Lavoro e No Profit

Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!

Posts contrassegnato dai tag ‘Assif’

Nasce un documento di “Buone prassi” sulla raccolta fondi face-to-face

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Settembre 23, 2009

Roma, Italia — Amnesty International, Greenpeace, Medici Senza Frontiere, Save the Children e l’Alto Commissariato delle Nazione Unite per i Rifugiati (UNHCR) firmano un documento di ‘Buone Prassi’ per garantire maggiore trasparenza e affidabilità nella raccolta fondi realizzata mediante la tecnica del ‘face-to face’. Per la prima volta, nell’ambito del fundraising, alcune tra le maggiori organizzazioni internazionali hanno lavorato insieme per dotarsi di uno strumento di autoregolamentazione.

Il settore del non profit italiano ha visto crescere, con sempre maggiore rilevanza negli ultimi cinque anni, l’attività di raccolta fondi basato sul ‘face-to-face’. Ispirandosi al “Codes of Fundraising Practices” dell’Institute of Fundraising britannico, alcune tra le maggiori Organizzazioni No Profit (ONP) presenti in Italia, hanno sentito l’esigenza di dotarsi di linee guida per delineare le “Buone Prassi”, da condividere e applicare nell’ambito del ‘face-to-face’. Ciò a tutela del donatore, dell’organizzazione ed anche del personale coinvolto: i dialogatori.

Il ‘Face-to-face’, conosciuto anche come dialogo diretto, è una modalità di raccolta fondi basata sul’invito personale a effettuare donazioni regolari tramite domiciliazione bancaria o postale o carta di credito. L’attività si svolge prevalentemente in strada, in un luogo di pubblico accesso, o porta a porta e costituisce un mezzo efficace ed efficiente attraverso il quale le persone possono sostenere le ONP.

Le organizzazioni firmatarie di questo protocollo considerano “l’accountability” e la trasparenza nei confronti del pubblico di fondamentale importanza. Per questo i contenuti principali del documento sono tesi a garantire una formazione di qualità ai dialogatori e adeguate regole di comportamento e approccio. Inoltre i dialogatori devono avere un’immediata e certa riconoscibilità da parte del pubblico e sono tenuti a fornire ai potenziali sostenitori informazioni chiare e precise sulla causa e sulle attività a cui è destinata la raccolta fondi.

Le organizzazioni promotrici auspicano che questa iniziativa sia il primo passo verso una più ampia partecipazione e condivisione, e anche per questa ragione hanno richiesto il patrocinio dell’Associazione Italiana Fundraisers (Assif).

Note

Il documento di ‘Buone prassi’:

http://www.greenpeace.org/raw/content/italy/ufficiostampa/file/dialogatori-regole

08-05-09
Greenpeace Italia: http://www.greenpeace.org/italy/

Pubblicato su No Profit, ambientalismo, fundraising, onlus | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , | Lascia un commento »

Estratti da una intervista a P.Giganti (WWF Italia-Assif)

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 30, 2009

Su segnalazione di un nostro lettore pubblichiamo alcuni estratti di una incredibile intervista a Paolo Giganti: Membro dell’ Assif (Associazione Italiana Fundraiser) e Responsabile Raccolta Fondi WWF Italia rilasciata il 18 aprile 2008.

L’intervista completa sul sito dell’ ASSIF (http://www.assif.it/index.php?option=com_content&task=view&id=136&Itemid=36)

4. Quale riconosce lei come un buon corso (per foundraiser?- NDR)

Non esiste un buon corso, questo mestiere si impara sporcandosi le mani dentro le associazioni, con uno o due anni di cammino e di esperienza. Non credo neanche che l’Assif sia in grado di identificare quale corso sia meglio di un altro. In realtà l’Assif dovrebbe prefiggersi l’obiettivo di decidere una serie di corsi di formazione, è uno dei cammini da seguire in futuro, in quanto, oggi come oggi, costituiscono un business per chi li organizza. Secondo me non ha alcun senso fare un corso di formazione se non si fa un periodo di stage; infatti, chi li offre dovrebbe già avere in tasca l’adesione del WWF o dell’Unicef a prendere tizio per un periodo di 3 mesi. […]

