Lavoro e No Profit

Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!

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Conferenza Stampa Promotori Delibera Popolare Comune di Roma

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Ottobre 8, 2008

riceviamo e pubblichiamo:
COMUNICATO STAMPA
E’ iniziata la raccolta di firme su una Delibera di Iniziativa Popolare diretta alla presa in carico da parte del Comune di Roma di tutti i servizi pubblici attualmente appaltati a cooperative ed aziende private, dai servizi assistenziali ed educativi alle mense scolastiche. Il Comitato Promotore è costituito dai sindacati di base CUB – RdB, U.S.I. e ReteComune, dagli Amici di Beppe Grillo, dal Circolo Comunista “Stefano Chiarini”, dal Circolo Lavoro di Sinistra Critica e da altre associazioni e singole personalità, fra i quali il Consigliere Comunale Andrea Alzetta e i Consiglieri municipali Ortale e Barbera. Fra le prime iniziative, giovedì 9 una manifestazione al Municipio VI, dalle 14.00 alle 16.00, che si trasferirà alle 17.00 a Casal Bertone, in Via Baldassarre Orero, dove si svolgerà un incontro con il segretario del PRC Paolo Ferrero.
VENERDI’ 10, ALLE 11.00, I SINDACATI DI BASE E GLI ALTRI PROMOTORI DELLA DELIBERA POPOLARE TERRANNO UNA CONFERENZA STAMPA PRESSO LA SALA BLU DELL’ASSESSORATO AL LAVORO DEL COMUNE DI ROMA,
IN LUNGOTEVERE DE’ CENCI, 5.
Info: 377-1153384

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(ROMA) Tre milioni di euro per portare a scuola i bimbi rom

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Settembre 10, 2008

Tre le onlus che si occuperanno della scolarizzazione di oltre 2mila piccoli.

Il Comune di Roma investirà due milioni di euro per la scolarizzazione di 2.016 bambini rom che abitano in città. E saranno le onlus “Arci Solidarietà Lazio”, “Casa dei diritti sociali Focus” e “Ermes cooperativa sociale” a gestire il servizio per l’anno scolastico 2008-2009. Si tratta di nove lotti, ognuno dei quali si occuperà del servizio in uno o più municipi e che si aggiudicheranno le tre onlus. Resterà fuori dunque la Comunità di Capodarco che insieme all’Arci aveva curato la scolarizzazione dei bimbi rom negli ultimi anni.[...]

La notizia completa su Dnews, mercoledì 10 settembre 2008

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Bloccati i pagamenti degli stipendi degli operatori sociali del Comune di Roma

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 16, 2008

Riceviamo e Pubblichiamo:

E BRAVO ALEMANNO!
BLOCCATI I PAGAMENTI DEGLI STIPENDI DEGLI OPERATORI SOCIALI.

Gli operatori dei servizi sociali sono senza stipendio. Il nuovo sindaco, Gianni Alemanno, ha bloccato indiscriminatamente tutti i pagamenti della precedente amministrazione, fra i quali i compensi dovuti agli operatori delle cooperative che assistono gli anziani, i disabili e i bambini nelle scuole di Roma. Poiché i libri contabili del Comune sono stati inviati alla Corte dei Conti, esiste il rischio concreto che anche i pagamenti assolutamente dovuti – fra i quali i nostri stipendi – slittino fino alla fine del mese di settembre ed oltre. Poichè abbiamo lavorato e le bollette, gli affitti e i mutui da pagare non aspettano i comodi del sindaco Alemanno, è necessario mobilitarsi subito per rivendicare i nostri soldi.
Operatori Sociali Squattrinati

Vediamoci tutti:
MERCOLEDI’ 16/07 alle 18.00
nella sede di Via Giolitti n. 231 Roma (pressi staz. Termini)
per organizzare insieme la mobilitazione.

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LA LOBBY DEL DOLORE

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 11, 2008

LA LOBBY DEL DOLORE
Breve viaggio nel Terzo Settore. Alcune storie che i manager della solidarietà non raccontano.
A cura della redazione di Arcipelago

Un neologismo è comparso da alcuni anni nel vocabolario e nel dibattito politico: non profit, termine con il quale si vogliono indicare quegli organismi che operano senza l’obiettivo del profitto, senza, cioè, avere fini di lucro. E’ stato coniato anche un altro termine, ancora più diffuso, per definire l’intero ambito economico e organizzativo che si situa – teoricamente – al di fuori tanto del mercato quanto della sfera di pertinenza dello Stato: Terzo Settore, cornice entro la quale vanno a collocarsi le associazioni culturali, le organizzazioni di volontariato, le cooperative.

Il dibattito politico e culturale sul non profit e sul Terzo Settore è andato via via crescendo di spessore e di intensità, in parallelo a quello sulla necessità di riorganizzare lo Stato sociale, alleggerendolo di una serie di incombenze di cui potrebbero farsi carico, appunto, le strutture del Terzo Settore.

La dialettica, per come è stata presentata da più parti, sarebbe questa: una serie di prestazioni fornite sino ad ora dallo “stato assistenziale” costano troppo e non sono sufficientemente flessibili per rispondere alle esigenze di una società molto cambiata da quando quelle prestazioni vennero istituite; dirottare le risorse verso la maggiore flessibilità e capillarità dell’intervento offerta dagli organismi non profit potrebbe garantire prestazioni più adeguate ai nuovi bisogni e alle nuove esigenze sociali, oltre che costare di meno. Di più: il passaggio dal sistema del welfare state a quello della welfare community valorizzerebbe le capacità autogestionarie delle realtà territoriali, aumentando così la qualità della partecipazione democratica e i livelli di autodeterminazione sociale.

Peraltro, Luigi Di Liegro, compianto Direttore della Caritas romana, invitava a fare attenzione, sottolineando l’indisponibilità del volontariato ad essere utilizzato in funzione sostitutiva dei servizi pubblici, che spetta allo Stato organizzare ed erogare, ed esortando a riflettere sulle “molte ambiguità” esistenti in un dibattito in cui non viene nemmeno messa in risalto la differenza che esiste fra volontariato e impresa sociale. Di Liegro ha sempre ribadito che il volontariato “resta e deve restare un’attività di solidarietà libera e gratuita”.

L’allarme di Di Liegro, dunque, è doppiamente importante, in primo luogo perché proviene da chi è da sempre impegnato in quelle attività che costituiscono la principale ragione del Terzo Settore, e poi perché lo stesso Di Liegro conosceva bene le tendenze di quell’apparato della pubblica amministrazione che del Terzo Settore costituisce e costituirà comunque il principale interlocutore.

Se consideriamo che nel 1996 la Pubblica Amministrazione ha appaltato ad organismi esterni servizi per 90.000 miliardi, a fronte dei 47.000 miliardi di appalti per opere pubbliche, abbiamo la conferma della progressiva esternalizzazione di funzioni proprie del settore pubblico, di fatto la privatizzazione di servizi anche essenziali, all’interno dei quali rientrano i servizi sociali, assistenziali e educativi.

Appare dunque evidente che una delle principali ragioni dell’interesse verso cooperative sociali e volontariato nasconde la volontà di ridurre drasticamente la quantità e la qualità del ruolo dello Stato sociale, trasformando il sistema in un meccanismo più leggero, con un ruolo del Pubblico ridotto a quello di erogatore di sovvenzioni e in cui l’abbassamento dei costi sarebbe garantito dall’abbassamento del costo del lavoro, come sta avvenendo da anni in gran parte d’Italia attraverso la delega dei servizi sociali da parte degli enti pubblici a cooperative e associazioni, a costi ridotti e spesso mediante gare d’appalto al ribasso.

Le modificazioni intervenute nell’organizzazione del lavoro e della produzione di beni e servizi sono oggetto di interpretazioni diverse, a seconda dell’impostazione che si vuol dare all’analisi di questi fenomeni e delle loro conseguenze; tuttavia, non vi è chi non concordi che da almeno un ventennio vadano assumendo importanza crescente i cosiddetti lavori di cura, variamente denominati ma tutti riconducibili a denominatori comuni che mi provo a sintetizzare.

Il lavoro di cura nella sua accezione sociale si differenzia da quello tradizionalmente interno alle famiglie, storicamente caricato sulle figure femminili, in quanto investe una sfera ampia di persone, bisogni e relazioni, e in effetti non mi appare del tutto corretto utilizzare il termine di “cura”: più propriamente, si deve parlare di lavoro sociale, teso al miglioramento non solo della singola situazione individuale ma anche – direi, soprattutto – delle condizioni dell’ambiente sociale, della qualità generale della vita. In questo senso, sul piano culturale sono stati fatti enormi passi avanti nel riconoscimento di alcuni diritti, in precedenza semplicemente ignorati. Alcuni esempi concreti, relativi alla realtà del nostro Paese, renderanno semplice la comprensione dei miei riferimenti.

Fino a non molto tempo fa, solo alcune èlites ultraprogressiste, più che altro in ambito scientifico e senza alcun seguito fra i non addetti ai lavori, sostenevano l’anacronismo e la crudeltà del trattamento generalmente riservato ai disabili, la cui cura (si fa per dire) era affidata esclusivamente alle famiglie o a qualche istituzione caritatevole, così come avveniva nei confronti degli anziani; il concetto di autonomia di questi soggetti, in ambito metropolitano, veniva completamente ignorato e la cultura dominante non trovava nulla di ingiusto nel fatto che un figlio disabile venisse nascosto in famiglia o, come molti anziani, relegato in istituti-contenitore, il che ha fatto anche la fortuna di non pochi personaggi senza scrupoli. Personalmente, ricordo il clamore sollevato dalla vicenda di una sedicente “suor” Diletta Pagliuca, nel cui “istituto” nei dintorni di Roma, verso la fine degli anni 60, le forze dell’ordine trovarono decine di esseri umani “ospitati” in condizioni infami, mentre la signora (che qualcuno considerava addirittura una santa) si arricchiva con le rette pagate dai parenti, ben felici di essersi liberati da quei pesi e di averlo fatto con la coscienza a posto. Ad oltre vent’anni, per esperienza diretta, venni a conoscenza di un “istituto” simile, sempre nei pressi della Capitale, in cui gli anziani “ospiti” erano tenuti ad un livello pressoché vegetativo, imbottiti di sonniferi e legati per molte ore al giorno ai loro letti o alle loro carrozzine, poiché questo consentiva di ridurre al minimo le spese per il personale, del resto costituito in gran parte da religiose.

Anche oggi, nessuno ignora la permanenza di simili strutture, ma è un fatto innegabile che, nel sentire comune e nell’organizzazione sociale, gli anni 70 abbiano segnato acquisizioni culturali importanti, grazie a quell’enorme sommovimento sociale e culturale che va sotto la definizione di 1968 e al contributo di personalità coraggiose, come, qui da noi, quella di Franco Basaglia o, in Francia, di Michel Foucault, per citarne solo alcune.

Da tempo, quindi, la critica sociale e culturale ha reso “normale” il fatto che un disabile non solo non sia una vergogna da nascondere, ma sia una persona soggetto di diritti; paradossalmente, è di questi ultimi anni l’acquisizione che anche il bambino, in quanto tale, è un soggetto titolare di diritti e non una mera proprietà dei genitori… del resto, non è passato moltissimo tempo da quando la violenza contro le donne era considerata nel nostro Codice (che è sempre quello del Guardasigilli fascista Rocco) un delitto contro la morale, non contro la persona.

Oggi, gli interventi sociali e assistenziali sono orientati verso quelle forme che consentano la salvaguardia e la valorizzazione dei diritti e dell’autonomia della persona – sia essa un anziano o disabile o un fanciullo in condizioni di disagio -, per cui hanno preso consistenza gli interventi di carattere domiciliare, contrapposti all’internamento in istituti, a loro volta tendenti a trasformarsi in strutture più piccole, il più possibile simili ad ambienti famigliari. Siamo ancora molto lontani dal definitivo superamento di vecchi schemi (per esempio, da un malinteso familismo nei confronti dei bambini e degli adolescenti), ma molti passi avanti sono stati fatti.

