Lavoro e No Profit

Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!

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La più grande Onlus del Mondo

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Febbraio 12, 2009

La questua
Quanto costa la Chiesa agli italiani
di Curzio Maltese
ed. Feltrinelli

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Quanto costa la Chiesa cattolica ai contribuenti italiani? Chi gestisce il fiume di denaro che passa ogni anno dalle casse dello Stato alle istituzioni ecclesiastiche? E come vengono usati questi soldi?
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Un miliardo di euro dai versamenti dell’otto per mille. 650 milioni per gli stipendi degli insegnanti di religione. 700 milioni per le convenzioni su scuola e sanità. 250 milioni per il finanziamento dei Grandi Eventi. Una cifra enorme passa ogni anno dal bilancio dello Stato italiano e degli enti locali alle casse della Chiesa cattolica. A cui bisognerebbe aggiungere almeno il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano e oggi al centro di un’inchiesta dell’Unione europea: il mancato incasso dell’Ici, l’esenzione da Irap, Ires e altre imposte, l’elusione consentita per le attività turistiche e commerciali. Per un totale di circa 4 miliardi di euro, più o meno mezza finanziaria, l’equivalente di un Ponte sullo Stretto o di un Mose all’anno. Una somma (è la stessa Conferenza episcopale italiana a dichiararlo) che solo per un quinto viene destinata a interventi di carità e di assistenza sociale.
Con il piglio del grande cronista Curzio Maltese snocciola cifre e dati, scandaglia documenti, bilanci e siti internet, dà voce a fonti insospettabili, in un’inchiesta sorprendente e coraggiosa che rielabora, amplia e integra i materiali già pubblicati a puntate sulle pagine di “Repubblica”. Il suo non è un attacco alla Chiesa in quanto tale, tanto meno lo sfogo di un anticlericalismo di maniera. È il tentativo di fare luce su una realtà troppo poco conosciuta e non sempre trasparente, che tocca però nervi sensibilissimi della democrazia italiana come la lealtà fiscale, la corretta gestione delle risorse pubbliche, la laicità dello Stato. Una realtà, inoltre, che provoca non pochi disagi all’interno stesso del mondo dei fedeli, se è vero che importanti intellettuali cattolici hanno denunciato “il dirigismo, il centralismo e lo strapotere raggiunto dalla burocrazia nella Chiesa”.

Qui l’autore presenta il libro: http://www.radioradicale.it/scheda/253832

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Night club e ristoranti, è il finto no-profit

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Agosto 6, 2008

da La Nuova di Venezia e Mestre
di G.Codognato. (20 novembre 2007)

Agenzia delle Entrate e Finanza in azione: sette enti veneziani nel mirino

VENEZIA. Il sospetto è legittimo: possono rientrare nel pur vasto mondo del Terzo Settore, palestre e centri benessere, ristoranti «culturali» e disco-bar, addirittura night club e lap dance?. A prima vista no. Ma molte di questa attività si mimetizzano in «associazioni no profit». Nel Veneto, il sospetto in questione trova sostegno nell’operazione congiunta fra Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate scattata lo scorso 16 novembre e denominata, non a caso «Camaleonte».

A Padova come a Belluno, a Rovigo come a Treviso, a Padova come a Venezia e Vicenza, funzionari e militari hanno fatto visita a 65 attività no-profit ambigue. Palestre, lap dance, centri benessere, disco bar, night: tutti enti no-profit. Una tessera e tanti vantaggi fiscali. Agenzia e Finanza sono partiti da internet per individuare le situazioni particolari. Guardando i siti della associazioni, hanno individuato quelle con attività a prima vista sospette. 65, come detto, e sparse in tutto il territorio regionale: 5 a Belluno, 10 a Padova, 6 a Rovigo, 11 a Treviso, 7 a Venezia e ben 17 a Vicenza. L’operazione «Camaleonte», poi, ha trasformato gli uomini dell’Agenzia delle Entrate e i militari della Guardia di Finanza in finti clienti. 300 uomini hanno fatto visita alle sedi delle associazioni no profit sospettate di «lucro». Attività che sfrutterebbero i vantaggi fiscali del Terzo Settore, senza averne i requisiti. «Per ora abbiamo solo effettuato delle verifiche – spiegano dalle Entrate del Veneto -. Sono state controllate 65 associazioni, ma l’operazione è ancora in corso e può durare dai 30 ai 60 giorni. Non possiamo ancora dire chi, fra gli enti controllati, sia fuori regola». In questo contesto, lo scopo dell’operazione «Camaleonte» è definito in termini fiscali. «Dobbiamo accertare eventuali violazioni della normativa tributaria e, in particolare, riscontrare la sussistenza dei requisiti riservati agli enti no profit». Non solo. «E’ nostro compito – continuano dall’Agenzia delle Entrate – individuare anche posizioni di lavoro sommerso e irregolare». Da indagini svolte sul settore, «risulta talvolta che attività di palestre, scuole di ballo, centri di bellezza, night club, locali di lap dance gestiti da apparenti enti non commerciali come associazioni sportive, culturali, circoli ricreativi, agiscono dichiarando di non avere fini di lucro. Ma presentano elementi di chiara natura commerciale e finalità economica. Il fenomeno – è ancora il commento dell’Agenzia – oltre a sottrarre all’Erario rilevanti imponibili soggetti a tassazione, provoca concorrenza sleale con le imprese organizzate per svolgere la stessa attività». Gli irregolari rischiano dure sanzioni per evasione o lavoro nero.