9. Qual e’ il rapporto tra fundraiser e istituzioni per quanto riguarda le entrate?

Purtroppo i responsabili della raccolta-fondi non hanno un rapporto diretto con i vertici delle organizzazioni, i quali non hanno ancora capito l’importanza di questo mestiere. I fundraiser non sono pienamente coscienti del fatto che le entrate più cospicue non sono i venti euro che ti da il povero pensionato, ma sono i soldi provenienti dalle aziende, senza contare i lasciti. (…) I fundraiser dovrebbero invece essere coscienti di un po’ tutte le entrate, sia di quelle provenienti dai privati cittadini che dalle imprese; poi ci sono i contributi pubblici, dello Stato, delle Regioni, ecc. (…)

10. Qual e’ il rapporto tra l’apparato nazionale e internazionale di un’organizzazione onlus?

Ci sono organizzazioni la cui attività fondamentale è la raccolta-fondi ed il cui compito è di mandare all’organizzazione internazionale i fondi. Un caso del genere è rappresentato dall’Unicef internazionale, a cui l’Unicef Italia manda il 75% dei fondi raccolti. L’organismo italiano ha libertà sui progetti, ma e’ quello internazionale che decide sulle transazioni e quali progetti finanziare. Invece il WWF Italia è molto meno forte in questo passaggio di transazione, noi diamo circa il 10% delle nostre entrate al WWF internazionale (…) quello che incassiamo lo mandiamo direttamente nei progetti e strutture interne. Noi gestiamo le oasi e lo staff che si occupa un po’ di tutto e questo fa si che il nostro contributo indiretto ad agenti e centri operativi sul campo internazionale sia modesto. Il WWF internazionale non solo acconsente a ciò, ma ci è anche molto grato, perchè noi non abbiamo mai messo in discussione i loro moduli, secondo i quali poi alla fine i soldi ai grandi progetti internazionali se li vanno a cercare per conto proprio. Questo non potrebbero farlo in teoria, perchè in tutti i grandi paesi del mondo c’è la copertura di un’organizzazione nazionale. Se io faccio un accordo con te e ti dico che tu lavori in esclusiva in Italia, non posso venir poi dalle aziende italiane a farmi dare i contributi, e ciò è quello che fa l’organismo internazionale. In più questo prende da noi il 10%, non può desiderare di meglio. I grandi progetti internazionali del WWF sono fondamentalmente alimentati da alcune strutture nazionali, Stati Uniti e Olanda in primis, poi ci sono la Gran Bretagna e la Germania, i quali, avendo molti soldi a disposizione e poca progettualità in casa, si scelgono la proprietà di un grande progetto internazionale. E’ così che gli USA finanziano l’Amazzonia, la Gran Bretagna, l’Estremo Oriente, l’Olanda manda quasi tutti i suoi soldi all’Africa, ecc; invece l’Italia si è evoluta per motivi storici su un altro livello, per cui da ai grandi progetti internazionali una frazione ridotta delle entrate. Adesso sta cambiando qualcosa con la cooperazione internazionale, poichè da due anni a questa parte siamo anche noi una ONG, il che vuol dire che abbiamo attivato una serie di finanziamenti verso paesi del Terzo Mondo. Ma questi non sono contributi che escono dalle nostre tasche, noi facciamo una specie di intermediazione rispetto al Ministero degli Esteri, secondo una dinamica tra fundraiser e scopi istituzionali. Quindi, se l’Unicef e’ fondamentalmente orientata alla raccolta-fondi, noi del WWF lo siamo molto meno. Medici Senza Frontiere invece è una versione intermedia.

11. Per quale motivo il fundraiser entra a far parte di un’associazione piuttosto che un’altra, perchè ne sposa la causa o perchè è un mercenario della professione?

