Lavoro e No Profit

Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!

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L’Italia del noprofit produce e si allarga

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Ottobre 2, 2008

Da Metro, giovedì 2 ottobre 2008

Economia. In un priodo di crisi violenta come questo, per gli esperti è normale vedere l’economia sociale godere di buona salute. In Italia però ong, associazioni di volontariato e di promozione sociale, fondazioni e cooperative stanno non solo prosperando, ma piano piano cominciano ad allargare la loro sfera di influenza. Infatti il terzo settore non è più confinato a sanità ed assistenza sociale, ma sta intensificando anche la sua propensione produttiva, specialmente nel campo dei servizi per i cittadini. Il primo rapporto sull’economia sociale fatto in sinergia da Cnel e Istat lo conferma: ormai nel comparto lavorano 3 milioni di persone, e di associazioni e fondazioni se ne contano più di 220.000. Tanto che l’Istat vuole arrivare al censimento delle organizzazioni no profit entro il 2009. (V.M.)

38 miliardi è il fatturato complessivo del terzo settore nel nostro paese.

15 per cento è la crescita media annua del no profit in Italia.

Metronews

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Riflessioni sulla norma antielusiva riguardante gli stipendi del personale dipendente delle Onlus

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Settembre 26, 2008

Riflessioni sulla norma antielusiva riguardante gli stipendi del personale dipendente delle Onlus
dr. Vadis Cappa

In attesa dei decreti delegati sulla nuova normativa, le Onlus in particolare, devono sottostare ad una serie di vincoli che giustifichino le agevolazioni fiscali a cui hanno diritto. Tali vincoli hanno però dei risvolti involontariamente “discriminatori” sui lavoratori subordinati e creano, negli enti più strutturati, dei problemi nella gestione del personale.

Introduzione

Il settore non profit negli ultimi anni sta crescendo sempre di più. Gran parte delle aziende non profit si occupa dei servizi alle persone, settore di cui si prevede grande sviluppo nei prossimi anni in termini di aumento del tasso di occupazione italiano. In questa direzione si sta muovendo il Governo che per riorganizzare il settore, specialmente per le strutture socio sanitarie assistenziali di medie dimensioni, ha introdotto una nuova tipologia di impresa: l’impresa sociale.[...]

Articolo completo su: http://www.diritto.net/content/view/778/6/

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Privato è bello. Pubblico è meglio?

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Agosto 8, 2008

a cura di Alice Giannitrapani e Silvia Torti
Il testo completo su: http://www.casadellacultura.it/site/materiali/archivio/lavoro_economia/006_privato.html

Il terzo settore ci salverà?

Dello stato minimale o del nuovo welfare partecipato

Quella del Terzo settore è una realtà consistente numericamente ed economicamente importante. Negli anni, è venuto a crearsi un legame strettissimo tra queste e le politiche sociali dello Stato e degli enti locali, che non possono più farne a meno. Qualcuno le vede come finalizzate alla minimizzazione dell’intervento statale, ma bisogna riconoscerne la capacità innovativa. Ma ci sono altri punti critici: il rapporto con le aziende for profit, ad esempio, o la questione del costo del lavoro.

Secondo incontro:

Il terzo settore ci salverà?

Dello stato minimale o del nuovo welfare partecipato

Quella del Terzo settore è una realtà consistente numericamente ed economicamente importante. Negli anni, è venuto a crearsi un legame strettissimo tra queste e le politiche sociali dello Stato e degli enti locali, che non possono più farne a meno. Qualcuno le vede come finalizzate alla minimizzazione dell’intervento statale, ma bisogna riconoscerne la capacità innovativa. Ma ci sono altri punti critici: il rapporto con le aziende for profit, ad esempio, o la questione del costo del lavoro.

Stefano Zamagni

Il no profit, modello di ordine sociale americano, si fonda sullo scambio di equivalenti nel mercato, attraverso la distribuzione filantropica del “conservatorismo compassionevole”.

Lo stato è di tipo minimale, e la società civile è chiamata, in nome della compassione, a versare risorse che vengono tradotte in servizi da organizzazioni no profit; questo perché in America non c’è una concezione di welfare.

In Europa, invece, il terzo settore si è sviluppato negli ultimi 15-20 anni come braccio operativo dello Stato, che garantisce e gestisce i servizi, il cui vincolo di bilancio stringente, tuttavia, a fronte delle richieste dei portatori di bisogni, lo costringe a dare in gestione ambiti di intervento alle organizzazioni, che l’amministrazione pubblica finanzia tramite prelevamenti fiscali ai cittadini e alle imprese.

[…] Zamagni dice di non riconoscersi in questi due modelli, volti all’abbassamento dei costi e alla filantropia d’impresa, puntando invece sull’arricchimento del modello di ordine sociale, ponendo i concetti di efficienza, per evitare lo spreco di risorse, e di redistribuzione, basandosi sul principio della reciprocità, che va a creare nessi di relazionalità tra le persone.

