Lavoro e No Profit

Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!

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Brunetta: un’Italia come gli Usa

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Agosto 26, 2008

di Pier Paolo Coluccia, su “Aprile on Line” 23 agosto 2008

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E’ ora che il ministro dica chiaramente qual è il suo obiettivo, e cioè che i servizi pubblici vengano interamente privatizzati per consentire profitti a qualcuno già pronto ad entrare nel ricco bussiness, e per consentire quella riduzione delle tasse ai ceti più ricchi che sono lo zoccolo duro della sua maggioranza e che quei servizi privatizzati potranno permettersi di pagare.

In un’intervista di un paio di giorni fa il ministro Brunetta tenta di replicare, col suo solito stile sprezzante ai limiti dell’insulto, alle considerazioni di Epifani sul clima montato nei confronti dei lavoratori. E di quelli pubblici in particolare

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Terzo settore, la risposta alla crisi politica

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 28, 2008

Terzo settore, la risposta alla crisi politica
Di Domenico Ciardulli
19 marzo 2008
da: http://www.aprileonline.info

La riflessione
La società civile che partecipa al ciclo funzionale, organizzativo e produttivo di un paese è una ricchezza che però sempre più spesso viene sottoposta alle leggi dell’economia e al volere politico. Nascono così storie di sfruttamento verso soci lavoratori di cooperative sociali e associazioni Onlus. Perciò bisogna puntare alla riorganizzazione di questo tessuto civico, che resta l’unica soluzione al momento buio che stiamo vivendo

Né stato né mercato. Da questa aspirazione di essere “altro” è nato il termine “terzo settore” inteso come la società civile che si organizza, che interviene, interferisce nel ciclo funzionale, organizzativo e produttivo di un paese. Governance, sussidiarietà, coprogettazione, stakeholders: su termini come questi si è costruita l’impostazione teorica fondante dello spazio cosiddetto “civico”.
La sempre più invadente presenza del mercato, come tendenza di un processo globale, ha progressivamente trasformato gli equilibri e i rapporti di forza tra le tre componenti, determinando una soggezione del “terzo settore” alle leggi del mercato e all’influenza che il mercato stesso esercita sulla classe dirigente teoricamente scelta dai cittadini attraverso il voto.

Il privato sociale, come associazioni onlus, cooperative e enti morali, sono la componente imprenditrice del terzo settore che oggi vive in gran parte di commesse pubbliche e convenzioni finendo in molti casi nel ruolo di appendice della pubblica amministrazione o di personaggi politici in carica nelle pubbliche amministrazioni. Categoria altra sono le associazioni di tutela dei cittadini. Tra di esse vi sono molte organizzazioni istituzionalizzate, alcune fanno parte del Cnuc presso il ministero delle attività produttive e ricevono finanziamenti e rimborsi, altre fanno parte di consulte tematiche. Fuori da questo giro paraistituzionale vi sono centri sociali, associazioni e comitati di quartiere autorganizzati, non sempre registrati e dotati di uno statuto o di una sede ufficiale propria.

La “mission” del terzo settore nel campo dell’imprenditoria sociale è abbastanza snaturata dalle esigenze di assicurarsi una fetta di commesse pubbliche, di entrare negli albi di accreditamento, di far quadrare gli esercizi di bilancio e far fronte alle responsabilità economiche nei confronti di creditori e committenti. Accade in questo settore che, nell’ansia di assicurarsi posizioni solide, si trascurino proprio gli elementi fondanti del terzo settore che sono la solidarietà, la centralità della persona, le relazioni e la qualità della vita.

Nascono così storie di sfruttamento dove soci lavoratori di cooperative sociali e associazioni Onlus che lavorano a contatto con persone svantaggiate diventano anch’essi svantaggiati, in quanto sfruttati e senza tutele, e finiscono per entrare in quella categoria di “netturbini del malessere”, incaricati di “smaltire” a basso costo la parte improduttiva e “malata” della società.