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Questa lunga premessa per dire che la nuova situazione ha portato ad una nuova ed allargata dimensione sociale del vecchio lavoro di cura, dilatando lo spettro delle professionalità con l’entrata in campo delle lavoratrici e dei lavoratori necessari per lo svolgimento delle nuove attività: operatori per l’assistenza ai disabili e agli anziani, educatori, animatori, ecc.

Si tratta, per definizione, di professioni il cui profilo non può essere identificato con la stessa disciplina dei lavori manuali conosciuti, pur trattandosi, in molti casi, di mansioni piuttosto esecutive che creative; si pensi, soprattutto, agli assistenti domiciliari, il cui profilo è decisamente curvato verso il basso, poiché il titolo di studio richiesto per accedere alla formazione professionale è la licenza di scuola media inferiore e la gran parte del lavoro riguarda operazioni di carattere manuale, senza per questo escludere del tutto aspetti relazionali importanti. Nel caso degli interventi sui minori o su altre tipologie di disagio (ex detenuti, tossicodipendenti, homeless, immigrati, rom), viceversa, l’aspetto creativo del lavoro prevale largamente sulla mera esecutività, e difatti, in genere, viene richiesto un livello di scolarizzazione più elevato, perlomeno a livello di scuola media superiore.

In un caso e nell’altro, comunque, si tratta di professioni che richiedono un alto grado di responsabilizzazione e che espongono a “rischi professionali” non secondari, stante il livello di stress inevitabilmente più forte rispetto ad un qualsiasi lavoro in cui l’aspetto della relazione con persone in stato di disagio non sia l’elemento predominante. Per quanto riguarda l’Italia, stiamo parlando, a conti fatti, di decine di migliaia di nuovi lavoratori, impiegati da Nord a Sud nell’assistenza domiciliare, nelle case famiglia e nelle comunità, nei centri diurni, nelle diverse attività di strada per la prevenzione della tossicodipendenza, del disagio giovanile, della prostituzione, e si tratta di un mercato del lavoro in continua crescita, parallelamente alla depressione registrata in altri settori più tradizionali.

Tutto ciò pone una serie di questioni – di diversa natura, ma fra loro indissolubilmente intrecciate – a tutti gli attori interessati, vale a dire: lo Stato, primo titolare del dovere di garantire servizi e assistenza ai cittadini, particolarmente i più deboli; l’impresa privata, naturalmente interessata alle opportunità offerte dal nuovo mercato in espansione; il sindacato, inteso come organizzazione deputata alla tutela dei lavoratori, compresi quelli di nuova concezione. E qui comincia la confusione.

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Già all’inizio degli anni 80, appare evidente il riflusso sempre più violento che segue il precedente decennio di lotte e di conquiste sociali e culturali; l’acquisita centralità del diritto alla cura e all’assistenza si incrocia con la revanche dell’impresa e del privato, che erodono progressivamente gli spazi pubblici e collettivi. Lo Stato, che abbiamo già definito “primo titolare del dovere di garantire servizi e assistenza ai cittadini”, comincia ad arretrare; nel contesto internazionale inaugurato dalla presidenza di Ronald Reagan, muove i primi, poderosi passi quel neoliberismo selvaggio che dominerà la scena mondiale fino all’inizio del XXI secolo, il cui profeta è stato indubbiamente l’economista monetarista Milton Friedman, ai cui discepoli – i tristemente famosi Chicago Boys – il macellaio cileno Pinochet aveva fornito la prima occasione di sperimentare nel vivo di un’economia nazionale le proprie teorie, caratterizzate dall’abbandono di ogni forma di presenza pubblica nel mercato, nelle cui virtù veniva riposta la fiducia più assoluta. Se non si comprende questo passaggio, giunto in forme diverse fino ai nostri giorni, si rischia di non comprendere il seguito di questa narrazione.

In Italia, la necessità di fornire i nuovi servizi e di garantire i nuovi diritti mal si concilia con la tendenza dominante al ritiro dello Stato da ogni responsabilità sociale: sono, infatti, gli anni degli attacchi continui non solo alle conquiste dei lavoratori in termini salariali e normativi (è lì, per inciso, che si cominciò a parlare della necessità di “rivedere” lo Statuto dei Lavoratori), ma anche a quelle forme di retribuzione sociale indiretta costituite dalla rete di protezione collettiva della sanità pubblica e dei servizi pubblici in generale… fra l’altro, l’offensiva eversiva contro la stessa scuola pubblica inizia contemporaneamente a dispiegarsi.

In questo contesto, le diverse pubbliche amministrazioni si orientano verso il conferimento della gestione dei nuovi servizi sociali e assistenziali a soggetti privati, anziché verso una gestione diretta degli stessi. La particolare forma imprenditoriale della società cooperativa appare subito come la più idonea a gestire i nuovi servizi, teoricamente in virtù della sua natura non lucrativa o, come si dice, non profit.

In realtà, ci si basa su un equivoco di fondo: la natura cosiddetta non profit di un’azienda non significa che questa non possa realizzare profitti, ma semplicemente che è obbligata a reinvestire i profitti eventualmente realizzati, il che – a ben guardare – non è altro che il “sano” istinto animale del capitalismo produttivo, contrapposto all’immobilismo delle rendite fondiarie e parassitarie. Insomma, nulla a che vedere con concetti alieni quali solidarietà, mutualismo, e via dicendo. A tale proposito, qualcuno si esprime in maniera netta; mi riferisco al testo “Critica della ragion non profit. L’economia solidale è una truffa?”, una spietata analisi del cosiddetto terzo settore realizzata da Paola Tubaro: “Il non profit è un’astuzia del profitto. In questo senso, il non profit non è che l’ultimo ritrovato farmaceutico, scoperto e messo in circolazione al fine di curare le croniche debolezze dell’economia moderna: aiuta a convogliare ogni risorsa umana e sociale (dopo che la stessa sorte è toccata ormai a tutti i beni materiali) verso la crescita della produzione e l’allargamento dei mercati. E’ la pillola da somministrare a questa economia che altrimenti continuerebbe a languire nella sua cronica mancanza di slancio imprenditivo”[1]. Parole crude, ma che ben rendono una realtà che da troppi anni e da troppe parti si tende, interessatamente, a mistificare.

Il primo equivoco verrà poi implementato dal secondo, cioè dal fatto che i finanziamenti alle cosiddette aziende non profit saranno tutti ed esclusivamente pubblici, realizzando, molto italianamente, una commistione fra l’istinto animalesco che anima le aziende non profit e la più classica delle rendite parassitarie. Sostanzialmente, si è giunti ad un sistema apparentemente di mercato – in quanto affidato ad organismi privati – ma che si regge solo in virtù del trasferimento di fondi pubblici: le cooperative che gestiscono i servizi sociali lo fanno per conto e con i soldi della pubblica amministrazione, senza metterci nulla di proprio, se non il lavoro dei propri addetti.

In attività in cui il solo costo è quello del lavoro, questo sistema produce un rischio di impresa molto vicino allo zero: insomma, il sogno di ogni speculatore.

Poiché le disposizioni di legge sulle cooperative erano state pensate in funzione di situazioni assai diverse, lontane nel tempo, il diretto coinvolgimento di questi organismi nella gestione del welfare (perché di questo si tratta), ha determinato scenari paradossali, le cui vittime sono stati sia i nuovi lavoratori, che i destinatari dei servizi, attraverso le modalità che ora vedremo.

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La Regione Lazio ha in larga misura anticipato le tendenze descritte, nel campo dei servizi sociali e sociosanitari e anche in quelli più schiettamente sanitari, come l’assistenza domiciliare sanitaria; in virtù di un’interpretazione decisamente forzata della Legge Regionale n. 80 del 1988 – che, nell’art. 5, prevede che in caso di comprovata impossibilità da parte delle UU.SS.LL. di provvedere con proprio personale allo svolgimento di determinate prestazioni domiciliari, le stesse potranno stipulare convenzioni con società cooperative o associazioni di volontariato – avviene che tutte le Aziende Sanitarie Locali si servano di cooperative o associazioni per erogare quelle prestazioni che, in teoria, dovrebbero essere effettuate da personale delle stesse A.S.L. In pratica, è stata completamente rovesciata la stessa filosofia della Legge Regionale, poiché quella che doveva essere un’eccezione (l’impiego di strutture e personale esterni all’A.S.L.) è diventata la regola.

I risultati di questa operazione non sembrano particolarmente brillanti, smentendo le tesi di chi sostiene (anche a “sinistra”) che le privatizzazioni siano la soluzione di tutti i mali del servizio pubblico; infatti, oltre ad aver dato vita a vere e proprie lobby affaristiche malamente travestite da cooperative o associazioni al solo scopo di accedere agli appalti delle A.S.L., ci si è trovati in presenza di estesi fenomeni di sfruttamento selvaggio degli operatori sanitari e di disservizi verso i pazienti. In epoca recente, per esempio, lo S.P.I. – CGIL e il Tribunale per i Diritti del Malato hanno denunciato la gravissima situazione dei pazienti di alcune Circoscrizioni della Capitale, documentando casi di cateteri malamente inseriti, di iniezioni di insulina effettuate in ritardo da personale rimediato all’ultimo momento, di piaghe da decubito provocate dalla mancanza di cure e di prestazioni direttamente non effettuate; tutto questo a causa delle condizioni alle quali le cooperative affidatarie avevano vinto la gara d’appalto al ribasso per assicurarsi la convenzione con l’A.S.L. Le cooperative, infatti, si aggiudicarono la gestione del servizio offrendo le prestazioni dei propri operatori a costi bassissimi, con l’ovvia conseguenza di fornire prestazioni qualitativamente scadenti e di utilizzare personale non qualificato e sottopagato. Dopo la denuncia del sindacato e del Tribunale per i Diritti del Malato, il Direttore Generale della A.S.L. coinvolta assicurò che l’assistenza domiciliare sarebbe stata completamente erogata da personale pubblico, perché ci si era resi conto che la qualità del servizio è migliore rispetto a quella fornita dai privati. Si trattò di un’affermazione coraggiosa, vista la smania privatizzatrice che già attraversava la classe politica del Paese e quella locale; peccato che sia rimasta un’affermazione.

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Posto che il maggiore (se non unico) costo dei servizi sociali è il costo del lavoro, l’impresa sociale si è rivelata vantaggiosa perché consentiva alla Pubblica Amministrazione di stabilire i costi del servizio in maniera arbitraria, senza tenere nel debito conto le garanzie salariali previste dai Contratti Nazionali, in quanto le stesse imprese sociali se ne ritengono esentate. Questo avviene in base all’assunto che i lavoratori dell’impresa sociale non sono dipendenti della medesima, ma suoi compartecipi, a loro volta imprenditori di sé stessi e dunque padroni di regolare diversamente dai dipendenti di un’azienda la propria vita e il proprio lavoro.

Nella realtà, è avvenuto che le amministrazioni hanno affidato alle imprese cooperative la gestione di servizi sociali a costi molto inferiori al dovuto, realizzando un certo risparmio; i lavoratori impiegati dalle cooperative convenzionate, infatti, si sono trovati per anni ad operare in condizioni salariali e normative molto inferiori a quelle dei loro colleghi dipendenti delle stesse pubbliche amministrazioni o di aziende tradizionali (profit), almeno formalmente obbligate al rispetto degli standard contrattuali. Questo ha significato lavoratori sottopagati, privi delle più elementari garanzie sociali, quali ad esempio la copertura infortunistica, i versamenti previdenziali, il trattamento di malattia, le ferie e addirittura, per le donne, la maternità (in un settore in cui la presenza di forza lavoro femminile è valutata intorno al 70% del totale degli addetti).