Mimmo Lucà

[…]

Ricordiamo che le cooperative sociali oggi esistenti sono circa 6.000, che sono un soggetto a carattere economico, ma non a scopo di lucro, spesso nascono da associazioni di volontariato. Il servizio civile volontario, invece, si rivolge a una potenziale popolazione di 30.000 giovani.

La legge quadro evidenzia un sistema nazionale ed integrato di servizi sociali, superando la concezione assistenzialistica, episodicamente svolta dalle istituzioni locali, con discrezionalità rispetto alle prestazioni erogate. La legge punta alla creazione di un sistema integrato di servizi, volto al miglioramento della qualità della vita, del benessere delle persone e della comunità, puntando sull’autonomia dei cittadini e sul loro contributo per il consorzio civile.

All’articolo 16 della 328/00 sono citate le politiche per la famiglia, facendo leva sui concetti di erogazione, in quanto il soggetto famiglia riceve prestazioni, e partecipazione, vedendo la famiglia come soggetto attivo, protagonista nella rete dei servizi.

Come si coinvolgono questi soggetti del terzo settore? Sempre l’articolo 1 richiama gli enti locali, le Regioni e lo Stato a riconoscere le organizzazioni non a scopo di lucro, fondate dai cittadini, chiamati a costituirsi in una dimensione pubblica, supportata dall’amministrazione pubblica.

Dal 1991 a oggi si è verificato un boom nell’emersione delle organizzazioni no profit e delle loro pluralità rappresentative; dalle 61.000 del ’91 si è passati alle 235.000 attuali, secondo i dati ISTAT più recenti. Tutto questo mondo, ci spiega Lucà, si muove con denaro pubblico, assorbendo 3 punti del prodotto interno lordo.

[…]

Bisogna introdurre una distinzione nell’ambito definito genericamente come terzo settore, sapendo che avvalersi di un’organizzazione di volontariato, può comportare il fatto di trovarsi a che fare con operatori volontari, a volte poco qualificati oppure presenti solo saltuariamente, che però è caratterizzata dalla gratuità. Le cooperative sociali, che nella realizzazione di un utile da investire, hanno problemi simili a quelli dell’impresa, sono però più capaci di gestire un’erogazione di servizi complessi.

Amministratori comunali e coloro che promuovono bandi e danno in gestione appalti, che si avvalgono di queste strutture per realizzare un realtà integrata di servizi, devono quindi tenere in considerazione, come gli stessi cittadini, i livelli di complessità di queste realtà differenziate, e devono poter capire i diversi gradi di esigibilità delle prestazioni.

Paola Tubaro

Allo sviluppo del terzo settore, in molti paesi del mondo, negli anni ‘90, si è accompagnata una ritirata dello stato dal sociale, in una fase in cui però i bisogni da soddisfare rimanevano alti e più complessi rispetto al passato. L’estensione del livello di partecipazione, pone l’interrogativo sulle reali capacità dei nuovi enti, nella sostituzione di servizi, forniti in precedenza dallo stato. L’emersione progressiva di realtà non a scopo di lucro, si inserisce quindi in un’ ottica di affiancamento al pubblico o di sostituzione dello stesso nell’erogazione dei servizi?

Ad un welfare pubblico, gestito dall’alto e standardizzato si contrappone l’emersione di realtà più flessibili, maggiormente personalizzate e diversificate, ma la cui produzione di servizi, in quanto realtà private, risulta discrezionale.

Per questo, dice la Tubaro, l’affidamento del welfare ai privati, come avviene negli Stati Uniti, fa emergere il rischio di una mancata copertura universalistica dei diritti del cittadino e dell’instaurazione di disuguaglianze sociali.

La beneficenza non può essere controllata e i donatori, appartenenti ai ceti più abbienti, che dispongono di risorse funzionali e relazionali maggiori, influenzando le scelte delle associazioni. Questo meccanismo, secondo la Tubaro, finisce con l’attribuire poteri addizionali di decisione a chi ha già potere.

[…]

In merito al rapporto del terzo settore col mercato, i problemi di gestione finanziaria portano le associazioni ad avvicinarsi ai modelli di comportamento delle imprese. L’aziendalizzazione del terzo settore, produce il moltiplicarsi di attività commerciali parallele all’attività non commerciale dell’organizzazione, che moltiplicandosi, rischiano però di rendere difficile operare una distinzione tra organizzazioni “no profit” e “for profit”.

A livello legislativo i criteri di differenziazione sono stabiliti dai singoli Stati, e a volte si basano su criteri arbitrari come la soglia delle attività commerciali: ma rimane il problema di come distinguere tra attività commerciali e non, che a volte si sovrappongono.

Il criterio di differenziazione risulta cruciale, in quanto solo le organizzazioni no profit ricevono agevolazioni fiscali.

[…]

L’aziendalizzazione delle organizzazioni no profit prende anche un’altra forma, come quella del pagamento dei servizi da parte degli utenti.

