Lavoro e No Profit

Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!

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Unicredit, arriva ‘Universo non profit’

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Ottobre 19, 2009

Roma, 13 ott. – (Adnkronos) – Unicredit ‘investe’ nel non profit. La banca di Piazza Cordusio, vista la crescente rilevanza del settore e la coerenza con i propri valori fondanti, ha deciso di offrire un modello di servizio dedicato, con una gamma di prodotti/servizi ad hoc e personale specializzato. Dal 9 novembre ‘Universo non profit’ sara’ operativo presso le oltre 4.200 filiali delle banche retail del Gruppo (Unicredit Banca, Unicredit Banca di Roma e Banco di Sicilia).

L’iniziativa e’ stata presentata questa mattina alla Camera. A fare gli onori di casa il vicepresidente Maurizio Lupi che ha evidenziato come il tema della sussidiarieta’ sia “uno dei punti di incontro tra maggioranza e opposizione”. Il non profit, ha aggiunto, “rappresenta anche una risorsa in termini economici, perche’ e’ un settore in crescita per addetti e fatturato”.

Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha evidenziato la rilevanza della scelta di un grande gruppo bancario che “si riorganizza in funzione di una componente sempre piu’ ‘pesante’ nell’economia e nella societa’”. Il Governo, ha aggiunto, “vuole incoraggiare fortemente il dono”, attraverso un modello sociale che “riconosca spazio al terzo settore”, puntando su “persona, famiglia e comunita’ come valori di riferimento”. In questo contesto, il settore creditizio “deve aiutarci a far emergere le attivita’ che meritano”, perche’ “anche in questo comparto devono prevalere le regole del mercato”.

Quello di cui parla il ministro e’ un contributo che Unicredit ritiene di assicurare con ‘Universo non profit’. A partire proprio dalla leva del merito di credito. E’ stato pensato per il settore un percorso di valutazione creditizia dedicato e UniCredit si propone anche di supportare le imprese e le associazioni nell’attivita’ di fund raising e di formazione manageriale.

Il nuovo servizio si sviluppa nell’ambito dell’offerta esistente di UniCredit per le piccole imprese, con una specifica formazione per i ruoli chiave. Inoltre e’ stato introdotto ”l’Amico del Non Profit”, una figura informale che sara’ l’ambasciatore dell’iniziativa, sia internamente che esternamente e che fungera’ da primo contatto per le informazioni di base per la clientela interessata. L’adesione e’ su base volontaria e potra’ coinvolgere tutti dipendenti (anche i pensionati) che hanno esperienze e sensibilita’ verso il mondo non profit.

A descrivere il fenomeno no profit in termini quantitativi e’ stato il portavoce del Forum del Terzo settore, Andrea Olivero: all’interno del forum sono 94mila i soggetti con autonomia giuridica, mentre sono oltre 250mila complessivamente, con una dimensione economica aggregata ampiamente superiore a 8 mld di euro. Le associazioni e le imprese non profit impiegano oltre 700 mila lavoratori retribuiti e oltre 4 milioni di volontari. Il fatturato del settore si attesta intorno ai 45.600 milioni di euro con una crescita del 29% dal 2001.

Articolo su: http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Unicredit-arriva-Universo-non-profit-con-servizi-ad-hoc-per-il-settore_3877389667.html

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Vendere la povertà sul Web

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Gennaio 27, 2009

Vendere la povertà sul Web

di Enrico Crespi (Gennaio 19, 2009)

Una recente ricerca della School of Management del Politecnico di Milano e della Nielsen, ci dice che il 54 per cento degli Italiani preferisce il web alla televisione, soprattutto nella fascia oraria fra le 20:00 e le 22:00. Quindi in calo anche i testimonials televisivi (spesso utilizzati da ONLUS\ONG) come mezzo per rastrellare fondi che, di norma, parlano di progetti e paesi senza sapere neanche dove sono.
Il no-profit italiano s’è dunque avventurato nel Web, un po’ in ritardo rispetto agli altri paesi. L’ultimo Natale, anche a causa della crisi economica e della diminuzione prevista delle donazioni, tutti si sono scatenati con market places di prodotti, copiatura di format americani con giochi vari, acquisto di spazi nei blogs.
Mi domando ha senso porre sul proprio blog (anche ricevendo qualche spicciolo) un messaggio copiato dal sito dell’associazione senza conoscere, condividere ciò che fa. Ed è etico per l’associazione pagare per questo tipo di comunicazione. Quali risultati può portare se non vi è un legame di conoscenze e partecipazione fra chi dona e chi riceve. Lo stesso per i market places “solidali” in cui si vendono pozzi, banchi, bambini senza sapere neanche dove.
Sarò fissato ma vedo un filo unico di superficialità (e puro commercio mascherato) in questa forma di comunicazione che passa dai MDGs, alle grandi multinazionali dell’assistenza, per finire alle piccole ONG del Tutti a Tavola

Per l’articolo completo vai a: http://crespienrico.wordpress.com/tag/fundraising/

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Il nonprofit è in tutta la nostra vita

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Novembre 14, 2008

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Leader2Leader: il network dei manager non profit italiani

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Novembre 14, 2008

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Non profit: «L’Italia ha ancora molta strada da fare»

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Novembre 14, 2008

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Tra profit e non profit -Protocollo congiunto di Ferpi e Assif, in collaborazione con il Segretariato Sociale della Rai

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 24, 2008

Tra profit e non profit
Protocollo congiunto di Ferpi e Assif, in collaborazione con il Segretariato Sociale della Rai

http://www.segretariatosociale.rai.it/palinsesto/dossier/profit_nonprofit.html

Premessa
La domanda di impegno sociale e di cultura della solidarietà si diffonde in strati sempre più ampi e diversificati della comunità. La società civile, oggi, chiede al mondo del non profit e alle imprese di avvicinarsi e dialogare meglio di quanto non abbiano fatto finora, per favorire il benessere sociale attraverso la soluzione di problemi specifici.

* Alle imprese si richiede di declinare la propria missione anche facendosi carico – responsabilmente – di alcuni problemi sociali, affiancando alla creazione di lavoro e di ricchezza, anche la generazione di valore per il territorio e l’integrazione con le comunità di riferimento, acquisendo in tal modo il ruolo, una novit à per la cultura imprenditoriale italiana, di grant-maker.
* Al non profit si richiede di compiere un balzo strategico, culturale e organizzativo selezionando consapevolmente alleanze e azioni concrete con gli altri attori della società civile, imprese comprese.

Emerge il bisogno di relazioni più sistematiche tra profit e non profit: con la creazione di partnership di medio/lungo termine, comunque e sempre orientate al ‘beneficiario finale’ dell’intervento sociale e al benessere della società nel suo complesso.
L’impresa conferisce concretezza al proprio progetto di crescita e lo trasforma in valore, mentre l’organizzazione non profit acquisisce maggiore consapevolezza e ridefinisce la propria missione verso la dimensione organizzativa e di gestione efficace.
Verso queste finalità generali sono impegnate FERPI e ASSIF, in collaborazione con il Segretariato Sociale della RAI.
Nella partnership tra profit e non profit, relatori pubblici e fundraiser sono:
- “punti terminali” della relazione,
- detentori di professionalità specifiche capaci di interpretare e rispondere a nuovi bisogni sociali e di generare valore economico, sociale, culturale per le proprie organizzazioni e per la società nel suo insieme,
- promotori e garanti di una condotta etica e di precise deontologie professionali per la tutela e la salvaguardia di ogni attore coinvolto nelle relazioni attivate.

Il documento, da intendersi come un ‘protocollo’ che impegna gli associati delle due associazioni, individua le linee guida e indica un metodo per rendere efficaci future intese fra profit e non profit.

La finalità è contribuire a generare un processo di crescita che conduca a un punto di equilibrio per impostare una relazione interattiva e simmetrica tra imprese e non profit puntando su:

* convergenza culturale che porti al coordinamento di obiettivi comuni
* coerenza con la missione, sia dell’organizzazione non profit che dell’impresa
* integrazione attraverso una comunicazione reale, trasparente, simmetrica e a due vie
* massimizzazione del valore per gli attori coinvolti, in primo luogo i beneficiari
* la chiarezza iniziale sulle aspettative reciproche, per evitare incomprensioni successive

Struttura del Protocollo

1. Perché una partnership tra profit e non profit

1.1. I vantaggi per l’impresa
1.2. I vantaggi per l’organizzazione non profit

2. Che cosa fare

2.1. Le condizioni necessarie per una partnership proficua
2.2. I criteri della partnership

2.2.1 Per l’impresa
2.2.2 Per l ‘organizzazione non profit

2.2 Le modalità della partnership

3. Conclusioni

1. PERCHÉ UNA PARTNERSHIP TRA PROFIT E NON PROFIT
1.1 I vantaggi per l’impresa:

* sviluppo delle relazioni con i pubblici influenti
La sinergia e una collaborazione efficace con organizzazioni non profit per realizzare iniziative di utilità sociale che inducono percezioni positive associate all’impresa. A sua volta, l’impresa può trasmetterli e moltiplicarli credibilmente ai suoi pubblici influenti, contribuendo così a consolidare e rafforzare i rispettivi sistemi di relazione.
* attenzione sociale sul territorio e all’interno della comunità di appartenenza
Intraprendere e sviluppare iniziative di sostegno solidale a favore del territorio, della comunità o di fasce particolari di popolazione consente all’impresa di “vivere meglio” il suo rapporto con gli attori del territorio e le articolazioni della società civile.
* scambio con le istituzioni
L’interazione sinergica tra impresa e organizzazione non profit aiuta l’impresa ad entrare in un circuito di attenzione e di scambio positivo con le istituzioni e i processi decisionali pubblici.
* sviluppo del clima interno e dell’orgoglio di appartenenza
L’impegno a favore di una causa sociale, quando non si esaurisce in una “trovata” pubblicitaria o in una pura dichiarazione di intenti, è un modo ampiamente sperimentato per rafforzare nei dipendenti, collaboratori, fornitor e altri ‘pubblici di confine’ l’orgoglio di appartenenza all’impresa e al suo sistema.
* declinazione dei valori, della visione e della missione
La partecipazione ad iniziative sociali a favore della comunità, di un progetto, di un obiettivo di sviluppo sociale sono esempi concreti, tangibili e misurabili attraverso cui un’impresa declina e da’ corpo alla propria visione, missione e valori.
* attrazione dei migliori talenti
L’impresa offre un ambiente di vita lavorativa stimolante che permette alle persone di apportare il proprio contributo alla società in generale. E’ un punto di forza per un’azienda che non si accontenta di personale soltanto competente, ma che sia anche capace di infondere nel lavoro energia, passione ed entusiasmo.

1.2 I vantaggi per l’organizzazione non profit

* maggiore attenzione diffusa e notorietà della causa
L’alleanza con imprese, che dispongono di risorse e sono inserite in molteplici circuiti economici, sociali e culturali, mette a disposizione del non profit canali e strumenti per diffondere la rispettiva missione.
* maggiore capacità organizzativa e strategica
La collaborazione con imprese abituate ai più moderni ed efficienti strumenti di analisi, gestione, comunicazione e monitoraggio, consente all’organizzazione non profit di contaminarsi con strumenti manageriali utili per il raggiungimento di obiettivi specifici.
* maggiori mezzi e risorse da dedicare a fini istituzionali
Le imprese possono mettere a disposizione delle organizzazioni non profit non soltanto risorse finanziarie, ma anche tecnologie, strumenti, infrastrutture, know-how e personale che permettono il raggiungimento degli obiettivi perseguiti.
* apprendimento culturale
La collaborazione tra un’impresa e un’organizzazione non profit permette uno scambio culturale e la possibilità di conoscere, per poi applicare, tecniche e strumenti di analisi, interpretazione, monitoraggio, controllo e gestione.
* maggiore capacità operativa di mobilitazione
La capacità di organizzarsi e di reagire rapidamente, sviluppate dalle imprese, possono essere utilmente messe a disposizione della realizzazione di specifici progetti di utilità sociale.