Tutto questo è avvenuto a fronte di una crescita esponenziale del fatturato delle cooperative sociali, a cui continuano ad essere devolute quote crescenti di welfare, cui non è però corrisposto un miglioramento delle condizioni di lavoro; viceversa, la crescita di questi organismi ha portato verso una loro ulteriore adesione al modello tradizionale di impresa capitalistica, svuotando di significato i residui lasciti dell’eredità sociale e mutualistica, riducendo le assemblee ad atti formali (quali l’approvazione di bilanci preconfezionati ed ai più incomprensibili) e selezionando naturalmente la gerarchia interna, attraverso la specializzazione forzata delle mansioni, ormai rigidamente separate fra esecutive e manageriali. E’ sempre Paola Tubaro che scrive “Per inciso, non è un caso che le più accese campagne di promozione delle organizzazioni non profit siano venute, negli anni Ottanta, dai governi conservatori di Ronald Reagan (e poi di George Bush) negli Stati Uniti e di Margaret Thatcher in Gran Bretagna. Il terzo settore era diventato, per i loro curatori di immagine, un formidabile belletto per rendere presentabili al grande pubblico politiche ultraliberiste. Favorire il terzo settore (…) serviva a coprire ciò che realmente avveniva: la deregolamentazione dell’industria, la riduzione del carico fiscale per le imprese, i tagli drastici ai servizi sociali”[2].

L’Italia non ha fatto eccezione, anzi il Forum del Terzo Settore – organismo rappresentativo del non profit italiano – è stato ed è uno dei più entusiasti sostenitori dell’introduzione nella Costituzione della Repubblica del principio di sussidiarietà, cioè dell’espianto della gestione pubblica dall’erogazione dei servizi essenziali, scuola e sanità comprese.

LA REALTA’ DEL TERZO SETTORE A ROMA

Quelli che seguono sono i racconti di alcuni operatori dei servizi sociali e assistenziali della Capitale; pur nella loro parzialità, contribuiscono alla comprensione delle condizioni materiali in cui è costretto a vivere chi lavora in questo settore. Nella maggior parte dei casi, su richiesta degli stessi interessati, abbiamo omesso ogni riferimento; fa eccezione la vicenda della cooperativa Iskra, che abbiamo ricostruito dagli articoli pubblicati fra l’aprile e il maggio 1998 dal Messaggero e da Liberazione.


GLI A.E.C.: LA STORIA DI LUCIANA E QUELLA DEI POLIS

Gli Assistenti Educativi Culturali (AEC) sono operatori incaricati di fornire sostegno e assistenza ai bambini disabili all’interno della scuola. A Roma, questo servizio viene gestito in forma piuttosto bizzarra: una parte degli AEC sono alle dirette dipendenze del Comune, mentre altri vengono forniti da cooperative convenzionate. Questa schizofrenia determina la situazione di persone che svolgono il medesimo lavoro per il medesimo committente (il Comune), ma in condizioni abissalmente differenti: gli AEC dipendenti comunali sono regolarmente inquadrati, retribuiti e godono di tutti i diritti che spettano ad un lavoratore; gli AEC forniti dalle cooperative, viceversa, nel migliore dei casi sono inquadrati a livelli inferiori a quello reale e nel peggiore (il più diffuso) non sono inquadrati affatto e sono impiegati con la famigerata formula del “collaboratore”, pagati a cottimo e senza alcun diritto a ferie, malattia, ecc. Naturalmente, le cooperative che adottano questo sistema, similmente all’assistenza domiciliare (del resto, alcune sono le stesse), lucrano un buon 40% sui compensi erogati dal Comune.

La storia di Luciana è emblematica: trentenne, per anni assistente domiciliare precaria, viene contattata da una cooperativa sociale che ha ottenuto l’affidamento del servizio AEC. La zona di competenza della cooperativa si trova molto lontano dall’abitazione di Luciana, ma la prospettiva di un lavoro diverso, a contatto con i bambini, la fa decidere ad accettare l’offerta.

Le condizioni sono le solite: 10.000 lire l’ora, niente contributi, niente ferie, ecc. Per alcuni mesi, in qualunque condizione climatica, Luciana esce di casa prima delle 7.00, inforca il suo vecchio motorino e attraversa mezza città per raggiungere puntualmente il posto di lavoro. A volte, le capita di tardare di qualche minuto, ma sul suo conto non si registrano lamentele né da parte della scuola, né dalla famiglia del bambino che le è affidato, che anzi le si affeziona.

Una mattina, mentre è diretta al lavoro, Luciana ha un incidente: la ruota del motorino incontra una delle tante buche che rendono pericolose per i motociclisti le strade della Capitale, specialmente quelle periferiche, lontane dagli occhi dei turisti e dall’interesse degli amministratori. La caduta provoca a Luciana alcune brutte escoriazioni e danneggia seriamente il motorino; un automobilista di passaggio che ha assistito all’incidente si offre di accompagnare subito Luciana al pronto soccorso e lei, naturalmente, accetta, anche perché ha bisogno di essere medicata.

Prima di avviarsi verso l’ospedale, Luciana chiama con il suo cellulare la scuola e comunica quello che le è successo, avvertendo che non potrà essere presente; subito dopo, chiama la cooperativa per effettuare la stessa comunicazione alla coordinatrice del servizio, in modo che possa provvedere a sostituirla. In cooperativa non c’è nessuno e lei lascia un messaggio sulla segreteria telefonica.

Al pronto soccorso, l’attesa e le medicazioni portano via la mattinata, e quando Luciana è di nuovo in strada è passato mezzogiorno. Nel frattempo, non ha ricevuto alcuna comunicazione sul cellulare da parte della cooperativa. Torna a casa con l’autobus e, appena arrivata, telefona nuovamente in cooperativa; stavolta, la coordinatrice le risponde e la conversazione prende subito una piega inaspettata.

“Per colpa tua, un bambino è rimasto senza assistenza e la Preside della scuola ha minacciato di riferire tutto al Comune e di farci revocare la convenzione” si sente dire Luciana, che tenta di scusarsi (ma perché bisogna scusarsi per un incidente?).

“Ma ho avuto un incidente, mi sono fatta male e forse il motorino è da buttare… poi, vi ho avvertito subito per essere sostituita, che altro potevo fare?”

“Sai benissimo che non possiamo fare sostituzioni con un preavviso tanto breve… dove la trovo un’altra operatrice alle otto del mattino?”

Luciana cade dalle nuvole: “Ma come, non avete pensato che una persona può avere un imprevisto? Come facevo a sapere che avrei avuto un incidente?”

“Questo è un problema tuo. Noi ora rischiamo di perdere la convenzione. Il Presidente della cooperativa ha detto che non devi più lavorare con noi”

“Cosa? Mi licenziate perché ho avuto un incidente?!”

“Non sei licenziata, perché non sei mai stata assunta. La tua collaborazione con la cooperativa finisce qui”. E finisce anche la telefonata.

Luciana stenta a credere a quello che le è successo; per qualche giorno, tempesta di telefonate la cooperativa, implorando un appuntamento con il Presidente, ma la risposta è sempre la stessa: “No”.

Contatta anche le colleghe e i colleghi che conosce meglio, tutti le esprimono la propria solidarietà .

Di fronte all’intransigenza della cooperativa, Luciana decide di non subire passivamente; attraverso alcuni amici, si rivolge ad un avvocato, molto noto per il suo impegno in difesa dei diritti dei lavoratori. Esaminata la situazione, l’avvocato informa Luciana che si può intentare una causa per far riconoscere la natura subordinata del suo rapporto di lavoro e ottenere l’annullamento del licenziamento, con relativo risarcimento e reintegra nel posto di lavoro; la informa anche che sarà una cosa lunga, che l’esito non è scontato e che è bene portare qualche collega a testimoniare.

Luciana richiama i colleghi che le avevano espresso solidarietà, chiedendo loro se sono disposti a testimoniare sugli aspetti che possono dimostrare la reale natura del rapporto di lavoro, che anche loro conoscono benissimo: sono inquadrati in un organico gerarchico, mansioni e orari vengono determinati dai propri superiori, ecc. Con grande amarezza, Luciana colleziona una serie di imbarazzati dinieghi, tutti sul tipo: “Lo so che hai ragione, ma io non mi posso esporre… sono nella tua stessa condizione, se vogliono mandano via anche me”.

“Ma non possono mandare via tutti!” cerca di insistere Luciana.

“E perché? A parte il fatto che non tutti avranno il coraggio di testimoniare, la cooperativa non ci mette niente a trovare qualcun altro: hanno centinaia di richieste di lavoro”.

Alla fine, Luciana rinuncia alla ricerca di testimoni. La causa si farà lo stesso, ma vincerla sarà ancora più difficile.

Alcune settimane dopo l’incidente, Luciana sentì il bisogno di avere notizie del bambino che aveva seguito per mesi; telefonò alla famiglia e apprese dalla mamma che, alla sua richiesta dei motivi dell’improvvisa sparizione di Luciana, la cooperativa aveva risposto che se ne era andata senza preavviso perché le era capitato un lavoro migliore.

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La vicenda degli A.E.C. romani è piuttosto interessante anche per la comprensione della perversità dell’utilizzo del terzo settore nella gestione di servizi pubblici. Una parte del servizio di assistenza ai bambini disabili nelle scuole è effettuata da circa 250 operatori dipendenti del Comune, il cui numero è recentemente aumentato a seguito dell’assunzione di una quarantina di nuovi A.E.C., impiegati per questa mansione per due anni come lavoratori socialmente utili (LSU). A seguito di una lunga e dura vertenza sindacale, tutti gli LSU sono stati assunti dal Comune o dalle sue holding, non prima di aver rifiutato con fermezza la proposta di costituire le solite cooperative che avrebbero poi gestito i servizi comunali in regime di appalto.

La lotta dei lavoratori e delle lavoratrici, sostenuta da alcuni sindacati extraconfederali, e il loro rifiuto di costituire cooperative portò, fra l’altro, ad effettuare una analisi dei costi dalla quale emerse con chiarezza che la Pubblica Amministrazione non avrebbe realizzato alcun risparmio, affidando i servizi ad organismi esterni; anzi, la spesa sarebbe stata senz’altro superiore a quella necessaria per gestire direttamente i medesimi servizi. Di fronte alla prospettiva di un intervento della Corte dei Conti (già attivatasi nei confronti delle due Giunte Rutelli per altre vicende di esternalizzazioni e per alcune “consulenze” decisamente ben retribuite), risultò inevitabile scartare l’opzione delle cooperative, che i lavoratori non erano comunque disponibili a prendere in considerazione.

Nonostante queste considerazioni, dal 1999 una parte del servizio – circa 150 operatori – era stata affidata ad alcune cooperative sociali, e lo rimarrà fino al 2003. Nella convenzione stipulata con il Comune, si legge l’obbligo, per gli organismi convenzionati, di applicare il Contratto Nazionale di categoria, ma le cose non stanno affatto così: che siano inquadrati formalmente come soci delle cooperative o che – come Luciana – vengano fatti lavorare come “liberi professionisti”, nessuno degli A.E.C. delle cooperative convenzionate guadagna più di 14.500 lire lorde per ogni ora di “assistenza effettivamente prestata”, come testimoniano le buste paga e le fatture che abbiamo esaminato. E il rispetto dei contratti resta sulla carta, perché nessuno controlla se le cooperative rispettino gli impegni sottoscritti.

IL NON PROFIT E GLI INTERVENTI SUL DISAGIO GIOVANILE

Gli interventi per la prevenzione del disagio giovanile sono da alcuni anni in cima alle priorità del lavoro sociale, almeno stando a quanto periodicamente compare sui giornali e in video, solitamente in relazione a qualche fatto di cronaca particolarmente scioccante o a qualche inchiesta clamorosa; del resto, una metropoli come quella romana, in cui esistono quartieri grandi come città di medie dimensioni completamente abbandonati a sé stessi, è inevitabile che il disagio giovanile abbia assunto negli anni forme e dimensioni particolarmente allarmanti.

