Lavoro e No Profit

Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!

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Vendere la povertà sul Web

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Gennaio 27, 2009

Vendere la povertà sul Web

di Enrico Crespi (Gennaio 19, 2009)

Una recente ricerca della School of Management del Politecnico di Milano e della Nielsen, ci dice che il 54 per cento degli Italiani preferisce il web alla televisione, soprattutto nella fascia oraria fra le 20:00 e le 22:00. Quindi in calo anche i testimonials televisivi (spesso utilizzati da ONLUS\ONG) come mezzo per rastrellare fondi che, di norma, parlano di progetti e paesi senza sapere neanche dove sono.
Il no-profit italiano s’è dunque avventurato nel Web, un po’ in ritardo rispetto agli altri paesi. L’ultimo Natale, anche a causa della crisi economica e della diminuzione prevista delle donazioni, tutti si sono scatenati con market places di prodotti, copiatura di format americani con giochi vari, acquisto di spazi nei blogs.
Mi domando ha senso porre sul proprio blog (anche ricevendo qualche spicciolo) un messaggio copiato dal sito dell’associazione senza conoscere, condividere ciò che fa. Ed è etico per l’associazione pagare per questo tipo di comunicazione. Quali risultati può portare se non vi è un legame di conoscenze e partecipazione fra chi dona e chi riceve. Lo stesso per i market places “solidali” in cui si vendono pozzi, banchi, bambini senza sapere neanche dove.
Sarò fissato ma vedo un filo unico di superficialità (e puro commercio mascherato) in questa forma di comunicazione che passa dai MDGs, alle grandi multinazionali dell’assistenza, per finire alle piccole ONG del Tutti a Tavola

Per l’articolo completo vai a: http://crespienrico.wordpress.com/tag/fundraising/

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Non profit: «L’Italia ha ancora molta strada da fare»

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Novembre 14, 2008

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Non profit, scoppia la guerra dei marchi

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 25, 2008

“Non profit, scoppia la guerra dei marchi” di Maria Silvia Sacchi
Corriere Economia, 09 luglio 2007
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Economia/2007/07_Luglio/09/sacchi_no_profit.shtml

Unicef, Emergency, Telethon: brand di valore in un mercato sempre più affollato. Dove migliaia corrono per il 5‰.

“Quanto avviene nella cassetta delle lettere è indicativo. Cataloghi di vendita per corrispondenza di cosmetici e di prodotti alimentari si mescolano a depliant per adottare a distanza un bambino o costruire scuole o villaggi in qualche Paese in via di sviluppo. Il paragone, non sembri irriverente, fotografa bene l’incontro che, nell’economia, è avvenuto tra due mondi, quello del profit e quello del non profit. Tra le organizzazioni che hanno come fine della propria attività il raggiungimento di un guadagno da redistribuire ai propri soci e quelle che questo obiettivo invece non l’hanno. Poco per volta queste due parti hanno finito in molti casi per sovrapporsi, con l’ingresso di operatori del profit nel non profit e, viceversa, con l’ingresso degli operatori senza fini di lucro in attività tipiche delle aziende che più conosciamo. Dando il via a un ripensamento generale.

Buonismo

L’evoluzione è stata importante. «Siamo ancora abituati a pensare al non profit buonista, quello socio-assistenziale e sanitario che tutti conosciamo — dice Giorgio Fiorentini, docente di economia e gestione delle aziende non profit all’Università Bocconi di Milano —. Ma oggi è completamente cambiato ed è laico, si occupa di cultura, di sport, di musica, di consumatori, fino ad arrivare alla produzione. Con l’arrivo, poi, dell’impresa sociale, riconosciuta nel 2005 anche se non ancora del tutto operativa, ci si è avviati sulla strada del “capitalismo del non profit”». E qui la cassetta delle lettere aiuta anche a capire quello che è, oggi, uno dei temi dominanti di questa economia: la raccolta dei fondi. Come gli utili sono il paramentro di riferimento delle aziende profit, così la raccolta fondi è la voce cui guardano le non profit. Ma in un mercato sempre più affollato e nel quale sono in campo colossi internazionali del non profit e sono entrati protagonisti di grandissimo peso dell’economia tradizionale, è diventata più forte la concorrenza. Che richiama, o impone, concetti tipici del mondo profit: l’efficienza, la massa critica, il marketing. Oltre, naturalmente, a un buon «prodotto », cioè al servizio che la singola organizzazione ha scelto di dare. Se si guarda come si muovono, per esempio, le fondazioni d’impresa si vede che iniziano ad agire come «fondi dei fondi», dirottando i loro finanziamenti sugli organismi che reputano «capaci di operare secondo criteri di efficienza, autonomia e sostenibilità » (dallo statuto di Fondazione Dynamo, emanazione del gruppo Intek).

