Lavoro e No Profit

Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!

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Paola Tubaro “Critica della ragion Nonprofit”

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 16, 2008

Critica della ragion Nonprofit
L’economia solidale è una truffa?
di Paola Tubaro*

Prefazione di Giorgio Lunghini
Edizione Derive-Approdi, 1999
pagg. 120 €6.2
ISBN 88-87423-23-7
* Paola Tubaro è ricercatrice di Economia politica. Vive e lavora a Parigi.
da: Casa Editrice Derive Approdi

Il libro
Nonprofit, no-profit, terzo settore, economia solidale, economia civile. Oramai da Destra e da Sinistra si intonano le lodi delle nuove realtà del volontariato e della solidarietà. Ma sono tutte rose e fiori? Troppo spesso accade che dietro le facili apparenze dell’”economia buona” si nascondano forme striscianti di sfruttamento del tutto simili a quelle delle imprese orientate al profitto. Siamo di fronte all’alba di un nuovo modo di fare impresa? O a una maschera del solito vecchio capitalismo selvaggio? Luigi – O le illusioni del «mercato sociale» Stefano – O l’utilità dell’inutile katia – O il «lavoro dal volto umano» Clara – O l’«economia delle contesse» Giorgio e Silvia – O l’Internazionale Filantropica Luisa – O la società dei volontari Nessun pasto è gratis

un assaggio…
Le due tesi nobili circa il cosiddetto settore nonprofit si rifanno l’una alla tradizione cattolica del principio di sussidiarietà, nella versione dell’enciclica Quadragesimo anno, l’altra alla necessità di rimediare in modo innovativo alla crisi dello stato sociale e di comporre altrimenti la contraddizione di fondo di questa età, tra disoccupazione e bisogni sociali insoddisfatti. Se ciò non bastasse, dal settore nonprofit molti si aspettano un miglioramento delle condizioni di lavoro, rispetto al rapporto di lavoro salariato tradizionale. Questo settore ha confini incerti, poiché comprende organizzazioni e attività che vanno dalle cooperative o fondazioni più grandi e potenti al volontariato più spontaneo e generoso. Puro volontariato a parte, queste organizzazioni e attività hanno però un tratto in comune, celato dalla definizione eufemistica di nonprofit: in verità esse sono interdette dal distribuire i profitti, non dal perseguirli. Poiché ciò che caratterizza una organizzazione è il fine che essa persegue, al pari del settore mercantile il settore nonprofit soddisferà soltanto i bisogni sociali privatamente vantaggiosi, cioè quelli solvibili. (Suona dunque minaccioso il titolo di un libro recente: La Chiesa come azienda nonprofit). Contro questa tesi (sul profitto come limite), oggi prevale l’idea che un governo aziendalistico del mondo, proprio in quanto ha per obiettivo la massimizzazione del profitto, sarebbe più efficiente anche al fine di soddisfare i bisogni. Questo infatti predicano i manuali, ma il punto è teoricamente fragile. Per brevità e con corsivi aggiunti, rinvio a due autori autorevoli, collocati ai due estremi dell’orizzonte ideologico ma che qui convengono. Scrive l’ormai innominabile Karl Marx: “L’estensione o la riduzione della produzione non viene decisa in base al rapporto fra la produzione e i bisogni sociali, i bisogni di un’umanità socialmente sviluppata, ma in base (…) al profitto e al rapporto fra questo profitto e il capitale impiegato, vale a dire in base al livello del saggio dei profitti. Essa incontra quindi dei limiti a un certo grado di sviluppo, che sembrerebbe viceversa assai inadeguato sotto l’altro punto di vista. Si arresta non quando i bisogni sono soddisfatti, ma quando la produzione e la realizzazione del profitto impongono questo arresto”. Che i nuovi liberali non citino Marx, si capisce. L’unica ragione per cui hanno messo in soffitta anche Luigi Einaudi deve essere che l’autore delle Prediche inutili scrive la stessa cosa, e con maggiore chiarezza: “Badisi bene che, affermando essere il mercato lo strumento adatto per indirizzare la produzione nel senso di produrre beni e servigi, precisamente nella quantità e della qualità corrispondenti alla domanda degli uomini, non si afferma che il mercato indirizzi altresì la produzione a produrre beni e servigi nella quantità e nella qualità che sarebbe desiderata dagli stessi uomini. Questi fanno quella domanda che possono, con i mezzi, con i denari che hanno disponibili. Se avessero altri e maggiori mezzi, farebbero un’altra domanda: degli stessi beni in quantità maggiore o di altri beni di diversa qualità. Sul mercato si soddisfano domande, non bisogni”. Si potrebbe anche aggiungere, seguendo un suggerimento di Maurice Dobb circa la presunta sovranità del consumatore, che la scelta dei consumatori, quale si esprime sul mercato, è necessariamente limitata all’ambito delle alternative offerte dai produttori. Può perciò darsi che le scelte registrate sul mercato siano soltanto preferenze di secondo ordine, rispetto alle scelte che i consumatori farebbero se fossero disponibili altre alternative. Per quanto riguarda le condizioni di lavoro, alcuni interpretano come un buon segno la diminuzione della quota di lavoro salariato nel senso giuridico del termine. Vedere nella riduzione del lavoro socialmente necessario per produrre merci un superamento del rapporto di lavoro salariato, anziché un suo rafforzamento, significa invece confondere l’effetto con la causa. È statisticamente vero che il lavoro salariato è in progressiva e irreversibile diminuzione. Ma questo non significa che cresca il lavoro liberato: cresce invece il lavoro eterodiretto. Lavoro salariato è oggi qualsiasi lavoro che in qualsiasi modo, direttamente o indirettamente, nella fabbrica, negli uffici, a casa propria o nella società, sia prestazione d’opera la cui quantità, qualità e remunerazione dipende dalle decisioni del capitale circa le proprie modalità economiche e politiche di riproduzione, e in particolare circa la scelta delle merci da produrre, delle tecniche di produzione e delle forme di organizzazione del lavoro. Paola Tubaro è studiosa di Adam Smith, dunque dubita che la benevolenza sia il motore dell’azione umana, sa che la ricchezza delle nazioni nasconde un lato negativo, e in questo impudente pamphlet arriva a chiedersi se la cosiddetta “economia solidale” non sia una truffa. A sostegno del dubbio ci racconta sei storie. È una lettura istruttiva, e la morale è chiara (dalla Prefazione di Giorgio Lunghini).