Io mi ritrovo al WWF non perchè l’abbia scelto, ma perchè, per una serie di causalità, si era creato un posto qui e così venni a fare un colloquio, anche se personalmente avrei preferito lavorare all’Unicef, per un’empatia maggiore che ho verso il mondo dei bambini. Comunque all’interno delle associazioni trovi persone che sono nate come volontari e che poi hanno cambiato la propria posizione evolvendo il proprio profilo professionale.

12. Un fundraiser gode di incentivi?

Da noi no. Sicuramente c’è una retribuzione in maniera non dichiarata, che non fa comunque parte del contratto di lavoro. C’è un normale processo in cui tu alla fine dell’anno ti ritrovi col tuo capo che ti dice che gli è piaciuto come hai lavorato e quindi l’anno prossimo ti da di più e comunque esiste un premio di fine anno.

13. Ci può raccontare la sua esperienza di fundraising all’interno del WWF?

Io sono stato ingaggiato nel WWF nel 1992 e sono stato stabilizzato con una normale assunzione dal 1993. Da subito sono stato responsabile dell’approvazione soci; poi, per un breve periodo di circa 6 mesi ho fatto il coordinatore dell’area marketing e della raccolta-fondi di aziende, che all’epoca era fatta dal Consiglio Soci e poi nel 2005 ho preso la direzione marketing. Il nostro ruolo è esattamente quello dei fundraiser, io mi sono a lungo battuto affinché la direzione fosse chiamata direzione raccolta-fondi, ma ho perso, sembrava una volgarità e così l’hanno chiamata direzione marketing. L’importante è quello che c’è dentro, dentro c’è tutta la parte della comunicazione, nata fuori dalla direzione; non facciamo altro che dare stretto supporto, indagini di mercato, interviste, la considero una parte integrante del fundraising. Per quanto riguarda il nostro settore, una delle difficoltà è di far entrare nella testa delle persone il fatto che gli aspetti economici sono una priorità logica, non stiamo parlando di filosofia. Bisogna far fronte all’aspetto banale, pratico, che a fine mese lo stipendio ai dipendenti lo devi pagare, qualcuno ti deve portare a casa i soldi. Credo che questa sia la principale difficoltà in molte associazioni no-profit, anche se non in tutte. Mi faccio interprete di un mugugno dei miei colleghi, siccome c’è questa questioncella che se l’organizzazione spende 1 milione di euro al mese almeno deve fare entrare 1 milione di euro al mese. Se non ce la fai poi sembra che è colpa del fundraiser, mentre se ce la fai è normale.

14. La sua figura professionale non e’ nata nel fundraising?

Io sono nato nel 1979 con l’Automobile Club d’Italia, vi sono stato dall’89 all’84, avevo un ruolo di collaboratore per perseguire una carriera direttiva. Usavo spesso tecniche di promozione soci, tra l’altro in quegli anni sperimentammo la vendita per corrispondenza della tessera ACI, avevamo una rete di uffici locali, delegazioni, ecc., che vendevano le iscrizioni. Noi decidemmo di provare la promozione a distanza, via posta e quindi per noi fu una sorta di scoperta del mondo del rapporto a distanza con la gente. Poi scelsi di lasciare l’ACI e di passare ad una delle poche aziende romane che faceva network per corrispondenza. Il mio lasciare l’ACI fu legato al fatto che il mio livello di carriera era arrivato ad un punto per cui decisi che era arrivato il momento di andarmene da là. Decisi di fare questo passaggio dalla struttura pubblica a quella privata, occupandomi a pieno titolo di vendite per corrispondenza. Poi nell’89 tracollò tutto, per ragioni che adesso non menziono, ed io cominciai ad agitarmi per trovare un’altra collocazione. Fui assunto da uno dei miei clienti, un’agenzia che vendeva videocassette che si chiamava VideoElectronics, dove facevo il sostegno dei venditori, lavoravo sulle persone fisiche, ci sono stato fino alla chiusura dell’azienda, avvenuta nel ‘91. Quindi quando arrivai al WWF capii che al no-profit serviva una specializzazione nel settore della corrispondenza. L’Italia era allora inondata di buste del WWF, dell’ Unicef e di tante altre organizzazioni.

