Lavoro e No Profit

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Sono 4.720 le fondazioni attive in Italia: prima rilevazione dell’Istat

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Maggio 5, 2009

SuperAbile-Inail

19 ottobre 2007

Rispetto al 1999 la crescita è di quasi il 57%, specialmente al Nord Ovest. Si investe soprattutto su assistenza sociale e cultura: più vocate le regioni dell’Italia nordoccidentale. Premi e borse studio i servizi più erogati

ROMA – Sono 4.720 le fondazioni attive in Italia al 31 dicembre 2005, mentre 247, alla data della rilevazione, non avevano ancora avviato l’attività o l”avevano sospesa temporaneamente. I dati sono stati diffusi oggi dall’Istat che nel biennio 2006-2007 ha svolto la prima rilevazione su questi istituti. Sono per la maggior parte di recente costituzione (54,6% si è costituito nell’ultimo decennio) e mentre quelle più “giovani” sono distribuite soprattutto nel Nord-ovest, al Centro e nel Mezzogiorno risulta maggiormente elevata la percentuale di fondazioni più antiche.

Distribuzione disomogenea – Il 44,2% si trova nel Nord-ovest (2.087 fondazioni), mentre nel Nord-est, al Centro e nel Mezzogiorno opera rispettivamente il 20,7% (978), il 20,2% (951) e il 14,9% (704). Rispetto agli ultimi dati disponibili (1999) il numero delle fondazioni è cresciuto di quasi il 57%; crescita dovuta “in buona parte al processo di privatizzazione delle istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza (Ipab) e alla conseguente trasformazione in fondazione di alcune di esse”. La crescita più sensibile nel Nord-ovest dove si passa dal 35,6% al 44,2%, mentre una tendenza opposta si registra nelle altre aree del paese, dove, pur in presenza di un aumento in termini assoluti, la quota relativa scende: dal 22,2% al 20,7% nel Nord-est; dal 23,2% al 20,2% al Centro e dal 19,0% al 14,9% nel Mezzogiorno. Inoltre nel Nord-ovest (55,5%, rispetto al 49,5% nazionale) è più forte la presenza di fondazioni operative, rispetto al Centro dove prevalgono le miste (38,2% a fronte di 30,5%) e delle erogative nel Mezzogiorno (26,6% rispetto a 20,0%). In particolare in Valle d’Aosta è presente la percentuale più elevata di fondazioni operative (71,0%), in Molise (44,4%) qulla delle fondazioni erogative mentre le fondazioni miste sono prevalenti nel Lazio (43,3%) e nelle province autonome di Trento e Bolzano (42,3% e 38,9%, rispettivamente).

Si investe su assistenza e cultura – Sono l’assistenza sociale (17,3%) e la cultura (16,5%) gli ambiti di intervento più frequenti per le fondazioni (rielaborazione dell’International Classification of Nonprofit Organizations che ha individuato 17 settori operativi). Seguono con il 13,5% l’istruzione e con il 12,8% il finanziamento di progetti, il 12,7% della filantropia, l’8,5% della religione e culto e, fanalino di coda, la ricerca con il 7,7%. La vocazione socio-assistenziale e educativa risulta più marcata nelle regioni dell’Italia nordoccidentale, un risultato “determinato principalmente dalle Ipab trasformatesi in fondazioni”, secondo l’Istat. Nelle regioni del Nord est assumono maggior peso le fondazioni che operano nel settore della filantropia (15,0%) e del finanziamento di progetti (14,0%), mentre al Centro si registra una maggiore incidenza relativa delle fondazioni culturali (22,4%). Nel Mezzogiorno, infine, la vocazione prevalente riguarda il settore della religione e culto (18,2%) e quella dell’assistenza sociale (20,0%). Il 53,2% delle fondazioni opera in un solo settore di attività, percentuale sale al 69,1% tra le fondazioni attive prevalentemente nell’istruzione, al 60,5% tra quelle che si occupano di filantropia e al 58,8% tra quelle che operano nel settore del finanziamento di progetti.

Premi e borse di studio, i servizi più offerti – Rispetto alla gamma di servizi offerti dalle fondazioni i più diffusi sono quelli relativi all’erogazione di premi e borse di studio (15,0% delle fondazioni), alla realizzazione di convegni, seminari, conferenze e congressi (13,2%), all’istruzione prescolastica (12,8%), all’assistenza in residenze protette (12,5%) e al finanziamento di progetti socio-assistenziali (12,0%). Seguono la realizzazione di corsi tematici e/o laboratori (9,5%), il finanziamento di progetti educativi (9,3%), la realizzazione di spettacoli teatrali, musicali e cinematografici (9,2%), il finanziamento di progetti artistico-culturali (7,9%), la gestione di biblioteche, centri di documentazione e archivi (7,6%), l’organizzazione di esposizioni e mostre (7,5%), l’erogazione di contributi a persone in difficoltà economica (7,4%) e il finanziamento di progetti medico-sanitari (7,2%).

Circa 16 milioni gli utenti – Il 70, 9% delel fondazioni offre servizi direttamente all’utenza; crica 16 milioni gli utenti complessivi, di cui 14 milioni “senza disagi specifici”. Tra questi infatti la categoria maggiormente presente è quella dei cittadini in generale (70,1%) seguita dagli adulti (16,6%) e dai minori (5,0%). Tra gli utenti con disagi, i malati sono la tipologia numericamente più elevata (circa 1 milione di persone che rappresentano il 49,1% del complesso degli utenti con disagi), seguiti dagli anziani (19,1%) e dalle persone in difficoltà (10,5%).

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Fondazioni, un patrimonio da 85 miliardi. Più “ricchi” gli istituti del Centro

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Maggio 5, 2009

Fondazioni, un patrimonio da 85 miliardi. Più “ricchi” gli istituti del Centro
(19 ottobre 2007)
Superabile-Inail

Possono vantare un patrimonio di oltre 34 milioni e, pur costituendo il 20% delle attive in Italia, assorbono il 45,5% delle entrate. In Italia coinvolgono 156.251 persone, oltre due terzi utilizza personale retribuito

ROMA – Nel 2005 le fondazioni hanno registrato entrate complessive per 15,6 miliardi di euro, con una media per istituzione di circa 3,3 milioni di euro; 11,5 miliardi di euro le uscite (circa 2,4 milioni di euro in media). Secondo l’Istat, che ha diffuso oggi i dati del primo censimento sulle fondazioni, al 31 dicembre 2005 il patrimonio complessivo ammontava a 85 miliardi di euro, con un importo medio di circa 18 milioni di euro per fondazione. Circa la metà del patrimonio complessivo è gestito dalle fondazioni bancarie e un altro 20% dagli enti di previdenza privatizzati. Gli istituti del Centro sembrano i più ricchi: il patrimonio è di circa 34.323 milioni di euro e malgrado siano solo il 20,2% delle fondazioni italiane:, assorbono il 45,5% delle entrate complessive. Seguono, con il 35,3%, le fondazioni del Nord-ovest, e, a sensibile distanza quelle del Nord-est e del Mezzogiorno, che beneficiano, rispettivamente, del 12,3% e del 6,9% del totale delle entrate.

Più “piccole” le erogative – Le entrate risultano prevalentemente concentrate tra le fondazioni miste, che costituiscono il 30,5% delle unità, ma raccolgono il 52,4% del valore totale delle entrate. Al contrario, le fondazioni operative, che costituiscono il 49,5% del totale, rappresentano il 23,3% delle entrate complessive. Infine, per le fondazioni erogative si registra una quota percentuale delle entrate (24,2%) sostanzialmente proporzionata alla loro numerosità (20,0%). Il 68% ha dichiarato un importo inferiore a 500 mila euro, il 9,6% tra 500 mila e 1 milione di euro, il 7,9% tra 1 e 2 milioni, l’8,1% tra 2 e 5 milioni e il 6,4% uguale o superiore a 5 milioni di euro. Nella tipologia delle erogative prevalgono le fondazioni di minori dimensioni economiche e in questo caso la percentuale di fondazioni con ricavi inferiore a 100 mila euro sale a circa il 55% mentre, le fondazioni medio-grandi e grandi sono maggiormente frequenti tra le operative e tra le miste: il 66% ed il 65,3% delle fondazioni appartenenti a queste tipologie mostrano, rispettivamente, livelli delle entrate uguali o superiori a 100 mila euro.

