Lavoro e No Profit

Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!

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L’ Industria della Solidarietà

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 10, 2009

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L’industria della Solidarietà
di Linda Polman
Ed. Mondadori, pp. 214

La Feltrinelli ed.

Dopo anni trascorsi ad analizzare il complesso e contraddittorio ruolo delle organizzazioni umanitarie, il libro mette a confronto le loro nobili dichiarazioni di intenti e la dura realtà del lavoro quotidiano che devono affrontare nelle zone di guerra. Chi avrebbe mai immaginato che in un settore come quello della cooperazione internazionale, in cui il profitto non è l’obiettivo precipuo delle organizzazioni e i dipendenti sono persone disposte a sacrificare la propria vita per cercare di migliorare quella degli altri, i rapporti tra le diverse Organizzazioni Non Governative che vi operano sono altamente competitivi? Nessuno ci ha mai raccontato che l’industria degli aiuti umanitari è la quinta economia mondiale. E neppure che i costi di avvio di un’operazione in zona di guerra sono altissimi e generano la paradossale convenienza a rimanere il più a lungo possibile, indipendentemente dal reale bisogno di protrarre un intervento, una volta affrontate queste enormi spese.

Il Mondo delle ONG una vera potenza
di Fabio Scuto
su Il Venerdì di Repubblica 10 luglio 2009

Indagine sulla galassia “umanitaria” che si mette in moto a ogni crisi nel Pianeta. Una realtà complessa, con 40mila Ong animate da scopi nobilissimi, ma spesso, con logica di mercato, in aperta concorrenza tra loro. Con un business da sei miliardi di dollari l’anno. Questa è la Quinta economia del mondo (però non siede mai ai G8).

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Ragazzi in missione speciale nella guerra contro la povertà (1999)

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 10, 2008

3/OLTRE IL VOLONTARIATO – Il lavoro del Coopi
per aiutare lo sviluppo nei paesi del Terzo Mondo

Ragazzi in missione speciale
nella guerra contro la povertà
di RENATA PISU
La Repubblica
(15 febbraio 1999)

Per l’inchiesta completa iniziare da qui: http://www.repubblica.it/online/volontariato/inchiesta/inchiesta1/inchiesta1.html

MILANO – La cascina è grande, con un’ampia corte interna, all’estrema periferia della città, vicino allo svincolo delle autostrade per i Laghi. Dentro ci sono gli uffici della Coopi, stanzone riscaldate da camini e stufe, travi a vista, scale e scalette che si intersecano nella logica abitativa di un’antica architettura contadina rinnovata da postazioni di computer per seguire in tempo reale gli avvenimenti nei punti caldi del mondo dove si trovano dei “cooperanti” di questa associazione. Tre operano in Sierra Leone, ma si decide l’evacuazione perché il clima di Freetown, la capitale, è irrespirabile a causa dei continui combattimenti. Dice Michele Romano, presidente della Coopi: “Noi siamo andati lì per far funzionare un ospedale, ma ora dobbiamo ritirarci. Cooperare sì, crepare no”.

Coopi è una Ong e una Onlus, sigle sibilline per chi non sa che Ong significa Organizzazione non governativa e Onlus Organizazione non lucrativa di utilità sociale. Gestisce progetti di sviluppo nel Terzo Mondo per 20 miliardi all’anno, i fondi vengono dal nostro Ministero degli Affari Esteri (loro lo chiamano Mae) ma soprattutto dalla Cee, Comunità economica europea; oppure vengono raccolti direttamente con campagne di sensibilizzazione dell’opinione pubblica. Ora, per esempio, si stanno raccogliendo soldi per i ragazzini delle fogne di Bucarest che dalle fogne dove vivono devono essere aiutati a uscire.