2. CHE COSA FARE

Il primo passo che devono compiere le organizzazioni profit e non profit è guardare al proprio interno e chiarire rispettivi obiettivi e proprie finalità, per poi rivolgersi all’esterno, selezionando partner e sviluppando attività.
2.1. Le condizioni necessarie per una partnership proficua

Le organizzazioni non profit che intendano creare partnership con organizzazioni profit devono comprendere:

* La propria cultura interna: cioè il consenso a livello centrale e territoriale circa l’opportunità di stringere relazioni di partnership con le imprese
* La propria capacità organizzativa: capire se si è in grado di predisporre le attività di partnership con modalità e tempi normalmente adottati dall’impresa
* Le finalità della partnership: se l’organizzazione cerca risorse economiche da destinare ad un progetto specifico e circoscritto o intende stabilire con l’impresa un rapporto a medio/lungo termine.

Anche l’impresa, a sua volta, deve guardare prima dentro sé stessa per analizzare:

* La cultura interna: capire se le relazioni con i dipendenti sono improntati a criteri di trasparenza, lealtà e consenso tali da essere ritenuta credibile in un investimento nel sociale.
* La consapevolezza: se esistono (e quali e quante sono) le cause sociali sposate dai dipendenti dell’ impresa e quanti sono i collaboratori attivi in associazioni di volontariato
* Le modalità di partnership, indagandone le finalità strategiche.
In particolare se:
o la relazione di partnership si inserisce in un progetto più ampio
o l’impresa intende diventare “donatore silenzioso”
o l’impresa intende investire nel sociale come azione di punta della strategia di comunicazione e di relazione con gli interlocutori
o l’impresa intende diventare soggetto “collettore” di risorse e attenzione nei confronti di una causa.

2.2 I criteri della partnership
2.2.1 Per l’impresa

* L’impresa deve rispettare una coerenza di fondo nel relazionarsi con organizzazioni non profit, analizzando i punti in comune e verificando che la strategia d’azione della società sia coerente con le modalità di relazione e gli obiettivi di business dell’impresa.
* L’impresa deve valutare se le proposte avanzate da parte di organizzazioni non profit rispondano a un bisogno sociale reale e se siano condivise e accettate dalla società in generale e, in particolare, dagli interlocutori rilevanti dell’ impresa.
* L’impresa deve considerare quanto l’organizzazione non profit sia affidabile rispetto alle possibilità di interazione su determinati obiettivi.
* L’impresa deve stimare qual sia l’immagine percepita dell’ organizzazione non profit da parte della società e, in particolare, da parte del complesso degli stakeholder dell’ impresa.
* L’impresa deve esaminare se la vision dell’ impresa sia compatibile con quella sviluppata e sostenuta dall’ organizzazione non profit .
* L’impresa deve stimare se la collaborazione con l’organizzazione non profit rispetto ad una determinata causa, sia in grado di aumentare l’impatto comunicativo dei reciproci interessi verso gli stakeholder.
* L’impresa deve esaminare se esistano nell’organizzazione non profit garanzie di monitoraggio, controllo, trasparenza e rendicontazione rispetto alla destinazione e ai metodi di gestione ed erogazione dei benefici.
* L’impresa deve considerare la rapidità d’azione dell’organizzazione non profit e se sia in grado di agire in sincronia con i tempi di lavoro dell’impresa.
* L’impresa deve stabilire se l’organizzazione non profit sia in grado di dare risposte concrete e soddisfacenti in tempi ragionevoli ai propri obiettivi.
* L’impresa deve analizzare se il progetto di alleanza con l’ organizzazione non profit possa essere gestito in modo modulare e progressivo così da poter essere corretto e reimpostato.
* L’impresa deve analizzare se l’organizzazione non profit sia veramente consapevole e condivida gli interessi e il business dell’ impresa.

2.2.2 Per l’organizzazione non profit

* L’organizzazione non profit deve valutare che la mission. la vision e i valori dell’impresa siano coerenti e complementari rispetto a quelli dell’organizzazione
* L’organizzazione non profit deve analizzare se il core business dell’impresa possa portare un valore aggiunto ral proprio campo di azione
* L’organizzazione non profit deve valutare se l”identità percepita dell’impresa e, in particolare, da parte dei propri componenti sia coerente con l’identità che l’ organizzazione desidera trasferire ai propri stakeholder
* L’organizzazione non profit deve comprendere se la cultura vigente all’interno dell’impresa sia compatibile con la cultura dell’ organizzazione e se esista consonanza in termini di approccio alle relazioni.
* L’organizzazione non profit deve valutare l’interazione tra l’ organizzazione è l’impresa e se tale interazione sia in grado di portare benefici dal punto di vista del potenziale comunicativo verso l’esterno.
* L’organizzazione non profit deve avere chiare le modalità di coinvolgimento delll’impresa con cui potrebbe relazionarsi e deve sincerarsi che l’impresa attui strumenti di monitoraggio e di controllo delle attività di donazione al non profit.
* L’organizzazione non profit deve valutare se gli stakeholder dell’impresa siano o possano diventare stakeholder anche propri.

2.3 Modalità della partnership

E’ importante che:

* L’impresa metta a disposizione dell’organizzazione non profit beni, prodotti e servizi, in grado di facilitare gli obiettivi di sostegno solidale.
* Impresa e organizzazione non profit possano trarre reciproci vantaggi in termini di visibilità e nei confronti dei rispettivi stakeholder attraverso azioni di co-branding e co-marketing.
* Sia l’impresa che l’organizzazione non profit possano interagire sul fronte operativo e sul fronte della comunicazione per far conoscere e diffondere i propri obiettivi comuni all’interno delle rispettive reti di relazioni. Sull’esperienza organizzativa dei circoli di qualità, dei gruppi di progetto, dei board strategici, si possono realizzare forme di networking per massimizzare le azioni e gli interventi.
* Impresa e organizzazione non profit possano mettere a disposizione dei beneficiari interventi di sostegno solidali
* L’impresa mette a disposizione dell’organizzazione non profit ore-lavoro dei dipendenti: cioè menti e braccia per lavorare a favore di una causa e di un obiettivo.
* I dipendenti dell’azienda e i membri dell’organizzazione non profit svolgano un ruolo testimoniale importante e veicolino i propri obiettivi di sostegno solidale all’interno delle rispettive sfere di relazioni e di influenza.
* L’impresa possa mettere a disposizione degli operatori delle organizzazioni non profit know how, strumenti e ore-formazione in grado di aiutarli ad affrontare le proprie azioni con una maggiore razionalità manageriale, cioè con una maggiore capacità di stabilire e misurare il raggiungimento di obiettivi specifici, impostando le necessarie azioni di monitoraggio, di controllo e di correzioni quando richieste.
* Parallelamente, l’organizzazione non profit potrà offrire i propri valori e il proprio know-how specifico sul campo ai componenti dell’impresa, così che possano essere maggiormente consapevoli dei problemi e delle opportunità sociali in cui operano, crescendo anche dal punto di vista umano e delle relazioni.
* L’impresa possa mettere a disposizione dell’organizzazione non profit infrastrutture fisiche e telematiche, tecnologie e strumenti di gestione e di comunicazione che potenzino l’attività degli operatori non profit.

3. Conclusioni

Le Associazioni Ferpi e Assif ringraziano per la collaborazione il Segretariato Sociale della RAI e, approvando questo documento, impegnano i rispettivi associati ad assimilarlo ed attuarlo.
Le due associazioni svolgeranno attività di presentazione, di divulgazione e di formazione comune perché le linee guida illustrate in questo documento sin integrino pienamente nello svolgimento del lavoro quotidiano dei loro associati.

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LA LOBBY DEL DOLORE

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 11, 2008

LA LOBBY DEL DOLORE
Breve viaggio nel Terzo Settore. Alcune storie che i manager della solidarietà non raccontano.
A cura della redazione di Arcipelago

Un neologismo è comparso da alcuni anni nel vocabolario e nel dibattito politico: non profit, termine con il quale si vogliono indicare quegli organismi che operano senza l’obiettivo del profitto, senza, cioè, avere fini di lucro. E’ stato coniato anche un altro termine, ancora più diffuso, per definire l’intero ambito economico e organizzativo che si situa – teoricamente – al di fuori tanto del mercato quanto della sfera di pertinenza dello Stato: Terzo Settore, cornice entro la quale vanno a collocarsi le associazioni culturali, le organizzazioni di volontariato, le cooperative.

Il dibattito politico e culturale sul non profit e sul Terzo Settore è andato via via crescendo di spessore e di intensità, in parallelo a quello sulla necessità di riorganizzare lo Stato sociale, alleggerendolo di una serie di incombenze di cui potrebbero farsi carico, appunto, le strutture del Terzo Settore.

La dialettica, per come è stata presentata da più parti, sarebbe questa: una serie di prestazioni fornite sino ad ora dallo “stato assistenziale” costano troppo e non sono sufficientemente flessibili per rispondere alle esigenze di una società molto cambiata da quando quelle prestazioni vennero istituite; dirottare le risorse verso la maggiore flessibilità e capillarità dell’intervento offerta dagli organismi non profit potrebbe garantire prestazioni più adeguate ai nuovi bisogni e alle nuove esigenze sociali, oltre che costare di meno. Di più: il passaggio dal sistema del welfare state a quello della welfare community valorizzerebbe le capacità autogestionarie delle realtà territoriali, aumentando così la qualità della partecipazione democratica e i livelli di autodeterminazione sociale.

Peraltro, Luigi Di Liegro, compianto Direttore della Caritas romana, invitava a fare attenzione, sottolineando l’indisponibilità del volontariato ad essere utilizzato in funzione sostitutiva dei servizi pubblici, che spetta allo Stato organizzare ed erogare, ed esortando a riflettere sulle “molte ambiguità” esistenti in un dibattito in cui non viene nemmeno messa in risalto la differenza che esiste fra volontariato e impresa sociale. Di Liegro ha sempre ribadito che il volontariato “resta e deve restare un’attività di solidarietà libera e gratuita”.

L’allarme di Di Liegro, dunque, è doppiamente importante, in primo luogo perché proviene da chi è da sempre impegnato in quelle attività che costituiscono la principale ragione del Terzo Settore, e poi perché lo stesso Di Liegro conosceva bene le tendenze di quell’apparato della pubblica amministrazione che del Terzo Settore costituisce e costituirà comunque il principale interlocutore.

Se consideriamo che nel 1996 la Pubblica Amministrazione ha appaltato ad organismi esterni servizi per 90.000 miliardi, a fronte dei 47.000 miliardi di appalti per opere pubbliche, abbiamo la conferma della progressiva esternalizzazione di funzioni proprie del settore pubblico, di fatto la privatizzazione di servizi anche essenziali, all’interno dei quali rientrano i servizi sociali, assistenziali e educativi.

Appare dunque evidente che una delle principali ragioni dell’interesse verso cooperative sociali e volontariato nasconde la volontà di ridurre drasticamente la quantità e la qualità del ruolo dello Stato sociale, trasformando il sistema in un meccanismo più leggero, con un ruolo del Pubblico ridotto a quello di erogatore di sovvenzioni e in cui l’abbassamento dei costi sarebbe garantito dall’abbassamento del costo del lavoro, come sta avvenendo da anni in gran parte d’Italia attraverso la delega dei servizi sociali da parte degli enti pubblici a cooperative e associazioni, a costi ridotti e spesso mediante gare d’appalto al ribasso.

Le modificazioni intervenute nell’organizzazione del lavoro e della produzione di beni e servizi sono oggetto di interpretazioni diverse, a seconda dell’impostazione che si vuol dare all’analisi di questi fenomeni e delle loro conseguenze; tuttavia, non vi è chi non concordi che da almeno un ventennio vadano assumendo importanza crescente i cosiddetti lavori di cura, variamente denominati ma tutti riconducibili a denominatori comuni che mi provo a sintetizzare.