L’elemento economico dell’impegno civico ha inquinato a 360 gradi se è vero che vi sono anche associazioni di tutela dei consumatori che ricevono finanziamenti da aziende, enti, industrie farmaceutiche. In merito, vi è una certa conflittualità tra alcune associazioni che si fanno la guerra a colpi di ricorsi al TAR.

In un orizzonte più trasparente si posizionano i centri sociali e i comitati di quartiere. I primi nati da una spontanea esigenza di socializzazione, di libera espressione della creatività, di rottura degli schemi attraverso la riappropriazione del proprio vivere quotidiano, della libera circolazione dei saperi, dell’autotutela e mutuo aiuto di fronte alla precarizzazione lavorativa, al controllo sociale dei produttori di merci e alla mortificazione del diritto alla casa.
I comitati di quartiere, quale aggregazione civica di prossimità, svolgono anch’essi un ruolo chiave di tutela degli interessi generali e dei beni comuni di un territorio. Su questo fronte la panoramica romana è abbastanza variegata: in alcune zone i comitati di quartiere si mantengono vitali e attivi, hanno anticorpi contro l’imbrigliamento nel meccanismo elettorale, sanno acquistare visibilità e adesioni attraverso la porta aperta e un benefico turn over di componenti e leader. Riescono non di rado a contrapporsi alle scelte politiche del Campidoglio costringendo gli assessori a modificarle e a contrattare.
In altre zone, purtroppo, vi sono anche comitati di quartiere che stagnano in piccoli centri di potere sottocastali, a regia politica municipale. Godono o aspirano a patrocini, a volte editano giornaletti locali sponsorizzati da commercianti di zona e, al momento delle elezioni, organizzano il voto dell’area di influenza in direzione di un loro politico “protettore” o, dove possono, direttamente di un loro esponente, possibilmente inserito nella lista civica del sindaco favorito. Questo modello di comitato di quartiere dalla visione spicciola (campo di bocce, centro ricreativo, cassonetti…) è quello tipicamente organizzato a comunicazione verticale, con un “gruppo dirigente” chiuso che rimane in sella per anni e detiene e filtra le informazioni al pubblico di riferimento, manipola il consenso dei cittadini ad uso e consumo di politici o di circoli di partito. Le componenti prevalenti di questo tipo di comitato sono i ceti medi, impiegati pubblici con anzianità di servizio, liberi professionisti e pensionati statali. Accade, non di rado, che comitati così organizzati arrivino nel tempo alla spontanea trasformazione in centri anziani mantenendo lo stesso consiglio direttivo.

E’ dall’analisi di questa realtà civica mista che, a mio avviso, occorre partire per costruire un fronte di resistenza al declino e degrado politico e sociale nel quale rischiamo di sprofondare. Puntare sulla riorganizzazione di questo tessuto civico per tutelare la qualità della vita e le prospettive future delle giovani generazioni. Intrecciare legami tra centri sociali e comitati di quartiere al di fuori della sfera e dell’influenza dei partiti per comprimere l’invadente monopolio della delega e del voto di scambio. Praticare momenti di autoformazione per poter occupare spazi di agibilità partecipativa nelle scelte di trasformazione urbana e lavorare su una sinergia tra le vecchie e nuove generazioni unite dall’obiettivo comune di uno sviluppo sostenibile a dimensione umana. In tale ottica le priorità non possono essere le specifiche vertenzialità locali ma la solidificazione di ampie reti territoriali a comunicazione orizzontale, capaci di strutturarsi, di attivare altri cittadini nell’interesse verso la cosa pubblica e verso il protagonismo civico.