Le fonti di finanziamento – Il 78,1% delle fondazioni registra entrate di origine privata e il 21,9% di fonte pubblica: nel Mezzogiorno è meno accentuato il ricorso al finanziamento privato (70,7%), mentre è più frequente nel Nord-est e nelle regioni del Centro (rispettivamente 81,2% e 81,4%). Inoltre il 96,0% delle fondazioni erogative si finanzia con entrate di fonte privata, mentre l’incidenza del finanziamento da fonte prevalentemente pubblica presenta il livello più elevato per le operative (31,0%). Il 30,6% delle entrate delle fondazioni è costituito da redditi patrimoniali, il 25,6% dalle entrate derivanti da quote versate dai soci e dagli iscritti, il 15,7% dai ricavi derivanti da contratti e/o convenzioni con istituzioni pubbliche e il 10,4% dai ricavi da vendita di beni e servizi. Se nel Nord-ovest sono relativamente più consistenti le entrate derivanti da contratti e convenzioni (31,4%), nel Nord-est è preponderante la quota relativa ai redditi patrimoniali (53,5% ), al Centro invece prevale l’incidenza delle somme versate dai soci e/o dagli iscritti (54,3%) e nel Mezzogiorno quelle costituite dai ricavi da contratti e/o convenzioni con istituzioni pubbliche e dai sussidi e contributi (rispettivamente 43,8% e 18,1%). Le fondazioni operative si finanziano in via prevalente con entrate derivanti da contratti e o convenzioni (33,4%) e dalla vendita di beni e servizi (30,3% ), le erogative quasi esclusivamente con redditi patrimoniali (86,0%) e le miste prevalentemente con le somme versate dai soci e/o dagli iscritti (48,2%).

Oltre due terzi delle fondazioni impiega personale retribuito – Nelle fondazioni operano 156.251 persone, di cui il 52,2% (81.581 unità) sono dipendenti, il 29,5% (46.144) volontari, il 12,5% (19.469) collaboratori, il 3,3% (5.087) lavoratori distaccati o comandati da imprese o istituzioni, il 2% (3.162) religiosi e lo 0,5% (808) volontari del servizio civile. I lavoratori retribuiti (dipendenti, collaboratori e personale distaccato o comandato) sono pari a 106.137 unità, mentre le risorse umane non retribuite sono 50.114. Nel Mezzogiorno e del Nord-ovest si osserva una percentuale di dipendenti superiore a quella rilevata a livello nazionale (rispettivamente il 62,7% e 60,3% a fronte del 52,2% nazionale). Il Nord-est e, soprattutto, il Centro si distinguono per le maggiori quote di volontari (rispettivamente il 34,2% e il 57,9% a fronte del 29,5% nazionale). In quelle operative è maggiore l’incidenza relativa di dipendenti (62,1%) e di collaboratori (14,6% ), mentre nelle erogative e nelle miste i volontari presentano quote superiori al 40% (rispettivamente 41,6% e 44,5%). Le donne rappresentano il 65,1% del personale; la presenza femminile sale al 78,1% tra i lavoratori distaccati o comandati e al 71,1% tra i dipendenti, mentre, pur rimanendo al di sopra del 50%, scende al 57,8% tra i volontari e al 55,9% tra i collaboratori. Oltre i due terzi delle fondazioni (70,0%) impiega, per lo svolgimento delle proprie attività, personale retribuito (dipendenti, collaboratori e personale distaccato o comandato).

Il 73,1% impiega meno di 10 persone – La classe dimensionale nella quale si concentra il maggior numero di fondazioni (1.434 fondazioni, pari al 30,4%) è quella con 1-4 unità di personale, mentre la quota di fondazioni che ne impiegano 100 e oltre risulta limitata al 4,1%. Il 73,1% impiega meno di 10 unità. Inoltre le fondazioni operative, dovendo direttamente erogare servizi all’utenza, sono più spesso di dimensioni maggiori (il 54,2% di esse impiega almeno 5 unità di personale retribuito ed il 12,8% più di 49), mentre le erogative, occupandosi della gestione di finanziamenti a terzi, sono generalmente più piccole (l’89,6% di esse opera con meno di 5 unità di personale retribuito e lo 0,2% con più di 49). Le fondazioni miste, data la loro funzione ibrida, si collocano in una posizione intermedia (il 65,0% di esse impiega meno di 5 unità di personale retribuito e l’8,4% più di 49).

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L’Italia del noprofit produce e si allarga

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Ottobre 2, 2008

Da Metro, giovedì 2 ottobre 2008

Economia. In un priodo di crisi violenta come questo, per gli esperti è normale vedere l’economia sociale godere di buona salute. In Italia però ong, associazioni di volontariato e di promozione sociale, fondazioni e cooperative stanno non solo prosperando, ma piano piano cominciano ad allargare la loro sfera di influenza. Infatti il terzo settore non è più confinato a sanità ed assistenza sociale, ma sta intensificando anche la sua propensione produttiva, specialmente nel campo dei servizi per i cittadini. Il primo rapporto sull’economia sociale fatto in sinergia da Cnel e Istat lo conferma: ormai nel comparto lavorano 3 milioni di persone, e di associazioni e fondazioni se ne contano più di 220.000. Tanto che l’Istat vuole arrivare al censimento delle organizzazioni no profit entro il 2009. (V.M.)

38 miliardi è il fatturato complessivo del terzo settore nel nostro paese.

15 per cento è la crescita media annua del no profit in Italia.

Metronews

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Le Fondazioni universitarie e il caso Scuola Normale di Pisa (2005)

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 31, 2008

Le Fondazioni universitarie e il caso Scuola Normale di Pisa.

COBAS – PUBBLICO IMPIEGO
http://www.pubblicoimpiego.cobas.it/Pubblico_impiego/Documentazione/Documenti/Fondazioni%20universitarie.doc.

A distanza di qualche anno dall´emanazione di leggi e decreti che permettono agli Atenei di costituire fondazioni, associazioni e società di natura privata, è necessario fare un bilancio sulle prospettive future a partire da un riepilogo delle normative che nell´arco degli ultimi anni sono state varate dai vari governi di centro sinistra e di centro destra.
Con l´articolo 59 comma 3 della legge 388 del 2000, legge finanziaria 2001, è stata introdotta la possibilità per le università di costituire fondazioni di diritto privato con la partecipazione di enti e amministrazioni pubbliche e soggetti privati.
Le finalità delle fondazioni sono tese a realizzare l´acquisizione di beni e servizi alle migliori condizioni di mercato, nonché per lo svolgimento delle  attività strumentali di supporto alla ricerca e alla didattica.
Con il DPR n° 254 del maggio 2001, è stato emanato il regolamento recante criteri e modalità per la costituzione di fondazioni universitarie di diritto privato, definendo le tipologie di attività attribuibili alle fondazioni: dal reperimento di fondi esterni per la didattica e la ricerca, alle attività di gestione dei servizi, del patrimonio immobiliare, e alle modalità di assunzione del personale.
Con l´art.28 della legge n° 448 del 28/12/2001, Legge Finanziaria 2002, “trasformazione e soppressione di enti pubblici”, si è verificata un´ulteriore accelerata alla privatizzazione degli enti pubblici.
In alcuni casi la legge autorizza direttamente il Governo, di concerto con i Ministeri, a creare direttamente società o fondazioni di diritto privato, attraverso anche l´accorpamento con altri enti ed organismi simili o addirittura  ricorrendo alla soppressione e messa in liquidazione di strutture fino ad oggi pubbliche.

Fino ad oggi solo pochi Atenei hanno costituito delle fondazioni di diritto privato (Milano politecnico, Salerno, Bologna, Roma policlinico, Venezia), trovando l´opposizione del personale tecnico amministrativo e di qualche docente (veramente pochi), o almeno della parte più attenta e sensibile del personale universitario, preoccupato per la feroce trasformazione della università in una azienda di natura privata , processo da cui scaturirebbe lo smantellamento dei servizi pubblici.
La fondazione rientra a pieno titolo nel forte ridimensionamento della Pubblica amministrazione, decreti legislativi come il 165/2001, sembrano essere costruiti apposta per ridurre gli organici, gli investimenti e procedere sulla strada di aziendalizzazione e privatizzazione.

Da notare come vi sia una continuità d´intenti tra i vari governi che hanno varato le leggi e i decreti sopra citati, se i governi di centro sinistra hanno aperto le porte, il governo di centro destra le ha spalancate, entrambi coltivando lo stesso obiettivo:  lo smantellamento del servizio pubblico e con esso dei dipendenti pubblici. Se entrambi gli schieramenti si muovono nell´alveo del dlgs. 165/2001, immaginiamoci come nei prossimi anni applicheranno la legge Biagi, ovvero il dlgs
n° 276/2003, essa diverrà la bibbia del lavoro (o meglio del non lavoro e della precarietà), alla quale attenersi scrupolosamente.