Il lavoro di cura nella sua accezione sociale si differenzia da quello tradizionalmente interno alle famiglie, storicamente caricato sulle figure femminili, in quanto investe una sfera ampia di persone, bisogni e relazioni, e in effetti non mi appare del tutto corretto utilizzare il termine di “cura”: più propriamente, si deve parlare di lavoro sociale, teso al miglioramento non solo della singola situazione individuale ma anche – direi, soprattutto – delle condizioni dell’ambiente sociale, della qualità generale della vita. In questo senso, sul piano culturale sono stati fatti enormi passi avanti nel riconoscimento di alcuni diritti, in precedenza semplicemente ignorati. Alcuni esempi concreti, relativi alla realtà del nostro Paese, renderanno semplice la comprensione dei miei riferimenti.

Fino a non molto tempo fa, solo alcune èlites ultraprogressiste, più che altro in ambito scientifico e senza alcun seguito fra i non addetti ai lavori, sostenevano l’anacronismo e la crudeltà del trattamento generalmente riservato ai disabili, la cui cura (si fa per dire) era affidata esclusivamente alle famiglie o a qualche istituzione caritatevole, così come avveniva nei confronti degli anziani; il concetto di autonomia di questi soggetti, in ambito metropolitano, veniva completamente ignorato e la cultura dominante non trovava nulla di ingiusto nel fatto che un figlio disabile venisse nascosto in famiglia o, come molti anziani, relegato in istituti-contenitore, il che ha fatto anche la fortuna di non pochi personaggi senza scrupoli. Personalmente, ricordo il clamore sollevato dalla vicenda di una sedicente “suor” Diletta Pagliuca, nel cui “istituto” nei dintorni di Roma, verso la fine degli anni 60, le forze dell’ordine trovarono decine di esseri umani “ospitati” in condizioni infami, mentre la signora (che qualcuno considerava addirittura una santa) si arricchiva con le rette pagate dai parenti, ben felici di essersi liberati da quei pesi e di averlo fatto con la coscienza a posto. Ad oltre vent’anni, per esperienza diretta, venni a conoscenza di un “istituto” simile, sempre nei pressi della Capitale, in cui gli anziani “ospiti” erano tenuti ad un livello pressoché vegetativo, imbottiti di sonniferi e legati per molte ore al giorno ai loro letti o alle loro carrozzine, poiché questo consentiva di ridurre al minimo le spese per il personale, del resto costituito in gran parte da religiose.

Anche oggi, nessuno ignora la permanenza di simili strutture, ma è un fatto innegabile che, nel sentire comune e nell’organizzazione sociale, gli anni 70 abbiano segnato acquisizioni culturali importanti, grazie a quell’enorme sommovimento sociale e culturale che va sotto la definizione di 1968 e al contributo di personalità coraggiose, come, qui da noi, quella di Franco Basaglia o, in Francia, di Michel Foucault, per citarne solo alcune.

Da tempo, quindi, la critica sociale e culturale ha reso “normale” il fatto che un disabile non solo non sia una vergogna da nascondere, ma sia una persona soggetto di diritti; paradossalmente, è di questi ultimi anni l’acquisizione che anche il bambino, in quanto tale, è un soggetto titolare di diritti e non una mera proprietà dei genitori… del resto, non è passato moltissimo tempo da quando la violenza contro le donne era considerata nel nostro Codice (che è sempre quello del Guardasigilli fascista Rocco) un delitto contro la morale, non contro la persona.

Oggi, gli interventi sociali e assistenziali sono orientati verso quelle forme che consentano la salvaguardia e la valorizzazione dei diritti e dell’autonomia della persona – sia essa un anziano o disabile o un fanciullo in condizioni di disagio -, per cui hanno preso consistenza gli interventi di carattere domiciliare, contrapposti all’internamento in istituti, a loro volta tendenti a trasformarsi in strutture più piccole, il più possibile simili ad ambienti famigliari. Siamo ancora molto lontani dal definitivo superamento di vecchi schemi (per esempio, da un malinteso familismo nei confronti dei bambini e degli adolescenti), ma molti passi avanti sono stati fatti.

*****

Questa lunga premessa per dire che la nuova situazione ha portato ad una nuova ed allargata dimensione sociale del vecchio lavoro di cura, dilatando lo spettro delle professionalità con l’entrata in campo delle lavoratrici e dei lavoratori necessari per lo svolgimento delle nuove attività: operatori per l’assistenza ai disabili e agli anziani, educatori, animatori, ecc.

Si tratta, per definizione, di professioni il cui profilo non può essere identificato con la stessa disciplina dei lavori manuali conosciuti, pur trattandosi, in molti casi, di mansioni piuttosto esecutive che creative; si pensi, soprattutto, agli assistenti domiciliari, il cui profilo è decisamente curvato verso il basso, poiché il titolo di studio richiesto per accedere alla formazione professionale è la licenza di scuola media inferiore e la gran parte del lavoro riguarda operazioni di carattere manuale, senza per questo escludere del tutto aspetti relazionali importanti. Nel caso degli interventi sui minori o su altre tipologie di disagio (ex detenuti, tossicodipendenti, homeless, immigrati, rom), viceversa, l’aspetto creativo del lavoro prevale largamente sulla mera esecutività, e difatti, in genere, viene richiesto un livello di scolarizzazione più elevato, perlomeno a livello di scuola media superiore.

In un caso e nell’altro, comunque, si tratta di professioni che richiedono un alto grado di responsabilizzazione e che espongono a “rischi professionali” non secondari, stante il livello di stress inevitabilmente più forte rispetto ad un qualsiasi lavoro in cui l’aspetto della relazione con persone in stato di disagio non sia l’elemento predominante. Per quanto riguarda l’Italia, stiamo parlando, a conti fatti, di decine di migliaia di nuovi lavoratori, impiegati da Nord a Sud nell’assistenza domiciliare, nelle case famiglia e nelle comunità, nei centri diurni, nelle diverse attività di strada per la prevenzione della tossicodipendenza, del disagio giovanile, della prostituzione, e si tratta di un mercato del lavoro in continua crescita, parallelamente alla depressione registrata in altri settori più tradizionali.

Tutto ciò pone una serie di questioni – di diversa natura, ma fra loro indissolubilmente intrecciate – a tutti gli attori interessati, vale a dire: lo Stato, primo titolare del dovere di garantire servizi e assistenza ai cittadini, particolarmente i più deboli; l’impresa privata, naturalmente interessata alle opportunità offerte dal nuovo mercato in espansione; il sindacato, inteso come organizzazione deputata alla tutela dei lavoratori, compresi quelli di nuova concezione. E qui comincia la confusione.

*****

Già all’inizio degli anni 80, appare evidente il riflusso sempre più violento che segue il precedente decennio di lotte e di conquiste sociali e culturali; l’acquisita centralità del diritto alla cura e all’assistenza si incrocia con la revanche dell’impresa e del privato, che erodono progressivamente gli spazi pubblici e collettivi. Lo Stato, che abbiamo già definito “primo titolare del dovere di garantire servizi e assistenza ai cittadini”, comincia ad arretrare; nel contesto internazionale inaugurato dalla presidenza di Ronald Reagan, muove i primi, poderosi passi quel neoliberismo selvaggio che dominerà la scena mondiale fino all’inizio del XXI secolo, il cui profeta è stato indubbiamente l’economista monetarista Milton Friedman, ai cui discepoli – i tristemente famosi Chicago Boys – il macellaio cileno Pinochet aveva fornito la prima occasione di sperimentare nel vivo di un’economia nazionale le proprie teorie, caratterizzate dall’abbandono di ogni forma di presenza pubblica nel mercato, nelle cui virtù veniva riposta la fiducia più assoluta. Se non si comprende questo passaggio, giunto in forme diverse fino ai nostri giorni, si rischia di non comprendere il seguito di questa narrazione.

In Italia, la necessità di fornire i nuovi servizi e di garantire i nuovi diritti mal si concilia con la tendenza dominante al ritiro dello Stato da ogni responsabilità sociale: sono, infatti, gli anni degli attacchi continui non solo alle conquiste dei lavoratori in termini salariali e normativi (è lì, per inciso, che si cominciò a parlare della necessità di “rivedere” lo Statuto dei Lavoratori), ma anche a quelle forme di retribuzione sociale indiretta costituite dalla rete di protezione collettiva della sanità pubblica e dei servizi pubblici in generale… fra l’altro, l’offensiva eversiva contro la stessa scuola pubblica inizia contemporaneamente a dispiegarsi.

In questo contesto, le diverse pubbliche amministrazioni si orientano verso il conferimento della gestione dei nuovi servizi sociali e assistenziali a soggetti privati, anziché verso una gestione diretta degli stessi. La particolare forma imprenditoriale della società cooperativa appare subito come la più idonea a gestire i nuovi servizi, teoricamente in virtù della sua natura non lucrativa o, come si dice, non profit.

In realtà, ci si basa su un equivoco di fondo: la natura cosiddetta non profit di un’azienda non significa che questa non possa realizzare profitti, ma semplicemente che è obbligata a reinvestire i profitti eventualmente realizzati, il che – a ben guardare – non è altro che il “sano” istinto animale del capitalismo produttivo, contrapposto all’immobilismo delle rendite fondiarie e parassitarie. Insomma, nulla a che vedere con concetti alieni quali solidarietà, mutualismo, e via dicendo. A tale proposito, qualcuno si esprime in maniera netta; mi riferisco al testo “Critica della ragion non profit. L’economia solidale è una truffa?”, una spietata analisi del cosiddetto terzo settore realizzata da Paola Tubaro: “Il non profit è un’astuzia del profitto. In questo senso, il non profit non è che l’ultimo ritrovato farmaceutico, scoperto e messo in circolazione al fine di curare le croniche debolezze dell’economia moderna: aiuta a convogliare ogni risorsa umana e sociale (dopo che la stessa sorte è toccata ormai a tutti i beni materiali) verso la crescita della produzione e l’allargamento dei mercati. E’ la pillola da somministrare a questa economia che altrimenti continuerebbe a languire nella sua cronica mancanza di slancio imprenditivo”[1]. Parole crude, ma che ben rendono una realtà che da troppi anni e da troppe parti si tende, interessatamente, a mistificare.

Il primo equivoco verrà poi implementato dal secondo, cioè dal fatto che i finanziamenti alle cosiddette aziende non profit saranno tutti ed esclusivamente pubblici, realizzando, molto italianamente, una commistione fra l’istinto animalesco che anima le aziende non profit e la più classica delle rendite parassitarie. Sostanzialmente, si è giunti ad un sistema apparentemente di mercato – in quanto affidato ad organismi privati – ma che si regge solo in virtù del trasferimento di fondi pubblici: le cooperative che gestiscono i servizi sociali lo fanno per conto e con i soldi della pubblica amministrazione, senza metterci nulla di proprio, se non il lavoro dei propri addetti.

In attività in cui il solo costo è quello del lavoro, questo sistema produce un rischio di impresa molto vicino allo zero: insomma, il sogno di ogni speculatore.

Poiché le disposizioni di legge sulle cooperative erano state pensate in funzione di situazioni assai diverse, lontane nel tempo, il diretto coinvolgimento di questi organismi nella gestione del welfare (perché di questo si tratta), ha determinato scenari paradossali, le cui vittime sono stati sia i nuovi lavoratori, che i destinatari dei servizi, attraverso le modalità che ora vedremo.

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La Regione Lazio ha in larga misura anticipato le tendenze descritte, nel campo dei servizi sociali e sociosanitari e anche in quelli più schiettamente sanitari, come l’assistenza domiciliare sanitaria; in virtù di un’interpretazione decisamente forzata della Legge Regionale n. 80 del 1988 – che, nell’art. 5, prevede che in caso di comprovata impossibilità da parte delle UU.SS.LL. di provvedere con proprio personale allo svolgimento di determinate prestazioni domiciliari, le stesse potranno stipulare convenzioni con società cooperative o associazioni di volontariato – avviene che tutte le Aziende Sanitarie Locali si servano di cooperative o associazioni per erogare quelle prestazioni che, in teoria, dovrebbero essere effettuate da personale delle stesse A.S.L. In pratica, è stata completamente rovesciata la stessa filosofia della Legge Regionale, poiché quella che doveva essere un’eccezione (l’impiego di strutture e personale esterni all’A.S.L.) è diventata la regola.