Brand
Farsi largo. Basta pensare alle migliaia di associazioni che concorrono per il 5 per mille. Ed ecco un altro tema che emerge nel non profit: il marchio e la sua tutela e valorizzazione. Nomi come Unicef, Emergency, Acli, Wwf, Telethon, per citarne alcuni, hanno un valore in sè che, se ben mantenuto, può alimentare la raccolta. Con fini diversi da quelli delle società profit ma con modalità che non hanno niente di diverso da quelle messe in campo dalle aziende del design, della moda, dell’industria più in generale, della finanza. La raccolta fondi porta poi con sè l’ormai molto dibattuto argomento della tracciabilità di questi fondi: vanno davvero sul progetto per il quale erano stati devoluti? O finiscono in spese di strutture ridondanti e rimborsi spese?

Campione

Ragionando su tutti questi temi Corriere Economia ha provato a fare uno studio che partisse da una ipotesi: avere una certa disponibilità di denaro da investire in attività di solidarietà senza idee precise della loro allocazione ma volendo essere sicuri in anticipo di poter valutare il ritorno sociale del finanziamento. Per questo è stato individuato un gruppo di una sessantina di organizzazioni (tra cui anche Action Aid Italia ndr) che rispondessero almeno ad alcuni di una serie di requisiti: notorietà, influenza sui settori di riferimento, peso politico, dimensioni, parte di settori «sensibili» (come le adozioni, gli anziani, la lotta a malattie importanti) o di settori nuovi (le fondazioni d’impresa), componenti di circuiti internazionali. Del campione che ne è scaturito (per i nomi, vedere articolo a pagina 4) sono stati esaminati bilanci, statuti, organigrammi e siti Internet con l’obiettivo di avere la fotografia delle diverse organizzazioni. Gli analisti hanno lavorato sui due fronti separatamente ma hanno portato conclusioni del tutto convergenti su ciascun singolo organismo.