Quanto sopra prende l’esempio dal processo di privatizzazione avviato nell´ultimo decennio negli enti locali, che ha portato allo smembramento di tutta una serie di servizi sociali: il servizio idrico, le farmacie comunali, la raccolta dei rifiuti, i servizi cimiteriali, i servizi a domanda individuale, asili nido, trasporti, refezione, solo per citarne alcuni. Con la parola d´ordine che “privato è meglio”, in quanto offre servizi efficienti, di migliore qualità a minor costo. Niente di più falso, la qualità e l´efficienza dei servizi nella maggior parte dei casi è peggiorata, ed alla promessa della diminuzione dei costi, a corrisposto un aumento delle tariffe e uno sfruttamento maggiore dei lavoratori, non solo, spesso nelle gestioni miste pubblico-privato, i primi hanno dovuto sanare i buchi di bilancio che si secondi hanno causato, aggiungendo al danno la beffa.

Nell´Università la situazione non è migliore, i continui tagli perpetrati al fondo di finanziamento ordinario, il reiterato blocco delle assunzioni finiscono con essere il pretesto per giustificare, e motivare, la scelta delle fondazioni di diritto privato, strumento necessario, dicono loro, per reperire finanziamenti esterni, individuando nelle banche e nelle industrie i soggetti principali a cui fare riferimento unitamente ad altri enti pubblici quali Comuni, Provincie, Regioni.

Oltre a reperire finanziamenti esterni, le fondazioni verrebbero utilizzate nella gestione della macchina universitaria come un´opportunità per aggirare le norme  previste per le amministrazioni pubbliche, affidandogli la gestione dei servizi, dei beni immobili, e del personale che vi opera. La fondazione, per sua natura, non è obbligata, come l´Amministrazione pubblica, a bandire le gare per l´acquisto di beni o servizi, per assegnare la manutenzione e/o la ristrutturazione degli immobili, inoltre, può non bandire concorsi pubblici per assumere il personale.

I pericoli sono evidenti, come abbiamo detto in precedenza, con le fondazioni si attuerebbe quel disegno ormai comune, tanto al centro sinistra quanto al centro destra, di privatizzare l´università, di esternalizzare tutti i servizi, ivi compreso il personale tecnico amministrativo che vi opera, l´unico, insieme agli studenti e ai ricercatori, a pagarne le conseguenze. A salvarsi potrebbero essere i soli ordinari magari ricorrendo ad una nutrita e trasversale presenza in Parlamento, ma a perderci saranno tutti gli altri e soprattutto una ricerca condotta non a scopi di lucro.

La normativa per la costituzione delle fondazioni, prevede che il consiglio di amministrazione della stessa, sia nominato nella sua maggioranza dall´ente di riferimento,  di conseguenza i docenti presenti nel C. d A. delle fondazioni  potranno assegnare incarichi di consulenza o altro a loro stessi o ad altri colleghi stabilendo anche la cifra da percepire.

Fortunatamente non tutti i docenti vedono nelle fondazioni la soluzione ai mali che affliggono l´università, al contrario intravedono seri pericoli nei finanziamenti che arriverebbero dai privati e che potrebbero condizionare la libertà della didattica e della ricerca, rendendole subalterne alle  logiche e agli interessi di mercato. E sono proprio questi docenti critici i soggetti da coinvolgere, al pari di studenti, personale tecnico ed amministrativo, ricercatori e precari a vario titolo, in un movimento contro le fondazioni per rilanciare l´investimento pubblico nella ricerca e nel settore universitario.Le industrie, che in tutti questi anni pochissimo ben pochi fondi nella ricerca e l´innovazione sicuramente meno che in ogni altro paese a capitalismo avanzato, con le fondazioni avrebbero la possibilità di sfruttare strutture, laboratori e ricercatori per le loro finalità; già oggi con i soldi pubblici si fanno esperimenti e ricerche che poi in ambito privato diventano fonte di business, immaginiamoci allora cosa potrebbe accadere con le Fondazioni. Tutto ciò accade in palese violazione della Costituzione che all´art. 9 recita: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica (…)”, e l´articolo 33 “L´arte e la scienza sono libere e libero ne è l´insegnamento. (…) Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi orientamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello stato”.

Questi cambiamenti avranno poi ripercussioni negative sia per la componente studentesca che per il personale tecnico amministrativo. Per gli studenti la privatizzazione dell´università, comporterà un ulteriore aumento delle tasse universitarie e un aumento delle tariffe dei servizi a loro rivolti,  in linea con quanto si è verificato negli enti locali. Preoccupa inoltre, la presenza del privato investitore, il cui interesse ad investire, non potrà non avere ricadute opportunistiche, anche nella attività di ricerca e di formazione, peggiorandone la qualità. Di fronte ad un peggioramento dell´offerta formativa, sempre più si ricorrerà ai corsi di specializzazione post laurea e master, attività che gestirebbero le fondazioni in quanto molto redditizie, ma molto penalizzanti per gli studenti, in quanto non tutti avranno la possibilità di pagarsi onerosi master.

Come più volte abbiamo detto, le fondazioni nascono con lo scopo di acquisire e gestire attività strumentali di supporto alla ricerca e alla didattica, beni e servizi. Di conseguenza i servizi fino ad ora svolti direttamente dalle università possono, o meglio devono essere passati alle fondazioni, e il personale tecnico e amministrativo in base alla dlgs 165/2001 che fa riferimento all´articolo 2112 del c.c. (trasferimento d´azienda), è obbligato a passare alle dipendenze della fondazione, pena la messa in mobilità e il successivo licenziamento. Il passaggio sotto la fondazione comporta anche la trasformazione della propria tipologia contrattuale e la conseguente perdita dello status di dipendente pubblico, dei diritti e delle tutele conquistati con anni di lotte, per aderire ad un meglio e per ora inesistente CCNL delle fondazioni, più verosimilmente verranno utilizzati, come nelle università private, contratti individuali, con qualche tutela (forse), per gli ex-dipendenti pubblici, aperti invece alle peggiori forme di flessibilità e precariato per i nuovi assunti.

In questo quadro di strisciante privatizzazione della Università, la gloriosa Scuola Normale Superiore di Pisa non vuole essere di meno, e si sta materializzando la costituzione della fondazione Scuola Normale.
Principale promotore, il Direttore della Normale Prof. Salvatore Settis, colui che tanto ha detto e ha fatto per la difesa dei beni culturali, contro ogni forma di privatizzazione e/o svendita, paladino dell´art. 9 della Costituzione, lo stesso articolo che altri suoi illustri colleghi citano a difesa dello sviluppo della cultura e della ricerca pubblica. Per evitare  quanto è accaduto nelle altre università, dove si sono costituite le fondazioni, la R.S.U. della Scuola Normale ha organizzato una conferenza dibattito sul tema, invitando tutte le componenti della Scuola, ad un primo confronto cercando, innanzitutto, di fare informazione e sensibilizzazione su un argomento di cui ancora poco si sa. L´iniziativa ha riscosso un buon successo di partecipazione, soprattutto tra il personale tecnico amministrativo, pochi docenti, sono emerse le preoccupazioni per il futuro dei servizi e del ruolo che il personale tecnico amministrativo occupa all´interno della università,

A distanza di pochi giorni dalla conferenza organizzata dalla R.S.U., il Direttore della Scuola ha sentito il bisogno di convocare tutte le componenti della Scuola docenti, personale tecnico amministrativo e ricercatori, esclusi gli studenti (perché??), per illustrare il modello di fondazione Scuola Normale, nonchè i futuri assetti organizzativi  della Scuola. E visto che al prof Settis preme tanto, anche a noi, l´autonomia intellettuale del corpo studentesco non capiamo la ragione per la quale escludere gli studenti da un dibattito che li riguarda direttamente e che cambierà quel clima aureo interno alla scuola descritto dal Direttore nella intervista (Quale eccellenza?) edita dalla casa editrice Laterza.

