mette sullo stesso piano la scuola statale ed altri soggetti come le banche, i privati e le scuole non statali. Quest’ultime, infatti, sono state assimilate alle onlus proprio come le scuole statali!
Noi siamo convinti che l’uso e la destinazione delle risorse non sia mai un fatto neutro, ecco perché esprimiamo tutta la nostra contrarietà a provvedimenti che nel sottrarre risorse al sistema pubblico di istruzione ampliano, invece, le opportunità per i soggetti privati.

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