“Non profit, scoppia la guerra dei marchi” di Maria Silvia Sacchi
Corriere Economia, 09 luglio 2007
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Economia/2007/07_Luglio/09/sacchi_no_profit.shtml
Unicef, Emergency, Telethon: brand di valore in un mercato sempre più affollato. Dove migliaia corrono per il 5‰.
“Quanto avviene nella cassetta delle lettere è indicativo. Cataloghi di vendita per corrispondenza di cosmetici e di prodotti alimentari si mescolano a depliant per adottare a distanza un bambino o costruire scuole o villaggi in qualche Paese in via di sviluppo. Il paragone, non sembri irriverente, fotografa bene l’incontro che, nell’economia, è avvenuto tra due mondi, quello del profit e quello del non profit. Tra le organizzazioni che hanno come fine della propria attività il raggiungimento di un guadagno da redistribuire ai propri soci e quelle che questo obiettivo invece non l’hanno. Poco per volta queste due parti hanno finito in molti casi per sovrapporsi, con l’ingresso di operatori del profit nel non profit e, viceversa, con l’ingresso degli operatori senza fini di lucro in attività tipiche delle aziende che più conosciamo. Dando il via a un ripensamento generale.
Buonismo
L’evoluzione è stata importante. «Siamo ancora abituati a pensare al non profit buonista, quello socio-assistenziale e sanitario che tutti conosciamo — dice Giorgio Fiorentini, docente di economia e gestione delle aziende non profit all’Università Bocconi di Milano —. Ma oggi è completamente cambiato ed è laico, si occupa di cultura, di sport, di musica, di consumatori, fino ad arrivare alla produzione. Con l’arrivo, poi, dell’impresa sociale, riconosciuta nel 2005 anche se non ancora del tutto operativa, ci si è avviati sulla strada del “capitalismo del non profit”». E qui la cassetta delle lettere aiuta anche a capire quello che è, oggi, uno dei temi dominanti di questa economia: la raccolta dei fondi. Come gli utili sono il paramentro di riferimento delle aziende profit, così la raccolta fondi è la voce cui guardano le non profit. Ma in un mercato sempre più affollato e nel quale sono in campo colossi internazionali del non profit e sono entrati protagonisti di grandissimo peso dell’economia tradizionale, è diventata più forte la concorrenza. Che richiama, o impone, concetti tipici del mondo profit: l’efficienza, la massa critica, il marketing. Oltre, naturalmente, a un buon «prodotto », cioè al servizio che la singola organizzazione ha scelto di dare. Se si guarda come si muovono, per esempio, le fondazioni d’impresa si vede che iniziano ad agire come «fondi dei fondi», dirottando i loro finanziamenti sugli organismi che reputano «capaci di operare secondo criteri di efficienza, autonomia e sostenibilità » (dallo statuto di Fondazione Dynamo, emanazione del gruppo Intek).
Brand
Farsi largo. Basta pensare alle migliaia di associazioni che concorrono per il 5 per mille. Ed ecco un altro tema che emerge nel non profit: il marchio e la sua tutela e valorizzazione. Nomi come Unicef, Emergency, Acli, Wwf, Telethon, per citarne alcuni, hanno un valore in sè che, se ben mantenuto, può alimentare la raccolta. Con fini diversi da quelli delle società profit ma con modalità che non hanno niente di diverso da quelle messe in campo dalle aziende del design, della moda, dell’industria più in generale, della finanza. La raccolta fondi porta poi con sè l’ormai molto dibattuto argomento della tracciabilità di questi fondi: vanno davvero sul progetto per il quale erano stati devoluti? O finiscono in spese di strutture ridondanti e rimborsi spese?
Campione
Ragionando su tutti questi temi Corriere Economia ha provato a fare uno studio che partisse da una ipotesi: avere una certa disponibilità di denaro da investire in attività di solidarietà senza idee precise della loro allocazione ma volendo essere sicuri in anticipo di poter valutare il ritorno sociale del finanziamento. Per questo è stato individuato un gruppo di una sessantina di organizzazioni (tra cui anche Action Aid Italia ndr) che rispondessero almeno ad alcuni di una serie di requisiti: notorietà, influenza sui settori di riferimento, peso politico, dimensioni, parte di settori «sensibili» (come le adozioni, gli anziani, la lotta a malattie importanti) o di settori nuovi (le fondazioni d’impresa), componenti di circuiti internazionali. Del campione che ne è scaturito (per i nomi, vedere articolo a pagina 4) sono stati esaminati bilanci, statuti, organigrammi e siti Internet con l’obiettivo di avere la fotografia delle diverse organizzazioni. Gli analisti hanno lavorato sui due fronti separatamente ma hanno portato conclusioni del tutto convergenti su ciascun singolo organismo.
Risposte
La prima considerazione da fare è che la gran parte degli enti interpellati ha risposto, e almeno la metà di loro in modo sollecito e con disponibilità a offrire informazioni sulla propria struttura e i propri numeri. Diffusissimo l’ufficio stampa. La seconda considerazione è, però, che senza un rapporto diretto e ripetuto con le organizzazioni è difficilissimo avere tutte le informazioni necessarie. Quasi mai i documenti e i siti esaminati danno le risposte a tutte le domande che nascono. I siti Internet sono prevalentemente costruiti per sollecitare una raccolta fondi «emotiva», non per un investitore interessato a valutare l’effettivo ritorno sociale dell’investimento fatto. Molto lavoro dev’essere ancora fatto sui bilanci, che ancora sono poco confrontabili l’uno con l’altro non adottando tutti gli stessi schemi (vedere articolo a pagina 5). Gli analisti coinvolti da Corriere Economia hanno costruito un indice di efficienza ad hoc che pubblichiamo nella tabella a fianco. Come si può vedere, ci sono grandissime differenze tra un organismo e l’altro, molto influenzate dal tipo di attività, anche se non solo. Purtroppo non è stato possibile scendere ulteriormente nei dettagli proprio a causa delle differenti stesure dei documenti. Allo stesso modo, quasi per nessuno è stato possibili ricostruire il rapporto tra volontari e dipendenti, argomento su cui è accesa la discussione, come ha dimostrato anche l’ultima assise del settore convocata a Napoli dal ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero e il cui titolo era «gratuità, solidarietà, partecipazione ».
Mercato
Statuti, organigrammi e siti Internet hanno permesso di capire la governance del settore (articolo a pagina 4). È stata presa in considerazione anche l’esistenza o meno di codici etici e/o di comportamento, sia interni (proprio della singola organizzazione), sia esterni (per esempio, la Carta della donazione). Come per i bilanci, anche sotto l’aspetto della governance c’è ancora lavoro da fare. Non dimenticando l’attenzione ai costi, come sottolineano nel settore ricordando che se da una parte il ricorso a certificatori esterni dà una maggior garanzia e aggiunge in immagine, dall’altra può appesantire i costi generali a discapito dell’oggetto sociale. Costi che certamente vengono resi più imponenti dalla duplicazione delle cariche, a volte davvero esasperata, che si trova in certe strutture capillarmente distribuite sul territorio. Incarichi che sono gratuiti, ma generano complessità e costi amministrativi di mantenimento della struttura. Quello che, intanto, già si vede è che, magari lentamente, è iniziato una sorta di mercato dei manager. Come dimostra il caso, recentissimo, di Anna Venturino, oggi direttore generale della Fondazione Oliver Twist e fino a poco tempo fa in Umana Mente con lo stesso incarico.