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Ragazzi in missione speciale nella guerra contro la povertà (1999)

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 10, 2008

3/OLTRE IL VOLONTARIATO – Il lavoro del Coopi
per aiutare lo sviluppo nei paesi del Terzo Mondo

Ragazzi in missione speciale
nella guerra contro la povertà
di RENATA PISU
La Repubblica
(15 febbraio 1999)

Per l’inchiesta completa iniziare da qui: http://www.repubblica.it/online/volontariato/inchiesta/inchiesta1/inchiesta1.html

MILANO – La cascina è grande, con un’ampia corte interna, all’estrema periferia della città, vicino allo svincolo delle autostrade per i Laghi. Dentro ci sono gli uffici della Coopi, stanzone riscaldate da camini e stufe, travi a vista, scale e scalette che si intersecano nella logica abitativa di un’antica architettura contadina rinnovata da postazioni di computer per seguire in tempo reale gli avvenimenti nei punti caldi del mondo dove si trovano dei “cooperanti” di questa associazione. Tre operano in Sierra Leone, ma si decide l’evacuazione perché il clima di Freetown, la capitale, è irrespirabile a causa dei continui combattimenti. Dice Michele Romano, presidente della Coopi: “Noi siamo andati lì per far funzionare un ospedale, ma ora dobbiamo ritirarci. Cooperare sì, crepare no”.

Coopi è una Ong e una Onlus, sigle sibilline per chi non sa che Ong significa Organizzazione non governativa e Onlus Organizazione non lucrativa di utilità sociale. Gestisce progetti di sviluppo nel Terzo Mondo per 20 miliardi all’anno, i fondi vengono dal nostro Ministero degli Affari Esteri (loro lo chiamano Mae) ma soprattutto dalla Cee, Comunità economica europea; oppure vengono raccolti direttamente con campagne di sensibilizzazione dell’opinione pubblica. Ora, per esempio, si stanno raccogliendo soldi per i ragazzini delle fogne di Bucarest che dalle fogne dove vivono devono essere aiutati a uscire.