Risposte

La prima considerazione da fare è che la gran parte degli enti interpellati ha risposto, e almeno la metà di loro in modo sollecito e con disponibilità a offrire informazioni sulla propria struttura e i propri numeri. Diffusissimo l’ufficio stampa. La seconda considerazione è, però, che senza un rapporto diretto e ripetuto con le organizzazioni è difficilissimo avere tutte le informazioni necessarie. Quasi mai i documenti e i siti esaminati danno le risposte a tutte le domande che nascono. I siti Internet sono prevalentemente costruiti per sollecitare una raccolta fondi «emotiva», non per un investitore interessato a valutare l’effettivo ritorno sociale dell’investimento fatto. Molto lavoro dev’essere ancora fatto sui bilanci, che ancora sono poco confrontabili l’uno con l’altro non adottando tutti gli stessi schemi (vedere articolo a pagina 5). Gli analisti coinvolti da Corriere Economia hanno costruito un indice di efficienza ad hoc che pubblichiamo nella tabella a fianco. Come si può vedere, ci sono grandissime differenze tra un organismo e l’altro, molto influenzate dal tipo di attività, anche se non solo. Purtroppo non è stato possibile scendere ulteriormente nei dettagli proprio a causa delle differenti stesure dei documenti. Allo stesso modo, quasi per nessuno è stato possibili ricostruire il rapporto tra volontari e dipendenti, argomento su cui è accesa la discussione, come ha dimostrato anche l’ultima assise del settore convocata a Napoli dal ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero e il cui titolo era «gratuità, solidarietà, partecipazione ».
Mercato
Statuti, organigrammi e siti Internet hanno permesso di capire la governance del settore (articolo a pagina 4). È stata presa in considerazione anche l’esistenza o meno di codici etici e/o di comportamento, sia interni (proprio della singola organizzazione), sia esterni (per esempio, la Carta della donazione). Come per i bilanci, anche sotto l’aspetto della governance c’è ancora lavoro da fare. Non dimenticando l’attenzione ai costi, come sottolineano nel settore ricordando che se da una parte il ricorso a certificatori esterni dà una maggior garanzia e aggiunge in immagine, dall’altra può appesantire i costi generali a discapito dell’oggetto sociale. Costi che certamente vengono resi più imponenti dalla duplicazione delle cariche, a volte davvero esasperata, che si trova in certe strutture capillarmente distribuite sul territorio. Incarichi che sono gratuiti, ma generano complessità e costi amministrativi di mantenimento della struttura. Quello che, intanto, già si vede è che, magari lentamente, è iniziato una sorta di mercato dei manager. Come dimostra il caso, recentissimo, di Anna Venturino, oggi direttore generale della Fondazione Oliver Twist e fino a poco tempo fa in Umana Mente con lo stesso incarico.

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ONG: dove finiscono i nostri soldi? Il business della beneficenza

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 24, 2008

ONG: dove finiscono i nostri soldi? Il business della beneficenza
di Francesca Caferri – Anais Ginori – ( Repubblica 15/02/2008 )

Il business della beneficenza torna sotto i riflettori dopo lo scandalo Unicef in Germania: ecco cosa succede in ItaliaCarità per i cristiani, zakat per i musulmani, dana per i buddisti. Mai come oggi, un gesto antico e semplice come la donazione ai più poveri è diventato complesso e insidioso. Il nome Unicef, che evoca assistenza per i bambini di tutto il mondo, è appena stato infangato da uno scandalo finanziario in Germania, che ha portato alle dimissioni del presidente e del direttore. Pochi mesi fa la Francia ha dovuto affrontare una crisi internazionale provocata dall´Arca di Zoé, la piccola Ong diventata il simbolo dell´interventismo selvaggio nei paesi poveri. Sei volontari sono ancora in carcere per aver tentato di rapire più di cento bambini alla frontiera tra Ciad e Sudan. In Spagna, lo scorso anno l´organizzazione Intervida è finita sotto inchiesta per appropriazione di fondi destinati alle adozioni a distanza, come già successe a un´associazione di Genova, tre anni fa. Ed è ancora aperta l´inchiesta dell´Unione europea su alcune associazioni italiane accusate di abusi nell´utilizzo dei finanziamenti Ue.
Ci si può fidare di chi lavora in nome della beneficenza? È possibile controllare chi dice di dedicarsi agli altri? Se si, come? Domande legittime, se si considera che solo il 17,8% delle 350mila onlus italiane utilizza uno strumento di trasparenza come il bilancio sociale e che lo scorso anno a queste associazioni sono arrivati 193 milioni di euro solo tramite il 5 per mille. «La strada per l´inferno è lastricata di buone intenzioni» maligna Jordi Raich, un ex dirigente spagnolo di Medici Senza Frontiere. «L´Arca di Zoé non è la pecora nera, nel gregge ormai l´eccezione sono le pecore bianche. Negli ultimi anni – continua – sono proliferate Ong incompetenti e fittizie che nel migliore dei casi si dedicano ad arricchirsi, nel peggiore invece usano il marchio della beneficenza per coprire reti di pedofilia, finanziamento di gruppi estremisti, evasione fiscale, traffico d´armi». Giulio Marcon, presidente di Lunaria, è diventato la coscienza critica del Terzo Settore italiano. Pur essendo meno catastrofista del collega spagnolo, avverte: «Fidarsi è difficile dappertutto. Da noi, è quasi un azzardo».