16. Come viene controllato il suo lavoro, relativamente a procedure interne, budget, scadenze, orario di lavoro, ecc.?

Io compilo periodicamente dei report e alla fine dell’anno faccio un resoconto, si discute sul piano strategico generale. In genere racconto quello che faccio, non devo riportare le spese o i guadagni. Il budget non viene controllato. Il budget al WWF viene chiuso tre mesi dopo la chiusura dei progetti. E’ vero che prima hanno tentato di fare un controllo trimestrale sul budget, ma ora si fa solo se le entrate diminuiscono drasticamente e allora scatta il campanello d’allarme. Poi ultimamente siamo stati beneficiari di lasciti, soprattutto negli ultimi due anni, visto che dei ricchi signori hanno versato milioni di euro, di cui solo la metà erano soci. Comunque bisogna ripensare a un rapporto interno tra l’associazione e i soci, non possiamo contare sempre sui lasciti occasionali.

17. Il reclutamento come avviene?

Il reclutamento è un altro aspetto critico, funziona male se si offre poco in termini di stabilità del rapporto e di retribuzione, su cui non abbiamo una grandissima attrattiva. Alcune associazioni ci battono perchè offrono contratti migliori. Il problema non è se le associazioni ti offrono una collaborazione continuativa da 1500 euro, il problema vero riguarda le prospettive future. Io avevo quattro persone, avrei voluto che fossero regolarmente assunte, uno alla volta, ma poi c’era il problema di chi assumere e mi hanno detto tassativamente di no.

18. Secondo lei le sue capacità vengono sfruttate a pieno?

Secondo me manca una collaborazione; come rappresentante dei soci del WWF dovrei conoscerli tutti, però molti di loro, a parte quei mille che mi sono vicini sul territorio, vengono ignorati.

21. Quale potrebbe essere l’evoluzione di questa attività?

Credo che ci sarà una crisi in questo mestiere, non penso che riusciremo a lavorare a livello globale per molti anni ancora, ci vuole maggiore professionalità, maggiore formazione, più giovani. In passato era più facile lavorare, anche se si era improvvisati, non esistevano particolari tecniche di marketing. Essendo la nostra una generazione nata sul mestiere, prima bastava noleggiare due strumenti di base e andavi tranquillo. Oggi i giovani hanno più possibilità, mentre la mia generazione non riesce a maneggiare strumenti nuovi. La cosa fondamentale che devi fare alla fine del gioco è di far quadrare i conti. Se hai speso 100 devi portare a casa 100, se porti 150 meglio ancora. Questo poi è il lavoro del manager, tu hai un tot e lo devi investire. Bisogna saper fare questo per diventare a tutti gli effetti un fundraiser.

22. E’ possibile che la difficoltà di portare avanti la raccolta-fondi sia dovuta all’attrattiva esercitata dal tipo di tematica?

L’ambiente in questo paese è stato per molti anni un valore portante, negli anni Ottanta ha avuto delle posizioni importanti con una mobilizzazione sull’affare delle centrali nucleari, il referendum sui pesticidi in agricoltura. A quei tempi ti arrivava a casa la lettera del WWF che ti chiedeva un supporto economico. Poi molte altre tematiche si sono aggiunte il decennio successivo. Ad esempio, nel ‘92 è arrivato il Telefono Azzurro che è stato un giorno in televisione a fare raccolta-fondi per l’apertura di centralini di assistenza per i bambini e raccolse una cifra vicina ai 16 miliardi di lire; fu un momento di svolta fondamentale. Poi ci fu la Guerra del Golfo e l’attenzione degli italiani si spostò su altre tematiche rispetto a quelle dell’ambiente e della salvaguardia degli animali. Oggi invece c’è un bombardamento di richieste di cooperazione con associazioni che tutelano tematiche sensibili verso l’aspetto umano, la fame nel mondo, le malattie, la povertà, ecc, quindi si tende a sostenere questo tipo di cause. Purtroppo oggi il WWF non va più di moda. Io ripeto che l’attenzione per l’ambiente è diventata semplicemente un valore di fondo. A sentir parlare sono tutti ambientalisti, però poi sono in pochi quelli che prendono 50 euro e li donano al WWF o ad altre organizzazioni. E’ proprio una materia che è sparita dagli occhi degli italiani. Oggi peraltro si sta spostando più sul campo istituzionale, perchè c’è l’intervento anche del Ministero dell’Ambiente, la gente paga le tasse. I soldi al WWF li danno quando tu fai sognare la gente con le oasi, o presenti loro specifici progetti.
24. Come vede lo scambio tra settore profit e no-profit?

