Lavoro e No Profit

Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!

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Lo sfruttamento ai tempi del no profit

Pubblicato da lavoratorinoprofit su ottobre 19, 2011

da GIORNALETTISMO.COM     Inchiesta di Lou Del Bello 19 luglio 2011

Call center, promoter per strada o porta a porta: le grandi onlus si servono delle più estreme logiche d’impresa  Onlus, associazioni no profit, enti morali, sono organizzazioni dalle finalità etiche che rappresentano uno dei pilastri del vivere civile: la società prospera e cresce anche grazie all’altruismo di chi si riunisce in gruppo per sostenere il prossimo. Chiunque di noi può citare al volo almeno quattro o cinque esempi di grandi enti che in Italia operano per una buona causa: difendere i bambini dalle violenze domestiche, proteggere l’ambiente, aiutare i poveri, prestare cure mediche nei paesi in guerra.

I DEBOLI DIMENTICATI - Ma ad uno sguardo poco meno che superficiale nel variegato mondo delle associazioni benefiche potrebbe sorgere il sospetto che ci sia una classe di “nuovi” deboli dimenticata un po’ da tutti: quella dei lavoratori. Le testimonianze di chi ha lavorato per alcune delle maggiori onlus ed enti morali sono infatti controverse.

[...] LA LOGICA DEL PROFITTO – Così facendo – continua Marta –  il rapporto con i sostenitori e i soci diventa falso e la loro fiducia viene tradita: molto spesso, in entrambi i lavori, mi sono trovata a dover mentire (su suggerimento dei responsabili) sulla natura del mio rapporto con l’associazione dichiarando alla gente di essere io stessa una socia o addirittura di fare quel lavoro da volontaria… tutto per non far sfigurare l’onlus. Più in malafede di così…” Greenpeace in effetti appalta la gestione del call center, come detto dalla testimone, a una società che si chiama Softlab. Cecilia, responsabile dell’ufficio stampa di Greenpeace, conferma che l’associazione si serve proprio di questa società confermando il dato fornito da Marta (a tal proposito, si legga la replica che Greenpeace ha inviato a Giornalettismo) : “Greenpeace sperimenta solo da poco l’attività di call center – spiega – e siamo molto interessati ai feedback diretti dei lavoratori, che finora non sono mai stati negativi. Tuttavia, ci fa piacere ricevere anche queste segnalazioni perché ci aiutano a valutare i termini del progetto”. Alcuni degli intervistati hanno osservato che le logiche di sfruttamento descritte dai testimoni sono semplicemente le regole consuete dei call center. Il punto è che se tutto sommato ci si aspetta questa idea di profitto da una multinazionale, nell’ambito del no profit il conflitto è stridente: certo, a livello legale non c’è nulla di illecito, ma si lavora davvero con due pesi e due misure.

L’articolo completo: http://www.giornalettismo.com/archives/134159/lo-sfruttamento-ai-tempi-del-no-profit/Lo sfruttamento ai tempi del no profit

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Licenziamenti Telefono Azzurro

Pubblicato da lavoratorinoprofit su gennaio 6, 2010

telefonoazzurroTelefono azzurro taglia il call center di Palermo
Repubblica (Palermo) — 31 dicembre 2009

Telefono Azzurro taglia 29 contratti del suo call center a Palermo e sostituisce la metà degli operatori, professionistie psicologhe, con i volontari del Servizio civile nazionale. La onlus che gestisce il servizio ha ottenuto la proroga della convenzione con il ministero e, denunciano i sindacati, ha anche beneficiato di donazioni elevate, come quella dello sceicco arrivato a Palermo lo scorso anno e che ha regalato 2 milioni di euro. All’ associazione anche i fondi della Regione.