Non è un mistero, ad esempio, che esistano zone della città con un tasso di abbandono scolastico da terzo mondo e che proprio queste zone siano quelle da cui proviene la quasi totalità dei “clienti” del Tribunale Penale Minorile e del carcere minorile di Casal del Marmo. Nell’ultimo decennio, si sono moltiplicate le iniziative tese a contrastare i fenomeni di disagio giovanile e devianza, quali appunto la dispersione scolastica, l’abuso di sostanze stupefacenti, la violenza contro le persone e le cose, l’incultura e il razzismo. Un grande sforzo economico, anche attraverso l’utilizzo di specifici e massicci finanziamenti dell’Unione Europea, è stato fatto verso l’area di Tor Bella Monaca, un enorme comprensorio di recente edificazione nell’estrema periferia sudorientale di Roma, oltre la cintura del Grande Raccordo Anulare; molte associazioni e cooperative sociali sono state finanziate per effettuare diversi tipi di intervento nelle scuole e nelle strade di Tor Bella Monaca.

Nel biennio 2000/2001, è stato finanziato con circa 400 milioni di lire un intervento articolato sul territorio, che prevedeva un capillare lavoro di strada e l’attivazione di un centro di aggregazione che doveva mettere a disposizione dei giovani alcune risorse, prima fra tutte la possibilità di avvicinarsi alle nuove tecnologie informatiche e comunicative, da cui molti giovani sono oggettivamente esclusi.

La cooperativa risultata vincente nell’assegnazione del servizio, al momento dell’avvio del lavoro, ha assunto in fretta e furia alcuni operatori, “pescati” dai curricula pervenutigli. Il racconto di Cinzia è, a questo proposito, illuminante.

“Avevo inviato il mio curriculum alla cooperativa due anni prima e, sinceramente, me ne ero anche dimenticata. Improvvisamente, nel gennaio 2000, ricevo una telefonata con cui mi viene chiesto se sono disponibile ad essere impiegata in un lavoro sui giovani a Tor Bella Monaca. Ho accettato principalmente perché mi è stato detto che, dovendo lavorare solo alcuni pomeriggi, avrei potuto continuare a fare il mio lavoro la mattina nelle scuole materne. In realtà, non avevo la minima idea di quello che avrei dovuto fare, ma pensavo che sarebbe stato attinente alle esperienze che avevo indicato nel mio curriculum”.

La prima sorpresa, per Cinzia, è che nessuno le spiega niente e che si ritrova direttamente nelle strade di Tor Bella Monaca con un nuovo collega, Carmelo, che lavora già da qualche tempo per la cooperativa; è lui a spiegarle sommariamente in cosa consiste il lavoro. Inizialmente, dice, dobbiamo “mappare” tutti i luoghi di aggregazione dei giovani, quali muretti, bische, bar, ecc.

Carmelo confessa di non conoscere affatto l’immenso quartiere e comunica a Cinzia che altre due coppie di operatori sono impegnate, in altre zone, nello stesso lavoro di “mappatura”.

Alla domanda di Cinzia “Quanto deve durare questa prima fase?”, Carmelo allarga le braccia.

Inizia la “mappatura”: per due pomeriggi settimanali, Cinzia e Carmelo passeggiano per le vie di Tor Bella Monaca, prendendo nota di tutti quelli che appaiono come luoghi di ritrovo di giovani e adolescenti. Per decine di ore, i due perlustrano la zona assegnata, che comprende anche una vasta area semirurale, che non sembra nemmeno appartenere ad un contesto urbano. Come loro, nelle rispettive zone, procedono le altre due “unità di strada”.

Cinzia è molto scrupolosa e, all’inizio, prende molto sul serio il proprio lavoro, segnando diligentemente tutti i luoghi che le appaiono interessanti e ripromettendosi di tornarci quando, terminata la “mappatura”, si passerà alla presa di contatto con i ragazzi… il che, per la verità, la preoccupa molto.

“Non avevo la minima esperienza di lavoro di strada sugli adolescenti a rischio, e nemmeno la minima formazione! Ho sempre lavorato con i bambini delle scuole materne. D’altra parte, pensavo che, prima o poi, avrei avuto la possibilità di confrontarmi con i colleghi che lavoravano nel progetto, poi mi sembrava che Carmelo fosse un po’ più esperto di me e, infine, avevo saputo che le altre unità di strada erano costituite da operatori di grande esperienza, per cui aspettavo con trepidazione la prima riunione di tutti gli operatori, per avere un confronto con loro, per capire cosa avrei dovuto fare…”

Invece, accadono altre cose: in primo luogo, molte volte Cinzia si ritrova da sola, perché Carmelo non si presenta agli appuntamenti ed è costretta a procedere da sola alla “mappatura”; naturalmente, anche dopo essersi resa conto che Carmelo è un fannullone, non se la sente di fare la spia e continua come meglio può in assoluta solitudine. Poi, per mesi, la chimerica riunione dell’èquipe viene continuamente rimandata a data da destinarsi. Infine, e siamo ormai alla fine di marzo, Cinzia si rende conto che ha “mappato” l’intera zona assegnatale e che bisogna passare alla fase del contatto con i ragazzi.

Contatta la cooperativa, da cui le viene detto che non si è ancora pronti per la seconda fase e che deve continuare la “mappatura”. Cinzia obietta che non c’è più nulla da “mappare”, che ha percorso le strade in lungo e in largo (quasi sempre da sola, ma questo non lo dice) e che non ha senso continuare così. Niente da fare: “Continua a osservare e a registrare quello che vedi. Presto organizzeremo una riunione con tutti gli operatori e passeremo alla seconda fase”.

Cinzia si rassegna e, per altri due mesi, continua a passeggiare per Tor Bella Monaca; in tutti questi mesi, naturalmente, non ha mai preso una lira e la cooperativa non le ha fornito alcuno strumento, nemmeno un volantino che spieghi le finalità del progetto. E’ comprensibile che avverta uno stato di disagio sempre più forte.

Finalmente, ad estate già iniziata, viene convocata la famosa riunione, che Cinzia ricorda ancora con orrore.

“Ero convinta che, finalmente, avrei potuto parlare dei miei problemi, delle mie difficoltà, per capire come avrei dovuto continuare il lavoro… invece, mi sono trovata in mezzo a persone – che vedevo per la prima volta – che non facevano altro che litigare, in un clima indescrivibile. Per quanto sono riuscita a capire, esisteva un rancore profondo fra gli operatori e fra gli operatori e l’amministrazione della cooperativa. Ho capito, per esempio, che il Presidente della cooperativa era fortemente sospettato di intascarsi i soldi del Comune e di infischiarsene del progetto, salvo pretendere dagli operatori che svolgessero comunque il loro lavoro, anche in condizioni evidentemente impossibili.

Per esempio, uno degli operatori più esperti tentò di far capire che non era possibile chiarire ai ragazzi il senso del progetto se non si avevano a disposizione almeno dei volantini illustrativi, e che bisognava dare vita a qualche iniziativa concreta, peraltro ampiamente prevista dal progetto. Di fronte a queste osservazioni, il Presidente della cooperativa andò su tutte le furie, accusando gli operatori di non essere capaci di fare il proprio lavoro”.

C’era un altro problema, che Cinzia voleva discutere: il progetto prevedeva l’apertura di un centro di aggregazione dove i ragazzi potessero, fra l’altro, apprendere l’uso del computer e cimentarsi con le possibilità offerte, il che rappresentava anche una di quelle iniziative concrete che avrebbero dovuto suscitare l’interesse e l’apprezzamento dei giovani. L’argomento non poté essere affrontato, perché il Presidente della cooperativa chiuse bruscamente la riunione, chiamato da altri impegni.

Il calvario di Cinzia continuò per tutta l’estate. Verso luglio, un suo collega le fece avere un pacco di volantini, finalmente preparati dalla cooperativa, raccomandandole di usarli con parsimonia. I volantini erano assolutamente incomprensibili, non si capiva nulla di quello che dicevano, non c’era nessuna indicazione per i giovani, nemmeno un numero di telefono.

Cinzia si trascinò fino alla fine di settembre, quando decise di tirare le conseguenze di quanto aveva capito. “Ho dovuto prendere atto che il solo interesse della cooperativa era quello di appropriarsi dei fondi stanziati dall’Unione Europea attraverso il Comune di Roma. Ho il sospetto, per esempio, che tutte le ore di lavoro non fatte da Carmelo, quando mi trovavo da sola, in realtà venissero lo stesso fatturate, per percepire i relativi compensi. Mi sono sentita un verme: seppure involontariamente, mi stavo rendendo complice di una truffa. Alla fine di settembre, ho comunicato alla cooperativa che me ne andavo, chiedendo i miei soldi, poiché non avevo ancora visto una lira. Sono riuscita a farmi pagare poco prima di Natale, meno di quanto mi avevano promesso”.

Alcuni mesi dopo, Cinzia venne a sapere che, finalmente, la cooperativa aveva aperto il centro di aggregazione previsto dal progetto e finanziato dall’U.E. Naturalmente, dei computer e degli accessori previsti per avviare l’alfabetizzazione informatica dei giovani, non si vide mai traccia; come raccontò a Cinzia un altro operatore, nella sede del centro vennero portati tre vecchi apparecchi di terza mano, dei quali solo uno collegato alla rete telematica e uno con funzioni esclusivamente estetiche, perché non si accendeva nemmeno. Complessivamente, per finanziare quel progetto l’Unione Europea ha assegnato al Comune di Roma, e questi alla cooperativa, 400 milioni di vecchie lire.

IL NON PROFIT E LA TOSSICODIPENDENZA

La stessa cooperativa che ha così brillantemente operato a Tor Bella Monaca si è anche fatta un nome nella prevenzione della tossicodipendenza, ottenendo la gestione di diversi servizi da parte delle ASL. Doriana, una giovanissima operatrice, ha avuto una breve ma illuminante esperienza

“Mi hanno preso, a 15/16.000 lire l’ora, per realizzare un intervento di prevenzione della diffusione delle sostanze stupefacenti fra i giovani di un grosso centro alle porte di Roma. Che io sappia, per un anno di intervento la ASL di zona ha stanziato circa centocinquanta milioni di vecchie lire”.

Come si realizza questo intervento?

“Premesso che non avevo nessuna formazione e nessuna esperienza, mi hanno detto che dovevo contattare i giovani, in alcune zone considerate a rischio, parlare con loro e distribuire del materiale informativo, per due volte la settimana, insieme ad un altro collega”.

Il materiale era concepito e prodotto per quella specifica situazione?

“Macchè! Ci hanno dato solo un po’ di opuscoli del Ministero della Sanità, gli stessi che distribuiscono nelle scuole… così loro non spendono una lira”.

Insomma, che lavoro fate?

“Hai presente quelli che distribuiscono la pubblicità? Quello”.

150 milioni per qualche volantinaggio… un bell’affare non profit, non c’è dubbio.

IL NON PROFIT E IL SINDACATO

Nell’estate del 1996, Sergio Cofferati, Segretario della CGIL, lanciò un grido di allarme sulle condizioni di lavoro nelle cooperative sociali, provocando polemiche a non finire. L’atto di accusa del leader del maggiore sindacato italiano riguardava il fatto che troppo spesso la forma della cooperativa sociale serve per nascondere una sostanza di sfruttamento dei lavoratori, in virtù di un utilizzo spregiudicato e strumentale di una legislazione peraltro largamente deficitaria. La reazione delle Centrali cooperative alle dichiarazioni di Cofferati fu inviperita e non dissimile da quelle, consuete, delle associazioni padronali.

Meno di due anni dopo, nella primavera 1998, si è verificato un episodio simile a tanti altri, con la differenza che, questa volta, le vittime non sono rimaste in silenzio.

Il fatto è stato riportato anche dalla grande stampa romana, per cui non c’è bisogno di oscurare nomi e circostanze: Aldo Nigro e Davide Zura, soci lavoratori della cooperativa ISKRA, convenzionata con il Comune di Roma per l’assistenza domiciliare agli handicappati, vengono licenziati in tronco, con l’accusa – gravissima – di avere intimidito e maltrattato Alessandro, un utente affidatogli. La CGIL Funzione Pubblica, di cui Aldo è membro del Direttivo Regionale, fornisce una versione molto diversa: i due sono stati licenziati perché impegnati nel sindacato, per il rispetto delle regole democratiche in una cooperativa che non vuole riconoscere il diritto dei soci ad avere una rappresentanza sindacale e che lascia alquanto a desiderare in tema di mutualismo e solidarietà; a suffragio della propria tesi, la CGIL ha prodotto una copiosa documentazione, che comprende anche alcune lettere in cui la madre di Alessandro smentisce decisamente quanto sostenuto dalla cooperativa.