Coopi, come tutte le altre Ong, manda uomini e donne in giro per il mondo, ovvero per il Sud del mondo, a fare cose utili come ottimizzare una miniera di tungsteno in Bolivia, avviare un centro di vaccinazione infantile in Ruanda, scavare pozzi in Etiopia, assistere bambini di strada in Brasile. Le Ong fanno parte anche loro del Terzo Settore, cioè della terza gamba che assieme alle altre due, quella dello Stato e quella del Mercato, puntella la traballante tavola della società attorno alla quale tutti dovremmo sedere, in buon accordo, solidariamente, in un planetario convivio. E invece… “Noi della cooperazione allo sviluppo siamo una delle tante anime del non-profit, dell’economia solidale” spiega Michele Romano “forse si potrebbe dire che siamo la vecchia e dimenticata anima internazionalista”.

Internazionalista, parola desueta in epoca di globalizzazione (si globalizzano i mercati, non risorse e aspirazioni dell’attuale e “futura umanità”), è lo spirito con cui dodici anni fa Efrem Fumagalli appena laureato in geologia, decise di impegnarsi in qualcosa che avesse senso. Dice Efrem che ora ha trentotto anni: “Volevo diventare un geologo a servizio degli altri, della gente. Così ho sentito parlare di volontariato all’estero e ho pensato che quella poteva essere la strada giusta. Ho preso contatto con Coopi che stava mettendo in piedi un progetto in Bolivia per aiutare una cooperativa di minatori locali a incrementare e meccanizzare la produzione della loro miniera di tungsteno. Era il lavoro giusto per me in quanto geologo e così sono partito”.

Efrem racconta dei due anni filati che ha trascorso nella cittadina di Kami, a quattromila metri di altitudine appassionandosi a quel progetto di sviluppo che prevedeva anche un ospedale specializzato (ne ha visti morire tanti di minatori, giovani ammalati di tubercolosi e di silicosi che sputavano fuori a pezzi i loro devastati polmoni); racconta della diffidenza iniziale dei boliviani, della fiducia poi conquistata, di un vecchio minatore che gli disse: “Che venite qua a fare? Se è per spirito di avventura, per fuggire dalla vostra realtà, statevene a casa perché non abbiamo bisogno di gente che fa finta di essere povera. Ma se invece siete seri e avete capacità e conoscenze da spartire con noi, siete i benvenuti”.

E Efrem da allora non crede più al mito del volontario che dà tutto via per niente (in Bolivia prendeva ottocentomila lire al mese) e sostiene che c’è un equivoco colossale attorno a questo aggettivo-sostantivato entrato ormai nell’uso comune: certo che la sua scelta di vita è volontaria perché non gli è stata imposta né dallo Stato né dal Mercato, il suo è un “lavoro scelto”, una risposta non stereotipa alla domanda: “Cosa farai da grande?” che sempre automaticamente si pone ai piccoli e loro giù, passivamente, con le loro da noi indotte risposte “avvocato, medico, pilota, vigile urbano, calciatore, top model”. Ma anche fare il volontario è un lavoro, forse quello che nel prossimo millenio i più vorranno fare se soltanto Ralf Dahrendorf fosse profeta. Intervistato da Salvo Mazzolini in occasione della Convention del Terzo Settore svoltasi a Padova l’anno scorso, Dahrendorf ha ricordato infatti che un tempo non c’era la disoccupazione come la intendiamo noi oggi e cioè come mancanza di alternative al lavoro. Ha detto: “Io credo che la disoccupazione sia un fenomeno temporaneo del ventesimo secolo, prima non c’era la disoccupazione: nei villaggi si celebravano festività che duravano settimane, prima ancora si partiva per le crociate o si facevano altre cose strane”.

Ecco, forse si potranno fare di nuovo “cose strane”, si potrà andare in giro per il mondo come i cooperanti delle Organizzazioni non governative, non a scopo di lucro, solo e soltanto per solidarietà umana. Oppure a far crociate, per intolleranza disumana. Comunque c’è già chi sta vivendo così, facendo “cose strane”: mercenari che fanno sconcissime crociate, centinaia e centinaia di giovani uomini e donne come Efrem che invece si mettono al servizio degli altri. Efrem però ci tiene a precisare. Dice: “Se si parla di “volontariato” tutti hanno l’impressione che non sia un lavoro perché il lavoro è biblicamente considerato condanna, non scelta. E poi si considera il volontario come un dilettante mentre invece deve essere un professionista, altrimenti è facile che combini pasticci. E qualcosa deve guadagnare, uno stipendio decente gli va garantito, anche i volontari devono vivere”.

