Critica della ragion Nonprofit
L’economia solidale è una truffa?
di Paola Tubaro*
Prefazione di Giorgio Lunghini
Edizione Derive-Approdi, 1999
pagg. 120 €6.2
ISBN 88-87423-23-7
* Paola Tubaro è ricercatrice di Economia politica. Vive e lavora a Parigi.
da: Casa Editrice Derive Approdi
Il libro
Nonprofit, no-profit, terzo settore, economia solidale, economia civile. Oramai da Destra e da Sinistra si intonano le lodi delle nuove realtà del volontariato e della solidarietà. Ma sono tutte rose e fiori? Troppo spesso accade che dietro le facili apparenze dell’”economia buona” si nascondano forme striscianti di sfruttamento del tutto simili a quelle delle imprese orientate al profitto. Siamo di fronte all’alba di un nuovo modo di fare impresa? O a una maschera del solito vecchio capitalismo selvaggio? Luigi – O le illusioni del «mercato sociale» Stefano – O l’utilità dell’inutile katia – O il «lavoro dal volto umano» Clara – O l’«economia delle contesse» Giorgio e Silvia – O l’Internazionale Filantropica Luisa – O la società dei volontari Nessun pasto è gratis
un assaggio…
Le due tesi nobili circa il cosiddetto settore nonprofit si rifanno l’una alla tradizione cattolica del principio di sussidiarietà, nella versione dell’enciclica Quadragesimo anno, l’altra alla necessità di rimediare in modo innovativo alla crisi dello stato sociale e di comporre altrimenti la contraddizione di fondo di questa età, tra disoccupazione e bisogni sociali insoddisfatti. Se ciò non bastasse, dal settore nonprofit molti si aspettano un miglioramento delle condizioni di lavoro, rispetto al rapporto di lavoro salariato tradizionale. Questo settore ha confini incerti, poiché comprende organizzazioni e attività che vanno dalle cooperative o fondazioni più grandi e potenti al volontariato più spontaneo e generoso. Puro volontariato a parte, queste organizzazioni e attività hanno però un tratto in comune, celato dalla definizione eufemistica di nonprofit: in verità esse sono interdette dal distribuire i profitti, non dal perseguirli. Poiché ciò che caratterizza una organizzazione è il fine che essa persegue, al pari del settore mercantile il settore nonprofit soddisferà soltanto i bisogni sociali privatamente vantaggiosi, cioè quelli solvibili. (Suona dunque minaccioso il titolo di un libro recente: La Chiesa come azienda nonprofit). Contro questa tesi (sul profitto come limite), oggi prevale l’idea che un governo aziendalistico del mondo, proprio in quanto ha per obiettivo la massimizzazione del profitto, sarebbe più efficiente anche al fine di soddisfare i bisogni. Questo infatti predicano i manuali, ma il punto è teoricamente fragile. Per brevità e con corsivi aggiunti, rinvio a due autori autorevoli, collocati ai due estremi dell’orizzonte ideologico ma che qui convengono. Scrive l’ormai innominabile Karl Marx: “L’estensione o la riduzione della produzione non viene decisa in base al rapporto fra la produzione e i bisogni sociali, i bisogni di un’umanità socialmente sviluppata, ma in base (…) al profitto e al rapporto fra questo profitto e il capitale impiegato, vale a dire in base al livello del saggio dei profitti. Essa incontra quindi dei limiti a un certo grado di sviluppo, che sembrerebbe viceversa assai inadeguato sotto l’altro punto di vista. Si arresta non quando i bisogni sono soddisfatti, ma quando la produzione e la realizzazione del profitto impongono questo arresto”. Che i nuovi liberali non citino Marx, si capisce. L’unica ragione per cui hanno messo in soffitta anche Luigi Einaudi deve essere che l’autore delle Prediche inutili scrive la stessa cosa, e con maggiore chiarezza: “Badisi bene che, affermando essere il mercato lo strumento adatto per indirizzare la produzione nel senso di produrre beni e servigi, precisamente nella quantità e della qualità corrispondenti alla domanda degli uomini, non si afferma che il mercato indirizzi altresì la produzione a produrre beni e servigi nella quantità e nella qualità che sarebbe desiderata dagli stessi uomini. Questi fanno quella domanda che possono, con i mezzi, con i denari che hanno disponibili. Se avessero altri e maggiori mezzi, farebbero un’altra domanda: degli stessi beni in quantità maggiore o di altri beni di diversa qualità. Sul mercato si soddisfano domande, non bisogni”. Si potrebbe anche aggiungere, seguendo un suggerimento di Maurice Dobb circa la presunta sovranità del consumatore, che la scelta dei consumatori, quale si esprime sul mercato, è necessariamente limitata all’ambito delle alternative offerte dai produttori. Può perciò darsi che le scelte registrate sul mercato siano soltanto preferenze di secondo ordine, rispetto alle scelte che i consumatori farebbero se fossero disponibili altre alternative. Per quanto riguarda le condizioni di lavoro, alcuni interpretano come un buon segno la diminuzione della quota di lavoro salariato nel senso giuridico del termine. Vedere nella riduzione del lavoro socialmente necessario per produrre merci un superamento del rapporto di lavoro salariato, anziché un suo rafforzamento, significa invece confondere l’effetto con la causa. È statisticamente vero che il lavoro salariato è in progressiva e irreversibile diminuzione. Ma questo non significa che cresca il lavoro liberato: cresce invece il lavoro eterodiretto. Lavoro salariato è oggi qualsiasi lavoro che in qualsiasi modo, direttamente o indirettamente, nella fabbrica, negli uffici, a casa propria o nella società, sia prestazione d’opera la cui quantità, qualità e remunerazione dipende dalle decisioni del capitale circa le proprie modalità economiche e politiche di riproduzione, e in particolare circa la scelta delle merci da produrre, delle tecniche di produzione e delle forme di organizzazione del lavoro. Paola Tubaro è studiosa di Adam Smith, dunque dubita che la benevolenza sia il motore dell’azione umana, sa che la ricchezza delle nazioni nasconde un lato negativo, e in questo impudente pamphlet arriva a chiedersi se la cosiddetta “economia solidale” non sia una truffa. A sostegno del dubbio ci racconta sei storie. È una lettura istruttiva, e la morale è chiara (dalla Prefazione di Giorgio Lunghini).