Credo che oggi sia più diffuso di una volta. Sento ancora qualcuno che ha voglia di tornare al no-profit, a volte il passaggio è motivato da un senso di liberazione. Personalmente mi sono buttato nel no-profit per la difficoltà di re-inserirmi nel profit.

25. Esistono due generazioni a confronto nel mondo del fundraising?

Nel WWF secondo me i più giovani non hanno una conflittualità nei miei confronti, mi portano rispetto per la mia anzianità ed esperienza. Non ci sono dispute riguardo alle decisioni da prendere, in quanto ho io la responsabilità verso i settori più sensibili.

Pubblicato su No Profit, ONG, ambientalismo, fundraising, onlus | Contrassegnato da tag: , , | Lascia un commento »

Tra profit e non profit -Protocollo congiunto di Ferpi e Assif, in collaborazione con il Segretariato Sociale della Rai

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 24, 2008

Tra profit e non profit
Protocollo congiunto di Ferpi e Assif, in collaborazione con il Segretariato Sociale della Rai

http://www.segretariatosociale.rai.it/palinsesto/dossier/profit_nonprofit.html

Premessa
La domanda di impegno sociale e di cultura della solidarietà si diffonde in strati sempre più ampi e diversificati della comunità. La società civile, oggi, chiede al mondo del non profit e alle imprese di avvicinarsi e dialogare meglio di quanto non abbiano fatto finora, per favorire il benessere sociale attraverso la soluzione di problemi specifici.

* Alle imprese si richiede di declinare la propria missione anche facendosi carico – responsabilmente – di alcuni problemi sociali, affiancando alla creazione di lavoro e di ricchezza, anche la generazione di valore per il territorio e l’integrazione con le comunità di riferimento, acquisendo in tal modo il ruolo, una novit à per la cultura imprenditoriale italiana, di grant-maker.
* Al non profit si richiede di compiere un balzo strategico, culturale e organizzativo selezionando consapevolmente alleanze e azioni concrete con gli altri attori della società civile, imprese comprese.

Emerge il bisogno di relazioni più sistematiche tra profit e non profit: con la creazione di partnership di medio/lungo termine, comunque e sempre orientate al ‘beneficiario finale’ dell’intervento sociale e al benessere della società nel suo complesso.
L’impresa conferisce concretezza al proprio progetto di crescita e lo trasforma in valore, mentre l’organizzazione non profit acquisisce maggiore consapevolezza e ridefinisce la propria missione verso la dimensione organizzativa e di gestione efficace.
Verso queste finalità generali sono impegnate FERPI e ASSIF, in collaborazione con il Segretariato Sociale della RAI.
Nella partnership tra profit e non profit, relatori pubblici e fundraiser sono:
- “punti terminali” della relazione,
- detentori di professionalità specifiche capaci di interpretare e rispondere a nuovi bisogni sociali e di generare valore economico, sociale, culturale per le proprie organizzazioni e per la società nel suo insieme,
- promotori e garanti di una condotta etica e di precise deontologie professionali per la tutela e la salvaguardia di ogni attore coinvolto nelle relazioni attivate.

Il documento, da intendersi come un ‘protocollo’ che impegna gli associati delle due associazioni, individua le linee guida e indica un metodo per rendere efficaci future intese fra profit e non profit.