Quando la crisi di un paese arriva a livelli non più governabili da alcune “cabine di regia” occulte si auspicano venti di sommossa scomposta e violenta per poi motivare repressione e restaurazione. La vera speranza di un’alternativa a scenari così bui sono gli stessi cittadini, giovani e meno giovani, di comitati di quartiere e centri sociali che comincino ad abbattere le tante barriere di separazione e frammentazione, create spesso ad arte, e ad organizzarsi in rete aperta, tenendo fuori fini di lucro e interessi di bottega, con l’obiettivo di difendere la città da palazzinari, multinazionali, finanzieri senza scrupoli e politici corrotti.

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APPELLO PER LA COSTITUZIONE DI UN COORDINAMENTO NAZIONALE DI LAVORATORI E LAVORATRICI NEL TERZO SETTORE

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 25, 2008

COORDINAMENTO ROMANO LAVORATORI/TRICI DEL  TERZO SETTORE
Per adesioni e contatti: coord.terzosettore@email.it

La situazione nel terzo settore, nel quale sono comprese attività diverse dai servizi alla persona di ambito sanitario o socio assistenziale, educativo e scolastico fino ai servizi culturali e ambientali, di mediazione interculturale, di vigilanza e di guardiania, spesso con servizi pubblici esternalizzati, sta risentendo in maniera più decisa dei generali problemi sul lavoro e della riduzione dei diritti a lavoratori e lavoratrici. Un precariato esteso e strutturale, salari bassi e condizioni di lavoro e di vita insoddisfacenti in questo settore, anche per chi ha un lavoro a tempo indeterminato ma è soggetto ai ritmi di bandi di gara e di affidamenti di servizi e progetti, sta diventando una delle caratteristiche fondamentali, accompagnato da una progressiva dequalificazione dei servizi pubblici erogati alla cittadinanza.

Altrettanto insufficiente e inadeguato è stato il ruolo dei partiti e dei “sindacati concertativi”, troppo spesso incastrati in dinamiche politiche e di intrecci economici da non poter efficacemente rappresentare gli interessi di lavoratori e lavoratrici, anzi nel caso di molti sindacalisti l’intreccio con i responsabili di cooperative, associazioni, aziende e enti rende ancora più difficile la comprensione del soggetto da individuare come “prima controparte”.

Del resto,  è ancora incompleto l’intervento dei vari sindacati di base e autorganizzati, che pure in questo settore hanno raggiunto importanti risultati in diverse situazioni aziendali o locali, ma che non sono ancora riusciti a fare un deciso passaggio di unità di azione, pur mantenendo le loro differenze e specificità, creando le condizioni per un coordinamento nazionale che sappia collegare realtà diverse e settori solo in minima parte organizzati sui posti di lavoro, superando l’attività sindacale “classica” e raggiungendo quei rapporti di forza tali da rimettere in discussione i rinnovi contrattuali, le condizioni di adeguamento salariale con l’aumento del costo della vita, le condizioni di vita di operatori e operatrici e lo stesso meccanismo di esternalizzazione di importanti e strategici servizi pubblici o la privatizzazione degli stessi, con un peggioramento di chi lavora e di coloro che sono i beneficiari dei servizi stessi.

Per contrastare questa tendenza e trovare strumenti agili ed efficaci che rompessero tali meccanismi “ingessati” dal punto di vista dell’autorganizzazione sui posti di lavoro (pratica che riteniamo fondamentale e anche vincente in molte vertenze di lavoro o sui servizi) da febbraio del 2008 a Roma abbiamo costituito un coordinamento di lavoratori e lavoratrici del terzo settore, alla luce di esperienze precedenti, che comprendesse settori diversi a prescindere dal contratto collettivo nazionale di riferimento o dall’essere dipendenti, soci o precari di vario tipo, coordinamento unificato da percorsi ed esigenze comuni e condivise, strumento costruito e gestito dal basso che ponesse di nuovo come prioritari alcuni fatti e interessi, spesso sacrificati: quelli dei lavoratori e delle lavoratrici e indirettamente anche dei beneficiari dei servizi, “gli utenti”.