I risultati di questa operazione non sembrano particolarmente brillanti, smentendo le tesi di chi sostiene (anche a “sinistra”) che le privatizzazioni siano la soluzione di tutti i mali del servizio pubblico; infatti, oltre ad aver dato vita a vere e proprie lobby affaristiche malamente travestite da cooperative o associazioni al solo scopo di accedere agli appalti delle A.S.L., ci si è trovati in presenza di estesi fenomeni di sfruttamento selvaggio degli operatori sanitari e di disservizi verso i pazienti. In epoca recente, per esempio, lo S.P.I. – CGIL e il Tribunale per i Diritti del Malato hanno denunciato la gravissima situazione dei pazienti di alcune Circoscrizioni della Capitale, documentando casi di cateteri malamente inseriti, di iniezioni di insulina effettuate in ritardo da personale rimediato all’ultimo momento, di piaghe da decubito provocate dalla mancanza di cure e di prestazioni direttamente non effettuate; tutto questo a causa delle condizioni alle quali le cooperative affidatarie avevano vinto la gara d’appalto al ribasso per assicurarsi la convenzione con l’A.S.L. Le cooperative, infatti, si aggiudicarono la gestione del servizio offrendo le prestazioni dei propri operatori a costi bassissimi, con l’ovvia conseguenza di fornire prestazioni qualitativamente scadenti e di utilizzare personale non qualificato e sottopagato. Dopo la denuncia del sindacato e del Tribunale per i Diritti del Malato, il Direttore Generale della A.S.L. coinvolta assicurò che l’assistenza domiciliare sarebbe stata completamente erogata da personale pubblico, perché ci si era resi conto che la qualità del servizio è migliore rispetto a quella fornita dai privati. Si trattò di un’affermazione coraggiosa, vista la smania privatizzatrice che già attraversava la classe politica del Paese e quella locale; peccato che sia rimasta un’affermazione.

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Posto che il maggiore (se non unico) costo dei servizi sociali è il costo del lavoro, l’impresa sociale si è rivelata vantaggiosa perché consentiva alla Pubblica Amministrazione di stabilire i costi del servizio in maniera arbitraria, senza tenere nel debito conto le garanzie salariali previste dai Contratti Nazionali, in quanto le stesse imprese sociali se ne ritengono esentate. Questo avviene in base all’assunto che i lavoratori dell’impresa sociale non sono dipendenti della medesima, ma suoi compartecipi, a loro volta imprenditori di sé stessi e dunque padroni di regolare diversamente dai dipendenti di un’azienda la propria vita e il proprio lavoro.

Nella realtà, è avvenuto che le amministrazioni hanno affidato alle imprese cooperative la gestione di servizi sociali a costi molto inferiori al dovuto, realizzando un certo risparmio; i lavoratori impiegati dalle cooperative convenzionate, infatti, si sono trovati per anni ad operare in condizioni salariali e normative molto inferiori a quelle dei loro colleghi dipendenti delle stesse pubbliche amministrazioni o di aziende tradizionali (profit), almeno formalmente obbligate al rispetto degli standard contrattuali. Questo ha significato lavoratori sottopagati, privi delle più elementari garanzie sociali, quali ad esempio la copertura infortunistica, i versamenti previdenziali, il trattamento di malattia, le ferie e addirittura, per le donne, la maternità (in un settore in cui la presenza di forza lavoro femminile è valutata intorno al 70% del totale degli addetti).

Tutto questo è avvenuto a fronte di una crescita esponenziale del fatturato delle cooperative sociali, a cui continuano ad essere devolute quote crescenti di welfare, cui non è però corrisposto un miglioramento delle condizioni di lavoro; viceversa, la crescita di questi organismi ha portato verso una loro ulteriore adesione al modello tradizionale di impresa capitalistica, svuotando di significato i residui lasciti dell’eredità sociale e mutualistica, riducendo le assemblee ad atti formali (quali l’approvazione di bilanci preconfezionati ed ai più incomprensibili) e selezionando naturalmente la gerarchia interna, attraverso la specializzazione forzata delle mansioni, ormai rigidamente separate fra esecutive e manageriali. E’ sempre Paola Tubaro che scrive “Per inciso, non è un caso che le più accese campagne di promozione delle organizzazioni non profit siano venute, negli anni Ottanta, dai governi conservatori di Ronald Reagan (e poi di George Bush) negli Stati Uniti e di Margaret Thatcher in Gran Bretagna. Il terzo settore era diventato, per i loro curatori di immagine, un formidabile belletto per rendere presentabili al grande pubblico politiche ultraliberiste. Favorire il terzo settore (…) serviva a coprire ciò che realmente avveniva: la deregolamentazione dell’industria, la riduzione del carico fiscale per le imprese, i tagli drastici ai servizi sociali”[2].

L’Italia non ha fatto eccezione, anzi il Forum del Terzo Settore – organismo rappresentativo del non profit italiano – è stato ed è uno dei più entusiasti sostenitori dell’introduzione nella Costituzione della Repubblica del principio di sussidiarietà, cioè dell’espianto della gestione pubblica dall’erogazione dei servizi essenziali, scuola e sanità comprese.

LA REALTA’ DEL TERZO SETTORE A ROMA

Quelli che seguono sono i racconti di alcuni operatori dei servizi sociali e assistenziali della Capitale; pur nella loro parzialità, contribuiscono alla comprensione delle condizioni materiali in cui è costretto a vivere chi lavora in questo settore. Nella maggior parte dei casi, su richiesta degli stessi interessati, abbiamo omesso ogni riferimento; fa eccezione la vicenda della cooperativa Iskra, che abbiamo ricostruito dagli articoli pubblicati fra l’aprile e il maggio 1998 dal Messaggero e da Liberazione.


GLI A.E.C.: LA STORIA DI LUCIANA E QUELLA DEI POLIS

Gli Assistenti Educativi Culturali (AEC) sono operatori incaricati di fornire sostegno e assistenza ai bambini disabili all’interno della scuola. A Roma, questo servizio viene gestito in forma piuttosto bizzarra: una parte degli AEC sono alle dirette dipendenze del Comune, mentre altri vengono forniti da cooperative convenzionate. Questa schizofrenia determina la situazione di persone che svolgono il medesimo lavoro per il medesimo committente (il Comune), ma in condizioni abissalmente differenti: gli AEC dipendenti comunali sono regolarmente inquadrati, retribuiti e godono di tutti i diritti che spettano ad un lavoratore; gli AEC forniti dalle cooperative, viceversa, nel migliore dei casi sono inquadrati a livelli inferiori a quello reale e nel peggiore (il più diffuso) non sono inquadrati affatto e sono impiegati con la famigerata formula del “collaboratore”, pagati a cottimo e senza alcun diritto a ferie, malattia, ecc. Naturalmente, le cooperative che adottano questo sistema, similmente all’assistenza domiciliare (del resto, alcune sono le stesse), lucrano un buon 40% sui compensi erogati dal Comune.

La storia di Luciana è emblematica: trentenne, per anni assistente domiciliare precaria, viene contattata da una cooperativa sociale che ha ottenuto l’affidamento del servizio AEC. La zona di competenza della cooperativa si trova molto lontano dall’abitazione di Luciana, ma la prospettiva di un lavoro diverso, a contatto con i bambini, la fa decidere ad accettare l’offerta.

Le condizioni sono le solite: 10.000 lire l’ora, niente contributi, niente ferie, ecc. Per alcuni mesi, in qualunque condizione climatica, Luciana esce di casa prima delle 7.00, inforca il suo vecchio motorino e attraversa mezza città per raggiungere puntualmente il posto di lavoro. A volte, le capita di tardare di qualche minuto, ma sul suo conto non si registrano lamentele né da parte della scuola, né dalla famiglia del bambino che le è affidato, che anzi le si affeziona.

Una mattina, mentre è diretta al lavoro, Luciana ha un incidente: la ruota del motorino incontra una delle tante buche che rendono pericolose per i motociclisti le strade della Capitale, specialmente quelle periferiche, lontane dagli occhi dei turisti e dall’interesse degli amministratori. La caduta provoca a Luciana alcune brutte escoriazioni e danneggia seriamente il motorino; un automobilista di passaggio che ha assistito all’incidente si offre di accompagnare subito Luciana al pronto soccorso e lei, naturalmente, accetta, anche perché ha bisogno di essere medicata.

Prima di avviarsi verso l’ospedale, Luciana chiama con il suo cellulare la scuola e comunica quello che le è successo, avvertendo che non potrà essere presente; subito dopo, chiama la cooperativa per effettuare la stessa comunicazione alla coordinatrice del servizio, in modo che possa provvedere a sostituirla. In cooperativa non c’è nessuno e lei lascia un messaggio sulla segreteria telefonica.

Al pronto soccorso, l’attesa e le medicazioni portano via la mattinata, e quando Luciana è di nuovo in strada è passato mezzogiorno. Nel frattempo, non ha ricevuto alcuna comunicazione sul cellulare da parte della cooperativa. Torna a casa con l’autobus e, appena arrivata, telefona nuovamente in cooperativa; stavolta, la coordinatrice le risponde e la conversazione prende subito una piega inaspettata.

“Per colpa tua, un bambino è rimasto senza assistenza e la Preside della scuola ha minacciato di riferire tutto al Comune e di farci revocare la convenzione” si sente dire Luciana, che tenta di scusarsi (ma perché bisogna scusarsi per un incidente?).

“Ma ho avuto un incidente, mi sono fatta male e forse il motorino è da buttare… poi, vi ho avvertito subito per essere sostituita, che altro potevo fare?”

“Sai benissimo che non possiamo fare sostituzioni con un preavviso tanto breve… dove la trovo un’altra operatrice alle otto del mattino?”

Luciana cade dalle nuvole: “Ma come, non avete pensato che una persona può avere un imprevisto? Come facevo a sapere che avrei avuto un incidente?”

“Questo è un problema tuo. Noi ora rischiamo di perdere la convenzione. Il Presidente della cooperativa ha detto che non devi più lavorare con noi”

“Cosa? Mi licenziate perché ho avuto un incidente?!”

“Non sei licenziata, perché non sei mai stata assunta. La tua collaborazione con la cooperativa finisce qui”. E finisce anche la telefonata.

Luciana stenta a credere a quello che le è successo; per qualche giorno, tempesta di telefonate la cooperativa, implorando un appuntamento con il Presidente, ma la risposta è sempre la stessa: “No”.

Contatta anche le colleghe e i colleghi che conosce meglio, tutti le esprimono la propria solidarietà .

Di fronte all’intransigenza della cooperativa, Luciana decide di non subire passivamente; attraverso alcuni amici, si rivolge ad un avvocato, molto noto per il suo impegno in difesa dei diritti dei lavoratori. Esaminata la situazione, l’avvocato informa Luciana che si può intentare una causa per far riconoscere la natura subordinata del suo rapporto di lavoro e ottenere l’annullamento del licenziamento, con relativo risarcimento e reintegra nel posto di lavoro; la informa anche che sarà una cosa lunga, che l’esito non è scontato e che è bene portare qualche collega a testimoniare.

Luciana richiama i colleghi che le avevano espresso solidarietà, chiedendo loro se sono disposti a testimoniare sugli aspetti che possono dimostrare la reale natura del rapporto di lavoro, che anche loro conoscono benissimo: sono inquadrati in un organico gerarchico, mansioni e orari vengono determinati dai propri superiori, ecc. Con grande amarezza, Luciana colleziona una serie di imbarazzati dinieghi, tutti sul tipo: “Lo so che hai ragione, ma io non mi posso esporre… sono nella tua stessa condizione, se vogliono mandano via anche me”.

“Ma non possono mandare via tutti!” cerca di insistere Luciana.

“E perché? A parte il fatto che non tutti avranno il coraggio di testimoniare, la cooperativa non ci mette niente a trovare qualcun altro: hanno centinaia di richieste di lavoro”.

Alla fine, Luciana rinuncia alla ricerca di testimoni. La causa si farà lo stesso, ma vincerla sarà ancora più difficile.

Alcune settimane dopo l’incidente, Luciana sentì il bisogno di avere notizie del bambino che aveva seguito per mesi; telefonò alla famiglia e apprese dalla mamma che, alla sua richiesta dei motivi dell’improvvisa sparizione di Luciana, la cooperativa aveva risposto che se ne era andata senza preavviso perché le era capitato un lavoro migliore.