In alcuni paesi alcuni settori cono costituiti al contempo da agenti pubblici, no profit e for profit, che si trovano a cooperare, come nel caso delle università e della sanità statunitense, che operano con strategie molto simili, ma il cui trattamento fiscale cambia, motivo che ha portato a mettere in discussione le agevolazioni concesse al no profit.

L’imitazione del modello dell’impresa, ha portato a collaborazioni ambigue tra no profit e for profit: alcune università americane, per esempio, avevano creato delle partnership per la ricerca con aziende farmaceutiche, queste però, nel momento in cui i risultati della ricerca si sono rivelati diversi e contrapposti agli obiettivi della ricerca, non hanno permesso all’università di renderli noti.

Paola Tubaro mette in guardia anche rispetto ad un altro elemento di conflitto tra aziende e associazioni: il costo del lavoro. Nelle associazioni, le retribuzioni sono in media più basse, a parità di svolgimento delle mansioni, rispetto a un’azienda che svolge lo stesso servizio. Ci sono casi di sfruttamento dei lavoratori, ma più spesso questa differenza è dovuta all’insufficiente formazione specialistica di operatori e amministartori.

Queste organizzazioni sono inoltre improntate di una forte ideologia, religiosa o meno, e chi ne fa parte è mosso dall’idea di battersi per una causa; in questo senso gioca in maniera fondamentale la motivazione dei dipendenti, che è uno dei motivi che favorisce il loro sfruttamento.

Nelle associazioni esiste una larga diffusione di forme di lavoro atipico e vi è larga presenza di volontari e obiettori di coscienza, che dovrebbero affiancare gli operatori con mansioni di sostegno, mentre a volte vi si sostituiscono.

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Night club e ristoranti, è il finto no-profit

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Agosto 6, 2008

da La Nuova di Venezia e Mestre
di G.Codognato. (20 novembre 2007)

Agenzia delle Entrate e Finanza in azione: sette enti veneziani nel mirino

VENEZIA. Il sospetto è legittimo: possono rientrare nel pur vasto mondo del Terzo Settore, palestre e centri benessere, ristoranti «culturali» e disco-bar, addirittura night club e lap dance?. A prima vista no. Ma molte di questa attività si mimetizzano in «associazioni no profit». Nel Veneto, il sospetto in questione trova sostegno nell’operazione congiunta fra Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate scattata lo scorso 16 novembre e denominata, non a caso «Camaleonte».

A Padova come a Belluno, a Rovigo come a Treviso, a Padova come a Venezia e Vicenza, funzionari e militari hanno fatto visita a 65 attività no-profit ambigue. Palestre, lap dance, centri benessere, disco bar, night: tutti enti no-profit. Una tessera e tanti vantaggi fiscali. Agenzia e Finanza sono partiti da internet per individuare le situazioni particolari. Guardando i siti della associazioni, hanno individuato quelle con attività a prima vista sospette. 65, come detto, e sparse in tutto il territorio regionale: 5 a Belluno, 10 a Padova, 6 a Rovigo, 11 a Treviso, 7 a Venezia e ben 17 a Vicenza. L’operazione «Camaleonte», poi, ha trasformato gli uomini dell’Agenzia delle Entrate e i militari della Guardia di Finanza in finti clienti. 300 uomini hanno fatto visita alle sedi delle associazioni no profit sospettate di «lucro». Attività che sfrutterebbero i vantaggi fiscali del Terzo Settore, senza averne i requisiti. «Per ora abbiamo solo effettuato delle verifiche – spiegano dalle Entrate del Veneto -. Sono state controllate 65 associazioni, ma l’operazione è ancora in corso e può durare dai 30 ai 60 giorni. Non possiamo ancora dire chi, fra gli enti controllati, sia fuori regola». In questo contesto, lo scopo dell’operazione «Camaleonte» è definito in termini fiscali. «Dobbiamo accertare eventuali violazioni della normativa tributaria e, in particolare, riscontrare la sussistenza dei requisiti riservati agli enti no profit». Non solo. «E’ nostro compito – continuano dall’Agenzia delle Entrate – individuare anche posizioni di lavoro sommerso e irregolare». Da indagini svolte sul settore, «risulta talvolta che attività di palestre, scuole di ballo, centri di bellezza, night club, locali di lap dance gestiti da apparenti enti non commerciali come associazioni sportive, culturali, circoli ricreativi, agiscono dichiarando di non avere fini di lucro. Ma presentano elementi di chiara natura commerciale e finalità economica. Il fenomeno – è ancora il commento dell’Agenzia – oltre a sottrarre all’Erario rilevanti imponibili soggetti a tassazione, provoca concorrenza sleale con le imprese organizzate per svolgere la stessa attività». Gli irregolari rischiano dure sanzioni per evasione o lavoro nero.