Per tutta risposta, la cooperativa interrompe unilateralmente l’assistenza domiciliare ad Alessandro, gettando nella disperazione l’intera famiglia e incurante del fatto che ciò costituisce una gravissima violazione degli obblighi nei confronti del Comune di Roma, sottoscritti dalla cooperativa al momento della firma della convenzione per la gestione del servizio.

Nello scontro interviene la Lega delle Cooperative, alla quale l’ISKRA è affiliata, definendo “fuori luogo” le accuse del sindacato e sostenendo, fra l’altro, che Aldo e Davide non avevano alcun titolo per svolgere attività sindacale.

Al momento del licenziamento, Aldo lavorava con i disabili da più di dieci anni; padre di due bambini, ha sempre respinto con fermezza le accuse di maltrattamenti addotte a motivo del suo licenziamento e di quello di Davide.

“Io e Davide seguivamo Alessandro da almeno otto anni; è sempre stato una persona molto difficile, conosciuto in tutto il quartiere. Il nostro lavoro, che è stato molto duro e faticoso, ha prodotto ottimi risultati non solo per lui, ma per la famiglia e per l’intero quartiere, come possono confermare tutti i responsabili della Circoscrizione e dell’USL. La verità è che avevamo iniziato da alcuni mesi una vertenza interna sui carichi e sull’organizzazione del lavoro, contro una ristrutturazione guidata da due consulenti esterni e finalizzata a garantire il potere dei dirigenti; per esempio, gli operatori sindacalizzati o comunque scomodi sono stati tutti assegnati ai casi più difficoltosi e difficili da raggiungere, secondo la logica dei reparti confino della FIAT degli anni cinquanta. Come Delegato alla Sicurezza, avevo contestato numerose inadempienze della 626: hanno voluto farci pagare anche questo”.

Nonostante le interrogazioni di alcuni Consiglieri, il Comune non ha preso alcun provvedimento nei confronti della cooperativa per l’abbandono unilaterale dell’assistenza ad Alessandro. La causa intestata da Aldo contro la cooperativa è ancora in corso; poiché era un socio, la competenza è del Tribunale Civile, il che significa che le spese sono infinitamente più alte di quelle di una normale causa di lavoro… un altro privilegio del terzo settore.

LA TORTURA DEGLI STIPENDI

Alessandro lavora da quattro anni in una cooperativa convenzionata con il comune di Roma per l’assistenza domiciliare agli anziani, ai disabili e per la gestione di numerosi altri servizi assistenziali; non è mai stato messo in regola, né come socio, né come dipendente. Viene pagato a cottimo, poco più di 10.000 lire nette l’ora, per un servizio per il quale il Comune versa alla cooperativa più di 26.000 lire per ogni ora di lavoro prestato.

Lo “stipendio” di Alessandro viene erogato con grande irregolarità, con uno, due, tre mesi ed anche più di ritardo: per esempio, a settembre inoltrato deve ancora ricevere il suo compenso per il lavoro svolto a maggio.

La dinamica è sempre la stessa: Alessandro – come tutti gli altri operatori – tempesta di telefonate l’ufficio amministrativo della cooperativa, chiedendo se può passare a ritirare i propri soldi, per sentirsi rispondere da una segretaria o da un ragioniere che i soldi non ci sono, bisogna aspettare, ecc. La storia può durare anche qualche settimana, fino a quando, finalmente ascolta al telefono le parole magiche: “Puoi venire a ritirare l’assegno”. In genere, le parole magiche vengono pronunciate il venerdì, quando l’assegno non può essere incassato fino al successivo lunedì. Ma questo è il meno.

Quando Alessandro si precipita in cooperativa, naturalmente trova altre decine di colleghi e colleghe che hanno ricevuto la stessa comunicazione, per cui si mette in fila per ricevere dalle mani della segretaria il prezioso assegno; quando arriva il suo turno, si sente dire: “Mi dispiace, gli assegni sono finiti. Prova a ripassare lunedì”. Alessandro rimane interdetto: “Che vuol dire che gli assegni sono finiti?”

La segretaria – avvezza al ruolo – alza le spalle: “Vuol dire che la banca non ci ha dato un numero di assegni sufficiente per tutti voi… lunedì cercheremo di farcene dare altri”.

Alessandro impreca, e con lui la fila di operatori che lo segue. Tutti si chiedono il perché di questa storia, che si ripete ogni volta ci sia da riscuotere il magro stipendio. La risposta arriva da un sindacalista che conosce bene il cosiddetto terzo settore e il mondo della cooperazione sociale.

“Non è un problema di cattiva organizzazione – spiega – perché non è pensabile che lo stesso spettacolo si ripeta ogni volta… se l’azienda sa che deve pagare, poniamo, cento persone, perché alla banca chiede soltanto settanta assegni?”

“Già, perché?” domanda Alessandro.

“E’ un sistema di controllo – continua il sindacalista – un modo per farti sentire sempre in bilico, alla mercé di eventi imprevedibili, un ricatto invisibile per costringerti a chiedere per favore quello che ti spetta di diritto. Un addestramento alla sottomissione e al servilismo, insomma”.

Alessandro è colpito dalla spiegazione. In effetti, all’annuncio che “gli assegni sono finiti” lui e i suoi colleghi reagiscono sempre nella stessa maniera: prima si arrabbiano, poi se ne vanno, perché tanto non c’è niente da fare… ma qualcuno rimane sempre, e chiede di poter incontrare il Presidente o il Vicepresidente, i quali, di fronte alla rappresentazione di situazioni disperate (bollette scadute, affitti da pagare, conti in sospeso dal macellaio, necessità di libri per la scuola dei bambini, ecc.), concedono magnanimamente ai tapini un acconto o, addirittura, il versamento dell’intero stipendio. Il nobile gesto è sempre accompagnato da raccomandazioni vagamente minacciose, quali “Lo faccio solo per te, non farlo sapere agli altri”, ecc.

Un addestramento alla sottomissione e al servilismo, ma non solo: questo sistema è anche un potente incentivo alla desolidarizzazione, alla distruzione di ogni sentimento di appartenenza collettiva del lavoratore, ridotto allo stato di un individuo miserabile, pronto ad ogni bassezza pur di ottenere il “privilegio” di ricevere i suoi soldi prima degli altri. Le molestie sessuali, tanto per dirne una, sono una delle conseguenze naturali del “sistema” che il sindacalista ha spiegato ad Alessandro.

L’ACCOGLIENZA AGLI HOMELESS: LA STORIA DI SABRINA

Naturalmente, il frenetico fund raising dei manager non profit non si è lasciato sfuggire il nuovo mercato prodotto dall’aumento dei nuovi poveri nelle metropoli, rappresentati a Roma anche da migliaia di homeless, molti dei quali immigrati extracomunitari.

Alla fine degli anni 90, il Comune finanziò alcune cooperative sociali per gestire centri di accoglienza che non avessero le caratteristiche dei vecchi dormitori, ma che fossero in grado di fornire non solo assistenza, ma anche un progetto di reinserimento sociale. Sulla carta, almeno.

Sabrina e Mauro vennero assunti – naturalmente come “liberi professionisti” – dalla cooperativa che gestiva un centro di accoglienza in una zona centrale, con una forte concentrazione di homeless e di immigrati.

Nel giro di pochissimo tempo, si resero conto che i progetti di reinserimento erano inesistenti e che la struttura svolgeva esattamente la stessa funzione di parcheggio dei tanto vituperati dormitori; in più, i turni erano massacranti, perché la cooperativa affidataria del servizio, per aumentare il guadagno, aveva assunto pochissimi operatori, costretti ad orari impossibili. Per ottimizzare i costi, si era arrivati addirittura a lasciare incustodita la struttura nelle ore notturne, abbandonando a sé stessi gli “ospiti”.

In questo contesto, non stupisce la notizia di litigi violenti e ferimenti avvenuti nelle ore notturne fra gli “ospiti”, ma le rimostranze di Sabrina e Mauro ai dirigenti della cooperativa non vengono prese in considerazione, anzi ai due viene fatto capire che, se vogliono continuare a lavorare, è bene che stiano tranquilli. Recepito il messaggio, per qualche tempo i due, che hanno assolutamente bisogno di lavorare, si adattano, anche perché il presidente della cooperativa non perde occasione per sbandierare la sua stretta amicizia con l’Assessore competente.

Un giorno, però, avviene un fatto che supera persino il bisogno di lavoro dei due giovani operatori. In breve, un’ospite straniera confessa a Sabrina di essere stata costretta a subire le attenzioni sessuali del presidente della cooperativa, come molte altre “ospiti” prima di lei, sotto la minaccia di essere nuovamente sbattuta in mezzo alla strada. Sabrina, inorridita, cerca di convincere la donna a denunciare il suo aguzzino, ma si scontra con la paura e la diffidenza di chi conduce un’esistenza precaria, sottoposta ai capricci di un permesso di soggiorno altrettanto precario.

Sabrina parla della vicenda con il suo collega, che le conferma di aver sentito anche lui qualche voce in proposito da altri “ospiti”; in sostanza, il presidente della cooperativa sarebbe un habitué della molestia sessuale, scegliendo oculatamente i suoi bersagli fra le “ospiti” immigrate con problemi di rinnovo del permesso di soggiorno o fra le homeless con problemi psichiatrici, le cui eventuali denunce non sarebbero mai prese sul serio.

I due si rendono conto di poter fare ben poco, ma non se la sentono di tacere; si rivolgono ad alcuni Consiglieri comunali, che a loro volta chiedono all’Assessore competente di intervenire, ma la risposta che ottengono è a metà fra il burocratico e lo sprezzante: in sintesi, la cooperativa ha regolarmente ottenuto la gestione della casa di accoglienza, l’Amministrazione non ha mai ricevuto reclami ufficiali, non vi sono denunce e, dulcis in fundo, il presidente della cooperativa è iscritto allo stesso partito dell’Assessore. Dunque, nessun problema.

Sabrina e Mauro sono costretti a lasciare il lavoro, perché il presidente della cooperativa, informato dall’Assessore amico, non ci mette molto a capire chi ha cercato di intromettersi nei suoi affari. Affari che continuano a prosperare.

LA COOPERATIVA MODELLO

L’ultima vicenda che raccontiamo è anche quella che ha fatto più rumore nel Terzo Settore romano, insieme a quella dei sindacalisti licenziati dall’Iskra, rispetto alla quale è avvenuta dopo qualche mese, al principio del 1999.

La storia avviene nella stessa cooperativa della “tortura degli stipendi”, che gestisce anche i servizi di assistenza domiciliare in due Municipi, e inizia nel giugno 1998, quando il malessere che serpeggia fra i lavoratori della cooperativa diventa più acuto perché il ritardo nel pagamento degli stipendi è diventato intollerabile: decine di operatori – stiamo parlando della cooperativa più grande della città, da molti considerata un “modello”, affiliata a Legacoop – non percepiscono una lira da tre mesi, la situazione di molti è prossima alla disperazione. Come se non bastasse, si apprende che la direzione della cooperativa ha pensato bene di investire una cifra esorbitante (circa 150 milioni di vecchie lire) nell’acquisto di una barca da diporto ed altre centinaia di milioni per finanziare gli spettacoli dell’Estate Romana, cui partecipa il vicepresidente della cooperativa, a sua volta cantante e impresario.

La rappresentanza sindacale interna del Cobas servizi sociali – RdB, dopo inutili tentativi di dialogo con la direzione, proclama uno sciopero per l’intera giornata del 20 luglio; nonostante le minacce verso i lavoratori (in particolare contro i tantissimi precari), lo sciopero riesce in pieno. A quel punto, la situazione sembra sbloccarsi: il Cobas – RdB ottiene il versamento degli stipendi, un aumento dei compensi dei “collaboratori” e la regolarizzazione di un primo gruppo di quindici lavoratori e lavoratrici, con l’impegno di procedere gradualmente alla regolarizzazione di tutti gli operatori impiegati.