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La vicenda degli A.E.C. romani è piuttosto interessante anche per la comprensione della perversità dell’utilizzo del terzo settore nella gestione di servizi pubblici. Una parte del servizio di assistenza ai bambini disabili nelle scuole è effettuata da circa 250 operatori dipendenti del Comune, il cui numero è recentemente aumentato a seguito dell’assunzione di una quarantina di nuovi A.E.C., impiegati per questa mansione per due anni come lavoratori socialmente utili (LSU). A seguito di una lunga e dura vertenza sindacale, tutti gli LSU sono stati assunti dal Comune o dalle sue holding, non prima di aver rifiutato con fermezza la proposta di costituire le solite cooperative che avrebbero poi gestito i servizi comunali in regime di appalto.

La lotta dei lavoratori e delle lavoratrici, sostenuta da alcuni sindacati extraconfederali, e il loro rifiuto di costituire cooperative portò, fra l’altro, ad effettuare una analisi dei costi dalla quale emerse con chiarezza che la Pubblica Amministrazione non avrebbe realizzato alcun risparmio, affidando i servizi ad organismi esterni; anzi, la spesa sarebbe stata senz’altro superiore a quella necessaria per gestire direttamente i medesimi servizi. Di fronte alla prospettiva di un intervento della Corte dei Conti (già attivatasi nei confronti delle due Giunte Rutelli per altre vicende di esternalizzazioni e per alcune “consulenze” decisamente ben retribuite), risultò inevitabile scartare l’opzione delle cooperative, che i lavoratori non erano comunque disponibili a prendere in considerazione.

Nonostante queste considerazioni, dal 1999 una parte del servizio – circa 150 operatori – era stata affidata ad alcune cooperative sociali, e lo rimarrà fino al 2003. Nella convenzione stipulata con il Comune, si legge l’obbligo, per gli organismi convenzionati, di applicare il Contratto Nazionale di categoria, ma le cose non stanno affatto così: che siano inquadrati formalmente come soci delle cooperative o che – come Luciana – vengano fatti lavorare come “liberi professionisti”, nessuno degli A.E.C. delle cooperative convenzionate guadagna più di 14.500 lire lorde per ogni ora di “assistenza effettivamente prestata”, come testimoniano le buste paga e le fatture che abbiamo esaminato. E il rispetto dei contratti resta sulla carta, perché nessuno controlla se le cooperative rispettino gli impegni sottoscritti.

IL NON PROFIT E GLI INTERVENTI SUL DISAGIO GIOVANILE

Gli interventi per la prevenzione del disagio giovanile sono da alcuni anni in cima alle priorità del lavoro sociale, almeno stando a quanto periodicamente compare sui giornali e in video, solitamente in relazione a qualche fatto di cronaca particolarmente scioccante o a qualche inchiesta clamorosa; del resto, una metropoli come quella romana, in cui esistono quartieri grandi come città di medie dimensioni completamente abbandonati a sé stessi, è inevitabile che il disagio giovanile abbia assunto negli anni forme e dimensioni particolarmente allarmanti.

Non è un mistero, ad esempio, che esistano zone della città con un tasso di abbandono scolastico da terzo mondo e che proprio queste zone siano quelle da cui proviene la quasi totalità dei “clienti” del Tribunale Penale Minorile e del carcere minorile di Casal del Marmo. Nell’ultimo decennio, si sono moltiplicate le iniziative tese a contrastare i fenomeni di disagio giovanile e devianza, quali appunto la dispersione scolastica, l’abuso di sostanze stupefacenti, la violenza contro le persone e le cose, l’incultura e il razzismo. Un grande sforzo economico, anche attraverso l’utilizzo di specifici e massicci finanziamenti dell’Unione Europea, è stato fatto verso l’area di Tor Bella Monaca, un enorme comprensorio di recente edificazione nell’estrema periferia sudorientale di Roma, oltre la cintura del Grande Raccordo Anulare; molte associazioni e cooperative sociali sono state finanziate per effettuare diversi tipi di intervento nelle scuole e nelle strade di Tor Bella Monaca.

Nel biennio 2000/2001, è stato finanziato con circa 400 milioni di lire un intervento articolato sul territorio, che prevedeva un capillare lavoro di strada e l’attivazione di un centro di aggregazione che doveva mettere a disposizione dei giovani alcune risorse, prima fra tutte la possibilità di avvicinarsi alle nuove tecnologie informatiche e comunicative, da cui molti giovani sono oggettivamente esclusi.

La cooperativa risultata vincente nell’assegnazione del servizio, al momento dell’avvio del lavoro, ha assunto in fretta e furia alcuni operatori, “pescati” dai curricula pervenutigli. Il racconto di Cinzia è, a questo proposito, illuminante.

“Avevo inviato il mio curriculum alla cooperativa due anni prima e, sinceramente, me ne ero anche dimenticata. Improvvisamente, nel gennaio 2000, ricevo una telefonata con cui mi viene chiesto se sono disponibile ad essere impiegata in un lavoro sui giovani a Tor Bella Monaca. Ho accettato principalmente perché mi è stato detto che, dovendo lavorare solo alcuni pomeriggi, avrei potuto continuare a fare il mio lavoro la mattina nelle scuole materne. In realtà, non avevo la minima idea di quello che avrei dovuto fare, ma pensavo che sarebbe stato attinente alle esperienze che avevo indicato nel mio curriculum”.

La prima sorpresa, per Cinzia, è che nessuno le spiega niente e che si ritrova direttamente nelle strade di Tor Bella Monaca con un nuovo collega, Carmelo, che lavora già da qualche tempo per la cooperativa; è lui a spiegarle sommariamente in cosa consiste il lavoro. Inizialmente, dice, dobbiamo “mappare” tutti i luoghi di aggregazione dei giovani, quali muretti, bische, bar, ecc.

Carmelo confessa di non conoscere affatto l’immenso quartiere e comunica a Cinzia che altre due coppie di operatori sono impegnate, in altre zone, nello stesso lavoro di “mappatura”.

Alla domanda di Cinzia “Quanto deve durare questa prima fase?”, Carmelo allarga le braccia.

Inizia la “mappatura”: per due pomeriggi settimanali, Cinzia e Carmelo passeggiano per le vie di Tor Bella Monaca, prendendo nota di tutti quelli che appaiono come luoghi di ritrovo di giovani e adolescenti. Per decine di ore, i due perlustrano la zona assegnata, che comprende anche una vasta area semirurale, che non sembra nemmeno appartenere ad un contesto urbano. Come loro, nelle rispettive zone, procedono le altre due “unità di strada”.

Cinzia è molto scrupolosa e, all’inizio, prende molto sul serio il proprio lavoro, segnando diligentemente tutti i luoghi che le appaiono interessanti e ripromettendosi di tornarci quando, terminata la “mappatura”, si passerà alla presa di contatto con i ragazzi… il che, per la verità, la preoccupa molto.

“Non avevo la minima esperienza di lavoro di strada sugli adolescenti a rischio, e nemmeno la minima formazione! Ho sempre lavorato con i bambini delle scuole materne. D’altra parte, pensavo che, prima o poi, avrei avuto la possibilità di confrontarmi con i colleghi che lavoravano nel progetto, poi mi sembrava che Carmelo fosse un po’ più esperto di me e, infine, avevo saputo che le altre unità di strada erano costituite da operatori di grande esperienza, per cui aspettavo con trepidazione la prima riunione di tutti gli operatori, per avere un confronto con loro, per capire cosa avrei dovuto fare…”

Invece, accadono altre cose: in primo luogo, molte volte Cinzia si ritrova da sola, perché Carmelo non si presenta agli appuntamenti ed è costretta a procedere da sola alla “mappatura”; naturalmente, anche dopo essersi resa conto che Carmelo è un fannullone, non se la sente di fare la spia e continua come meglio può in assoluta solitudine. Poi, per mesi, la chimerica riunione dell’èquipe viene continuamente rimandata a data da destinarsi. Infine, e siamo ormai alla fine di marzo, Cinzia si rende conto che ha “mappato” l’intera zona assegnatale e che bisogna passare alla fase del contatto con i ragazzi.

Contatta la cooperativa, da cui le viene detto che non si è ancora pronti per la seconda fase e che deve continuare la “mappatura”. Cinzia obietta che non c’è più nulla da “mappare”, che ha percorso le strade in lungo e in largo (quasi sempre da sola, ma questo non lo dice) e che non ha senso continuare così. Niente da fare: “Continua a osservare e a registrare quello che vedi. Presto organizzeremo una riunione con tutti gli operatori e passeremo alla seconda fase”.

Cinzia si rassegna e, per altri due mesi, continua a passeggiare per Tor Bella Monaca; in tutti questi mesi, naturalmente, non ha mai preso una lira e la cooperativa non le ha fornito alcuno strumento, nemmeno un volantino che spieghi le finalità del progetto. E’ comprensibile che avverta uno stato di disagio sempre più forte.

Finalmente, ad estate già iniziata, viene convocata la famosa riunione, che Cinzia ricorda ancora con orrore.

“Ero convinta che, finalmente, avrei potuto parlare dei miei problemi, delle mie difficoltà, per capire come avrei dovuto continuare il lavoro… invece, mi sono trovata in mezzo a persone – che vedevo per la prima volta – che non facevano altro che litigare, in un clima indescrivibile. Per quanto sono riuscita a capire, esisteva un rancore profondo fra gli operatori e fra gli operatori e l’amministrazione della cooperativa. Ho capito, per esempio, che il Presidente della cooperativa era fortemente sospettato di intascarsi i soldi del Comune e di infischiarsene del progetto, salvo pretendere dagli operatori che svolgessero comunque il loro lavoro, anche in condizioni evidentemente impossibili.

Per esempio, uno degli operatori più esperti tentò di far capire che non era possibile chiarire ai ragazzi il senso del progetto se non si avevano a disposizione almeno dei volantini illustrativi, e che bisognava dare vita a qualche iniziativa concreta, peraltro ampiamente prevista dal progetto. Di fronte a queste osservazioni, il Presidente della cooperativa andò su tutte le furie, accusando gli operatori di non essere capaci di fare il proprio lavoro”.

C’era un altro problema, che Cinzia voleva discutere: il progetto prevedeva l’apertura di un centro di aggregazione dove i ragazzi potessero, fra l’altro, apprendere l’uso del computer e cimentarsi con le possibilità offerte, il che rappresentava anche una di quelle iniziative concrete che avrebbero dovuto suscitare l’interesse e l’apprezzamento dei giovani. L’argomento non poté essere affrontato, perché il Presidente della cooperativa chiuse bruscamente la riunione, chiamato da altri impegni.

Il calvario di Cinzia continuò per tutta l’estate. Verso luglio, un suo collega le fece avere un pacco di volantini, finalmente preparati dalla cooperativa, raccomandandole di usarli con parsimonia. I volantini erano assolutamente incomprensibili, non si capiva nulla di quello che dicevano, non c’era nessuna indicazione per i giovani, nemmeno un numero di telefono.

Cinzia si trascinò fino alla fine di settembre, quando decise di tirare le conseguenze di quanto aveva capito. “Ho dovuto prendere atto che il solo interesse della cooperativa era quello di appropriarsi dei fondi stanziati dall’Unione Europea attraverso il Comune di Roma. Ho il sospetto, per esempio, che tutte le ore di lavoro non fatte da Carmelo, quando mi trovavo da sola, in realtà venissero lo stesso fatturate, per percepire i relativi compensi. Mi sono sentita un verme: seppure involontariamente, mi stavo rendendo complice di una truffa. Alla fine di settembre, ho comunicato alla cooperativa che me ne andavo, chiedendo i miei soldi, poiché non avevo ancora visto una lira. Sono riuscita a farmi pagare poco prima di Natale, meno di quanto mi avevano promesso”.