La introduzione  di Settis si è soffermata sulle prospettive di sviluppo della Scuola (ma già nella citata intervista Settis collegava le modifiche Statutarie all´allargamento dei percorsi formativi volgendo lo sguardo Oltre Oceano visto il modello americano continua ad affascinare il Direttore come del resto larghi settori del centrosinistra), che continua ad espandersi aumentando il numero degli studenti e gli  stessi investimenti nella ricerca. Ma quando il Direttore ha trattato i problemi legati all´organizzazione della Normale, con il solito corollario di critiche al Governo forse per trovare consensi nel personale e nella parte sindacale, la sola ricetta prospettata è stata quella di ridurre le spese per il personale tecnico amministrativo proprio come il Governo da lui criticato che pensa di rilanciare l´industria italiana solo riducendo il costo del lavoro. Per Settis le spese per il personale sono dunque eccessive a confronto con le altre Scuola di eccellenza, il  SISSA di Trieste e la Scuola S. Anna di Pisa, anzi il problema sta proprio nell´eccessivo numero del personale di ruolo, 203 dipendenti, contro i 72 del SISSA e gli 85 del S. Anna; la ricetta prospettata è quella di ridurre il più possibile le assunzioni a tempo indeterminato, di esternalizzare servizi e in questo modo guadagnando maggiori finanziamenti dal Ministero e dal Governo.
Ma la ricetta Settis non si è fermata alla cura neoliberista, ha infatti il progetto della fondazione Scuola Normale facendosi egli stesso garante della libera scelta (passare alla fondazione o rimanere legati all´Università) del personale tecnico amministrativo che, bontà sua, non sarà costretto ad optare per la Fondazione per la nascita della quale poco conta l´opinione contraria di tutto il personale e delle sigle sindacali presenti nella Scuola. Ma le promesse del Prof. Settis non hanno tranquillizzato il personale (visto che si vorrebbe approvare una riorganizzazione dei servizi sulla quale il parere della Rsu è negativo) che anzi viene additato come un vero e proprio impedimento per la crescita della Normale per la quale invece si prospetta il modello  S. Anna (altra scuola di eccellenza Pisana) con solo 85 dipendenti di ruolo ma ben 260 co.co.co (il doppio di quelli presenti alla Normale). In merito al modello di fondazione che la Scuola intende costituire, le preoccupazioni aumentano ulteriormente, anche per le inesattezze dette dallo stesso Direttore, la normativa infatti autorizza l´ente di riferimento a nominare la maggioranza del C. d A., non la sua totalità.  Nessuno può garantire che con la Fondazione i soci privati (in primis il grande capitale finanziario e industriale) non facciano il bello e il cattivo tempo snaturando lo stesso ruolo per la quale la Scuola è nata e ha resistito ai bui anni del Fascismo e alle destituzioni ministeriali di Direttori scomodi come Luigi Russo. Le fondazioni, sempre secondo la normativa, nascono per acquistare beni e gestire servizi, e nessuno può impedire, ad un futuro Direttore della Scuola, appoggiato dalla maggioranza dell´organo di governo della Scuola Normale, il Consiglio Direttivo, di passare alla fondazione i servizi attualmente gestiti internamente, ed il personale che vi opera.
Le garanzie date dall´attuale Direttore sono legate alla sua presenza ma terminato il mandato o passato ad altro incarico (magari Ministro dei beni culturali come vorrebbero alcuni illustri sponsor istituzionali), nessuno potrà impedire che alla Fondazione transitino tutti i servizi (magari per una ulteriore riduzione dei costi)

Il Prof. Settis, sa bene cosa siano Le Fondazioni e che cosa esse rappresentino, le sue garanzie servono a poco . Quello che conta è la netta opposizione del personale, di molti ricercatori e studenti , un fronte da cui ripartire per progettare una idea diversa della Università, del lavoro pubblico e della stessa ricerca
Il nostro invito va a  tutte le componenti, personale tecnico amministrativo, docenti e studenti, che credono ancora in un´ università pubblica e a tutti coloro che credono ancora nel servizio pubblico: urge mobilitarsi ed organizzarsi per impedire la privatizzazione del sapere, l´ingabbiamento della ricerca e la trasformazione delle Università in aziende.

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L’altra faccia della beneficenza.

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 16, 2008

RADIOGRAFIA DI UN FENOMENO DIETRO IL PROLIFERARE DI ENTI E SIGLE UNA SPINTA NON SEMPRE DISINTERESSATA. NEL MIRINO I COSTI DI ALCUNE ORGANIZZAZIONI

Soldi e potere
L’altra faccia della beneficenza
Bilanci con troppe cifre e strani corsi
Così molte onlus vivono grazie a chi soffre
di Giacomo Galeazzi
da: “La Stampa” del 21/10/2006

ROMA. Solidarietà a caro prezzo. La Fondazione Nando Peretti, collegata all’associazione «Insieme per la pace» presieduta da Mariapia Fanfani, non è l’unica Onlus nel cui bilancio gran parte dei fondi destinati alla beneficenza servono in realtà a sostenere la struttura. «I nostri costi interni non superano il 9% del totale – assicura Sergio Marelli, presidente dell’associazione delle organizzazioni non governative (170 Ong, 10 mila volontari, 4 mila progetti in 90 Paesi, 400 milioni di euro mobilitati all’anno), ma non è così per tutti gli operatori del Terzo settore e della cooperazione».

Le mele marce
La mappa «oscura» delle sigle non-profit spazia dall’assistenza ai malati svolta in Italia da organizzazioni non lucrative di utilità sociale a enti impegnati a distribuire viveri nel Terzo Mondo. Un giardino fiorito nel quale non mancano mele marce. L’associazione «Anni verdi» (gestisce sei centri che si occupano di un migliaio di persone disabili) è finita sotto inchiesta per fatture gonfiate alle Asl del Lazio. E i vertici di un’altra importante Onlus, con sede nella capitale e quindici sezioni provinciali, sono sott’accusa per aver distratto nell’ultimo quinquennio quasi due milioni di euro di fondi destinati alle finalità solidaristiche dell’ente. Cifre alla mano, poi, ci sono Onlus come il Cuam (fondazione creata per preparare il personale sanitario in Africa) che nell’ultimo bilancio registrano uscite maggiori per la comunicazione (444.344 euro), cioè «pubblicazioni, relazioni con i mass media, campagne ed eventi», e per le strutture (665.657), ossia «costi del personale, servizi, oneri finanziari, ammortamenti, acquisto materie prime», che per la formazione vera e propria (115.505).

Corsi fantasma
Altro terreno scivoloso per il volontariato sono i corsi di qualificazione professionale organizzati con i soldi del Fondo sociale europeo (Fse), messo a disposizione dall’Ue per finanziare «iniziative tese alla promozione dello sviluppo economico e sociale locale». Non è facile accedervi perché le procedure burocratiche sono piuttosto complicate, ma, una volta ottenuto il finanziamento, le erogazioni sono cospicue. Consorzi e istituzioni senza fini di lucro, perciò, sono da anni in prima fila nella corsa alla ripartizione degli stanziamenti. A suscitare le perplessità dello stesso Terzo settore, però, è la proliferazione di corsi di dubbia utilità come quelli per «operatore sociale telefonico», «animatore teatrale», «operatore sociale nautico». Una nota cooperativa sociale di Roma ne ha progettati a decine. Il sospetto è che si tratti di professioni fittizie per poter imbastire corsi inconsistenti che non riusciranno mai a procurare un lavoro a chi li frequenta. «Cos’è un animatore teatrale? E’ un attore, una maschera o piuttosto un pretesto? – si chiede polemicamente Paola Tubaro, esperta di Terzo settore e autrice del libro “Critica della ragion non profit” -. Questi corsi, inadeguati a trovare una sistemazione professionale agli studenti, sono invece una manna per gli organizzatori. Quindi per incassare denaro pubblico ci si inventa i mestieri più improbabili, in modo da moltiplicare gli incassi».

Uffici e burocrazia
Le ombre sono talmente fitte che spesso, a causa delle proteste della base verso la dirigenza, i bilanci sono affidati per la certificazione a società esterne di revisione contabile. Nelle spire della «mala-beneficenza» (gestione allegra delle risorse e gravi inadempienze rispetto alla propria «mission») sono finite recentemente pure delle autentiche multinazionali della solidarietà come l’organizzazione per l’educazione infantile «Casa Pia», che dal Portogallo si è diffusa in tutta Europa. «Nel Terzo settore non è tutto oro ciò che luccica – osserva don Vitaliano Della Sala, promotore di numerose iniziative di volontariato in Italia e di cooperazione all’estero -. Sono attive associazioni inquietanti, attrezzate come apparati: chi sta dietro la scrivania difende il potere conquistato e strumentalizza i volontari.
Nei Balcani e in Iraq ho incrociato Ong potenti come “Equilibrio” e mi hanno impressionato per la ricchezza dei mezzi, l’efficienza quasi militare e la capacità di negoziare strane intese sul campo. Poi, però, quando diventa pericoloso scompare».