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Il gioco di parole  potrebbe venire quasi naturale: è emergenza al Servizio Emergenza Infanzia. Dal momento che, però, si ha a che fare con la salvaguardia di posti di lavoro da un lato, e la tutela di bambini e adolescenti in difficoltà dall’altro, va da sè che motivi per scherzare ce ne siano veramente pochi. Da domani, primo gennaio 2010, tutti gli operatori del 114, il servizio  gestito dall’Associazione Sos Telefono Azzurro Onlus, perderanno il loro posto di lavoro: ventisei persone che allo scoccare della mezzanotte saluteranno l’arrivo dell’anno nuovo con l’angoscia di ciò che può riservare loro questo inizio di 2010 così incerto.

Le motivazioni addotte dai vertici dell’Associazione fanno riferimento ad esigenze di natura economica che renderebbero impossibile il presieguo dell’attività. Una versione comprensibile, certo, soprattutto in questo periodo di crisi economica generale, se non fosse per alcuni aspetti che non vanno per nulla sottovalutati nè, tantomeno, taciuti. Esiste, ad esempio, una proroga concessa dal Ministero della Pari Opportunità che assicurerebbe la continuazione del Servizio con tutti gli operatori almeno fino ad aprile. Ma non è tutto. Un’associazione come quella delTelefono Azzurro, infatti, che trova le risorse per sopravvivere anche e soprattutto nelle donazioni, avrebbe ricevuto appena un anno e mezzo fa un sostanzioso assegno (si parla di circa 2 milioni e mezzo di euro) da parte di un ricco benefattore di passaggio a Palermo.

Una situazione dai contorni poco chiari per non dir proprio oscuri, dunque, che si arricchisce di altri due elementi interessanti da sottoporre all’attenzione. Innanzitutto il fatto che la sede palermitana dell’Associazione SosTelefono Azzurro Onlus gode del privilegio di poter essere ospitato in un grande appartamento confiscato alla mafia; secondo il fatto che in Campania nei giorni scorsi, l’associazione ha aperto un nuovo centro Territoriale con, naturalmente, nuovi operatori: insomma, una strategia che mal si concilia con quell’annuncio di mancanza fondi comunicato due giorni fa ai dipendenti di Palermo.

Ma con questa drastica riduzione del personale, il Servizio come affronterebbe l’enorme mole di raccolta e smistamento delle segnalazioni che arrivano ogni giorno da tutta Italia? Secondo i vertici il lavoro dovrebbe ricadere solo ed esclusivamente sulle spalle dei volontari del Servizio Civile Nazionale. Una soluzione che sì, consentirebbe una notevole riduzione dei costi, ma che non terrebbe conto della delicatezza e dell’importanza sociale del servizio in questione. Spesso, infatti, accade che al di là dell’indiscusso impegno profuso dai giovani volontari, questi si trovino innanzi a limiti oggettivi legati ad un fattore di inesperienza che si traduce in una incapacità nella gestione dei casi.

Intanto i sindacati Filcams Cgil e Fisascat Cisl si sono già attivati presso il Ministero e la Regione Siciliana per “denunciare tale anomala situazione ed intraprendere una vertenza a salvaguardia dei posti di lavoro e del servizio”. Un’azione che ha portato i vertici dell’Associazione a fissare per il 5 gennaio un nuovo incontro con gli operatori.

Repubblica 24
5 gennaio 2010

Interrotte le trattative per il rinnovo dei contratti per i circa cinquanta dipendenti di Sos Telefono Azzurro di Palermo e Milano, rimasti senza lavoro dallo scorso 31 dicembre. Gia’ in occasione dell’incontro tenutosi il 30 dicembre, la Filcams Cgil e la Fisascat Cisl avevano proposto soluzioni per salvaguardare i livelli occupazionali dei lavoratori, assunti nel 2007 a seguito di una procedura di emersione, sostenendo anche il ricorso alla Cassa Integrazione in deroga. Durante l’incontro svoltosi oggi, l’azienda non ha accolto nessuna delle proposte avanzate dai sindacati.