Ettore Abate, revisore di conti per la Ernst & Young. «Se dovessi dare un consiglio a un donatore italiano – spiega – gli direi di chiedere innanzitutto il bilancio sociale della Ong che ha scelto di sostenere». Creato negli anni scorsi, questo documento è un primo passo verso la trasparenza dell´attività di associazioni che, in nome del non profit, a lungo sono sfuggite a qualsiasi controllo. «Oltre ai dati economici, vengono pubblicate informazioni qualitative in grado di illustrare i risultati della “mission” dell´organizzazione», spiega Abate. Eppure questo strumento da noi è quasi ignorato: non essendo obbligatorio per legge – come invece accade in molti paesi europei – solo un´associazione su sei lo utilizza. La trasparenza comunque non è tutto: bilancio alla mano, chi sarebbe in grado di decifrare cosa si nasconde sotto “servizi finanziari” e “materie prime”, fare la differenza tra “promozione progetti” e “fundraising” o capire se i costi del personale in missione sono compresi alla voce generale “stipendi” o a quella “costi del progetto in loco”? Altro problema: in Gran Bretagna e Francia la rendicontazione dei singoli progetti è obbligatoria, in Italia no: eppure questo è un modo per garantire ai donatori che i soldi devoluti a una finalità non siano poi stornati verso altre missioni o altri scopi. E´ in nome di questo principio. ad esempio, che nel 2005 Medici Senza Frontiere bloccò le donazioni per lo Tsunami una volta raggiunta la cifra necessaria alle operazioni.

«I bilanci dovrebbero essere comprensibili e accessibili da tutti» dice Carlo Laganà, partner di Deloitte, un´altra società specializzata nella certificazione dei conti. In Italia, concordano gli esperti, il cittadino-benefattore parte davvero svantaggiato. Le amministrazioni pubbliche sono più tutelate: ogni finanziamento alle Ong deve essere poi oggetto di un riscontro, ma per i privati non ci sono disposizioni simili. Anche nel caso del 5 per mille, da cui le Ong hanno tratto nel 2006 quasi 193 milioni di euro, le autorità pubbliche non hanno imposto l´obbligo di fornire riscontri ai cittadini. «Diciamo che i controlli non piacciono a nessuno. Anche le Ong fanno resistenza» osserva Marcon, che all´ambiguità degli aiuti umanitari ha dedicato un libro.

Per comprendere l´affidabilità di un gruppo, la certificazione dei bilanci da parte di terzi – facoltativa ma praticata dalle più grandi organizzazioni umanitarie – è una prima garanzia importante: dimostra che c´è stato un controllo indipendente. Ma neanche questo è sufficiente. «Quello che serve davvero per conquistare la fiducia di chi ci finanzia è la continuità – racconta Daniele Scaglione di Action Aid Italia – da noi ci sono sei persone incaricate di tenere contatti con i donatori. Cerchiamo di far sapere nel modo più dettagliato possibile dove vanno i soldi». Sforzo lodevole ma, ancora una volta, del tutto volontario. In Germania, per esempio, esiste dal 1893 lo Deutsches Zentralinstitut für soziale Fragen che si occupa di controllare e certificare le Ong. L´unico tentativo di creare un´Authority italiana del settore sta fallendo. Il presidente dell´Agenzia per le Onlus, Stefano Zamagni, ha avvertito che, con i tagli previsti dei fondi, l´organismo governativo incaricato della vigilanza sul non profit potrebbe chiudere entro agosto. Consola poco il fatto che il problema sia comune: quando la Federazione europea per l´etica e lo sviluppo ha inviato 4000 questionari sul tema trasparenza alle più grandi ong europee, sono tornate indietro meno del 10 per cento delle risposte.