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CHI PROFITTA DEL NON PROFIT

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 25, 2008

da: “Chi profitta del non profit” di Alberto Burgio in La Rivista del Manifesto n.0 (1999)

L’episodio di malaffare politico-amministrativo emerso nell’estate del 1998 a carico del Comune di Palermo e di oltre 250 cooperative sociali costituisce un caso unico per dimensioni e gravità ma aiuta a comprendere l’irresistibile ascesa del Terzo settore nel nostro paese. A beneficio dei distratti conviene rievocarne i tratti essenziali. Tra la primavera del ‘93 e l’autunno del ‘97 l’amministrazione comunale del capoluogo siciliano procede all’affidamento di servizi di pubblica utilità a 269 cooperative e ai loro 6.400 soci lavoratori. Non mancano strane coincidenze, ad esempio il fatto che tra i dirigenti delle coop figurino consulenti del Comune o esponenti politici dei partiti che sostengono la Giunta. Ad ogni modo, nonostante ripetute denunce da parte di Rifondazione e dei Verdi (unici partiti estranei a un sistema che coinvolge l’intero arco politico, da An al Pds), tutto fila liscio (compreso il rinnovo di alcune convenzioni in palese violazione delle delibere) finché, nel marzo del ‘98, un socio estromesso dalla propria cooperativa senza uno straccio di motivazione invia un esposto alla magistratura e alla Guardia di finanza. Le indagini mettono rapidamente a nudo una realtà a dir poco sconcertante, fatta di stipendi corrisposti a persone da tempo decedute; di portatori di handicap, ex-tossicodipendenti ed ex-detenuti arruolati al solo scopo di raggiungere la quota prescritta di “soci svantaggiati”; di un ben collaudato sistema di caporalato, con tanto di lettere di dimissioni prefirmate e di trattenute irregolari sulla busta paga.
Fin qui la cronaca. A questo punto sorge spontanea la questione: in che misura questa vicenda, evidentemente patologica, può servire per farsi un’idea della realtà normale del Terzo settore e in particolare del funzionamento delle cooperative sociali che in Italia ne costituiscono la componente più ampia? La risposta non può che essere articolata. Per quanto attiene al profilo penale dell’episodio palermitano, sarebbe indubbiamente sbagliato generalizzare, anche se il ripetersi di vicende analoghe a Reggio Emilia, Firenze, Agrigento e Siracusa non consente nemmeno di parlare di eccezione. Se invece si guarda allo sfondo sociale e alla funzione affidata alle cooperative, il caso di Palermo appare estremamente istruttivo e in qualche modo paradigmatico. Con le convenzioni, non a caso stipulate il più delle volte alla vigilia di nuovi appuntamenti elettorali, a Palermo si è data una risposta minima e indecente all’endemica fame di lavoro e di soldi che affligge il Mezzogiorno. A chi sognava un impiego nella pubblica amministrazione si è concesso qualche mese di lavoro precario, iperflessibile e sottopagato, nel rispetto del più classico schema clientelare. Da questo punto di vista la Sicilia non è diversa dal resto del paese, e nessuno può farsi schermo della madornalità dell’episodio palermitano per chiudere gli occhi dinanzi a tale analogia. Anche se la stampa è riluttante a darne notizia, nel corso dell’ultimo triennio, dopo lo sciopero delle rappresentanze di base bolognesi nell’aprile del ‘96, numerosi casi di supersfruttamento del lavoro sono emersi sullo sfondo del sistema delle gare al ribasso, complice una normativa che impedisce ai soci lavoratori qualsiasi tutela dei propri diritti. Tant’è che proprio per dare visibilità ai conflitti che, compatibilmente con tempi poco propizi, scuotono il settore della cooperazione sociale, il Coordinamento dei lavoratori del Terzo settore di Genova ha dato vita quest’anno a una rivista, “Il terzo incomodo”, che punta alla sindacalizzazione dei lavoratori delle cooperative, categoria che invece, stando al segretario del Forum permanente del Terzo settore Nuccio Iovene, siccome “non ha datore di lavoro” e opera di norma sulla base di “una forte identificazione con l’attività che svolge”, non dovrebbe conoscere alienazione.