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Amici degli operatori licenziati dal TELEFONO AZZURRO

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Il lavoro, diario sentimentale di esperienze grame

Pubblicato da lavoratorinoprofit su giugno 26, 2008

(2004)
VIAGGIO NEI LAVORI IMPOSSIBILI: DAL LAVORETTO IN NERO ALLE AGENZIE DI LAVORO FINO AI NUOVI CONTRATTI, DIARIO SENTIMENTALE DI ESPERIENZE GRAME

1-IL LAVORETTO IN NERO

Mi chiamo Bobo, ho 26 anni e sono uno studente universitario.Studente e lavoratore, od almeno questa è l’intenzione.Comincio dal principio, scorrendo mentalmente tutti i lavori che ho fatto da quando ho pensato che alternare studio e lavoro potesse essere il mio modus vivendi.Andiamo molto indietro nel tempo, primo anno d’università, due esami sostenuti ed un lavoro più o meno continuativo in un locale della zona (thunder road, giusto per non fare nomi).Lavoro solo sabato e domenica, ma vivo ancora coi miei e mi sta bene: niente contratto (of course) per un lavoretto ottenuto grazie ad amicizie:il guardiamacchine, colla bella stagione non male, d’inverno un po’ meno, ma niente di massacrante, 10mila lire all’ora, massì, ci sta:faccio 5 ore a serata e torno a casa con qualcosa.Il lavoro poi è abbastanza divertente: ed eccomi allora a zigzagare colla torcia battendo la campagna (perchè coi grandi concerti le macchine si spalmano su parecchi metri quadrati), poi il locale è famoso per i furti nelle automobili, e di fatto le emozioni non mancano, tra avventori ubriachi fuori di testa, paurose cozzate tra auto e, naturalmente, devastazioni e saccheggi.Solo una volta io ed il mio compare riusciamo a “sgominare” una gang di ladruncoli, con relativo risvolto infame:denuncia e processo contro due poveracci di Voghera. Giuro, non mi sono sentito particolarmente eroe.Anche perchè se loro erano banditi , bastardi erano i gestori del locale che, spesso, si prendevano delle libertà col personale assolutamente incredibili, fino alla goccia del traboccamento:”se volete continuare a lavorare qua dovete tagliarmi l’erba del giardino ed estirpare le erbacce nelle aiuole”lavoretto da almeno 3-4 ore, chiaramente non pagato “perchè guardate che vi faccio un favore a farvi lavorare, potrei prendere due negri e dar loro 3 lire”. Davanti al diktat, una prestazione gratis per tenere il posto, e davanti al palese ra zzismo, si decide di non cedere.Il risultato è la subitanea perdita del lavoro e del saluto.

2-LA “MISSIONE” PER L’AGENZIA DI LAVORO INTERINALE

Questa è la fine del lavoro numero uno, storia raccontata anche per far capire cosa si nasconde dietro a quei posti all’apparenza accattivanti e “ggiovani” ed in realtà gestiti da persone prive di scrupoli, che fanno del divertimento neanchè più un businness ma un vero e proprio lucro, un estorsione ai danni di persone bramose di, rara di questi tempi, musica dal vivo.
Vi risparmio la cronaca degli altri dodicimila lavori che ho fatto (perchè così si chiamano nelle agenzie interinali) a “missione” (il nome esotico cela i lavori più ingrati in turni massacranti in fabbricacce di merda , come ad esempio la ICSS sulla strada per Vigevano, dove, appena arrivato con il salva-condotto Adecco, ti sbattono al ciclo continuo ad una macchina da cui fuoriescono venefici gas e vapori a 50 gradi, magari al terzo turno (dalle 10 di sera alle sei del mattino) e a ritmi giapponesi). Non duri troppo, in posti come questi, a meno di non essere fatti d’acciaio.Infatti fallisco l a “missione impossibile”, l’agenzia di lavoro interinale non mi richiama più.