Alcuni mesi dopo, Cinzia venne a sapere che, finalmente, la cooperativa aveva aperto il centro di aggregazione previsto dal progetto e finanziato dall’U.E. Naturalmente, dei computer e degli accessori previsti per avviare l’alfabetizzazione informatica dei giovani, non si vide mai traccia; come raccontò a Cinzia un altro operatore, nella sede del centro vennero portati tre vecchi apparecchi di terza mano, dei quali solo uno collegato alla rete telematica e uno con funzioni esclusivamente estetiche, perché non si accendeva nemmeno. Complessivamente, per finanziare quel progetto l’Unione Europea ha assegnato al Comune di Roma, e questi alla cooperativa, 400 milioni di vecchie lire.

IL NON PROFIT E LA TOSSICODIPENDENZA

La stessa cooperativa che ha così brillantemente operato a Tor Bella Monaca si è anche fatta un nome nella prevenzione della tossicodipendenza, ottenendo la gestione di diversi servizi da parte delle ASL. Doriana, una giovanissima operatrice, ha avuto una breve ma illuminante esperienza

“Mi hanno preso, a 15/16.000 lire l’ora, per realizzare un intervento di prevenzione della diffusione delle sostanze stupefacenti fra i giovani di un grosso centro alle porte di Roma. Che io sappia, per un anno di intervento la ASL di zona ha stanziato circa centocinquanta milioni di vecchie lire”.

Come si realizza questo intervento?

“Premesso che non avevo nessuna formazione e nessuna esperienza, mi hanno detto che dovevo contattare i giovani, in alcune zone considerate a rischio, parlare con loro e distribuire del materiale informativo, per due volte la settimana, insieme ad un altro collega”.

Il materiale era concepito e prodotto per quella specifica situazione?

“Macchè! Ci hanno dato solo un po’ di opuscoli del Ministero della Sanità, gli stessi che distribuiscono nelle scuole… così loro non spendono una lira”.

Insomma, che lavoro fate?

“Hai presente quelli che distribuiscono la pubblicità? Quello”.

150 milioni per qualche volantinaggio… un bell’affare non profit, non c’è dubbio.

IL NON PROFIT E IL SINDACATO

Nell’estate del 1996, Sergio Cofferati, Segretario della CGIL, lanciò un grido di allarme sulle condizioni di lavoro nelle cooperative sociali, provocando polemiche a non finire. L’atto di accusa del leader del maggiore sindacato italiano riguardava il fatto che troppo spesso la forma della cooperativa sociale serve per nascondere una sostanza di sfruttamento dei lavoratori, in virtù di un utilizzo spregiudicato e strumentale di una legislazione peraltro largamente deficitaria. La reazione delle Centrali cooperative alle dichiarazioni di Cofferati fu inviperita e non dissimile da quelle, consuete, delle associazioni padronali.

Meno di due anni dopo, nella primavera 1998, si è verificato un episodio simile a tanti altri, con la differenza che, questa volta, le vittime non sono rimaste in silenzio.

Il fatto è stato riportato anche dalla grande stampa romana, per cui non c’è bisogno di oscurare nomi e circostanze: Aldo Nigro e Davide Zura, soci lavoratori della cooperativa ISKRA, convenzionata con il Comune di Roma per l’assistenza domiciliare agli handicappati, vengono licenziati in tronco, con l’accusa – gravissima – di avere intimidito e maltrattato Alessandro, un utente affidatogli. La CGIL Funzione Pubblica, di cui Aldo è membro del Direttivo Regionale, fornisce una versione molto diversa: i due sono stati licenziati perché impegnati nel sindacato, per il rispetto delle regole democratiche in una cooperativa che non vuole riconoscere il diritto dei soci ad avere una rappresentanza sindacale e che lascia alquanto a desiderare in tema di mutualismo e solidarietà; a suffragio della propria tesi, la CGIL ha prodotto una copiosa documentazione, che comprende anche alcune lettere in cui la madre di Alessandro smentisce decisamente quanto sostenuto dalla cooperativa.

Per tutta risposta, la cooperativa interrompe unilateralmente l’assistenza domiciliare ad Alessandro, gettando nella disperazione l’intera famiglia e incurante del fatto che ciò costituisce una gravissima violazione degli obblighi nei confronti del Comune di Roma, sottoscritti dalla cooperativa al momento della firma della convenzione per la gestione del servizio.

Nello scontro interviene la Lega delle Cooperative, alla quale l’ISKRA è affiliata, definendo “fuori luogo” le accuse del sindacato e sostenendo, fra l’altro, che Aldo e Davide non avevano alcun titolo per svolgere attività sindacale.

Al momento del licenziamento, Aldo lavorava con i disabili da più di dieci anni; padre di due bambini, ha sempre respinto con fermezza le accuse di maltrattamenti addotte a motivo del suo licenziamento e di quello di Davide.

“Io e Davide seguivamo Alessandro da almeno otto anni; è sempre stato una persona molto difficile, conosciuto in tutto il quartiere. Il nostro lavoro, che è stato molto duro e faticoso, ha prodotto ottimi risultati non solo per lui, ma per la famiglia e per l’intero quartiere, come possono confermare tutti i responsabili della Circoscrizione e dell’USL. La verità è che avevamo iniziato da alcuni mesi una vertenza interna sui carichi e sull’organizzazione del lavoro, contro una ristrutturazione guidata da due consulenti esterni e finalizzata a garantire il potere dei dirigenti; per esempio, gli operatori sindacalizzati o comunque scomodi sono stati tutti assegnati ai casi più difficoltosi e difficili da raggiungere, secondo la logica dei reparti confino della FIAT degli anni cinquanta. Come Delegato alla Sicurezza, avevo contestato numerose inadempienze della 626: hanno voluto farci pagare anche questo”.

Nonostante le interrogazioni di alcuni Consiglieri, il Comune non ha preso alcun provvedimento nei confronti della cooperativa per l’abbandono unilaterale dell’assistenza ad Alessandro. La causa intestata da Aldo contro la cooperativa è ancora in corso; poiché era un socio, la competenza è del Tribunale Civile, il che significa che le spese sono infinitamente più alte di quelle di una normale causa di lavoro… un altro privilegio del terzo settore.

LA TORTURA DEGLI STIPENDI

Alessandro lavora da quattro anni in una cooperativa convenzionata con il comune di Roma per l’assistenza domiciliare agli anziani, ai disabili e per la gestione di numerosi altri servizi assistenziali; non è mai stato messo in regola, né come socio, né come dipendente. Viene pagato a cottimo, poco più di 10.000 lire nette l’ora, per un servizio per il quale il Comune versa alla cooperativa più di 26.000 lire per ogni ora di lavoro prestato.

Lo “stipendio” di Alessandro viene erogato con grande irregolarità, con uno, due, tre mesi ed anche più di ritardo: per esempio, a settembre inoltrato deve ancora ricevere il suo compenso per il lavoro svolto a maggio.

La dinamica è sempre la stessa: Alessandro – come tutti gli altri operatori – tempesta di telefonate l’ufficio amministrativo della cooperativa, chiedendo se può passare a ritirare i propri soldi, per sentirsi rispondere da una segretaria o da un ragioniere che i soldi non ci sono, bisogna aspettare, ecc. La storia può durare anche qualche settimana, fino a quando, finalmente ascolta al telefono le parole magiche: “Puoi venire a ritirare l’assegno”. In genere, le parole magiche vengono pronunciate il venerdì, quando l’assegno non può essere incassato fino al successivo lunedì. Ma questo è il meno.

Quando Alessandro si precipita in cooperativa, naturalmente trova altre decine di colleghi e colleghe che hanno ricevuto la stessa comunicazione, per cui si mette in fila per ricevere dalle mani della segretaria il prezioso assegno; quando arriva il suo turno, si sente dire: “Mi dispiace, gli assegni sono finiti. Prova a ripassare lunedì”. Alessandro rimane interdetto: “Che vuol dire che gli assegni sono finiti?”

La segretaria – avvezza al ruolo – alza le spalle: “Vuol dire che la banca non ci ha dato un numero di assegni sufficiente per tutti voi… lunedì cercheremo di farcene dare altri”.

Alessandro impreca, e con lui la fila di operatori che lo segue. Tutti si chiedono il perché di questa storia, che si ripete ogni volta ci sia da riscuotere il magro stipendio. La risposta arriva da un sindacalista che conosce bene il cosiddetto terzo settore e il mondo della cooperazione sociale.

“Non è un problema di cattiva organizzazione – spiega – perché non è pensabile che lo stesso spettacolo si ripeta ogni volta… se l’azienda sa che deve pagare, poniamo, cento persone, perché alla banca chiede soltanto settanta assegni?”

“Già, perché?” domanda Alessandro.

“E’ un sistema di controllo – continua il sindacalista – un modo per farti sentire sempre in bilico, alla mercé di eventi imprevedibili, un ricatto invisibile per costringerti a chiedere per favore quello che ti spetta di diritto. Un addestramento alla sottomissione e al servilismo, insomma”.

Alessandro è colpito dalla spiegazione. In effetti, all’annuncio che “gli assegni sono finiti” lui e i suoi colleghi reagiscono sempre nella stessa maniera: prima si arrabbiano, poi se ne vanno, perché tanto non c’è niente da fare… ma qualcuno rimane sempre, e chiede di poter incontrare il Presidente o il Vicepresidente, i quali, di fronte alla rappresentazione di situazioni disperate (bollette scadute, affitti da pagare, conti in sospeso dal macellaio, necessità di libri per la scuola dei bambini, ecc.), concedono magnanimamente ai tapini un acconto o, addirittura, il versamento dell’intero stipendio. Il nobile gesto è sempre accompagnato da raccomandazioni vagamente minacciose, quali “Lo faccio solo per te, non farlo sapere agli altri”, ecc.

Un addestramento alla sottomissione e al servilismo, ma non solo: questo sistema è anche un potente incentivo alla desolidarizzazione, alla distruzione di ogni sentimento di appartenenza collettiva del lavoratore, ridotto allo stato di un individuo miserabile, pronto ad ogni bassezza pur di ottenere il “privilegio” di ricevere i suoi soldi prima degli altri. Le molestie sessuali, tanto per dirne una, sono una delle conseguenze naturali del “sistema” che il sindacalista ha spiegato ad Alessandro.

L’ACCOGLIENZA AGLI HOMELESS: LA STORIA DI SABRINA

Naturalmente, il frenetico fund raising dei manager non profit non si è lasciato sfuggire il nuovo mercato prodotto dall’aumento dei nuovi poveri nelle metropoli, rappresentati a Roma anche da migliaia di homeless, molti dei quali immigrati extracomunitari.

Alla fine degli anni 90, il Comune finanziò alcune cooperative sociali per gestire centri di accoglienza che non avessero le caratteristiche dei vecchi dormitori, ma che fossero in grado di fornire non solo assistenza, ma anche un progetto di reinserimento sociale. Sulla carta, almeno.

Sabrina e Mauro vennero assunti – naturalmente come “liberi professionisti” – dalla cooperativa che gestiva un centro di accoglienza in una zona centrale, con una forte concentrazione di homeless e di immigrati.

Nel giro di pochissimo tempo, si resero conto che i progetti di reinserimento erano inesistenti e che la struttura svolgeva esattamente la stessa funzione di parcheggio dei tanto vituperati dormitori; in più, i turni erano massacranti, perché la cooperativa affidataria del servizio, per aumentare il guadagno, aveva assunto pochissimi operatori, costretti ad orari impossibili. Per ottimizzare i costi, si era arrivati addirittura a lasciare incustodita la struttura nelle ore notturne, abbandonando a sé stessi gli “ospiti”.

In questo contesto, non stupisce la notizia di litigi violenti e ferimenti avvenuti nelle ore notturne fra gli “ospiti”, ma le rimostranze di Sabrina e Mauro ai dirigenti della cooperativa non vengono prese in considerazione, anzi ai due viene fatto capire che, se vogliono continuare a lavorare, è bene che stiano tranquilli. Recepito il messaggio, per qualche tempo i due, che hanno assolutamente bisogno di lavorare, si adattano, anche perché il presidente della cooperativa non perde occasione per sbandierare la sua stretta amicizia con l’Assessore competente.