Carriere politiche
Il «non-profit», inoltre, è divenuto fucina di carriere politiche e vetrina per una sicura visibilità mediatica. «Pure al chirurgo di guerra Gino Strada, fondatore di Emergency, hanno proposto di candidarsi…», aggiunge Della Sala. A denunciare il rischio di Onlus che aiutano soprattutto se stesse è anche Franco Gesualdi, già allievo di don Milani, promotore della Rete Lilliput insieme a padre Alex Zanotelli e coordinatore del Centro nuovo modello di sviluppo di Vecchiano, vicino a Pisa. «Si tratta di una deriva allarmante, già vissuta da carrozzoni internazionali come la Fao e la Banca Mondiale – avverte Gesualdi -. Certe associazioni si strutturano in modo imponente e sono persino costrette a inventarsi progetti per ottenere fondi pubblici». Lavorano, dunque, per mantenere l’organizzazione: «E sui bilanci incidono sempre più i compensi fuori misura ai cooperanti nel Terzo Mondo». Non meno gravate dalle uscite le sigle domestiche. L’Afn (Azione per famiglie nuove), per esempio, deve sborsare all’anno 80 mila euro per congressi ed eventi, 72 mila di spese generali, 120 mila per il personale dipendente e 32 mila per ammortamenti e svalutazioni.

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Al mercato della filantropia

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 11, 2008

tratto da “Al mercato della filantropia”
di Cosma Orsi
da “Il Manifesto” del 13 settembre 2005
l’articolo completo può essere letto su : http://www.ecologiasociale.org/

Welfare minimo LA LOTTA ALLA POVERTÀ negli Usa è diventato un grosso affare tanto per le organizzazioni no-profit che per le grandi imprese. Le prime ricevono donazioni da fondazioni private che usano per riprodurre se stesse, le seconde regalano merci poco pregiate in cambio di sgravi fiscali. Parla la filosofa e femminista Theresa Funicello

Poco nota in Italia, Theresa Funicello è invece una figura di spicco nella «teoria critica» statunitense. Filosofa della politica, femminista, attivista per il diritto al welfare per i poveri, nel 1993 ha pubblicato il suo libro più importante, Tirranny of Kindness: Dismantling the Welfare System to End Poverty in America (Atlantic Monthly Press). Alla sua uscita, il Washington Post lo ha definito un libro essenziale per la comprensione del welfare americano degli ultimi 30 anni e della discussione sulla sua riforma sviluppatosi durante gli anni Novanta, mentre il Library Journal lo ha proposto come miglior libro dell’anno. […]

In «Tiranny of Kindness» lei fa riferimento alla carità come una logica mercantile dello sfruttamento della povertà. Può spiegarci in modo più preciso come intende?
È una lunga storia. La povertà negli Stati Uniti è un grosso affare. La maggior parte del denaro che dovrebbe soddisfare le necessità primarie dei milioni di famiglie povere è speso per saziare la sete di denaro di organizzazioni (virtualmente no-profit) guidate da managers professionisti che si dipingono come i paladini dei poveri. Sfortunatamente, il loro unico scopo è quello di intercettare i fondi messi a disposizione dalle fondazioni private e dal governo. Basandosi su dati statistici spesso inesatti o creati ad arte, i manager della povertà si ritengono gli unici ad essere capaci di alleviare questa condizione sociale che coinvolge milioni di persone. La realtà è ben diversa: i poveri rimangono poveri, mentre i managers e i gruppi no-profit che essi dirigono diventano sempre più ricchi e potenti. C’è da dire, inoltre, che la collusione con le multinazionali per lo scambio di donazioni in soldi contanti ha raggiunto limiti imbarazzanti. Lo scambio di favori permette alle multinazionali di disfarsi di prodotti (nella maggior parte dei casi alimentari) avariati, e al tempo stesso di chiedere una riduzione delle tasse. Una delle più grandi catene di supermercati degli Stati uniti, suggerisce alle sue affiliate nell’America centro-orientale: Non Gettate, Donate! I gruppi no-profit che ricevono i beni alimentari pesano le donazioni, calcolano il loro valore in dollari sulla base del tonnellaggio, fornendo alle multinazionali la prova che esse donano. Le multinazionali ricevono sgravi fiscali che raggiungono il doppio del valore di mercato delle merci donate. Le agenzie no-profit raccolgono – a spese del governo, naturalmente – la merce donata, metà della quale prima di essere ripartita tra coloro che esse ci dicono voler aiutare, viene gettate in discariche. Quel poco che rimane da distribuire è igienicamente dubbio e con un valore nutrizionalmente pressoché nullo. Tutti sono contenti perché i poveri sono nutriti. Eccetto i poveri naturalmente!
[…]
Qual è il modello di welfare per cui si batte da più di trent’anni?
Ad essere sincera, sono contraria ad ogni forma di welfare, se con questo termine ci si riferisce al sistema attualmente in vigore negli Stati uniti. Esso infatti implica che chi non ha mezzi a sufficenza per condurre un esistenza dignitosa non può contribuire al bene comune. In altre parole, il modello statunitense di sicurezza sociele deriva da una visione del mondo molto corporate, risponde cioè a logiche imprenditoriali, mercantili. Abbandonare questa prospettiva e favorire la nascita di un visione maggiormente centrata su valori umani è il compito che io e la mia organizzazione ci siamo prefissati. Per ottenere tale scopo è necessario un ripensamento del modo in cui si distribuisce il reddito. Ad esempio, bisognerebbe promuovere politiche publiche capaci di redistribuire una parte della ricchezza alle donne (e alcuni uomini) che dedicano una gran parte della loro esistenza al prestare cure ad altri (caregivers). Per non parlare degli artisti e molte altre categorie la cui attività, pur essendo intrinsecamente produttiva, non produce reddito.
[…]
A seguito della pubblicazione del suo libro nel 1993 alcune delle fondazioni private che lei ha duramente attacato hanno criticato duramente il suo lavoro, al punto che lei ha sostenuto che hanno boicottato il volume…
All’inizio, molti dei giornali e riviste si espressero in termini più che favorevoli. Il Library Journal gli conferì il premio come miglior libro dell’anno, e successivamente Tiranny of Kindness fu persino nominato per la corsa al Premio Pulitizer di quell’anno. Ma al New York Times, che senza esagerare rappresenta una buona fetta del Partito Democratico, e a gran parte di quelle fondazioni private di lotta alla povertà il libro non piacque e hanno dato vita a una vera e propria campagna contro le tesi lì espresse. Poi, ho avuto notizia che alcune associazioni di base hanno avuto pressioni affinché boicottassero il libro: in caso contrario non avrebbe più ricevuto alcuna donazione o fondi per le loro attività. Soltanto alcuni personaggi legati all’intellighenzia della sinistra più radicale – in maggior parte pofessori – continuarono e continuano a richiedere il testo per i loro corsi universitari e alcuni, pochi in verità, conservatori ne tessono le lodi.

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Fondazioni Universitarie: un pericolo che viene da lontano

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 8, 2008

Fondazioni Universitarie: un pericolo che viene da lontano (18 maggio 2005)
di Vincenzo Greco
dal sito: http://www.girodivite.it

Sono nove le Fondazioni Universitarie in Italia. Tra i soci fondatori anche Istituti bancari ed enti pubblici. Accorgersi solo ora della progressiva privatizzazione delle università è un errore. Si tratta di un processo che fonda le sue radici in una serie di atti normativi: la legge 168 di istituzione del MURST e di fuoruscita dal sistema della pubblica istruzione; la revisione degli ordinamenti didattici; la cancellazione del diritto allo studio con l’abolizione del presalario e con la progressiva chiusura delle case dello studente; la Finanziaria del 1994 che introduce il finanziamento a budget per le Università, ne vincola la spesa per il personale al 90% dell’ammontare dei finanziamenti, sancisce l’abolizione della pianta organica nazionale e riduce quelle di Ateneo; la legge 29 del 1993 che stabilisce la privatizzazione del rapporto di lavoro dei cosiddetti “non docenti”; il primo contratto nazionale di lavoro privatizzato del 1994 -1997; le autonomie didattiche e i nuovi percorsi formativi; il regolamento attuativo dell’art.59; l’articolo 29 della finanziaria 2002. Emerge, dunque, un percorso lineare e sostanzialmente coerente con i propositi di privatizzazione delle “riforme” Ruberti, denunciati dagli studenti della “Pantera” alla fine degli anni ottanta.
Ma per quale motivo le Fondazioni?
La risposta la troviamo nell’art. 1 del DPR 254 del 2001 che individua la Fondazione come strumento di riorganizzazione del sistema universitario e di privatizzazione dell’istruzione pubblica, e definisce in dettaglio le attività e i servizi che potranno essere esternalizzati alle fondazioni; sono, praticamente, tutte quelle attualmente svolte dalle Università: dall’acquisto di beni e servizi, agli uffici tecnici, centri di calcolo, centri informatici e altri servizi messi in campo in questi anni come incubatori e acceleratori d’impresa ecc. ecc., compresa l’attività formativa (master) e inoltre i servizi per il diritto allo studio fin qui gestiti dalle Regioni.