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Al mercato della filantropia

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 11, 2008

tratto da “Al mercato della filantropia”
di Cosma Orsi
da “Il Manifesto” del 13 settembre 2005
l’articolo completo può essere letto su : http://www.ecologiasociale.org/

Welfare minimo LA LOTTA ALLA POVERTÀ negli Usa è diventato un grosso affare tanto per le organizzazioni no-profit che per le grandi imprese. Le prime ricevono donazioni da fondazioni private che usano per riprodurre se stesse, le seconde regalano merci poco pregiate in cambio di sgravi fiscali. Parla la filosofa e femminista Theresa Funicello

Poco nota in Italia, Theresa Funicello è invece una figura di spicco nella «teoria critica» statunitense. Filosofa della politica, femminista, attivista per il diritto al welfare per i poveri, nel 1993 ha pubblicato il suo libro più importante, Tirranny of Kindness: Dismantling the Welfare System to End Poverty in America (Atlantic Monthly Press). Alla sua uscita, il Washington Post lo ha definito un libro essenziale per la comprensione del welfare americano degli ultimi 30 anni e della discussione sulla sua riforma sviluppatosi durante gli anni Novanta, mentre il Library Journal lo ha proposto come miglior libro dell’anno. […]

In «Tiranny of Kindness» lei fa riferimento alla carità come una logica mercantile dello sfruttamento della povertà. Può spiegarci in modo più preciso come intende?
È una lunga storia. La povertà negli Stati Uniti è un grosso affare. La maggior parte del denaro che dovrebbe soddisfare le necessità primarie dei milioni di famiglie povere è speso per saziare la sete di denaro di organizzazioni (virtualmente no-profit) guidate da managers professionisti che si dipingono come i paladini dei poveri. Sfortunatamente, il loro unico scopo è quello di intercettare i fondi messi a disposizione dalle fondazioni private e dal governo. Basandosi su dati statistici spesso inesatti o creati ad arte, i manager della povertà si ritengono gli unici ad essere capaci di alleviare questa condizione sociale che coinvolge milioni di persone. La realtà è ben diversa: i poveri rimangono poveri, mentre i managers e i gruppi no-profit che essi dirigono diventano sempre più ricchi e potenti. C’è da dire, inoltre, che la collusione con le multinazionali per lo scambio di donazioni in soldi contanti ha raggiunto limiti imbarazzanti. Lo scambio di favori permette alle multinazionali di disfarsi di prodotti (nella maggior parte dei casi alimentari) avariati, e al tempo stesso di chiedere una riduzione delle tasse. Una delle più grandi catene di supermercati degli Stati uniti, suggerisce alle sue affiliate nell’America centro-orientale: Non Gettate, Donate! I gruppi no-profit che ricevono i beni alimentari pesano le donazioni, calcolano il loro valore in dollari sulla base del tonnellaggio, fornendo alle multinazionali la prova che esse donano. Le multinazionali ricevono sgravi fiscali che raggiungono il doppio del valore di mercato delle merci donate. Le agenzie no-profit raccolgono – a spese del governo, naturalmente – la merce donata, metà della quale prima di essere ripartita tra coloro che esse ci dicono voler aiutare, viene gettate in discariche. Quel poco che rimane da distribuire è igienicamente dubbio e con un valore nutrizionalmente pressoché nullo. Tutti sono contenti perché i poveri sono nutriti. Eccetto i poveri naturalmente!
[…]
Qual è il modello di welfare per cui si batte da più di trent’anni?
Ad essere sincera, sono contraria ad ogni forma di welfare, se con questo termine ci si riferisce al sistema attualmente in vigore negli Stati uniti. Esso infatti implica che chi non ha mezzi a sufficenza per condurre un esistenza dignitosa non può contribuire al bene comune. In altre parole, il modello statunitense di sicurezza sociele deriva da una visione del mondo molto corporate, risponde cioè a logiche imprenditoriali, mercantili. Abbandonare questa prospettiva e favorire la nascita di un visione maggiormente centrata su valori umani è il compito che io e la mia organizzazione ci siamo prefissati. Per ottenere tale scopo è necessario un ripensamento del modo in cui si distribuisce il reddito. Ad esempio, bisognerebbe promuovere politiche publiche capaci di redistribuire una parte della ricchezza alle donne (e alcuni uomini) che dedicano una gran parte della loro esistenza al prestare cure ad altri (caregivers). Per non parlare degli artisti e molte altre categorie la cui attività, pur essendo intrinsecamente produttiva, non produce reddito.
[…]
A seguito della pubblicazione del suo libro nel 1993 alcune delle fondazioni private che lei ha duramente attacato hanno criticato duramente il suo lavoro, al punto che lei ha sostenuto che hanno boicottato il volume…
All’inizio, molti dei giornali e riviste si espressero in termini più che favorevoli. Il Library Journal gli conferì il premio come miglior libro dell’anno, e successivamente Tiranny of Kindness fu persino nominato per la corsa al Premio Pulitizer di quell’anno. Ma al New York Times, che senza esagerare rappresenta una buona fetta del Partito Democratico, e a gran parte di quelle fondazioni private di lotta alla povertà il libro non piacque e hanno dato vita a una vera e propria campagna contro le tesi lì espresse. Poi, ho avuto notizia che alcune associazioni di base hanno avuto pressioni affinché boicottassero il libro: in caso contrario non avrebbe più ricevuto alcuna donazione o fondi per le loro attività. Soltanto alcuni personaggi legati all’intellighenzia della sinistra più radicale – in maggior parte pofessori – continuarono e continuano a richiedere il testo per i loro corsi universitari e alcuni, pochi in verità, conservatori ne tessono le lodi.