Ma cosa vuol dire uno stipendio decente per un volontario? “Le dirò che sarebbe meglio se ci definissimo noi delle Ong come “cooperanti” ma chiamarci volontari ci piace, è nella nostra tradizione. Uno stipendio decente vuol dire avere di che vivere senza approfittarsi del nostro privilegio, senza farlo valere. Questo è quello che chiamerei il nuovo volontariato, l’evoluzione del volontariato”.

Ma se Efrem dice “senza approfittarsene”, Mauro Alboresi della funzione pubblica della Cgil precisa: “Senza che nessuno se ne approfitti perché c’è il pericolo che il Terzo Settore, specie le cooperative sociali che forniscono servizi e assistenza, vengano considerate realtà a basso costo per smantellare lo stato sociale. Per questo bisogna che siano rispettati i contratti nazionali collettivi”. Negli anni novanta sono già entrati in vigore otto contratti che si riferiscono a duecentomila lavoratori impegnati nel non- profit ma i sindacati lamentano che raramente ne vengono rispettati i termini. Mauro Alboresi è preoccupato, dice: “Temiamo un nuovo tipo di sfruttamento e ci stiamo battendo per arrivare a un contratto unico nazionale per il Terzo Settore che ancora l’opinione pubblica assimila al volontariato, così la gente pensa che noi si voglia sindacalizzare i volontari, magari indurli allo sciopero”.

Invece, come ben sanno gli addetti ai lavori, siamo oltre il volontariato anche se dal volontariato non si può prescindere perché è stata la ventata nuova che ha sconvolto la passività della delega allo Stato di ogni intervento sociale. Ma ormai il fenomeno ha cambiato aspetto, il non-profit è cresciuto in modo tumultuoso e disordinato, i volontari sono diventati lavoratori a tutti gli effetti, in innumerevoli casi associazioni di volontari si sono trovate nella condizione di servirsi di stipendiati per produrre servizi e allora o hanno chiuso l’associazione per creare una cooperativa sociale o sono cadute in una forma ibrida tra volontariato e cooperazione sociale, fuorviante perché l’elemento economico prevale inevitabilmente sulla gratuità. E il non-profit va a farsi benedire se una cooperativa adotta un regolamento interno che prevede consistenti gettoni di presenza per ogni seduta dei membri del consiglio di amministrazione. Cosa che succede.

Ma permanendo l’equivoco sul volontariato, come può il sindacato sindacalizzare i volontari? Spiega Alboresi: “Prima di tutto distinguendo, cioè tenendo presente che il volontariato nel nostro paese è drogato. C’è gente in cerca di lavoro e che lo trova facendo volontariato presso case di cura, ospedali, cooperative e che viene pagata con la formula del rimborso spese, a volte sostitutiva di uno stipendio vero e proprio. Sono lavoratori sfruttati, in nero. Perché i sindacati non dovrebbero pensare di tutelarli?”.

Già, ma questi lavoratori troppo spesso, volenti o nolenti confusi con i volontari, desiderano o no una tutela di tipo tradizionale? “Non è di tipo tradizionale” spiega Alboresi “anche il sindacato sta ripensando la sua funzione dall’inizio degli anni novanta, proprio in seguito all’emergere del Terzo Settore con le sue specificità”.

Così anche i sindacati sono coinvolti nella crescita disordinata e tumultuosa del Terzo Settore che costringe tutti a “ripensare” tutto. A ripensare soprattutto il senso di quella “civiltà del lavoro” entro la quale per un secolo e poco più si è definita la nostra identità collettiva, ora messa in crisi dalla rottura di tutti i patti del sociale. Si dice che bisognerebbe stringerne altri, si dice che debbano essere dei patti “volontari e consapevoli”. Dei patti in definitiva da Terzo Settore, cioè né di Stato né di Mercato. Patti nostri? Probabilmente sì, se l’atomizzazione più spinta non prevarrà.

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