Peccato, perché il Terzo Settore avrebbe davvero bisogno di più regole e controlli. Negli ultimi quattro anni in Italia le Ong sono aumentate del 23% e così il flusso di denaro che si è riversato verso associazioni, fondazioni, cooperative sociali. «Fino agli anni Trenta – ha scritto il giornalista americano David Rieff, autore di “Un giaciglio per la notte” – solamente i missionari, occupati a salvare le anime, o i comunisti, intenti a fomentare la rivoluzione, agivano sulla base di un sistema di valori ispirato alla solidarietà universale». Dalla guerra del Biafra (1963) in poi si è invece sviluppato l´umanitarismo non governativo e trasnazionale e i soggetti sono diventati migliaia, così come le loro attività. Da noi lo tsunami è stato uno spartiacque tra i gruppi di volontari vecchia maniera, legati a un´idea romantica delle missioni, e le nuove aziende umanitarie con stipendi pressoché identici alle multinazionali dell´industria. In quel Santo Stefano 2004 si è capito che il nostro paese poteva essere un mercato ricchissimo per le Ong: oltre 47 milioni di euro furono raccolti solo attraverso gli Sms. «E´ stato allora che molte organizzazioni internazionali hanno deciso di aprire una succursale italiana» osserva Marcon. La figura del “fundraiser”, dipendente o consulente specializzato nella ricerca di fondi, è diventata sempre più importante: il suo compito è affrontare la dura competizione sul portafoglio degli italiani. La beneficenza è diventata un gadget che spunta nelle liste di nozze, in mezzo a una partita di calcio, dentro al concorso a premi. Con effetti paradossali. Quale azienda investirebbe 600mila euro per ricavare soltanto 90mila, come nel 2006 è capitato per una campagna di fundraising di una grande Ong? I costi del marketing sono lievitati vertiginosamente fino a rappresentare in qualche caso quasi un quinto del bilancio delle associazioni.

Se nessun cittadino può pensare che un euro donato si trasformi integralmente in un euro di cibo o medicine trasportati dall´altra parte del mondo, perché tutte le Ong hanno dei costi di mantenimento necessari e legittimi, la domanda da porsi è: qual è la giusta proporzione? Negli Stati Uniti, gli esperti fissano un tetto del 30% alle spese di struttura di una Ong. Se un´associazione destina al progetto meno del 70% della donazione iniziale non è considerata efficiente. «Ricordiamoci però che a seconda della missione umanitaria i costi della struttura variano di molto. Un´organizzazione con personale medico specializzato avrà spese superiore a quella che distribuisce soltanto pacchi di riso e può utilizzare giovani volontari» specificano all´Istituto italiano per le donazioni, il primo, e finora unico, organo che propone una sorta di “certificazione” delle Ong. Nato tre anni fa, ha creato il marchio «donare con fiducia», slogan che riassume la crisi di credibilità del settore. «Abbiamo un filo diretto con i cittadini – racconta una delle responsabili, Lorena Varalli – E´ vero che oggi c´è una maggiore richiesta di garanzie da parte dei donatori, ma non bisogna lanciare allarmismi». La risposta delle Ong alla Carta della donazione è stata ancora timida: 28 sigle hanno aderito al marchio, altre 15 sono in attesa di passare tutti i controlli.

In questo universo del bene che sta diventando una gigantesca nebulosa si rischia di tornare ad antiche abitudini. «Dare dei soldi soltanto a chi si conosce, di mano in mano» dice Marcon. Più piccola è l´Ong, più è redditizia per i donatori, come dimostra una recente ricerca della società di analisi Un-Guru per il Sole 24Ore. In cima alla pagella di efficacia figura la Fondazione James non morirà (99,6% dei fondi raccolti effettivamente devoluti alla missione), che opera unicamente in Etiopia e si basa solo su lavoro volontario. «I gruppi piccoli hanno però un impatto ridotto – avverte Roberto Salvan, direttore del Comitato italiano per l´Unicef – Possono agire su una singola comunità o comunque in spazi limitati. Solo i grandi come noi sono in grado di agire subito di fronte a una crisi». Come altre agenzie delle Nazioni Unite, l´Unicef è stata spesso criticata per i costi di gestione troppo alti. «Ma – conclude Salvan – avere una struttura pronta ad agire in qualunque momento costa molto. Non bisogna illudersi».

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