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Presentazione del master in imprese sociali, aziende non profit e cooperative erogato da SDA Bocconi School of management …”il profitto del non profitto” (sic!)

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 27, 2008

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Tesi di Laurea: La raccolta di risorse nelle aziende non profit

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 27, 2008

Tesi: La raccolta di risorse nelle aziende non profit
Riccardo Rossano, Università degli Studi di Milano – Bicocca, 2001-02
La tesi approfondisce la conoscenza del terzo settore e degli istituti ad esso facenti parte, riconducibili a vere e proprie aziende, anche se non profit, in virtù del requisito di economicità che devono perseguire e rispettare nel tempo. dopo una prima legittimazione aziendale del concetto di azienda non profit, vengono trattate le tecniche per la raccolta di risorse, materiali, umane, economiche, al fine di garantire la perdurabilità nel tempo (economicità) delle attività statutarie.
(La tesi completa su: http://www.tesionline.com)

Introduzione

Capitolo I: Non profit e principi economici d’impresa
1.1 Introduzione
1.2 Dal welfare state al privato sociale
1.2.1 Teoria della fornitura dei beni pubblici
1.2.2 Teoria del fallimento del contratto
1.3 La teoria delle variabili di offerta
1.4 I quasi-mercati e il settore non profit
1.5 Welfare mix e contracting-out: strumenti di competizione a favore dell’efficienza produttiva
1.6 Le condizioni per l’esistenza delle aziende non profit
1.7 La produzione di ricchezza
1.7.1 Creazione e distribuzione del valore
1.7.2 segue…finalismo economico d’azienda: breve confronto profit-non profit
1.8 Caratteristiche funzionali e aspetti critici di successo delle aziende non profit
1.8.1 La meritorietà dell’azione svolta come presupposto fondamentale per l’accaparramento delle risorse
1.9 Classificazione delle aziende non profit
1.9.1 Aziende autoproduttrici
1.9.2 Aziende di erogazione
1.9.3 Imprese sociali

Capitolo II: Aziende non profit: criticità dello strumento per la raccolta delle risorse
2.1 Introduzione
2.2 Definizione di fund raising
2.3 I portatori di interessi
2.4 Le risorse raccolte
2.5 La risorsa umana
2.5.1 Il volontariato d’impresa
2.6 La risorsa biologica
2.7 La risorsa finanziaria
2.7.1 Strategie di raccolta fondi
2.8 La natura dello scambio
2.9 Risorse illimitate e trade-off raccolta-consumo

Capitolo III: Marketing, comunicazione aziendale e fund raising
3.1 Introduzione
3.2 Il marketing non profit
3.3 Dichiarazione di missione
3.4 La centralità dell’individuo nell’orientamento delle aziende non profit
3.4.1 Customer orientation
3.4.2 Competitor orientation
3.4.3 Interfunctional coordination
3.5 Segmentazione del mercato
3.5.1 Criteri di segmentazione per il mercato degli individui
3.5.2 Criteri di segmentazione per il mercato delle imprese
3.5.3 Criteri di valutazione dei segmenti di mercato
3.6 Differenziazione dell’offerta
3.7 Strategie chiave di marketing
3.7.1 Strategia di direzione
3.7.2 Strategia di segmentazione
3.7.3 Strategia di posizionamento
3.8 La definizione del marketing mix
3.9 La produzione dell’azienda non profit
3.9.1 Componenti del prodotto e del servizio
3.9.2 Il ciclo di vita dell’offerta
3.9.3 L’analisi del portafoglio
3.10 Il fattore prezzo
3.10.1 Politiche di determinazione del prezzo
3.11 La struttura organizzativa di supporto alla distribuzione
3.12 La comunicazione dell’offerta
3.12.1 La pubblicità
3.12.2 La propaganda
3.12.3 Le pubbliche relazioni