Per la comprensione del problema può essere utile rileggere la dichiarazione del leghista Flavio Rodeghiero. “Allo stato attuale – scrive il parlamentare – tra l’ambiente universitario e quello privato non esistono stabili rapporti di collaborazione. I recenti sviluppi normativi – continua Rodeghiero – hanno individuato nelle Fondazioni Universitarie i nuovi strumenti cui le Università dovranno ricorrere per favorire la nascita ed il consolidamento di tali rapporti, nonché per ampliare le fonti del loro finanziamento…..Attraverso la Fondazione sarà possibile realizzare opere e finanziare spese che attualmente – conclude il parlamentare – sono precluse o intralciate dai regolamenti di contabilità dell’Università”. Poco convincente appare il parlamentare leghista quando afferma che “la ricerca di fonti di autofinanziamento” non significa, per lo Stato, rinunciare “al suo impegno per assicurare e garantire un completo e sufficiente alto livello di formazione universitaria”. In realtà si prepara l’uscita dello Stato dalla gestione universitaria.

E chiarificatore appare un articolo pubblicato su “Il Sole 24 Ore” nell’ottobre del 2003. “I servizi informatici, la gestione delle biblioteche – scrive Luca Perfetti di Urbino – potrebbero essere tranquillamente conferiti, con i beni ed il personale relativo, in società partecipate in misura maggioritaria dalle università. Altrettanto dicasi, sul modello della Consip spa, per gli approvvigionamenti, e sul modello di patrimonio dello Stato Spa, per la proprietà degli immobili”. Si otterrebbe, per l’articolista, un duplice scopo: dimettere i servizi non funzionali alle attività istituzionali e valorizzare gli altri.

E continua: “negli stessi termini a ‘società veicolo’ delle università potrebbero essere affidati la formazione e l’aggiornamento, diversi dalla didattica universitaria. Servizi che, in virtù del controllo dell’Università sulle società, potrebbero essere affidati direttamente e senza gara secondo gli schemi degli appalti in house”. Una valutazione errata del problema secondo la quale la libertà di ricerca e di insegnamento verrebbero salvaguardate. Al ridursi del finanziamento statale si potrebbe, infatti, essere costretti a sopperire con la ricerca di fondi privati, che in Ingegneria porterebbe ad un totale asservimento a logiche di profitto immediato (l’Università come centro di progettazione a basso costo). Non a caso già oggi l’industria italiana non investe nulla su ricerca e sviluppo che comporti un, sia pur minimo, rischio.

Un futuro a tinte fosche per il personale tecnico amministrativo. L’opzione ‘Fondazione’ comporterà il trasferimento, alla nuova struttura di diritto privato, del personale universitario, la loro fuoriuscita dal sistema contrattuale pubblico e delle Università senza garanzie né certezze di stabilità di lavoro e un primo massiccio taglio agli organici degli atenei. La già accesa competitività degli atenei diventerà una vera e propria guerra per la sopravvivenza in cui le Università più grandi e ricche potranno ‘galleggiare’ rinunciando a gran parte delle loro funzioni e mettendo nelle mani dell’impresa il potere di orientare didattica e ricerca pubblica; mentre le piccole potranno solo tentare di associarsi in Fondazioni per non affondare nella palude del degrado e della dequalificazione. Toccherà alla contrattazione sindacale individuare il contratto collettivo a cui riferire i rapporti di lavoro dei lavoratori esternalizzati alle Fondazioni; e dovrà farlo nell’intervallo che va dalla costituzione delle Fondazioni alla scadenza del contratto collettivo di lavoro di provenienza.

Il secondo ordine di problemi riguarda l’effettiva necessità di spostare questi lavoratori fuori dal contratto Università sapendo le conseguenze: perdita dei diritti e di sicurezza del lavoro, oppure trasferimento ad altro contratto collettivo privato peggiorativo dei trattamenti o, peggio ancora, a un contratto collettivo di fondazione, sul modello dei contratti delle Università private.

Il terzo ordine di problema riguarda i nuovi assunti delle fondazioni che non potranno certo essere abbandonati ai contratti di lavoro individuali o a contratti con trattamenti inferiori e/o con minori diritti di quello dell’Università. Allora perché il governo vuole fare queste operazioni? “La motivazione ufficiale – scrive l’avvocato Balsi – si basa sull’equazione ‘privato=efficiente’, dove la misura dell’efficienza è esclusivamente finanziaria. La motivazione vera più verosimile è che non si possono operare drastici tagli alle tasse solo sulla base di un recupero di efficienza dello Stato, a parità di servizi. L’unico modo- conclude Balsi – è tagliare ambiti in cui opera lo Stato, voci di bilancio tout-court e, dunque, servizi”.

Finora sono nove le Fondazioni universitarie. Tra non molto, nel gruppo dei ristretti, entrerà, anche, la Scuola Normale di Pisa. Fortunatamente ancora poche rispetto al numero di Atenei esistenti sul territorio. La ricostituzione dell’asse Moratti-Tremonti dovrebbe, però, ridare fiato e vigore ad un vecchio, e mai abbandonato, disegno filosofico.

Sono gli stessi che, il 1° marzo 2002, scrissero l’articolo, a due mani, “Ricerca, un impegno del governo” comparso su “Il Corriere della Sera”. Tra “gli obiettivi della riforma” i due rappresentanti governativi inserivano “il principio della trasformazione di strutture dell’amministrazione pubblica in società per azioni e in fondazioni. Un processo – scrivevano – che sarà avviato nei prossimi giorni, a partire dalla graduale trasformazione (dove possibile e dove voluta) delle Università in fondazioni”.

Se il feeling tra i due è ancora forte, assisteremo ad una impennata del processo di privatizzazione delle Università e alla trasformazione delle stesse in Fondazioni.

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Tesi di Laurea: La raccolta di risorse nelle aziende non profit

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 27, 2008

Tesi: La raccolta di risorse nelle aziende non profit
Riccardo Rossano, Università degli Studi di Milano – Bicocca, 2001-02
La tesi approfondisce la conoscenza del terzo settore e degli istituti ad esso facenti parte, riconducibili a vere e proprie aziende, anche se non profit, in virtù del requisito di economicità che devono perseguire e rispettare nel tempo. dopo una prima legittimazione aziendale del concetto di azienda non profit, vengono trattate le tecniche per la raccolta di risorse, materiali, umane, economiche, al fine di garantire la perdurabilità nel tempo (economicità) delle attività statutarie.
(La tesi completa su: http://www.tesionline.com)

Introduzione

Capitolo I: Non profit e principi economici d’impresa
1.1 Introduzione
1.2 Dal welfare state al privato sociale
1.2.1 Teoria della fornitura dei beni pubblici
1.2.2 Teoria del fallimento del contratto
1.3 La teoria delle variabili di offerta
1.4 I quasi-mercati e il settore non profit
1.5 Welfare mix e contracting-out: strumenti di competizione a favore dell’efficienza produttiva
1.6 Le condizioni per l’esistenza delle aziende non profit
1.7 La produzione di ricchezza
1.7.1 Creazione e distribuzione del valore
1.7.2 segue…finalismo economico d’azienda: breve confronto profit-non profit
1.8 Caratteristiche funzionali e aspetti critici di successo delle aziende non profit
1.8.1 La meritorietà dell’azione svolta come presupposto fondamentale per l’accaparramento delle risorse
1.9 Classificazione delle aziende non profit
1.9.1 Aziende autoproduttrici
1.9.2 Aziende di erogazione
1.9.3 Imprese sociali

Capitolo II: Aziende non profit: criticità dello strumento per la raccolta delle risorse
2.1 Introduzione
2.2 Definizione di fund raising
2.3 I portatori di interessi
2.4 Le risorse raccolte
2.5 La risorsa umana
2.5.1 Il volontariato d’impresa
2.6 La risorsa biologica
2.7 La risorsa finanziaria
2.7.1 Strategie di raccolta fondi
2.8 La natura dello scambio
2.9 Risorse illimitate e trade-off raccolta-consumo