Un giorno, però, avviene un fatto che supera persino il bisogno di lavoro dei due giovani operatori. In breve, un’ospite straniera confessa a Sabrina di essere stata costretta a subire le attenzioni sessuali del presidente della cooperativa, come molte altre “ospiti” prima di lei, sotto la minaccia di essere nuovamente sbattuta in mezzo alla strada. Sabrina, inorridita, cerca di convincere la donna a denunciare il suo aguzzino, ma si scontra con la paura e la diffidenza di chi conduce un’esistenza precaria, sottoposta ai capricci di un permesso di soggiorno altrettanto precario.

Sabrina parla della vicenda con il suo collega, che le conferma di aver sentito anche lui qualche voce in proposito da altri “ospiti”; in sostanza, il presidente della cooperativa sarebbe un habitué della molestia sessuale, scegliendo oculatamente i suoi bersagli fra le “ospiti” immigrate con problemi di rinnovo del permesso di soggiorno o fra le homeless con problemi psichiatrici, le cui eventuali denunce non sarebbero mai prese sul serio.

I due si rendono conto di poter fare ben poco, ma non se la sentono di tacere; si rivolgono ad alcuni Consiglieri comunali, che a loro volta chiedono all’Assessore competente di intervenire, ma la risposta che ottengono è a metà fra il burocratico e lo sprezzante: in sintesi, la cooperativa ha regolarmente ottenuto la gestione della casa di accoglienza, l’Amministrazione non ha mai ricevuto reclami ufficiali, non vi sono denunce e, dulcis in fundo, il presidente della cooperativa è iscritto allo stesso partito dell’Assessore. Dunque, nessun problema.

Sabrina e Mauro sono costretti a lasciare il lavoro, perché il presidente della cooperativa, informato dall’Assessore amico, non ci mette molto a capire chi ha cercato di intromettersi nei suoi affari. Affari che continuano a prosperare.

LA COOPERATIVA MODELLO

L’ultima vicenda che raccontiamo è anche quella che ha fatto più rumore nel Terzo Settore romano, insieme a quella dei sindacalisti licenziati dall’Iskra, rispetto alla quale è avvenuta dopo qualche mese, al principio del 1999.

La storia avviene nella stessa cooperativa della “tortura degli stipendi”, che gestisce anche i servizi di assistenza domiciliare in due Municipi, e inizia nel giugno 1998, quando il malessere che serpeggia fra i lavoratori della cooperativa diventa più acuto perché il ritardo nel pagamento degli stipendi è diventato intollerabile: decine di operatori – stiamo parlando della cooperativa più grande della città, da molti considerata un “modello”, affiliata a Legacoop – non percepiscono una lira da tre mesi, la situazione di molti è prossima alla disperazione. Come se non bastasse, si apprende che la direzione della cooperativa ha pensato bene di investire una cifra esorbitante (circa 150 milioni di vecchie lire) nell’acquisto di una barca da diporto ed altre centinaia di milioni per finanziare gli spettacoli dell’Estate Romana, cui partecipa il vicepresidente della cooperativa, a sua volta cantante e impresario.

La rappresentanza sindacale interna del Cobas servizi sociali – RdB, dopo inutili tentativi di dialogo con la direzione, proclama uno sciopero per l’intera giornata del 20 luglio; nonostante le minacce verso i lavoratori (in particolare contro i tantissimi precari), lo sciopero riesce in pieno. A quel punto, la situazione sembra sbloccarsi: il Cobas – RdB ottiene il versamento degli stipendi, un aumento dei compensi dei “collaboratori” e la regolarizzazione di un primo gruppo di quindici lavoratori e lavoratrici, con l’impegno di procedere gradualmente alla regolarizzazione di tutti gli operatori impiegati.

Dopo la pausa di agosto, però, si comprenderà che l’atteggiamento ragionevole della direzione era dettato solo dalla necessità del momento; in effetti, viene messa in piedi una sistematica campagna terroristica verso il Cobas – RdB, accusato di puntare alla distruzione dell’azienda ed alla conseguente perdita del lavoro. I soci lavoratori, che costituiscono meno di un terzo della forza lavoro impiegata dalla cooperativa, vengono convinti che la loro posizione è in pericolo e che la regolarizzazione dei lavoratori provocherebbe un disastro economico. Parallelamente, la direzione impianta una vera e propria campagna diffamatoria contro i sindacalisti più impegnati e, in particolare, contro Marco, presentato come un estremista irresponsabile, nonostante sia un dirigente del Partito della Rifondazione Comunista; lo schieramento dei rappresentanti istituzionali del PRC a fianco delle ragioni dei lavoratori diventa a sua volta argomento di persuasione nei confronti dei soci lavoratori.

A dicembre, un’operatrice precaria, in servizio da più di due anni senza contratto e senza tutele, viene bruscamente licenziata. Ufficialmente, le viene imputata una cattiva gestione del suo lavoro ed anche nei suoi confronti viene confezionata una umiliante campagna diffamatoria, arrivando a far circolare la voce che si appropriava del denaro degli utenti; in realtà, la sua colpa era quella di essere un’aderente del Cobas – RdB, nonché iscritta a Rifondazione Comunista.

Poche settimane dopo, la stessa sorte tocca a Marco, che però è un socio lavoratore, per cui si rende necessario ricorrere ad un espediente. La soluzione trovata dal Presidente della cooperativa è piuttosto rischiosa, ma funziona: al termine delle ferie natalizie, Marco aveva presentato alla cooperativa, consegnandola nelle mani del Presidente, una richiesta di prolungamento del periodo di aspettativa non retribuita di cui usufruiva da alcune settimane; pochi giorni dopo, riceve una raccomandata della cooperativa che gli comunica il licenziamento perché non si era presentato al lavoro. Semplicemente, la sua richiesta di aspettativa era stata fatta sparire.

Naturalmente, la situazione si fa incandescente: il Cobas – RdB e Rifondazione Comunista promuovono una manifestazione di fronte agli uffici della cooperativa, con la solidarietà degli altri sindacati di base ed anche della CGIL, mentre gli avvocati di Marco presentano subito un ricorso al Tribunale Civile. Il Presidente della cooperativa viene anche querelato per l’occultamento della lettera di richiesta dell’aspettativa.

Alla prima udienza del Tribunale Civile, in primavera, il magistrato dispone immediatamente la sospensione del provvedimento contro Marco e il suo reintegro nel posto di lavoro. In un clima di grande tensione, Marco riprende servizio, ma è evidente la volontà di costringerlo ad andarsene: sin dal primo giorno, viene bombardato di telegrammi della cooperativa che gli imputano ritardi inesistenti ed altre negligenze inventate di sana pianta. Marco non si lascia intimidire e continua a presentarsi regolarmente al lavoro, fino a quando – non sono passati neanche dieci giorni – riceve una nuova raccomandata che gli comunica un nuovo licenziamento.

Ad un anno di distanza dal licenziamento, Marco non aveva ricevuto nemmeno il t.f.r. e per riaverlo è stato costretto a rivolgersi ai Carabinieri, mentre ancora oggi non gli è stata restituita la quota sociale.

Attualmente, la causa civile è ancora in corso; in questi anni, la cooperativa ha fatto ricorso a tutte le tattiche dilatorie possibili e immaginabili, alternando minacce a proposte di trattativa mai seguite da alcun atto concreto. In una situazione analoga, di fronte ad un altro Tribunale, si trova l’operatrice licenziata prima di Marco.

Una verifica effettuata dall’Ufficio Vigilanza Cooperative del Ministero del Lavoro ha accertato che, nel solo 1999, quella cooperativa ha impiegato più di trecento lavoratori senza contratto, ma non risulta sia mai stata sanzionata in alcun modo. Analogamente, non vi è stato alcun intervento da parte del Comune di Roma, principale committente della cooperativa.

Il commento di Marco è molto amaro: “La verità è che non esiste la volontà politica di mettere in regola queste situazioni. Gli interessi in gioco sono troppo forti e coinvolgono tutti i partiti, nessuno escluso; una cooperativa come quella che mi ha licenziato fattura quasi dieci miliardi di vecchie lire l’anno e questo significa clientelismo, versamenti a fondo perduto per campagne elettorali, pacchetti di preferenze per questo o quel candidato… di fronte a tutto questo, i diritti di chi lavora contano veramente poco”.

*****

Questa vicenda, assieme a quella dell’Iskra, ha riproposto l’urgenza di interventi sulla conduzione dei servizi sociali affidati dal Comune di Roma al cosiddetto “terzo settore”, in particolare l’assistenza domiciliare ai disabili ed agli anziani; secondo i dati forniti dalla CGIL, nella Capitale le cooperative sociali impiegano circa 5000 operatori, cui vanno aggiunti quelli delle decine di associazioni, fondazioni, enti morali, ecc. Solo per quanto riguarda l’assistenza domiciliare, gli operatori impiegati sono oltre 2000 e garantiscono il servizio a circa 6000 utenti; nonostante il protocollo di intesa siglato sin dal 1996 con CGIL, CISL e UIL e il preciso impegno fatto sottoscrivere ai Presidenti di tutte le cooperative per ammetterle alla gestione dell’assistenza domiciliare, il Comune di Roma si è sempre ben guardato dal vigilare sul rispetto del Contratto Nazionale, chiudendo gli occhi sui fenomeni denunciati da Cofferati: diffusione del lavoro nero, precario, sottopagato e senza diritti. L’introduzione della Delibera 135 del 2000, che impone alle cooperative convenzionate l’applicazione dei Contratti Nazionali, non ha sostanzialmente modificato la situazione: i controlli ordinari previsti dalla stessa Delibera non sono mai stati effettuati, e quelli straordinari – richiesti formalmente dal Cobas – RdB – o non sono stati effettuati, o lo sono stati in maniera ridicola, limitandosi a richiedere alla cooperativa l’elenco dei lavoratori registrati presso l’INPS e dichiarando poi che i versamenti erano in regola. Peccato che i controlli dovrebbero servire ad individuare i lavoratori non registrati all’INPS e nei confronti dei quali non viene effettuato alcun versamento previdenziale.

[1] Paola Tubaro – Critica della ragion non profit – Edizioni DeriveApprodi

[2] Paola Tubaro, op. cit.

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Onlus: le regole delle entrate per il fund raising

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 1, 2008

Onlus: le regole delle entrate per il fund raising
di Carlo Mazzini
Il Sole 24 Ore
2 Giugno 2008

È alta l’attenzione del legislatore, dell’agenzia delle Entrate (come dimostra la circolare 59/07) e dell’agenzia per le Onlus verso le raccolte pubbliche di fondi.
La ragione è di diretta intuizione. Nel corso di manifestazioni e di eventi vari, gli enti non commerciali sollecitano la generosità dei cittadini, facendo leva sul credito di fiducia che viene loro concesso per la sola ragione di essere enti senza scopo di lucro
L’attenzione del legislatore è rivolta, pertanto, a non far nascere distorsioni del mercato e casi di concorrenza sleale verso quelle realtà for profit che operano negli stessi mercati dei beni o servizi offerti dalle non profit. Da qui il requisito dell’occasionalità delle raccolte pubbliche di fondi.
Inoltre, dalla norma viene richiesta la redazione, entro quattro mesi dalla fine del l’esercizio, di un separato rendiconto che evidenzi le entrate e le spese relative a ciascuna celebrazione, ricorrenza o campagna di sensibilizzazione che abbia visto l’offerta ai sovventori di beni di modico valore e di servizi. L’agenzia per le Onlus, nelle linee-guida presentate la settimana scorsa, con i relativi schemi di bilancio e rendicontazione, rileva questa necessità dedicando capitoli di spesa e di incasso (o di proventi) alle raccolte fondi. Il riferimento è da intendersi, si ritiene, in prima battuta a quelle che abbiano il carattere dell’occasionalità.
È opportuno che il dettaglio e la distinzione delle stesse sia il maggiore possibile, scorporando dai costi quelli relativi all’attività promozionale continuativa. In questo modo l’ente potrebbe trarne un non secondario beneficio, consistente nella possibilità di riuscire ad ottenere un indice di efficienza ad hoc per ogni singola raccolta fondi.