Capitolo IV: La raccolta di risorse: mercati e strumenti
4.1 Introduzione
4.2 Il mercato delle persone
4.2.1 La piramide della donazione
4.2.2 Le campagne di tesseramento soci
4.2.3 Direct marketing
4.2.4 Il direct mail
4.2.5 Il telemarketing
4.2.6 Gli eventi speciali
4.3 Il mercato delle imprese
4.3.1 Le sponsorizzazioni sociali
4.3.2 Cause related marketing
4.3.3 Motivazioni delle operazioni di partnership
4.3.4 Quantificazione economica del contributo dell’anp
4.4 Il mercato degli enti pubblici
4.4.1 Il finanziamento pubblico delle aziende non profit
4.4.2 Appalto: dinamica di contatto e ruolo dell’anp
4.4.3 Elementi e criteri di giudizio per l’aggiudicazione di forniture dell’anp nei confronti degli enti pubblici
4.5 Il mercato delle fondazioni bancarie
4.5.1 Le fondazioni come enti grant-making:nuovi criteri di finanziamento del terzo settore
4.5.2 Formulazione delle politiche e delle strategie
4.5.3 Organizzazione operativa di erogazione
4.5.4 Gestione delle richieste e selezione delle informazioni: criteri di erogazione alle aziende non profit
4.5.5 Il caso delle fondazioni comunitarie

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Tesi di Laurea: Rapporto di lavoro subordinato nelle organizzazioni di tendenza

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 27, 2008

Rapporto di lavoro subordinato nelle organizzazioni di tendenza
di Vincenzo Salamone
Tesi di Laurea A.A.: 2003-04
Università degli Studi di Catania
Facoltà di Giurisprudenza Relatore: Andrea Bettetini

Abstract:
La libertà religiosa assume, quale diritto riconosciuto ai cittadini dalla carta costituzionale, la duplice valenza di libertà individuale e di libertà collettiva dei gruppi confessionali. Si pone, dunque, il problema universale del rapporto individuo-insieme, non solo a livello di fondazione ultima della dimensione personale e sociale, ove l’individuo e l’insieme sono considerati in sé e per sé e quali realtà separate, ma anche a livello di organizzazione concreta della vita nella sua dimensione sociale, che trova la sua interessante manifestazione nelle organizzazioni di tendenza confessionale. Il costituente, quindi, ha operato un doppio riconoscimento, prevedendo da un lato il diritto del singolo verso le formazioni sociali, e dall’altro i diritti di queste verso il singolo. Tale affermazione, però nasconde non pochi rischi, poiché, considerata la stretta correlazione tra queste realtà giuridiche, l’ammettere un diritto può comportare la compressione dell’altro. Ne scaturisce, che il fondamento della libertà non è nel riconoscimento, ma nel modo e nei contenuti in cui questa è garantita.

Parole Chiave:
art 9 costituzione, art. 18 costituzione, art. 19 costituzione art. 2 costituzione, art. 3 costituzione, caso cordero, chiesa, confessioni , divieto di discriminazione giusta causa di licenziamento, ideologia del lavoratore dipendente, libertà libertà di associazione, libertà di insegnamento, libertà di stampa, licenziamento del docente, organizzazioni di tendenza, principio di eguaglianza rapporto di lavoro, rapporto tra stato italiano e santa sede, religione scuola, tutela del lavoratore nella comunità europea, vincolo associativo.

Per la tesi completa: http://www.tesionline.it/

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No profit/ Un milione di dipendenti, la metà è nel Nord, due terzi sono donne