Capitolo III: Marketing, comunicazione aziendale e fund raising
3.1 Introduzione
3.2 Il marketing non profit
3.3 Dichiarazione di missione
3.4 La centralità dell’individuo nell’orientamento delle aziende non profit
3.4.1 Customer orientation
3.4.2 Competitor orientation
3.4.3 Interfunctional coordination
3.5 Segmentazione del mercato
3.5.1 Criteri di segmentazione per il mercato degli individui
3.5.2 Criteri di segmentazione per il mercato delle imprese
3.5.3 Criteri di valutazione dei segmenti di mercato
3.6 Differenziazione dell’offerta
3.7 Strategie chiave di marketing
3.7.1 Strategia di direzione
3.7.2 Strategia di segmentazione
3.7.3 Strategia di posizionamento
3.8 La definizione del marketing mix
3.9 La produzione dell’azienda non profit
3.9.1 Componenti del prodotto e del servizio
3.9.2 Il ciclo di vita dell’offerta
3.9.3 L’analisi del portafoglio
3.10 Il fattore prezzo
3.10.1 Politiche di determinazione del prezzo
3.11 La struttura organizzativa di supporto alla distribuzione
3.12 La comunicazione dell’offerta
3.12.1 La pubblicità
3.12.2 La propaganda
3.12.3 Le pubbliche relazioni

Capitolo IV: La raccolta di risorse: mercati e strumenti
4.1 Introduzione
4.2 Il mercato delle persone
4.2.1 La piramide della donazione
4.2.2 Le campagne di tesseramento soci
4.2.3 Direct marketing
4.2.4 Il direct mail
4.2.5 Il telemarketing
4.2.6 Gli eventi speciali
4.3 Il mercato delle imprese
4.3.1 Le sponsorizzazioni sociali
4.3.2 Cause related marketing
4.3.3 Motivazioni delle operazioni di partnership
4.3.4 Quantificazione economica del contributo dell’anp
4.4 Il mercato degli enti pubblici
4.4.1 Il finanziamento pubblico delle aziende non profit
4.4.2 Appalto: dinamica di contatto e ruolo dell’anp
4.4.3 Elementi e criteri di giudizio per l’aggiudicazione di forniture dell’anp nei confronti degli enti pubblici
4.5 Il mercato delle fondazioni bancarie
4.5.1 Le fondazioni come enti grant-making:nuovi criteri di finanziamento del terzo settore
4.5.2 Formulazione delle politiche e delle strategie
4.5.3 Organizzazione operativa di erogazione
4.5.4 Gestione delle richieste e selezione delle informazioni: criteri di erogazione alle aziende non profit
4.5.5 Il caso delle fondazioni comunitarie

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No profit/ Un milione di dipendenti, la metà è nel Nord, due terzi sono donne

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 27, 2008

(da: Il Sole 24 Ore del 27 dicembre 2007)
No profit/ Un milione di dipendenti, la metà è nel Nord, due terzi sono donne
Quando si parla di lavoro nel campo del no-profit, troppo spesso si pensa a giovani volenterosi
impegnati in compiti sì lodevoli, ma scarsamente remunerativi in termini di salario e possibilità
professionali. Eppure, una ricerca sul tema, finanziata dalla Fondazione Giorgio Zanotto di
Verona e realizzata dalla Fondazione Giulio Pastore con la supervisione di Argis , mostra come il
terzo settore rappresenti oggi una fonte di occupazione tutt’altro che trascurabile, che impiega in
Europa e negli Stati Uniti, rispettivamente, il 6 e il 7% della forza lavoro totale.
Nel 2005, in Italia, eravamo ancora fermi al 2,6%; eppure le cooperative sociali, che più di ogni
altro ente raccolgono commesse statali, hanno raddoppiato in appena sei anni il numero di
dipendenti assunti, aumentati dai 130mila del 1999 a circa 211mila. Supponendo che il tasso di
crescita si sia mantenuto stabile negli ultimi due anni, e che sia paragonabile a quello degli altri
operatori del terzo settore, il dato che ne emerge non può che indicare una realtà non più
riconducibile o assimilabile al semplice volontariato: il 4% della forza lavoro italiana, vale a dire
circa un milione di dipendenti con contratti di vario genere, è impiegata nel not for profit.
La ricerca supervisionata da Argis, l’Associazione per la governance dell’impresa sociale
presieduta dall’economista Giulio Sapelli, si basa sui dati Istat già disponibili e si propone, per il
momento, di tirare le fila del fenomeno, individuandone criticità e prospettive di sviluppo.
A questa prima edizione ne farà seguito un’altra, che si prefiggerà invece il difficile compito di
raccogliere e coordinare informazioni dalla costellazione di compagnie private con finalità
pubbliche. Lo studio è tuttora in corso e i risultati definitivi dovrebbero essere disponibili nel
gennaio 2008, ma una prima anticipazione evidenzia come l’assistenza sanitaria e sociale e
l’istruzione siano i settori d’intervento nei quali il no-profit è maggiormente attivo. Oltre alle
cooperative sociali, anche le fondazioni svolgono un ruolo occupazionale importante, con una
crescita significativa dei posti di lavoro offerti: dai circa 50mila del 2001 ai 100mila del 2005 fra
dipendenti e collaboratori.
La distribuzione geografica di risorse ed enti vede il 51,1% delle organizzazioni e il 58,6% delle
risorse localizzati nel nord del Paese, laddove al sud la proporzione e di 27,7% a 18,7%. Anche
per questa ragione, le Regioni settentrionali offrono le maggiori possibilità d’impiego e ospitano
il 68% dei lavoratori delle fondazioni e il 60,7% di quelli delle cooperative sociali.
Significativa è anche la presenza di lavoratori atipici nelle cooperative sociali: gli interinali sono
passati da circa 500 del 2003 a oltre 1200 del 2005, mentre i collaboratori sono cresciuti da 7.500
a 31.600 del 2005. I due terzi dei dipendenti totali, poi, è costituito da donne, una percentuale
assai elevata che si è mantenuta stabile nel corso degli anni.
Quanto alla struttura delle organizzazioni, essa sembra diventare più complessa e stabile al
maturare delle stesse, influenzando positivamente la capacità di creazione di posti di lavoro. In
particolare, le organizzazioni costituitesi anteriormente al 1971 hanno tra i 22 e i 44 dipendenti
assunti, mentre per quelle sorte dopo il 1970 la media varia tra i 10 e i 14 impiegati.
27 dicembre 2007
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ONG: dove finiscono i nostri soldi? Il business della beneficenza

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 24, 2008

ONG: dove finiscono i nostri soldi? Il business della beneficenza
di Francesca Caferri – Anais Ginori – ( Repubblica 15/02/2008 )

Il business della beneficenza torna sotto i riflettori dopo lo scandalo Unicef in Germania: ecco cosa succede in ItaliaCarità per i cristiani, zakat per i musulmani, dana per i buddisti. Mai come oggi, un gesto antico e semplice come la donazione ai più poveri è diventato complesso e insidioso. Il nome Unicef, che evoca assistenza per i bambini di tutto il mondo, è appena stato infangato da uno scandalo finanziario in Germania, che ha portato alle dimissioni del presidente e del direttore. Pochi mesi fa la Francia ha dovuto affrontare una crisi internazionale provocata dall´Arca di Zoé, la piccola Ong diventata il simbolo dell´interventismo selvaggio nei paesi poveri. Sei volontari sono ancora in carcere per aver tentato di rapire più di cento bambini alla frontiera tra Ciad e Sudan. In Spagna, lo scorso anno l´organizzazione Intervida è finita sotto inchiesta per appropriazione di fondi destinati alle adozioni a distanza, come già successe a un´associazione di Genova, tre anni fa. Ed è ancora aperta l´inchiesta dell´Unione europea su alcune associazioni italiane accusate di abusi nell´utilizzo dei finanziamenti Ue.
Ci si può fidare di chi lavora in nome della beneficenza? È possibile controllare chi dice di dedicarsi agli altri? Se si, come? Domande legittime, se si considera che solo il 17,8% delle 350mila onlus italiane utilizza uno strumento di trasparenza come il bilancio sociale e che lo scorso anno a queste associazioni sono arrivati 193 milioni di euro solo tramite il 5 per mille. «La strada per l´inferno è lastricata di buone intenzioni» maligna Jordi Raich, un ex dirigente spagnolo di Medici Senza Frontiere. «L´Arca di Zoé non è la pecora nera, nel gregge ormai l´eccezione sono le pecore bianche. Negli ultimi anni – continua – sono proliferate Ong incompetenti e fittizie che nel migliore dei casi si dedicano ad arricchirsi, nel peggiore invece usano il marchio della beneficenza per coprire reti di pedofilia, finanziamento di gruppi estremisti, evasione fiscale, traffico d´armi». Giulio Marcon, presidente di Lunaria, è diventato la coscienza critica del Terzo Settore italiano. Pur essendo meno catastrofista del collega spagnolo, avverte: «Fidarsi è difficile dappertutto. Da noi, è quasi un azzardo».