Coopi, come tutte le altre Ong, manda uomini e donne in giro per il mondo, ovvero per il Sud del mondo, a fare cose utili come ottimizzare una miniera di tungsteno in Bolivia, avviare un centro di vaccinazione infantile in Ruanda, scavare pozzi in Etiopia, assistere bambini di strada in Brasile. Le Ong fanno parte anche loro del Terzo Settore, cioè della terza gamba che assieme alle altre due, quella dello Stato e quella del Mercato, puntella la traballante tavola della società attorno alla quale tutti dovremmo sedere, in buon accordo, solidariamente, in un planetario convivio. E invece… “Noi della cooperazione allo sviluppo siamo una delle tante anime del non-profit, dell’economia solidale” spiega Michele Romano “forse si potrebbe dire che siamo la vecchia e dimenticata anima internazionalista”.

Internazionalista, parola desueta in epoca di globalizzazione (si globalizzano i mercati, non risorse e aspirazioni dell’attuale e “futura umanità”), è lo spirito con cui dodici anni fa Efrem Fumagalli appena laureato in geologia, decise di impegnarsi in qualcosa che avesse senso. Dice Efrem che ora ha trentotto anni: “Volevo diventare un geologo a servizio degli altri, della gente. Così ho sentito parlare di volontariato all’estero e ho pensato che quella poteva essere la strada giusta. Ho preso contatto con Coopi che stava mettendo in piedi un progetto in Bolivia per aiutare una cooperativa di minatori locali a incrementare e meccanizzare la produzione della loro miniera di tungsteno. Era il lavoro giusto per me in quanto geologo e così sono partito”.

Efrem racconta dei due anni filati che ha trascorso nella cittadina di Kami, a quattromila metri di altitudine appassionandosi a quel progetto di sviluppo che prevedeva anche un ospedale specializzato (ne ha visti morire tanti di minatori, giovani ammalati di tubercolosi e di silicosi che sputavano fuori a pezzi i loro devastati polmoni); racconta della diffidenza iniziale dei boliviani, della fiducia poi conquistata, di un vecchio minatore che gli disse: “Che venite qua a fare? Se è per spirito di avventura, per fuggire dalla vostra realtà, statevene a casa perché non abbiamo bisogno di gente che fa finta di essere povera. Ma se invece siete seri e avete capacità e conoscenze da spartire con noi, siete i benvenuti”.

E Efrem da allora non crede più al mito del volontario che dà tutto via per niente (in Bolivia prendeva ottocentomila lire al mese) e sostiene che c’è un equivoco colossale attorno a questo aggettivo-sostantivato entrato ormai nell’uso comune: certo che la sua scelta di vita è volontaria perché non gli è stata imposta né dallo Stato né dal Mercato, il suo è un “lavoro scelto”, una risposta non stereotipa alla domanda: “Cosa farai da grande?” che sempre automaticamente si pone ai piccoli e loro giù, passivamente, con le loro da noi indotte risposte “avvocato, medico, pilota, vigile urbano, calciatore, top model”. Ma anche fare il volontario è un lavoro, forse quello che nel prossimo millenio i più vorranno fare se soltanto Ralf Dahrendorf fosse profeta. Intervistato da Salvo Mazzolini in occasione della Convention del Terzo Settore svoltasi a Padova l’anno scorso, Dahrendorf ha ricordato infatti che un tempo non c’era la disoccupazione come la intendiamo noi oggi e cioè come mancanza di alternative al lavoro. Ha detto: “Io credo che la disoccupazione sia un fenomeno temporaneo del ventesimo secolo, prima non c’era la disoccupazione: nei villaggi si celebravano festività che duravano settimane, prima ancora si partiva per le crociate o si facevano altre cose strane”.

Ecco, forse si potranno fare di nuovo “cose strane”, si potrà andare in giro per il mondo come i cooperanti delle Organizzazioni non governative, non a scopo di lucro, solo e soltanto per solidarietà umana. Oppure a far crociate, per intolleranza disumana. Comunque c’è già chi sta vivendo così, facendo “cose strane”: mercenari che fanno sconcissime crociate, centinaia e centinaia di giovani uomini e donne come Efrem che invece si mettono al servizio degli altri. Efrem però ci tiene a precisare. Dice: “Se si parla di “volontariato” tutti hanno l’impressione che non sia un lavoro perché il lavoro è biblicamente considerato condanna, non scelta. E poi si considera il volontario come un dilettante mentre invece deve essere un professionista, altrimenti è facile che combini pasticci. E qualcosa deve guadagnare, uno stipendio decente gli va garantito, anche i volontari devono vivere”.