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 27, 2008

(da: Il Sole 24 Ore del 27 dicembre 2007)
No profit/ Un milione di dipendenti, la metà è nel Nord, due terzi sono donne
Quando si parla di lavoro nel campo del no-profit, troppo spesso si pensa a giovani volenterosi
impegnati in compiti sì lodevoli, ma scarsamente remunerativi in termini di salario e possibilità
professionali. Eppure, una ricerca sul tema, finanziata dalla Fondazione Giorgio Zanotto di
Verona e realizzata dalla Fondazione Giulio Pastore con la supervisione di Argis , mostra come il
terzo settore rappresenti oggi una fonte di occupazione tutt’altro che trascurabile, che impiega in
Europa e negli Stati Uniti, rispettivamente, il 6 e il 7% della forza lavoro totale.
Nel 2005, in Italia, eravamo ancora fermi al 2,6%; eppure le cooperative sociali, che più di ogni
altro ente raccolgono commesse statali, hanno raddoppiato in appena sei anni il numero di
dipendenti assunti, aumentati dai 130mila del 1999 a circa 211mila. Supponendo che il tasso di
crescita si sia mantenuto stabile negli ultimi due anni, e che sia paragonabile a quello degli altri
operatori del terzo settore, il dato che ne emerge non può che indicare una realtà non più
riconducibile o assimilabile al semplice volontariato: il 4% della forza lavoro italiana, vale a dire
circa un milione di dipendenti con contratti di vario genere, è impiegata nel not for profit.
La ricerca supervisionata da Argis, l’Associazione per la governance dell’impresa sociale
presieduta dall’economista Giulio Sapelli, si basa sui dati Istat già disponibili e si propone, per il
momento, di tirare le fila del fenomeno, individuandone criticità e prospettive di sviluppo.
A questa prima edizione ne farà seguito un’altra, che si prefiggerà invece il difficile compito di
raccogliere e coordinare informazioni dalla costellazione di compagnie private con finalità
pubbliche. Lo studio è tuttora in corso e i risultati definitivi dovrebbero essere disponibili nel
gennaio 2008, ma una prima anticipazione evidenzia come l’assistenza sanitaria e sociale e
l’istruzione siano i settori d’intervento nei quali il no-profit è maggiormente attivo. Oltre alle
cooperative sociali, anche le fondazioni svolgono un ruolo occupazionale importante, con una
crescita significativa dei posti di lavoro offerti: dai circa 50mila del 2001 ai 100mila del 2005 fra
dipendenti e collaboratori.
La distribuzione geografica di risorse ed enti vede il 51,1% delle organizzazioni e il 58,6% delle
risorse localizzati nel nord del Paese, laddove al sud la proporzione e di 27,7% a 18,7%. Anche
per questa ragione, le Regioni settentrionali offrono le maggiori possibilità d’impiego e ospitano
il 68% dei lavoratori delle fondazioni e il 60,7% di quelli delle cooperative sociali.
Significativa è anche la presenza di lavoratori atipici nelle cooperative sociali: gli interinali sono
passati da circa 500 del 2003 a oltre 1200 del 2005, mentre i collaboratori sono cresciuti da 7.500
a 31.600 del 2005. I due terzi dei dipendenti totali, poi, è costituito da donne, una percentuale
assai elevata che si è mantenuta stabile nel corso degli anni.
Quanto alla struttura delle organizzazioni, essa sembra diventare più complessa e stabile al
maturare delle stesse, influenzando positivamente la capacità di creazione di posti di lavoro. In
particolare, le organizzazioni costituitesi anteriormente al 1971 hanno tra i 22 e i 44 dipendenti
assunti, mentre per quelle sorte dopo il 1970 la media varia tra i 10 e i 14 impiegati.
27 dicembre 2007
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Il lavoro, diario sentimentale di esperienze grame

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 26, 2008

(2004)
VIAGGIO NEI LAVORI IMPOSSIBILI: DAL LAVORETTO IN NERO ALLE AGENZIE DI LAVORO FINO AI NUOVI CONTRATTI, DIARIO SENTIMENTALE DI ESPERIENZE GRAME

1-IL LAVORETTO IN NERO

Mi chiamo Bobo, ho 26 anni e sono uno studente universitario.Studente e lavoratore, od almeno questa è l’intenzione.Comincio dal principio, scorrendo mentalmente tutti i lavori che ho fatto da quando ho pensato che alternare studio e lavoro potesse essere il mio modus vivendi.Andiamo molto indietro nel tempo, primo anno d’università, due esami sostenuti ed un lavoro più o meno continuativo in un locale della zona (thunder road, giusto per non fare nomi).Lavoro solo sabato e domenica, ma vivo ancora coi miei e mi sta bene: niente contratto (of course) per un lavoretto ottenuto grazie ad amicizie:il guardiamacchine, colla bella stagione non male, d’inverno un po’ meno, ma niente di massacrante, 10mila lire all’ora, massì, ci sta:faccio 5 ore a serata e torno a casa con qualcosa.Il lavoro poi è abbastanza divertente: ed eccomi allora a zigzagare colla torcia battendo la campagna (perchè coi grandi concerti le macchine si spalmano su parecchi metri quadrati), poi il locale è famoso per i furti nelle automobili, e di fatto le emozioni non mancano, tra avventori ubriachi fuori di testa, paurose cozzate tra auto e, naturalmente, devastazioni e saccheggi.Solo una volta io ed il mio compare riusciamo a “sgominare” una gang di ladruncoli, con relativo risvolto infame:denuncia e processo contro due poveracci di Voghera. Giuro, non mi sono sentito particolarmente eroe.Anche perchè se loro erano banditi , bastardi erano i gestori del locale che, spesso, si prendevano delle libertà col personale assolutamente incredibili, fino alla goccia del traboccamento:”se volete continuare a lavorare qua dovete tagliarmi l’erba del giardino ed estirpare le erbacce nelle aiuole”lavoretto da almeno 3-4 ore, chiaramente non pagato “perchè guardate che vi faccio un favore a farvi lavorare, potrei prendere due negri e dar loro 3 lire”. Davanti al diktat, una prestazione gratis per tenere il posto, e davanti al palese ra zzismo, si decide di non cedere.Il risultato è la subitanea perdita del lavoro e del saluto.