Compito difficile nell’attuale scenario di profondi cambiamenti e di attacchi ai diritti minimi, ma che non intendiamo far rimanere una esperienza solo locale.

Per questo, con questo appello, intendiamo lanciare un chiaro segnale ad altre realtà e gruppi attivi o desiderosi di muoversi, per ricostruire un efficace e combattivo CCOORDINAMENTO NAZIONALE NEL TERZO SETTORE, con pratica autorganizzata, partecipazione con scelte dal basso e decisioni di intervento in ambito nazionale sugli aspetti sopra enunciati, di sostegno a situazioni locali, che rompa forme di isolamento, di collocazione solo territoriale, di scelte di stampo verticistico nelle questioni lavorative e della gestione dei servizi in questo settore, non delegando più agli apparati sindacali filodatoriali, al sistema partitico, la difesa e la rappresentanza degli interessi di lavoratori e lavoratrici.

Siamo consapevoli e in alcune realtà locali lo abbiamo già verificato, che dalla nostra parte possono schierarsi sindacati di base, strutture autorganizzate o delegati-e che sono ancora interni ai sindacati confederali, che spesso come nella nostra situazione locale hanno sostenuto o sono parte attiva nelle lotte e nella costruzione di piattaforme, ma siamo anche consapevoli che non esiste un modello esportabile in tutta Italia o anche solo  in altre Regioni.

Coloro che condividono con noi gli obiettivi minimi, la pratica e la necessità di organizzarsi in un coordinamento nazionale del terzo settore, sono i benvenuti per mettere in pratica, con i fatti e non solo con le dichiarazioni, questo importante strumento. A Roma il coordinamento locale raccoglie  in due mesi di attività circa 15 situazioni di posto di lavoro, gli impegni non mancano e a fine maggio terremo la nostra prima assemblea pubblica cittadina. Invitiamo strutture già organizzate, gruppi di lavoratori e lavoratrici, altri coordinamenti locali già formati, a percorrere con noi questa strada e a contattarci per una riunione finalizzata alla costituzione di un COORDINAMENTO NAZIONALE DI LAVORATORI E LAVORATRICI DEL TERZO SETTORE.

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Cooperative sociali e precarietà: una risposta nel reddito sociale. Miti e degenerazioni del lavoro in cooperativa

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 25, 2008

da “Cooperative sociali e precarietà: una risposta nel reddito sociale. Miti e degenerazioni del lavoro in cooperativa” di Luigi Marinelli
Articolo completo: http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=344

In questi ultimi mesi le iniziative di lotta dei lavoratori delle cooperative sociali sono riuscite a svelare alcuni aspetti nascosti di un settore più ampio, il cosiddetto no-profit, che erroneamente è considerato marginale rispetto a settori tradizionalmente più forti e sindacalizzati. Nelle cooperative sociali sono 170.000 gli operatori che, in gran parte su commesse pubbliche, si occupano dell’assistenza ad anziani e disabili, di disagio sociale, di integrazione scolastica e di molto altro ancora.

Lo sviluppo delle cooperative sociali e del no-profit in generale è sostenuto da molti come la soluzione per conservare, se non addirittura per migliorare, i livelli di assistenza socio-sanitaria in un contesto caratterizzato da continui e reiterati tagli alla spesa sociale a fronte di un aumento della richiesta di assistenza; addirittura lo sviluppo del settore è promosso come alternativa ad ulteriori processi di smantellamento e di privatizzazione pura e semplice. Siamo di fronte ad una mistificazione della realtà, ad un capovolgimento dei meccanismi e delle scelte che hanno determinato il successo della cooperazione sociale. Considerazioni che non appartengono solo alla dirigenza delle associazioni cooperative (Legacoop, Confcooperative e AGCI) ma che pervadono anche ampi pezzi della sinistra radicale e di movimento: nella cooperazione sociale si vorrebbe trovare un orizzonte di sviluppo “altro” rispetto al normale sistema imprenditoriale. Un vero mito autogestionario che non trova nessun riscontro nella realtà e che non può, specie nell’attuale contesto di crescente competitività e precarizzazione, trovare spazi materiali per proporsi.