La finalità è contribuire a generare un processo di crescita che conduca a un punto di equilibrio per impostare una relazione interattiva e simmetrica tra imprese e non profit puntando su:

* convergenza culturale che porti al coordinamento di obiettivi comuni
* coerenza con la missione, sia dell’organizzazione non profit che dell’impresa
* integrazione attraverso una comunicazione reale, trasparente, simmetrica e a due vie
* massimizzazione del valore per gli attori coinvolti, in primo luogo i beneficiari
* la chiarezza iniziale sulle aspettative reciproche, per evitare incomprensioni successive

Struttura del Protocollo

1. Perché una partnership tra profit e non profit

1.1. I vantaggi per l’impresa
1.2. I vantaggi per l’organizzazione non profit

2. Che cosa fare

2.1. Le condizioni necessarie per una partnership proficua
2.2. I criteri della partnership

2.2.1 Per l’impresa
2.2.2 Per l ‘organizzazione non profit

2.2 Le modalità della partnership

3. Conclusioni

1. PERCHÉ UNA PARTNERSHIP TRA PROFIT E NON PROFIT
1.1 I vantaggi per l’impresa:

* sviluppo delle relazioni con i pubblici influenti
La sinergia e una collaborazione efficace con organizzazioni non profit per realizzare iniziative di utilità sociale che inducono percezioni positive associate all’impresa. A sua volta, l’impresa può trasmetterli e moltiplicarli credibilmente ai suoi pubblici influenti, contribuendo così a consolidare e rafforzare i rispettivi sistemi di relazione.
* attenzione sociale sul territorio e all’interno della comunità di appartenenza
Intraprendere e sviluppare iniziative di sostegno solidale a favore del territorio, della comunità o di fasce particolari di popolazione consente all’impresa di “vivere meglio” il suo rapporto con gli attori del territorio e le articolazioni della società civile.
* scambio con le istituzioni
L’interazione sinergica tra impresa e organizzazione non profit aiuta l’impresa ad entrare in un circuito di attenzione e di scambio positivo con le istituzioni e i processi decisionali pubblici.
* sviluppo del clima interno e dell’orgoglio di appartenenza
L’impegno a favore di una causa sociale, quando non si esaurisce in una “trovata” pubblicitaria o in una pura dichiarazione di intenti, è un modo ampiamente sperimentato per rafforzare nei dipendenti, collaboratori, fornitor e altri ‘pubblici di confine’ l’orgoglio di appartenenza all’impresa e al suo sistema.
* declinazione dei valori, della visione e della missione
La partecipazione ad iniziative sociali a favore della comunità, di un progetto, di un obiettivo di sviluppo sociale sono esempi concreti, tangibili e misurabili attraverso cui un’impresa declina e da’ corpo alla propria visione, missione e valori.
* attrazione dei migliori talenti
L’impresa offre un ambiente di vita lavorativa stimolante che permette alle persone di apportare il proprio contributo alla società in generale. E’ un punto di forza per un’azienda che non si accontenta di personale soltanto competente, ma che sia anche capace di infondere nel lavoro energia, passione ed entusiasmo.

1.2 I vantaggi per l’organizzazione non profit

* maggiore attenzione diffusa e notorietà della causa
L’alleanza con imprese, che dispongono di risorse e sono inserite in molteplici circuiti economici, sociali e culturali, mette a disposizione del non profit canali e strumenti per diffondere la rispettiva missione.
* maggiore capacità organizzativa e strategica
La collaborazione con imprese abituate ai più moderni ed efficienti strumenti di analisi, gestione, comunicazione e monitoraggio, consente all’organizzazione non profit di contaminarsi con strumenti manageriali utili per il raggiungimento di obiettivi specifici.
* maggiori mezzi e risorse da dedicare a fini istituzionali
Le imprese possono mettere a disposizione delle organizzazioni non profit non soltanto risorse finanziarie, ma anche tecnologie, strumenti, infrastrutture, know-how e personale che permettono il raggiungimento degli obiettivi perseguiti.
* apprendimento culturale
La collaborazione tra un’impresa e un’organizzazione non profit permette uno scambio culturale e la possibilità di conoscere, per poi applicare, tecniche e strumenti di analisi, interpretazione, monitoraggio, controllo e gestione.
* maggiore capacità operativa di mobilitazione
La capacità di organizzarsi e di reagire rapidamente, sviluppate dalle imprese, possono essere utilmente messe a disposizione della realizzazione di specifici progetti di utilità sociale.