Ettore Abate, revisore di conti per la Ernst & Young. «Se dovessi dare un consiglio a un donatore italiano – spiega – gli direi di chiedere innanzitutto il bilancio sociale della Ong che ha scelto di sostenere». Creato negli anni scorsi, questo documento è un primo passo verso la trasparenza dell´attività di associazioni che, in nome del non profit, a lungo sono sfuggite a qualsiasi controllo. «Oltre ai dati economici, vengono pubblicate informazioni qualitative in grado di illustrare i risultati della “mission” dell´organizzazione», spiega Abate. Eppure questo strumento da noi è quasi ignorato: non essendo obbligatorio per legge – come invece accade in molti paesi europei – solo un´associazione su sei lo utilizza. La trasparenza comunque non è tutto: bilancio alla mano, chi sarebbe in grado di decifrare cosa si nasconde sotto “servizi finanziari” e “materie prime”, fare la differenza tra “promozione progetti” e “fundraising” o capire se i costi del personale in missione sono compresi alla voce generale “stipendi” o a quella “costi del progetto in loco”? Altro problema: in Gran Bretagna e Francia la rendicontazione dei singoli progetti è obbligatoria, in Italia no: eppure questo è un modo per garantire ai donatori che i soldi devoluti a una finalità non siano poi stornati verso altre missioni o altri scopi. E´ in nome di questo principio. ad esempio, che nel 2005 Medici Senza Frontiere bloccò le donazioni per lo Tsunami una volta raggiunta la cifra necessaria alle operazioni.

«I bilanci dovrebbero essere comprensibili e accessibili da tutti» dice Carlo Laganà, partner di Deloitte, un´altra società specializzata nella certificazione dei conti. In Italia, concordano gli esperti, il cittadino-benefattore parte davvero svantaggiato. Le amministrazioni pubbliche sono più tutelate: ogni finanziamento alle Ong deve essere poi oggetto di un riscontro, ma per i privati non ci sono disposizioni simili. Anche nel caso del 5 per mille, da cui le Ong hanno tratto nel 2006 quasi 193 milioni di euro, le autorità pubbliche non hanno imposto l´obbligo di fornire riscontri ai cittadini. «Diciamo che i controlli non piacciono a nessuno. Anche le Ong fanno resistenza» osserva Marcon, che all´ambiguità degli aiuti umanitari ha dedicato un libro.

Per comprendere l´affidabilità di un gruppo, la certificazione dei bilanci da parte di terzi – facoltativa ma praticata dalle più grandi organizzazioni umanitarie – è una prima garanzia importante: dimostra che c´è stato un controllo indipendente. Ma neanche questo è sufficiente. «Quello che serve davvero per conquistare la fiducia di chi ci finanzia è la continuità – racconta Daniele Scaglione di Action Aid Italia – da noi ci sono sei persone incaricate di tenere contatti con i donatori. Cerchiamo di far sapere nel modo più dettagliato possibile dove vanno i soldi». Sforzo lodevole ma, ancora una volta, del tutto volontario. In Germania, per esempio, esiste dal 1893 lo Deutsches Zentralinstitut für soziale Fragen che si occupa di controllare e certificare le Ong. L´unico tentativo di creare un´Authority italiana del settore sta fallendo. Il presidente dell´Agenzia per le Onlus, Stefano Zamagni, ha avvertito che, con i tagli previsti dei fondi, l´organismo governativo incaricato della vigilanza sul non profit potrebbe chiudere entro agosto. Consola poco il fatto che il problema sia comune: quando la Federazione europea per l´etica e lo sviluppo ha inviato 4000 questionari sul tema trasparenza alle più grandi ong europee, sono tornate indietro meno del 10 per cento delle risposte.

Peccato, perché il Terzo Settore avrebbe davvero bisogno di più regole e controlli. Negli ultimi quattro anni in Italia le Ong sono aumentate del 23% e così il flusso di denaro che si è riversato verso associazioni, fondazioni, cooperative sociali. «Fino agli anni Trenta – ha scritto il giornalista americano David Rieff, autore di “Un giaciglio per la notte” – solamente i missionari, occupati a salvare le anime, o i comunisti, intenti a fomentare la rivoluzione, agivano sulla base di un sistema di valori ispirato alla solidarietà universale». Dalla guerra del Biafra (1963) in poi si è invece sviluppato l´umanitarismo non governativo e trasnazionale e i soggetti sono diventati migliaia, così come le loro attività. Da noi lo tsunami è stato uno spartiacque tra i gruppi di volontari vecchia maniera, legati a un´idea romantica delle missioni, e le nuove aziende umanitarie con stipendi pressoché identici alle multinazionali dell´industria. In quel Santo Stefano 2004 si è capito che il nostro paese poteva essere un mercato ricchissimo per le Ong: oltre 47 milioni di euro furono raccolti solo attraverso gli Sms. «E´ stato allora che molte organizzazioni internazionali hanno deciso di aprire una succursale italiana» osserva Marcon. La figura del “fundraiser”, dipendente o consulente specializzato nella ricerca di fondi, è diventata sempre più importante: il suo compito è affrontare la dura competizione sul portafoglio degli italiani. La beneficenza è diventata un gadget che spunta nelle liste di nozze, in mezzo a una partita di calcio, dentro al concorso a premi. Con effetti paradossali. Quale azienda investirebbe 600mila euro per ricavare soltanto 90mila, come nel 2006 è capitato per una campagna di fundraising di una grande Ong? I costi del marketing sono lievitati vertiginosamente fino a rappresentare in qualche caso quasi un quinto del bilancio delle associazioni.

Se nessun cittadino può pensare che un euro donato si trasformi integralmente in un euro di cibo o medicine trasportati dall´altra parte del mondo, perché tutte le Ong hanno dei costi di mantenimento necessari e legittimi, la domanda da porsi è: qual è la giusta proporzione? Negli Stati Uniti, gli esperti fissano un tetto del 30% alle spese di struttura di una Ong. Se un´associazione destina al progetto meno del 70% della donazione iniziale non è considerata efficiente. «Ricordiamoci però che a seconda della missione umanitaria i costi della struttura variano di molto. Un´organizzazione con personale medico specializzato avrà spese superiore a quella che distribuisce soltanto pacchi di riso e può utilizzare giovani volontari» specificano all´Istituto italiano per le donazioni, il primo, e finora unico, organo che propone una sorta di “certificazione” delle Ong. Nato tre anni fa, ha creato il marchio «donare con fiducia», slogan che riassume la crisi di credibilità del settore. «Abbiamo un filo diretto con i cittadini – racconta una delle responsabili, Lorena Varalli – E´ vero che oggi c´è una maggiore richiesta di garanzie da parte dei donatori, ma non bisogna lanciare allarmismi». La risposta delle Ong alla Carta della donazione è stata ancora timida: 28 sigle hanno aderito al marchio, altre 15 sono in attesa di passare tutti i controlli.

In questo universo del bene che sta diventando una gigantesca nebulosa si rischia di tornare ad antiche abitudini. «Dare dei soldi soltanto a chi si conosce, di mano in mano» dice Marcon. Più piccola è l´Ong, più è redditizia per i donatori, come dimostra una recente ricerca della società di analisi Un-Guru per il Sole 24Ore. In cima alla pagella di efficacia figura la Fondazione James non morirà (99,6% dei fondi raccolti effettivamente devoluti alla missione), che opera unicamente in Etiopia e si basa solo su lavoro volontario. «I gruppi piccoli hanno però un impatto ridotto – avverte Roberto Salvan, direttore del Comitato italiano per l´Unicef – Possono agire su una singola comunità o comunque in spazi limitati. Solo i grandi come noi sono in grado di agire subito di fronte a una crisi». Come altre agenzie delle Nazioni Unite, l´Unicef è stata spesso criticata per i costi di gestione troppo alti. «Ma – conclude Salvan – avere una struttura pronta ad agire in qualunque momento costa molto. Non bisogna illudersi».

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