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Tesi di Laurea: La raccolta di risorse nelle aziende non profit

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 27, 2008

Tesi: La raccolta di risorse nelle aziende non profit
Riccardo Rossano, Università degli Studi di Milano – Bicocca, 2001-02
La tesi approfondisce la conoscenza del terzo settore e degli istituti ad esso facenti parte, riconducibili a vere e proprie aziende, anche se non profit, in virtù del requisito di economicità che devono perseguire e rispettare nel tempo. dopo una prima legittimazione aziendale del concetto di azienda non profit, vengono trattate le tecniche per la raccolta di risorse, materiali, umane, economiche, al fine di garantire la perdurabilità nel tempo (economicità) delle attività statutarie.
(La tesi completa su: http://www.tesionline.com)

Introduzione

Capitolo I: Non profit e principi economici d’impresa
1.1 Introduzione
1.2 Dal welfare state al privato sociale
1.2.1 Teoria della fornitura dei beni pubblici
1.2.2 Teoria del fallimento del contratto
1.3 La teoria delle variabili di offerta
1.4 I quasi-mercati e il settore non profit
1.5 Welfare mix e contracting-out: strumenti di competizione a favore dell’efficienza produttiva
1.6 Le condizioni per l’esistenza delle aziende non profit
1.7 La produzione di ricchezza
1.7.1 Creazione e distribuzione del valore
1.7.2 segue…finalismo economico d’azienda: breve confronto profit-non profit
1.8 Caratteristiche funzionali e aspetti critici di successo delle aziende non profit
1.8.1 La meritorietà dell’azione svolta come presupposto fondamentale per l’accaparramento delle risorse
1.9 Classificazione delle aziende non profit
1.9.1 Aziende autoproduttrici
1.9.2 Aziende di erogazione
1.9.3 Imprese sociali

Capitolo II: Aziende non profit: criticità dello strumento per la raccolta delle risorse
2.1 Introduzione
2.2 Definizione di fund raising
2.3 I portatori di interessi
2.4 Le risorse raccolte
2.5 La risorsa umana
2.5.1 Il volontariato d’impresa
2.6 La risorsa biologica
2.7 La risorsa finanziaria
2.7.1 Strategie di raccolta fondi
2.8 La natura dello scambio
2.9 Risorse illimitate e trade-off raccolta-consumo

Capitolo III: Marketing, comunicazione aziendale e fund raising
3.1 Introduzione
3.2 Il marketing non profit
3.3 Dichiarazione di missione
3.4 La centralità dell’individuo nell’orientamento delle aziende non profit
3.4.1 Customer orientation
3.4.2 Competitor orientation
3.4.3 Interfunctional coordination
3.5 Segmentazione del mercato
3.5.1 Criteri di segmentazione per il mercato degli individui
3.5.2 Criteri di segmentazione per il mercato delle imprese
3.5.3 Criteri di valutazione dei segmenti di mercato
3.6 Differenziazione dell’offerta
3.7 Strategie chiave di marketing
3.7.1 Strategia di direzione
3.7.2 Strategia di segmentazione
3.7.3 Strategia di posizionamento
3.8 La definizione del marketing mix
3.9 La produzione dell’azienda non profit
3.9.1 Componenti del prodotto e del servizio
3.9.2 Il ciclo di vita dell’offerta
3.9.3 L’analisi del portafoglio
3.10 Il fattore prezzo
3.10.1 Politiche di determinazione del prezzo
3.11 La struttura organizzativa di supporto alla distribuzione
3.12 La comunicazione dell’offerta
3.12.1 La pubblicità
3.12.2 La propaganda
3.12.3 Le pubbliche relazioni

Capitolo IV: La raccolta di risorse: mercati e strumenti
4.1 Introduzione
4.2 Il mercato delle persone
4.2.1 La piramide della donazione
4.2.2 Le campagne di tesseramento soci
4.2.3 Direct marketing
4.2.4 Il direct mail
4.2.5 Il telemarketing
4.2.6 Gli eventi speciali
4.3 Il mercato delle imprese
4.3.1 Le sponsorizzazioni sociali
4.3.2 Cause related marketing
4.3.3 Motivazioni delle operazioni di partnership
4.3.4 Quantificazione economica del contributo dell’anp
4.4 Il mercato degli enti pubblici
4.4.1 Il finanziamento pubblico delle aziende non profit
4.4.2 Appalto: dinamica di contatto e ruolo dell’anp
4.4.3 Elementi e criteri di giudizio per l’aggiudicazione di forniture dell’anp nei confronti degli enti pubblici
4.5 Il mercato delle fondazioni bancarie
4.5.1 Le fondazioni come enti grant-making:nuovi criteri di finanziamento del terzo settore
4.5.2 Formulazione delle politiche e delle strategie
4.5.3 Organizzazione operativa di erogazione
4.5.4 Gestione delle richieste e selezione delle informazioni: criteri di erogazione alle aziende non profit
4.5.5 Il caso delle fondazioni comunitarie

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Non profit, scoppia la guerra dei marchi

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 25, 2008

“Non profit, scoppia la guerra dei marchi” di Maria Silvia Sacchi
Corriere Economia, 09 luglio 2007
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Economia/2007/07_Luglio/09/sacchi_no_profit.shtml

Unicef, Emergency, Telethon: brand di valore in un mercato sempre più affollato. Dove migliaia corrono per il 5‰.

“Quanto avviene nella cassetta delle lettere è indicativo. Cataloghi di vendita per corrispondenza di cosmetici e di prodotti alimentari si mescolano a depliant per adottare a distanza un bambino o costruire scuole o villaggi in qualche Paese in via di sviluppo. Il paragone, non sembri irriverente, fotografa bene l’incontro che, nell’economia, è avvenuto tra due mondi, quello del profit e quello del non profit. Tra le organizzazioni che hanno come fine della propria attività il raggiungimento di un guadagno da redistribuire ai propri soci e quelle che questo obiettivo invece non l’hanno. Poco per volta queste due parti hanno finito in molti casi per sovrapporsi, con l’ingresso di operatori del profit nel non profit e, viceversa, con l’ingresso degli operatori senza fini di lucro in attività tipiche delle aziende che più conosciamo. Dando il via a un ripensamento generale.

Buonismo

L’evoluzione è stata importante. «Siamo ancora abituati a pensare al non profit buonista, quello socio-assistenziale e sanitario che tutti conosciamo — dice Giorgio Fiorentini, docente di economia e gestione delle aziende non profit all’Università Bocconi di Milano —. Ma oggi è completamente cambiato ed è laico, si occupa di cultura, di sport, di musica, di consumatori, fino ad arrivare alla produzione. Con l’arrivo, poi, dell’impresa sociale, riconosciuta nel 2005 anche se non ancora del tutto operativa, ci si è avviati sulla strada del “capitalismo del non profit”». E qui la cassetta delle lettere aiuta anche a capire quello che è, oggi, uno dei temi dominanti di questa economia: la raccolta dei fondi. Come gli utili sono il paramentro di riferimento delle aziende profit, così la raccolta fondi è la voce cui guardano le non profit. Ma in un mercato sempre più affollato e nel quale sono in campo colossi internazionali del non profit e sono entrati protagonisti di grandissimo peso dell’economia tradizionale, è diventata più forte la concorrenza. Che richiama, o impone, concetti tipici del mondo profit: l’efficienza, la massa critica, il marketing. Oltre, naturalmente, a un buon «prodotto », cioè al servizio che la singola organizzazione ha scelto di dare. Se si guarda come si muovono, per esempio, le fondazioni d’impresa si vede che iniziano ad agire come «fondi dei fondi», dirottando i loro finanziamenti sugli organismi che reputano «capaci di operare secondo criteri di efficienza, autonomia e sostenibilità » (dallo statuto di Fondazione Dynamo, emanazione del gruppo Intek).

Brand
Farsi largo. Basta pensare alle migliaia di associazioni che concorrono per il 5 per mille. Ed ecco un altro tema che emerge nel non profit: il marchio e la sua tutela e valorizzazione. Nomi come Unicef, Emergency, Acli, Wwf, Telethon, per citarne alcuni, hanno un valore in sè che, se ben mantenuto, può alimentare la raccolta. Con fini diversi da quelli delle società profit ma con modalità che non hanno niente di diverso da quelle messe in campo dalle aziende del design, della moda, dell’industria più in generale, della finanza. La raccolta fondi porta poi con sè l’ormai molto dibattuto argomento della tracciabilità di questi fondi: vanno davvero sul progetto per il quale erano stati devoluti? O finiscono in spese di strutture ridondanti e rimborsi spese?

Campione

Ragionando su tutti questi temi Corriere Economia ha provato a fare uno studio che partisse da una ipotesi: avere una certa disponibilità di denaro da investire in attività di solidarietà senza idee precise della loro allocazione ma volendo essere sicuri in anticipo di poter valutare il ritorno sociale del finanziamento. Per questo è stato individuato un gruppo di una sessantina di organizzazioni (tra cui anche Action Aid Italia ndr) che rispondessero almeno ad alcuni di una serie di requisiti: notorietà, influenza sui settori di riferimento, peso politico, dimensioni, parte di settori «sensibili» (come le adozioni, gli anziani, la lotta a malattie importanti) o di settori nuovi (le fondazioni d’impresa), componenti di circuiti internazionali. Del campione che ne è scaturito (per i nomi, vedere articolo a pagina 4) sono stati esaminati bilanci, statuti, organigrammi e siti Internet con l’obiettivo di avere la fotografia delle diverse organizzazioni. Gli analisti hanno lavorato sui due fronti separatamente ma hanno portato conclusioni del tutto convergenti su ciascun singolo organismo.

Risposte

La prima considerazione da fare è che la gran parte degli enti interpellati ha risposto, e almeno la metà di loro in modo sollecito e con disponibilità a offrire informazioni sulla propria struttura e i propri numeri. Diffusissimo l’ufficio stampa. La seconda considerazione è, però, che senza un rapporto diretto e ripetuto con le organizzazioni è difficilissimo avere tutte le informazioni necessarie. Quasi mai i documenti e i siti esaminati danno le risposte a tutte le domande che nascono. I siti Internet sono prevalentemente costruiti per sollecitare una raccolta fondi «emotiva», non per un investitore interessato a valutare l’effettivo ritorno sociale dell’investimento fatto. Molto lavoro dev’essere ancora fatto sui bilanci, che ancora sono poco confrontabili l’uno con l’altro non adottando tutti gli stessi schemi (vedere articolo a pagina 5). Gli analisti coinvolti da Corriere Economia hanno costruito un indice di efficienza ad hoc che pubblichiamo nella tabella a fianco. Come si può vedere, ci sono grandissime differenze tra un organismo e l’altro, molto influenzate dal tipo di attività, anche se non solo. Purtroppo non è stato possibile scendere ulteriormente nei dettagli proprio a causa delle differenti stesure dei documenti. Allo stesso modo, quasi per nessuno è stato possibili ricostruire il rapporto tra volontari e dipendenti, argomento su cui è accesa la discussione, come ha dimostrato anche l’ultima assise del settore convocata a Napoli dal ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero e il cui titolo era «gratuità, solidarietà, partecipazione ».
Mercato
Statuti, organigrammi e siti Internet hanno permesso di capire la governance del settore (articolo a pagina 4). È stata presa in considerazione anche l’esistenza o meno di codici etici e/o di comportamento, sia interni (proprio della singola organizzazione), sia esterni (per esempio, la Carta della donazione). Come per i bilanci, anche sotto l’aspetto della governance c’è ancora lavoro da fare. Non dimenticando l’attenzione ai costi, come sottolineano nel settore ricordando che se da una parte il ricorso a certificatori esterni dà una maggior garanzia e aggiunge in immagine, dall’altra può appesantire i costi generali a discapito dell’oggetto sociale. Costi che certamente vengono resi più imponenti dalla duplicazione delle cariche, a volte davvero esasperata, che si trova in certe strutture capillarmente distribuite sul territorio. Incarichi che sono gratuiti, ma generano complessità e costi amministrativi di mantenimento della struttura. Quello che, intanto, già si vede è che, magari lentamente, è iniziato una sorta di mercato dei manager. Come dimostra il caso, recentissimo, di Anna Venturino, oggi direttore generale della Fondazione Oliver Twist e fino a poco tempo fa in Umana Mente con lo stesso incarico.

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