Ma cosa vuol dire uno stipendio decente per un volontario? “Le dirò che sarebbe meglio se ci definissimo noi delle Ong come “cooperanti” ma chiamarci volontari ci piace, è nella nostra tradizione. Uno stipendio decente vuol dire avere di che vivere senza approfittarsi del nostro privilegio, senza farlo valere. Questo è quello che chiamerei il nuovo volontariato, l’evoluzione del volontariato”.

Ma se Efrem dice “senza approfittarsene”, Mauro Alboresi della funzione pubblica della Cgil precisa: “Senza che nessuno se ne approfitti perché c’è il pericolo che il Terzo Settore, specie le cooperative sociali che forniscono servizi e assistenza, vengano considerate realtà a basso costo per smantellare lo stato sociale. Per questo bisogna che siano rispettati i contratti nazionali collettivi”. Negli anni novanta sono già entrati in vigore otto contratti che si riferiscono a duecentomila lavoratori impegnati nel non- profit ma i sindacati lamentano che raramente ne vengono rispettati i termini. Mauro Alboresi è preoccupato, dice: “Temiamo un nuovo tipo di sfruttamento e ci stiamo battendo per arrivare a un contratto unico nazionale per il Terzo Settore che ancora l’opinione pubblica assimila al volontariato, così la gente pensa che noi si voglia sindacalizzare i volontari, magari indurli allo sciopero”.

Invece, come ben sanno gli addetti ai lavori, siamo oltre il volontariato anche se dal volontariato non si può prescindere perché è stata la ventata nuova che ha sconvolto la passività della delega allo Stato di ogni intervento sociale. Ma ormai il fenomeno ha cambiato aspetto, il non-profit è cresciuto in modo tumultuoso e disordinato, i volontari sono diventati lavoratori a tutti gli effetti, in innumerevoli casi associazioni di volontari si sono trovate nella condizione di servirsi di stipendiati per produrre servizi e allora o hanno chiuso l’associazione per creare una cooperativa sociale o sono cadute in una forma ibrida tra volontariato e cooperazione sociale, fuorviante perché l’elemento economico prevale inevitabilmente sulla gratuità. E il non-profit va a farsi benedire se una cooperativa adotta un regolamento interno che prevede consistenti gettoni di presenza per ogni seduta dei membri del consiglio di amministrazione. Cosa che succede.

Ma permanendo l’equivoco sul volontariato, come può il sindacato sindacalizzare i volontari? Spiega Alboresi: “Prima di tutto distinguendo, cioè tenendo presente che il volontariato nel nostro paese è drogato. C’è gente in cerca di lavoro e che lo trova facendo volontariato presso case di cura, ospedali, cooperative e che viene pagata con la formula del rimborso spese, a volte sostitutiva di uno stipendio vero e proprio. Sono lavoratori sfruttati, in nero. Perché i sindacati non dovrebbero pensare di tutelarli?”.

Già, ma questi lavoratori troppo spesso, volenti o nolenti confusi con i volontari, desiderano o no una tutela di tipo tradizionale? “Non è di tipo tradizionale” spiega Alboresi “anche il sindacato sta ripensando la sua funzione dall’inizio degli anni novanta, proprio in seguito all’emergere del Terzo Settore con le sue specificità”.

Così anche i sindacati sono coinvolti nella crescita disordinata e tumultuosa del Terzo Settore che costringe tutti a “ripensare” tutto. A ripensare soprattutto il senso di quella “civiltà del lavoro” entro la quale per un secolo e poco più si è definita la nostra identità collettiva, ora messa in crisi dalla rottura di tutti i patti del sociale. Si dice che bisognerebbe stringerne altri, si dice che debbano essere dei patti “volontari e consapevoli”. Dei patti in definitiva da Terzo Settore, cioè né di Stato né di Mercato. Patti nostri? Probabilmente sì, se l’atomizzazione più spinta non prevarrà.

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