2. CHE COSA FARE

Il primo passo che devono compiere le organizzazioni profit e non profit è guardare al proprio interno e chiarire rispettivi obiettivi e proprie finalità, per poi rivolgersi all’esterno, selezionando partner e sviluppando attività.
2.1. Le condizioni necessarie per una partnership proficua

Le organizzazioni non profit che intendano creare partnership con organizzazioni profit devono comprendere:

* La propria cultura interna: cioè il consenso a livello centrale e territoriale circa l’opportunità di stringere relazioni di partnership con le imprese
* La propria capacità organizzativa: capire se si è in grado di predisporre le attività di partnership con modalità e tempi normalmente adottati dall’impresa
* Le finalità della partnership: se l’organizzazione cerca risorse economiche da destinare ad un progetto specifico e circoscritto o intende stabilire con l’impresa un rapporto a medio/lungo termine.

Anche l’impresa, a sua volta, deve guardare prima dentro sé stessa per analizzare:

* La cultura interna: capire se le relazioni con i dipendenti sono improntati a criteri di trasparenza, lealtà e consenso tali da essere ritenuta credibile in un investimento nel sociale.
* La consapevolezza: se esistono (e quali e quante sono) le cause sociali sposate dai dipendenti dell’ impresa e quanti sono i collaboratori attivi in associazioni di volontariato
* Le modalità di partnership, indagandone le finalità strategiche.
In particolare se:
o la relazione di partnership si inserisce in un progetto più ampio
o l’impresa intende diventare “donatore silenzioso”
o l’impresa intende investire nel sociale come azione di punta della strategia di comunicazione e di relazione con gli interlocutori
o l’impresa intende diventare soggetto “collettore” di risorse e attenzione nei confronti di una causa.

2.2 I criteri della partnership
2.2.1 Per l’impresa

* L’impresa deve rispettare una coerenza di fondo nel relazionarsi con organizzazioni non profit, analizzando i punti in comune e verificando che la strategia d’azione della società sia coerente con le modalità di relazione e gli obiettivi di business dell’impresa.
* L’impresa deve valutare se le proposte avanzate da parte di organizzazioni non profit rispondano a un bisogno sociale reale e se siano condivise e accettate dalla società in generale e, in particolare, dagli interlocutori rilevanti dell’ impresa.
* L’impresa deve considerare quanto l’organizzazione non profit sia affidabile rispetto alle possibilità di interazione su determinati obiettivi.
* L’impresa deve stimare qual sia l’immagine percepita dell’ organizzazione non profit da parte della società e, in particolare, da parte del complesso degli stakeholder dell’ impresa.
* L’impresa deve esaminare se la vision dell’ impresa sia compatibile con quella sviluppata e sostenuta dall’ organizzazione non profit .
* L’impresa deve stimare se la collaborazione con l’organizzazione non profit rispetto ad una determinata causa, sia in grado di aumentare l’impatto comunicativo dei reciproci interessi verso gli stakeholder.
* L’impresa deve esaminare se esistano nell’organizzazione non profit garanzie di monitoraggio, controllo, trasparenza e rendicontazione rispetto alla destinazione e ai metodi di gestione ed erogazione dei benefici.
* L’impresa deve considerare la rapidità d’azione dell’organizzazione non profit e se sia in grado di agire in sincronia con i tempi di lavoro dell’impresa.
* L’impresa deve stabilire se l’organizzazione non profit sia in grado di dare risposte concrete e soddisfacenti in tempi ragionevoli ai propri obiettivi.
* L’impresa deve analizzare se il progetto di alleanza con l’ organizzazione non profit possa essere gestito in modo modulare e progressivo così da poter essere corretto e reimpostato.
* L’impresa deve analizzare se l’organizzazione non profit sia veramente consapevole e condivida gli interessi e il business dell’ impresa.