Dopo la pausa di agosto, però, si comprenderà che l’atteggiamento ragionevole della direzione era dettato solo dalla necessità del momento; in effetti, viene messa in piedi una sistematica campagna terroristica verso il Cobas – RdB, accusato di puntare alla distruzione dell’azienda ed alla conseguente perdita del lavoro. I soci lavoratori, che costituiscono meno di un terzo della forza lavoro impiegata dalla cooperativa, vengono convinti che la loro posizione è in pericolo e che la regolarizzazione dei lavoratori provocherebbe un disastro economico. Parallelamente, la direzione impianta una vera e propria campagna diffamatoria contro i sindacalisti più impegnati e, in particolare, contro Marco, presentato come un estremista irresponsabile, nonostante sia un dirigente del Partito della Rifondazione Comunista; lo schieramento dei rappresentanti istituzionali del PRC a fianco delle ragioni dei lavoratori diventa a sua volta argomento di persuasione nei confronti dei soci lavoratori.

A dicembre, un’operatrice precaria, in servizio da più di due anni senza contratto e senza tutele, viene bruscamente licenziata. Ufficialmente, le viene imputata una cattiva gestione del suo lavoro ed anche nei suoi confronti viene confezionata una umiliante campagna diffamatoria, arrivando a far circolare la voce che si appropriava del denaro degli utenti; in realtà, la sua colpa era quella di essere un’aderente del Cobas – RdB, nonché iscritta a Rifondazione Comunista.

Poche settimane dopo, la stessa sorte tocca a Marco, che però è un socio lavoratore, per cui si rende necessario ricorrere ad un espediente. La soluzione trovata dal Presidente della cooperativa è piuttosto rischiosa, ma funziona: al termine delle ferie natalizie, Marco aveva presentato alla cooperativa, consegnandola nelle mani del Presidente, una richiesta di prolungamento del periodo di aspettativa non retribuita di cui usufruiva da alcune settimane; pochi giorni dopo, riceve una raccomandata della cooperativa che gli comunica il licenziamento perché non si era presentato al lavoro. Semplicemente, la sua richiesta di aspettativa era stata fatta sparire.

Naturalmente, la situazione si fa incandescente: il Cobas – RdB e Rifondazione Comunista promuovono una manifestazione di fronte agli uffici della cooperativa, con la solidarietà degli altri sindacati di base ed anche della CGIL, mentre gli avvocati di Marco presentano subito un ricorso al Tribunale Civile. Il Presidente della cooperativa viene anche querelato per l’occultamento della lettera di richiesta dell’aspettativa.

Alla prima udienza del Tribunale Civile, in primavera, il magistrato dispone immediatamente la sospensione del provvedimento contro Marco e il suo reintegro nel posto di lavoro. In un clima di grande tensione, Marco riprende servizio, ma è evidente la volontà di costringerlo ad andarsene: sin dal primo giorno, viene bombardato di telegrammi della cooperativa che gli imputano ritardi inesistenti ed altre negligenze inventate di sana pianta. Marco non si lascia intimidire e continua a presentarsi regolarmente al lavoro, fino a quando – non sono passati neanche dieci giorni – riceve una nuova raccomandata che gli comunica un nuovo licenziamento.

Ad un anno di distanza dal licenziamento, Marco non aveva ricevuto nemmeno il t.f.r. e per riaverlo è stato costretto a rivolgersi ai Carabinieri, mentre ancora oggi non gli è stata restituita la quota sociale.

Attualmente, la causa civile è ancora in corso; in questi anni, la cooperativa ha fatto ricorso a tutte le tattiche dilatorie possibili e immaginabili, alternando minacce a proposte di trattativa mai seguite da alcun atto concreto. In una situazione analoga, di fronte ad un altro Tribunale, si trova l’operatrice licenziata prima di Marco.

Una verifica effettuata dall’Ufficio Vigilanza Cooperative del Ministero del Lavoro ha accertato che, nel solo 1999, quella cooperativa ha impiegato più di trecento lavoratori senza contratto, ma non risulta sia mai stata sanzionata in alcun modo. Analogamente, non vi è stato alcun intervento da parte del Comune di Roma, principale committente della cooperativa.

Il commento di Marco è molto amaro: “La verità è che non esiste la volontà politica di mettere in regola queste situazioni. Gli interessi in gioco sono troppo forti e coinvolgono tutti i partiti, nessuno escluso; una cooperativa come quella che mi ha licenziato fattura quasi dieci miliardi di vecchie lire l’anno e questo significa clientelismo, versamenti a fondo perduto per campagne elettorali, pacchetti di preferenze per questo o quel candidato… di fronte a tutto questo, i diritti di chi lavora contano veramente poco”.

*****

Questa vicenda, assieme a quella dell’Iskra, ha riproposto l’urgenza di interventi sulla conduzione dei servizi sociali affidati dal Comune di Roma al cosiddetto “terzo settore”, in particolare l’assistenza domiciliare ai disabili ed agli anziani; secondo i dati forniti dalla CGIL, nella Capitale le cooperative sociali impiegano circa 5000 operatori, cui vanno aggiunti quelli delle decine di associazioni, fondazioni, enti morali, ecc. Solo per quanto riguarda l’assistenza domiciliare, gli operatori impiegati sono oltre 2000 e garantiscono il servizio a circa 6000 utenti; nonostante il protocollo di intesa siglato sin dal 1996 con CGIL, CISL e UIL e il preciso impegno fatto sottoscrivere ai Presidenti di tutte le cooperative per ammetterle alla gestione dell’assistenza domiciliare, il Comune di Roma si è sempre ben guardato dal vigilare sul rispetto del Contratto Nazionale, chiudendo gli occhi sui fenomeni denunciati da Cofferati: diffusione del lavoro nero, precario, sottopagato e senza diritti. L’introduzione della Delibera 135 del 2000, che impone alle cooperative convenzionate l’applicazione dei Contratti Nazionali, non ha sostanzialmente modificato la situazione: i controlli ordinari previsti dalla stessa Delibera non sono mai stati effettuati, e quelli straordinari – richiesti formalmente dal Cobas – RdB – o non sono stati effettuati, o lo sono stati in maniera ridicola, limitandosi a richiedere alla cooperativa l’elenco dei lavoratori registrati presso l’INPS e dichiarando poi che i versamenti erano in regola. Peccato che i controlli dovrebbero servire ad individuare i lavoratori non registrati all’INPS e nei confronti dei quali non viene effettuato alcun versamento previdenziale.

[1] Paola Tubaro – Critica della ragion non profit – Edizioni DeriveApprodi

[2] Paola Tubaro, op. cit.

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Operazione della GdF contro 2 onlus finte: 44 denunciati e 7 milioni di euro evasi

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 10, 2008

dall’ Eco di Pavia del 26 / 06 / 2008.
http://www.ecodipavia.org/pavia—operazione-della-gdf-contro-2-onlus-finte-44-denunciati-e-7-milioni-di-euro-evasi.htm

PAVIA. Il comando Provinciale della Guardia di Finanza di Pavia, nell’attività volta a prevenire l’evasione fiscale ha sviluppato un’articolata azione di contrasto all’economia sommersa e al lavoro irregolare. Nell’ambito di un più ampio progetto che investe tutta la provincia é stata effettuata una importante operazione di servizio nei confronti di due onlus, ovvero due organizzazione non lucrativo di utilità sociale, di Voghera.
In particolare sono state eseguite due verifiche fiscali nei confronti delle due onlus operanti nel settore dell’assistenza domiciliare e ambulatoriale ed é stato riscontrato che le cooperative sociali in questione avevano il solo incarico di inviare il personale dipendente presso cliniche private.
Le onlus godono per legge di notevoli vantaggi fiscali, come la totale esenzione dell’Ires, dell’Iva e dell’Irap. La Guardia di Finanza dopo lunghi accertamenti, ha disconosciuto alle Cooperative di Voghera la qualifica di Onlus perché é stato dimostrato che le stesse operavano di fatto come agenzie di lavoro.
L’attività ha portato complessivamente alla denuncia di 44 persone, alla scoperta di 23 dipendenti pubblici che lavoravano irregolarmente anche presso strutture private, all’assoggettamento a tassazione di quasi 7 milioni di euro alla scoperta di circa 100mila euro di fatture per operazioni inesistenti e alla individuazione di 111 lavoratori irregolari e 48 in nero.
Per quanto riguarda i 23 dipendenti pubblici denunciati, va specificato che si tratta di infermieri professionali che, mentre beneficiavano di permessi, licenze e riposo per malattie, in realtà prestavano la loro opera presso cliniche private.
Le Fiamme Gialle pavesi continueranno la loro azione di controllo per verificare se sussistano altre finte onlus.

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Ragazzi in missione speciale nella guerra contro la povertà (1999)

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 10, 2008

3/OLTRE IL VOLONTARIATO – Il lavoro del Coopi
per aiutare lo sviluppo nei paesi del Terzo Mondo

Ragazzi in missione speciale
nella guerra contro la povertà
di RENATA PISU
La Repubblica
(15 febbraio 1999)

Per l’inchiesta completa iniziare da qui: http://www.repubblica.it/online/volontariato/inchiesta/inchiesta1/inchiesta1.html

MILANO – La cascina è grande, con un’ampia corte interna, all’estrema periferia della città, vicino allo svincolo delle autostrade per i Laghi. Dentro ci sono gli uffici della Coopi, stanzone riscaldate da camini e stufe, travi a vista, scale e scalette che si intersecano nella logica abitativa di un’antica architettura contadina rinnovata da postazioni di computer per seguire in tempo reale gli avvenimenti nei punti caldi del mondo dove si trovano dei “cooperanti” di questa associazione. Tre operano in Sierra Leone, ma si decide l’evacuazione perché il clima di Freetown, la capitale, è irrespirabile a causa dei continui combattimenti. Dice Michele Romano, presidente della Coopi: “Noi siamo andati lì per far funzionare un ospedale, ma ora dobbiamo ritirarci. Cooperare sì, crepare no”.

Coopi è una Ong e una Onlus, sigle sibilline per chi non sa che Ong significa Organizzazione non governativa e Onlus Organizazione non lucrativa di utilità sociale. Gestisce progetti di sviluppo nel Terzo Mondo per 20 miliardi all’anno, i fondi vengono dal nostro Ministero degli Affari Esteri (loro lo chiamano Mae) ma soprattutto dalla Cee, Comunità economica europea; oppure vengono raccolti direttamente con campagne di sensibilizzazione dell’opinione pubblica. Ora, per esempio, si stanno raccogliendo soldi per i ragazzini delle fogne di Bucarest che dalle fogne dove vivono devono essere aiutati a uscire.

Coopi, come tutte le altre Ong, manda uomini e donne in giro per il mondo, ovvero per il Sud del mondo, a fare cose utili come ottimizzare una miniera di tungsteno in Bolivia, avviare un centro di vaccinazione infantile in Ruanda, scavare pozzi in Etiopia, assistere bambini di strada in Brasile. Le Ong fanno parte anche loro del Terzo Settore, cioè della terza gamba che assieme alle altre due, quella dello Stato e quella del Mercato, puntella la traballante tavola della società attorno alla quale tutti dovremmo sedere, in buon accordo, solidariamente, in un planetario convivio. E invece… “Noi della cooperazione allo sviluppo siamo una delle tante anime del non-profit, dell’economia solidale” spiega Michele Romano “forse si potrebbe dire che siamo la vecchia e dimenticata anima internazionalista”.

Internazionalista, parola desueta in epoca di globalizzazione (si globalizzano i mercati, non risorse e aspirazioni dell’attuale e “futura umanità”), è lo spirito con cui dodici anni fa Efrem Fumagalli appena laureato in geologia, decise di impegnarsi in qualcosa che avesse senso. Dice Efrem che ora ha trentotto anni: “Volevo diventare un geologo a servizio degli altri, della gente. Così ho sentito parlare di volontariato all’estero e ho pensato che quella poteva essere la strada giusta. Ho preso contatto con Coopi che stava mettendo in piedi un progetto in Bolivia per aiutare una cooperativa di minatori locali a incrementare e meccanizzare la produzione della loro miniera di tungsteno. Era il lavoro giusto per me in quanto geologo e così sono partito”.