Dopo qualche settimana vado a chiedere, mi viene risposto che la fabbrica si è lamentata che non andavo a ritmo, per cui fuori, niente più “mission” per il soldato Bobo,niente più “crew”, niente più biro, spillette e gagliardetti adecco. Tolto dall’elenco dei “golden workers” dell’agenzia è difficile ritornare al top ed essere ancora chiamati. Le missioni non si possono fallire, se fallisci, che eroe del lavoro sei? Che “golden boy” pretendi d’incarnare?

3-I NUOVI CONTRATTI:IL MONDO DEL CALL CENTER

ALTRO LAVORO: questo sembra buono, dura anche un pò, in viale Cremona, alla Value contact, call center in cui si vende, via telefono, di tutto: dall’olio alle saponette. Tre ore giornaliere di telefonate, scorre abbastanza, bisogna solo non farsi scrupoli nel chiamare la gente a casa alle otto e mezza di sera. Le prime settimane vanno piuttosto bene, sono con un contratto a progetto, anche se non l’ho mai visto.Poi, iniziano i problemi, vengo chiamato in direzione una prima volta: non rendo abbastanza nella vendita di boccioni d’acqua per ufficio “culligan”. Mi dicono che non è colpa mia, l’italiano non sa fare telemarketing perchè il nostro paese è a digiuno di queste cose, mentre in Inghilterra fanno corsi universitari per formare centralinisti (!?!). Insisto, dico che è un lavoro che potrebbe fare anche una scimmia ammaestrata, che ho imparato a rispondere al telefono a 3 anni. Niente da fare, sono licenziato. Oltre al rinfacciarmi la mia ignoranza per la mancanza di preparazione professionale, fanno risalire le mie scarse vendite anche ad una motivazione “teologico-metafisica”: mi dicono che si sente, quando parlo al telefono, che non credo al prodotto che vendo ,che non credo nei boccioni culligan (“vede, caro Bobo, il problema vero e che lei non ci crede abbastanza !”), non capisco.Chi può credere in un boccione d’acqua?Cosa vuol dire credere in un boccione d’acqua? Mi concentro qaulche minuto in contemplazione del boccione azzurro, niente: non mi viene da amarlo, adorarlo.Non suscita in me ansia di trascendentale. E’, chiaramente, colpa mia.

Licenziato, fuori dai coglioni alle 15 vengo riassunto alle 18,per un altro progetto:gli abbonamenti del WWF (a proposito, gli iscritti al WWF sanno che parte della loro tessera va a finanziare queste forme assurde di precariato e sfruttamento sociale?). Qui ci credo un pò di più e per un certo tempo le cose ricominciano ad andare, certo, la paga è poca (5 euri all’ora) ed il lavoro non proprio esaltante. Ma dopo poco cominciano altri problemi, i lavoratori cominciano ad essere lasciati a casa, a volte per intere settimane, perchè non ci sono i nominativi.Uno dopo l’altro cominciamo a turnare sulle già scarse tre ore giornaliere. Arriviamo alla ciliegina sulla torta, il padrone vuole disporre di noi, gratuitamente, per 6 ore di training telefonico.Il training telefonico altro non è che lavoro non pagato.Tu fai le tue telefonate, come sempre, con un “esperto” accanto che ti corregge, quando e se sbagli (cose assurde tipo: “non usare mai il condizionale” oppure “cerca di ess ere il più diretto possibile”). Ora facciamo questo calcolo: il training è stato proposto ad una ventina di persone, moltiplichiamo le 6 ore aggratis per 20, viene fuori un numero spaventoso di ore regalate al padrone. Molti non accettano il diktat: il risultato è il solito: grazie tante ed arrivederci, insomma, la porta.

La mia storia non è una storia isolata, è la prassi per migliaia di giovani : per incontrarci, tra disagiati della new economy, abbiamo deciso d’organizzare,noi come csa Barattolo, insieme a NiDIL CGIL e ai giovani comunisti un incontro, il 29 aprile, tra operatori di call center, con esperti del settore. Potrebbe essere l’inizio della riscossa per noi, precari umiliati, il nostro passare dall’essere “a tempo determinato” al “determinare il nostro tempo”.

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