2-LA “MISSIONE” PER L’AGENZIA DI LAVORO INTERINALE

Questa è la fine del lavoro numero uno, storia raccontata anche per far capire cosa si nasconde dietro a quei posti all’apparenza accattivanti e “ggiovani” ed in realtà gestiti da persone prive di scrupoli, che fanno del divertimento neanchè più un businness ma un vero e proprio lucro, un estorsione ai danni di persone bramose di, rara di questi tempi, musica dal vivo.
Vi risparmio la cronaca degli altri dodicimila lavori che ho fatto (perchè così si chiamano nelle agenzie interinali) a “missione” (il nome esotico cela i lavori più ingrati in turni massacranti in fabbricacce di merda , come ad esempio la ICSS sulla strada per Vigevano, dove, appena arrivato con il salva-condotto Adecco, ti sbattono al ciclo continuo ad una macchina da cui fuoriescono venefici gas e vapori a 50 gradi, magari al terzo turno (dalle 10 di sera alle sei del mattino) e a ritmi giapponesi). Non duri troppo, in posti come questi, a meno di non essere fatti d’acciaio.Infatti fallisco l a “missione impossibile”, l’agenzia di lavoro interinale non mi richiama più.

Dopo qualche settimana vado a chiedere, mi viene risposto che la fabbrica si è lamentata che non andavo a ritmo, per cui fuori, niente più “mission” per il soldato Bobo,niente più “crew”, niente più biro, spillette e gagliardetti adecco. Tolto dall’elenco dei “golden workers” dell’agenzia è difficile ritornare al top ed essere ancora chiamati. Le missioni non si possono fallire, se fallisci, che eroe del lavoro sei? Che “golden boy” pretendi d’incarnare?

3-I NUOVI CONTRATTI:IL MONDO DEL CALL CENTER

ALTRO LAVORO: questo sembra buono, dura anche un pò, in viale Cremona, alla Value contact, call center in cui si vende, via telefono, di tutto: dall’olio alle saponette. Tre ore giornaliere di telefonate, scorre abbastanza, bisogna solo non farsi scrupoli nel chiamare la gente a casa alle otto e mezza di sera. Le prime settimane vanno piuttosto bene, sono con un contratto a progetto, anche se non l’ho mai visto.Poi, iniziano i problemi, vengo chiamato in direzione una prima volta: non rendo abbastanza nella vendita di boccioni d’acqua per ufficio “culligan”. Mi dicono che non è colpa mia, l’italiano non sa fare telemarketing perchè il nostro paese è a digiuno di queste cose, mentre in Inghilterra fanno corsi universitari per formare centralinisti (!?!). Insisto, dico che è un lavoro che potrebbe fare anche una scimmia ammaestrata, che ho imparato a rispondere al telefono a 3 anni. Niente da fare, sono licenziato. Oltre al rinfacciarmi la mia ignoranza per la mancanza di preparazione professionale, fanno risalire le mie scarse vendite anche ad una motivazione “teologico-metafisica”: mi dicono che si sente, quando parlo al telefono, che non credo al prodotto che vendo ,che non credo nei boccioni culligan (“vede, caro Bobo, il problema vero e che lei non ci crede abbastanza !”), non capisco.Chi può credere in un boccione d’acqua?Cosa vuol dire credere in un boccione d’acqua? Mi concentro qaulche minuto in contemplazione del boccione azzurro, niente: non mi viene da amarlo, adorarlo.Non suscita in me ansia di trascendentale. E’, chiaramente, colpa mia.

Licenziato, fuori dai coglioni alle 15 vengo riassunto alle 18,per un altro progetto:gli abbonamenti del WWF (a proposito, gli iscritti al WWF sanno che parte della loro tessera va a finanziare queste forme assurde di precariato e sfruttamento sociale?). Qui ci credo un pò di più e per un certo tempo le cose ricominciano ad andare, certo, la paga è poca (5 euri all’ora) ed il lavoro non proprio esaltante. Ma dopo poco cominciano altri problemi, i lavoratori cominciano ad essere lasciati a casa, a volte per intere settimane, perchè non ci sono i nominativi.Uno dopo l’altro cominciamo a turnare sulle già scarse tre ore giornaliere. Arriviamo alla ciliegina sulla torta, il padrone vuole disporre di noi, gratuitamente, per 6 ore di training telefonico.Il training telefonico altro non è che lavoro non pagato.Tu fai le tue telefonate, come sempre, con un “esperto” accanto che ti corregge, quando e se sbagli (cose assurde tipo: “non usare mai il condizionale” oppure “cerca di ess ere il più diretto possibile”). Ora facciamo questo calcolo: il training è stato proposto ad una ventina di persone, moltiplichiamo le 6 ore aggratis per 20, viene fuori un numero spaventoso di ore regalate al padrone. Molti non accettano il diktat: il risultato è il solito: grazie tante ed arrivederci, insomma, la porta.

La mia storia non è una storia isolata, è la prassi per migliaia di giovani : per incontrarci, tra disagiati della new economy, abbiamo deciso d’organizzare,noi come csa Barattolo, insieme a NiDIL CGIL e ai giovani comunisti un incontro, il 29 aprile, tra operatori di call center, con esperti del settore. Potrebbe essere l’inizio della riscossa per noi, precari umiliati, il nostro passare dall’essere “a tempo determinato” al “determinare il nostro tempo”.

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