Efrem racconta dei due anni filati che ha trascorso nella cittadina di Kami, a quattromila metri di altitudine appassionandosi a quel progetto di sviluppo che prevedeva anche un ospedale specializzato (ne ha visti morire tanti di minatori, giovani ammalati di tubercolosi e di silicosi che sputavano fuori a pezzi i loro devastati polmoni); racconta della diffidenza iniziale dei boliviani, della fiducia poi conquistata, di un vecchio minatore che gli disse: “Che venite qua a fare? Se è per spirito di avventura, per fuggire dalla vostra realtà, statevene a casa perché non abbiamo bisogno di gente che fa finta di essere povera. Ma se invece siete seri e avete capacità e conoscenze da spartire con noi, siete i benvenuti”.

E Efrem da allora non crede più al mito del volontario che dà tutto via per niente (in Bolivia prendeva ottocentomila lire al mese) e sostiene che c’è un equivoco colossale attorno a questo aggettivo-sostantivato entrato ormai nell’uso comune: certo che la sua scelta di vita è volontaria perché non gli è stata imposta né dallo Stato né dal Mercato, il suo è un “lavoro scelto”, una risposta non stereotipa alla domanda: “Cosa farai da grande?” che sempre automaticamente si pone ai piccoli e loro giù, passivamente, con le loro da noi indotte risposte “avvocato, medico, pilota, vigile urbano, calciatore, top model”. Ma anche fare il volontario è un lavoro, forse quello che nel prossimo millenio i più vorranno fare se soltanto Ralf Dahrendorf fosse profeta. Intervistato da Salvo Mazzolini in occasione della Convention del Terzo Settore svoltasi a Padova l’anno scorso, Dahrendorf ha ricordato infatti che un tempo non c’era la disoccupazione come la intendiamo noi oggi e cioè come mancanza di alternative al lavoro. Ha detto: “Io credo che la disoccupazione sia un fenomeno temporaneo del ventesimo secolo, prima non c’era la disoccupazione: nei villaggi si celebravano festività che duravano settimane, prima ancora si partiva per le crociate o si facevano altre cose strane”.

Ecco, forse si potranno fare di nuovo “cose strane”, si potrà andare in giro per il mondo come i cooperanti delle Organizzazioni non governative, non a scopo di lucro, solo e soltanto per solidarietà umana. Oppure a far crociate, per intolleranza disumana. Comunque c’è già chi sta vivendo così, facendo “cose strane”: mercenari che fanno sconcissime crociate, centinaia e centinaia di giovani uomini e donne come Efrem che invece si mettono al servizio degli altri. Efrem però ci tiene a precisare. Dice: “Se si parla di “volontariato” tutti hanno l’impressione che non sia un lavoro perché il lavoro è biblicamente considerato condanna, non scelta. E poi si considera il volontario come un dilettante mentre invece deve essere un professionista, altrimenti è facile che combini pasticci. E qualcosa deve guadagnare, uno stipendio decente gli va garantito, anche i volontari devono vivere”.

Ma cosa vuol dire uno stipendio decente per un volontario? “Le dirò che sarebbe meglio se ci definissimo noi delle Ong come “cooperanti” ma chiamarci volontari ci piace, è nella nostra tradizione. Uno stipendio decente vuol dire avere di che vivere senza approfittarsi del nostro privilegio, senza farlo valere. Questo è quello che chiamerei il nuovo volontariato, l’evoluzione del volontariato”.

Ma se Efrem dice “senza approfittarsene”, Mauro Alboresi della funzione pubblica della Cgil precisa: “Senza che nessuno se ne approfitti perché c’è il pericolo che il Terzo Settore, specie le cooperative sociali che forniscono servizi e assistenza, vengano considerate realtà a basso costo per smantellare lo stato sociale. Per questo bisogna che siano rispettati i contratti nazionali collettivi”. Negli anni novanta sono già entrati in vigore otto contratti che si riferiscono a duecentomila lavoratori impegnati nel non- profit ma i sindacati lamentano che raramente ne vengono rispettati i termini. Mauro Alboresi è preoccupato, dice: “Temiamo un nuovo tipo di sfruttamento e ci stiamo battendo per arrivare a un contratto unico nazionale per il Terzo Settore che ancora l’opinione pubblica assimila al volontariato, così la gente pensa che noi si voglia sindacalizzare i volontari, magari indurli allo sciopero”.

Invece, come ben sanno gli addetti ai lavori, siamo oltre il volontariato anche se dal volontariato non si può prescindere perché è stata la ventata nuova che ha sconvolto la passività della delega allo Stato di ogni intervento sociale. Ma ormai il fenomeno ha cambiato aspetto, il non-profit è cresciuto in modo tumultuoso e disordinato, i volontari sono diventati lavoratori a tutti gli effetti, in innumerevoli casi associazioni di volontari si sono trovate nella condizione di servirsi di stipendiati per produrre servizi e allora o hanno chiuso l’associazione per creare una cooperativa sociale o sono cadute in una forma ibrida tra volontariato e cooperazione sociale, fuorviante perché l’elemento economico prevale inevitabilmente sulla gratuità. E il non-profit va a farsi benedire se una cooperativa adotta un regolamento interno che prevede consistenti gettoni di presenza per ogni seduta dei membri del consiglio di amministrazione. Cosa che succede.

Ma permanendo l’equivoco sul volontariato, come può il sindacato sindacalizzare i volontari? Spiega Alboresi: “Prima di tutto distinguendo, cioè tenendo presente che il volontariato nel nostro paese è drogato. C’è gente in cerca di lavoro e che lo trova facendo volontariato presso case di cura, ospedali, cooperative e che viene pagata con la formula del rimborso spese, a volte sostitutiva di uno stipendio vero e proprio. Sono lavoratori sfruttati, in nero. Perché i sindacati non dovrebbero pensare di tutelarli?”.

Già, ma questi lavoratori troppo spesso, volenti o nolenti confusi con i volontari, desiderano o no una tutela di tipo tradizionale? “Non è di tipo tradizionale” spiega Alboresi “anche il sindacato sta ripensando la sua funzione dall’inizio degli anni novanta, proprio in seguito all’emergere del Terzo Settore con le sue specificità”.

Così anche i sindacati sono coinvolti nella crescita disordinata e tumultuosa del Terzo Settore che costringe tutti a “ripensare” tutto. A ripensare soprattutto il senso di quella “civiltà del lavoro” entro la quale per un secolo e poco più si è definita la nostra identità collettiva, ora messa in crisi dalla rottura di tutti i patti del sociale. Si dice che bisognerebbe stringerne altri, si dice che debbano essere dei patti “volontari e consapevoli”. Dei patti in definitiva da Terzo Settore, cioè né di Stato né di Mercato. Patti nostri? Probabilmente sì, se l’atomizzazione più spinta non prevarrà.

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Tesi di Laurea: Lavoro e non profit

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 8, 2008

Lavoro e non profit
Francesca Torelli
Università degli Studi di Macerata
a.a. 1999-2000

Le “non profit organizations”, cioè quegli enti e organizzazioni private, formalmente costituite, operanti nel sistema economico con finalità diverse dal raggiungimento di un profitto, hanno attirato, negli ultimi anni, l’attenzione di economisti, sociologi e giuristi.
Tale interesse è stato probabilmente determinato dalla particolare situazione che l’Italia si trova ad affrontare. L’alta incidenza del debito pubblico e il bisogno di migliorare la qualità, l’efficienza e la quantità di molti servizi inducono a considerare sempre più necessario il passaggio da un sistema sociale prevalentemente pubblico – Welfare State – a un sistema misto, dove accanto ai servizi pubblici operino anche organizzazioni e imprese private.
Gli enti non profit non sono un novità nel nostro paese, nel quale operano già da moltissimo tempo; le prime forme di organizzazione senza scopo di lucro nascono a partire dall’XI secolo fino alle soglie dell’età moderna-contemporanea. Sono un esempio le Opere Pie e le Confraternite: enti morali amministrati da istituzioni religiose, che offrivano assistenza sociale e sanitaria a soggetti indigenti; il loro patrimonio consisteva principalmente di
lasciti e donazioni. Una parte di esse sono tuttora operanti, ad esempio, le istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza (IPAB).
A partire dagli anni ‘90 il legislatore italiano ha operato un reale riconoscimento giuridico del cosiddetto “Terzo settore” o “Settore non profit”, che da molto tempo è largamente operante in ambito sociale.
Tale riconoscimento è iniziato attraverso due importanti leggi: la legge 11 agosto 1991, n. 266 e la legge 8 novembre 1991, n. 381, in materia rispettivamente di volontariato e cooperative sociali, come risposta all’inadeguatezza del quadro legislativo di fronte all’evoluzione delle imprese non profit.
La prima è un tentativo di codificare e regolamentare la spontanea attività di volontariato, concepita sostanzialmente come suppletiva ed integrativa alle carenze statali.
La seconda ha riconosciuto il ruolo produttivo di organizzazioni non fondate sull’obiettivo primario di realizzare un profitto, ma di perseguire uno scopo sociale e solidaristico in forma d’impresa.

CAPITOLO PRIMO: DEFINIZIONE DI NON PROFIT

1.1 IL NON PROFIT IN ITALIA
1.2 LA LEGISLAZIONE SULLE NON PROFIT ORGANIZATIONS
1.2.1 I principi costituzionali
1.2.2 Le organizzazioni non profit nel Codice Civile
1.3 LA RIFORMA TRIBUTARIA ATTUATA DAL D. LGS. N. 460 DEL 1997
1.3.1 Gli enti non commerciali
1.3.2 Definizione giuridica delle ”organizzazioni non lucrative di utilità sociale”
1.4 IL LAVORO NEL SETTORE NON PROFIT

CAPITOLO SECONDO: LE ORGANIZZAZIONI DI VOLONTARIATO
2.1 IL RICONOSCIMENTO DELL’ATTIVITÀ DI VOLONTARIATO
2.2 DEFINIZIONE LEGALE DI ATTIVITÀ DI VOLONTARIATO. RATIO LEGIS E DESCRIZIONE NORMATIVA
2.2.1 (segue): l’assenza del fine di lucro
2.2.2 (segue): l’organizzazione
2.3 IL LAVORO SUBORDINATO ED AUTONOMO
2.4 LA TUTELA DEL LAVORATORE VOLONTARIO:ASPETTI PREVIDENZIALI

CAPITOLO TERZO: LE COOPERATIVE SOCIALI
3.1 LA LEGGE N. 381 DEL 1991. UN NUOVO TIPO DI SOCIETÀ COOPERATIVA
3.2 IL LAVORO NELLE COOPERATIVE SOCIALI
3.3 LA PRESENZA (EVENTUALE) DEI SOCI VOLONTARI NELLA COOPERATIVA DI SOLIDARIETÀ SOCIALE
3.4 LA TUTELA PREVIDENZIALE DEI SOCI VOLONTARI
3.5 IL RAPPORTO TRA SOCIO E COOPERATIVA SOCIALE
3.5.1 La configurazione giuridica del lavoro cooperativo secondo la dottrina e la giurisprudenza
3.5.2 (segue): la giurisprudenza
3.6 I SOGGETTI SVANTAGGIATI E LE COOPERATIVE D’INSERIMENTO LAVORATIVO
3.6.1 Il rapporto obbligatorio dei soggetti svantaggiati
3.6.2 Le singole categorie di soggetti svantaggiati: gli invalidi fisici, psichici e sensoriali, gli ex degenti di istituti psichiatrici, i soggetti in trattamento psichiatrico
3.6.3 (segue): i tossicodipendenti e gli alcolisti
3.6.4 (segue): i minori in età lavorativa in situazioni di difficoltà familiare
3.6.5 (segue): i condannati ammessi alle misure alternative alla detenzione
3.7 ASPETTI PREVIDENZIALI