2.2.2 Per l’organizzazione non profit

* L’organizzazione non profit deve valutare che la mission. la vision e i valori dell’impresa siano coerenti e complementari rispetto a quelli dell’organizzazione
* L’organizzazione non profit deve analizzare se il core business dell’impresa possa portare un valore aggiunto ral proprio campo di azione
* L’organizzazione non profit deve valutare se l”identità percepita dell’impresa e, in particolare, da parte dei propri componenti sia coerente con l’identità che l’ organizzazione desidera trasferire ai propri stakeholder
* L’organizzazione non profit deve comprendere se la cultura vigente all’interno dell’impresa sia compatibile con la cultura dell’ organizzazione e se esista consonanza in termini di approccio alle relazioni.
* L’organizzazione non profit deve valutare l’interazione tra l’ organizzazione è l’impresa e se tale interazione sia in grado di portare benefici dal punto di vista del potenziale comunicativo verso l’esterno.
* L’organizzazione non profit deve avere chiare le modalità di coinvolgimento delll’impresa con cui potrebbe relazionarsi e deve sincerarsi che l’impresa attui strumenti di monitoraggio e di controllo delle attività di donazione al non profit.
* L’organizzazione non profit deve valutare se gli stakeholder dell’impresa siano o possano diventare stakeholder anche propri.

2.3 Modalità della partnership

E’ importante che:

* L’impresa metta a disposizione dell’organizzazione non profit beni, prodotti e servizi, in grado di facilitare gli obiettivi di sostegno solidale.
* Impresa e organizzazione non profit possano trarre reciproci vantaggi in termini di visibilità e nei confronti dei rispettivi stakeholder attraverso azioni di co-branding e co-marketing.
* Sia l’impresa che l’organizzazione non profit possano interagire sul fronte operativo e sul fronte della comunicazione per far conoscere e diffondere i propri obiettivi comuni all’interno delle rispettive reti di relazioni. Sull’esperienza organizzativa dei circoli di qualità, dei gruppi di progetto, dei board strategici, si possono realizzare forme di networking per massimizzare le azioni e gli interventi.
* Impresa e organizzazione non profit possano mettere a disposizione dei beneficiari interventi di sostegno solidali
* L’impresa mette a disposizione dell’organizzazione non profit ore-lavoro dei dipendenti: cioè menti e braccia per lavorare a favore di una causa e di un obiettivo.
* I dipendenti dell’azienda e i membri dell’organizzazione non profit svolgano un ruolo testimoniale importante e veicolino i propri obiettivi di sostegno solidale all’interno delle rispettive sfere di relazioni e di influenza.
* L’impresa possa mettere a disposizione degli operatori delle organizzazioni non profit know how, strumenti e ore-formazione in grado di aiutarli ad affrontare le proprie azioni con una maggiore razionalità manageriale, cioè con una maggiore capacità di stabilire e misurare il raggiungimento di obiettivi specifici, impostando le necessarie azioni di monitoraggio, di controllo e di correzioni quando richieste.
* Parallelamente, l’organizzazione non profit potrà offrire i propri valori e il proprio know-how specifico sul campo ai componenti dell’impresa, così che possano essere maggiormente consapevoli dei problemi e delle opportunità sociali in cui operano, crescendo anche dal punto di vista umano e delle relazioni.
* L’impresa possa mettere a disposizione dell’organizzazione non profit infrastrutture fisiche e telematiche, tecnologie e strumenti di gestione e di comunicazione che potenzino l’attività degli operatori non profit.

3. Conclusioni

Le Associazioni Ferpi e Assif ringraziano per la collaborazione il Segretariato Sociale della RAI e, approvando questo documento, impegnano i rispettivi associati ad assimilarlo ed attuarlo.
Le due associazioni svolgeranno attività di presentazione, di divulgazione e di formazione comune perché le linee guida illustrate in questo documento sin integrino pienamente nello svolgimento del lavoro quotidiano dei loro associati.

Pubblicato su No Profit, fundraising | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , | Lascia un commento »