(…) Dal ruolo iniziale, in alcuni casi sperimentale e di nicchia, le cooperative sociali si sono trasformate, senza troppi incidenti o crisi di coscienza, in ottimi strumenti del processo di privatizzazione ed esternalizzazione della sanità e dei servizi sociali pubblici, divenendone anche promotrici attive. Il tutto è accompagnato dall’argomentazione di aver creato, dal nulla, decine di migliaia di posti di lavoro (che in realtà sono solo i posti di lavoro pubblici non più coperti ma esternalizzati). L’affidamento dei servizi pubblici alle cooperative sociali, oltre ad essere incentivato dalle leggi, rappresenta una scelta dettata non solo da elementi immediati, come il minore costo del personale, ma anche da ragioni legale alla maggior flessibilità nella gestione dell’organizzazione del lavoro e soprattutto nella possibilità, al bisogno, di dequalificare, ridurre o chiudere servizi e interventi con minori resistenze e difficoltà. A questi elementi di “razionalità” aziendalista da parte degli enti pubblici si aggiungono ragioni legate alle varie clientele e alla spartizioni degli appalti tra aree politiche.

(…)Questi elementi hanno portato alla situazione attuale: sono tante le cooperative sociali che fatturano annualmente decine di milioni di euro, hanno centinaia di soci-lavoratori e operano su tutto il territorio nazionale. Questo non significa che le piccole e medie cooperative rappresentino una alternativa; anche queste ultime sono inserite nello stesso meccanismo: singolarmente o associate in consorzi riproducono le stesse dinamiche aziendali delle più grandi, pena l’esclusione dal mercato degli appalti e la conseguente chiusura. Predominanza del rapporto associativo su quello lavorativo; non applicabilità delle norme sui diritti sindacali e di tutela dai licenziamenti; contributi previdenziali ridotti e differenziati provincia per provincia (c.d. Salario Medio Convenzionale); contratto collettivo nazionale di lavoro quadriennalizzato e legalmente derogabile; istituti di flessibilità oraria e salariale elevatissimi, predominanza del lavoro in appalto, elevata frammentazione territoriale dei lavoratori. La legge 30/2003 trova nel settore una prateria nella quale dispiegarsi pienamente: la somministrazione, il lavoro a chiamata e tutte le altre tipologie contrattuali, già erano di fatto presenti nelle cooperative sociali e troveranno nella incalzante applicazione della riforma Biagi la loro piena legittimità. Possiamo prospettare che, senza una adeguata resistenza a questi processi, verranno prodotti effetti devastanti che si rifletteranno non solo sulle condizioni dei lavoratori ma anche sulla qualità/quantità dei servizi sociali e sanitari affidati alle coop sociali e al no-profit.
(…)La ricattabilità e il ferreo comando sull’organizzazione del lavoro, slegata da ogni reale controllo di qualità (appalti e privatizzazioni sono un contesto di deresponsabilizzazione dell’amministrazione pubblica) accompagneranno l’aumento dei carichi di lavoro e la diminuzione dei livelli di sicurezza, che nei servizi alla persona sono, ovviamente, fattori importantissimi.

(…)Il lavoro nelle cooperative sociali rappresenta una delle punte più avanzate sia dei processi di precarietà regolata e “concertata” sia di quella irregolare e “sommersa”. Una condizione di precarietà e di ricattabilità che impone al lavoratore un condizione di oppressione e di ordinaria omertà, se non di complicità, di fronte al manifestarsi di casi malasanità e di abusi nei confronti di utenti e soggetti svantaggiati, prime vittime dei processi di smantellamento dei servizi e dell’aziendalizzazione del socio-sanitario.

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