CAPITOLO QUARTO: LE ORGANIZZAZIONI DI TENDENZA

4.1 PREMESSA
4.2 ORGANIZZAZIONI DI TENDENZA E TENDENZBETRIEB
4.3 LE ORGANIZZAZIONI DI TENDENZA NELLA DOTTRINA ITALIANA
4.4 IL LAVORO SUBORDINATO NELLE ORGANIZZAZIONI DI TENDENZA
4.4.1 La rilevanza dell’ideologia
4.4.2 L’obbligo di fedeltà e l’intuitus personae
4.5 LE ORGANIZZAZIONI DI TENDENZA NELLA NUOVA LEGGE SUI LICENZIAMENTI. INDIVIDUALI. L’ART.4 DELLA LEGGE N. 108 DEL1990
4.6 LE ”MANSIONI DI TENDENZA” E LE ”MANSIONI NEUTRE”
4.7 ORGANIZZAZIONI NON PROFIT E TUTELA DELLA TENDENZA

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Terzo settore, la risposta alla crisi politica

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 28, 2008

Terzo settore, la risposta alla crisi politica
Di Domenico Ciardulli
19 marzo 2008
da: http://www.aprileonline.info

La riflessione
La società civile che partecipa al ciclo funzionale, organizzativo e produttivo di un paese è una ricchezza che però sempre più spesso viene sottoposta alle leggi dell’economia e al volere politico. Nascono così storie di sfruttamento verso soci lavoratori di cooperative sociali e associazioni Onlus. Perciò bisogna puntare alla riorganizzazione di questo tessuto civico, che resta l’unica soluzione al momento buio che stiamo vivendo

Né stato né mercato. Da questa aspirazione di essere “altro” è nato il termine “terzo settore” inteso come la società civile che si organizza, che interviene, interferisce nel ciclo funzionale, organizzativo e produttivo di un paese. Governance, sussidiarietà, coprogettazione, stakeholders: su termini come questi si è costruita l’impostazione teorica fondante dello spazio cosiddetto “civico”.
La sempre più invadente presenza del mercato, come tendenza di un processo globale, ha progressivamente trasformato gli equilibri e i rapporti di forza tra le tre componenti, determinando una soggezione del “terzo settore” alle leggi del mercato e all’influenza che il mercato stesso esercita sulla classe dirigente teoricamente scelta dai cittadini attraverso il voto.

Il privato sociale, come associazioni onlus, cooperative e enti morali, sono la componente imprenditrice del terzo settore che oggi vive in gran parte di commesse pubbliche e convenzioni finendo in molti casi nel ruolo di appendice della pubblica amministrazione o di personaggi politici in carica nelle pubbliche amministrazioni. Categoria altra sono le associazioni di tutela dei cittadini. Tra di esse vi sono molte organizzazioni istituzionalizzate, alcune fanno parte del Cnuc presso il ministero delle attività produttive e ricevono finanziamenti e rimborsi, altre fanno parte di consulte tematiche. Fuori da questo giro paraistituzionale vi sono centri sociali, associazioni e comitati di quartiere autorganizzati, non sempre registrati e dotati di uno statuto o di una sede ufficiale propria.

La “mission” del terzo settore nel campo dell’imprenditoria sociale è abbastanza snaturata dalle esigenze di assicurarsi una fetta di commesse pubbliche, di entrare negli albi di accreditamento, di far quadrare gli esercizi di bilancio e far fronte alle responsabilità economiche nei confronti di creditori e committenti. Accade in questo settore che, nell’ansia di assicurarsi posizioni solide, si trascurino proprio gli elementi fondanti del terzo settore che sono la solidarietà, la centralità della persona, le relazioni e la qualità della vita.

Nascono così storie di sfruttamento dove soci lavoratori di cooperative sociali e associazioni Onlus che lavorano a contatto con persone svantaggiate diventano anch’essi svantaggiati, in quanto sfruttati e senza tutele, e finiscono per entrare in quella categoria di “netturbini del malessere”, incaricati di “smaltire” a basso costo la parte improduttiva e “malata” della società.

L’elemento economico dell’impegno civico ha inquinato a 360 gradi se è vero che vi sono anche associazioni di tutela dei consumatori che ricevono finanziamenti da aziende, enti, industrie farmaceutiche. In merito, vi è una certa conflittualità tra alcune associazioni che si fanno la guerra a colpi di ricorsi al TAR.

In un orizzonte più trasparente si posizionano i centri sociali e i comitati di quartiere. I primi nati da una spontanea esigenza di socializzazione, di libera espressione della creatività, di rottura degli schemi attraverso la riappropriazione del proprio vivere quotidiano, della libera circolazione dei saperi, dell’autotutela e mutuo aiuto di fronte alla precarizzazione lavorativa, al controllo sociale dei produttori di merci e alla mortificazione del diritto alla casa.
I comitati di quartiere, quale aggregazione civica di prossimità, svolgono anch’essi un ruolo chiave di tutela degli interessi generali e dei beni comuni di un territorio. Su questo fronte la panoramica romana è abbastanza variegata: in alcune zone i comitati di quartiere si mantengono vitali e attivi, hanno anticorpi contro l’imbrigliamento nel meccanismo elettorale, sanno acquistare visibilità e adesioni attraverso la porta aperta e un benefico turn over di componenti e leader. Riescono non di rado a contrapporsi alle scelte politiche del Campidoglio costringendo gli assessori a modificarle e a contrattare.
In altre zone, purtroppo, vi sono anche comitati di quartiere che stagnano in piccoli centri di potere sottocastali, a regia politica municipale. Godono o aspirano a patrocini, a volte editano giornaletti locali sponsorizzati da commercianti di zona e, al momento delle elezioni, organizzano il voto dell’area di influenza in direzione di un loro politico “protettore” o, dove possono, direttamente di un loro esponente, possibilmente inserito nella lista civica del sindaco favorito. Questo modello di comitato di quartiere dalla visione spicciola (campo di bocce, centro ricreativo, cassonetti…) è quello tipicamente organizzato a comunicazione verticale, con un “gruppo dirigente” chiuso che rimane in sella per anni e detiene e filtra le informazioni al pubblico di riferimento, manipola il consenso dei cittadini ad uso e consumo di politici o di circoli di partito. Le componenti prevalenti di questo tipo di comitato sono i ceti medi, impiegati pubblici con anzianità di servizio, liberi professionisti e pensionati statali. Accade, non di rado, che comitati così organizzati arrivino nel tempo alla spontanea trasformazione in centri anziani mantenendo lo stesso consiglio direttivo.

E’ dall’analisi di questa realtà civica mista che, a mio avviso, occorre partire per costruire un fronte di resistenza al declino e degrado politico e sociale nel quale rischiamo di sprofondare. Puntare sulla riorganizzazione di questo tessuto civico per tutelare la qualità della vita e le prospettive future delle giovani generazioni. Intrecciare legami tra centri sociali e comitati di quartiere al di fuori della sfera e dell’influenza dei partiti per comprimere l’invadente monopolio della delega e del voto di scambio. Praticare momenti di autoformazione per poter occupare spazi di agibilità partecipativa nelle scelte di trasformazione urbana e lavorare su una sinergia tra le vecchie e nuove generazioni unite dall’obiettivo comune di uno sviluppo sostenibile a dimensione umana. In tale ottica le priorità non possono essere le specifiche vertenzialità locali ma la solidificazione di ampie reti territoriali a comunicazione orizzontale, capaci di strutturarsi, di attivare altri cittadini nell’interesse verso la cosa pubblica e verso il protagonismo civico.

Quando la crisi di un paese arriva a livelli non più governabili da alcune “cabine di regia” occulte si auspicano venti di sommossa scomposta e violenta per poi motivare repressione e restaurazione. La vera speranza di un’alternativa a scenari così bui sono gli stessi cittadini, giovani e meno giovani, di comitati di quartiere e centri sociali che comincino ad abbattere le tante barriere di separazione e frammentazione, create spesso ad arte, e ad organizzarsi in rete aperta, tenendo fuori fini di lucro e interessi di bottega, con l’obiettivo di difendere la città da palazzinari, multinazionali, finanzieri senza scrupoli e politici corrotti.

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Presentazione del master in imprese sociali, aziende non profit e cooperative erogato da SDA Bocconi School of management …”il profitto del non profitto” (sic!)

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 27, 2008

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No profit/ Un milione di dipendenti, la metà è nel Nord, due terzi sono donne

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 27, 2008

(da: Il Sole 24 Ore del 27 dicembre 2007)
No profit/ Un milione di dipendenti, la metà è nel Nord, due terzi sono donne
Quando si parla di lavoro nel campo del no-profit, troppo spesso si pensa a giovani volenterosi
impegnati in compiti sì lodevoli, ma scarsamente remunerativi in termini di salario e possibilità
professionali. Eppure, una ricerca sul tema, finanziata dalla Fondazione Giorgio Zanotto di
Verona e realizzata dalla Fondazione Giulio Pastore con la supervisione di Argis , mostra come il
terzo settore rappresenti oggi una fonte di occupazione tutt’altro che trascurabile, che impiega in
Europa e negli Stati Uniti, rispettivamente, il 6 e il 7% della forza lavoro totale.
Nel 2005, in Italia, eravamo ancora fermi al 2,6%; eppure le cooperative sociali, che più di ogni
altro ente raccolgono commesse statali, hanno raddoppiato in appena sei anni il numero di
dipendenti assunti, aumentati dai 130mila del 1999 a circa 211mila. Supponendo che il tasso di
crescita si sia mantenuto stabile negli ultimi due anni, e che sia paragonabile a quello degli altri
operatori del terzo settore, il dato che ne emerge non può che indicare una realtà non più
riconducibile o assimilabile al semplice volontariato: il 4% della forza lavoro italiana, vale a dire
circa un milione di dipendenti con contratti di vario genere, è impiegata nel not for profit.
La ricerca supervisionata da Argis, l’Associazione per la governance dell’impresa sociale
presieduta dall’economista Giulio Sapelli, si basa sui dati Istat già disponibili e si propone, per il
momento, di tirare le fila del fenomeno, individuandone criticità e prospettive di sviluppo.
A questa prima edizione ne farà seguito un’altra, che si prefiggerà invece il difficile compito di
raccogliere e coordinare informazioni dalla costellazione di compagnie private con finalità
pubbliche. Lo studio è tuttora in corso e i risultati definitivi dovrebbero essere disponibili nel
gennaio 2008, ma una prima anticipazione evidenzia come l’assistenza sanitaria e sociale e
l’istruzione siano i settori d’intervento nei quali il no-profit è maggiormente attivo. Oltre alle
cooperative sociali, anche le fondazioni svolgono un ruolo occupazionale importante, con una
crescita significativa dei posti di lavoro offerti: dai circa 50mila del 2001 ai 100mila del 2005 fra
dipendenti e collaboratori.
La distribuzione geografica di risorse ed enti vede il 51,1% delle organizzazioni e il 58,6% delle
risorse localizzati nel nord del Paese, laddove al sud la proporzione e di 27,7% a 18,7%. Anche
per questa ragione, le Regioni settentrionali offrono le maggiori possibilità d’impiego e ospitano
il 68% dei lavoratori delle fondazioni e il 60,7% di quelli delle cooperative sociali.
Significativa è anche la presenza di lavoratori atipici nelle cooperative sociali: gli interinali sono
passati da circa 500 del 2003 a oltre 1200 del 2005, mentre i collaboratori sono cresciuti da 7.500
a 31.600 del 2005. I due terzi dei dipendenti totali, poi, è costituito da donne, una percentuale
assai elevata che si è mantenuta stabile nel corso degli anni.
Quanto alla struttura delle organizzazioni, essa sembra diventare più complessa e stabile al
maturare delle stesse, influenzando positivamente la capacità di creazione di posti di lavoro. In
particolare, le organizzazioni costituitesi anteriormente al 1971 hanno tra i 22 e i 44 dipendenti
assunti, mentre per quelle sorte dopo il 1970 la media varia tra i 10 e i 14 impiegati.
27 dicembre 2007
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