E così veniamo al nòcciolo del problema. Al di là della retorica della gratuità e del solidarismo, lo sviluppo della cooperazione sociale in Italia procede in un contesto definito da due fatti incontestabili: il vertiginoso aumento del fatturato medio delle cooperative sociali (circostanza che rivela quanta ragione abbia Giorgio Lunghini a porre l’accento sulla disinvolta equiparazione tra distribuzione e produzione degli utili); e la sussidiarietà al processo di liquidazione del welfare (basti pensare che nel nostro paese le organizzazioni non profit sono beneficiarie di oltre l’80% della spesa totale destinata a servizi finali di tipo socio-assistenziale). Non meno rilevanti appaiono a loro volta le conseguenze che discendono dallo sviluppo delle cooperative sociali. Benché i fautori del Terzo settore si impegnino in una implacabile opera di diffamazione del servizio pubblico, la logica “costitutivamente particolaristica e discrezionale” (Ranci) delle organizzazioni non profit è responsabile di diseconomie e sprechi ben più cospicui a danno del contribuente; sul piano sociale e politico è poi evidente che la formazione di una nuova tipologia di rapporti lavorativi rende ancora più drammatica quella frammentazione del mercato del lavoro che oggi costituisce il più grave impedimento alla costruzione di un movimento di lotta contro la disoccupazione di massa.
A questo riguardo è opportuno sottolineare che è del tutto priva di fondamento l’idea secondo cui una battaglia per l’espansione degli organici di fatto nella pubblica amministrazione sarebbe perduta in partenza: nel quinquennio successivo al 1993 si sono persi, nel pubblico impiego, 180.000 posti di lavoro, mentre l’eventuale assunzione di 140.000 unità (quante oggi risultano attive negli Isu – impieghi socialmente utili) comporterebe per il bilancio pubblico un aggravio di 4.000 miliardi, pari alla metà degli attuali trasferimenti statali a favore delle istituzioni sociali private. Infine, se tutto ciò non bastasse, mescolando pratiche della solidarietà con logiche mercantili, il sempre più marcato carattere imprenditoriale dell’associazionismo impegnato nel settore dei servizi sociali costituisce un grave fattore di inquinamento di quella importante e potenzialmente critica espressione di soggettività che l’agire volontario e disinteressato di per sé rappresenta.
Dinanzi a queste banali considerazioni è inevitabile chiedersi che cosa induca componenti non trascurabili della stessa sinistra “critica” a schierarsi tra i più entusiasti sostenitori del Terzo settore. La domanda è sincera e non sono mancati, in questi anni, tentativi di promuovere una discussione in materia, senza che però si sia mai voluto prendere sul serio la questione. Tale atteggiamento è motivo di meraviglia e sintomo di miopia. È chiaro infatti che difficilmente si riuscirà a superare le diffidenze che ancora circondano il Terzo settore perseverando in un altezzoso rifiuto della critica (si pensi alle reazioni piccate di alcuni dirigenti di organizzazioni non profit alle timide osservazioni di Vittorio Agnoletto ed Erika Lombardi sul n. 2 di “Carta” a proposito della propensione concertativa del Forum del Terzo settore e dei rischi connessi al sistema degli appalti al ribasso). Al contrario, sottraendosi al confronto si finirà col dare ragione ai critici più prevenuti, a quanti, per esempio, maliziosamente insinuano che ciò che più sta a cuore alla dirigenza del Terzo settore impegnata nel dialogo con il governo e gli enti locali sia partecipare, insieme alla galassia dell’associazionismo cattolico, al grande business del lavoro interinale, ai tavoli della concertazione e alla spartizione dei fondi per le politiche sociali e di sostegno alle famiglie previsti dalla finanziaria. In una parola, contribuire allo sviluppo di quel “grande mercato di servizi sociali” al quale il responsabile Stato sociale di Rifondazione Paolo Ferrero assicura di guardare con preoccupazione, evidentemente non avvedendosi – data la sua ribadita benevolenza nei confronti del Terzo settore – che esso costituisce la conseguenza inevitabile dell’affidamento di servizi di welfare a imprese private.

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