Lavoro e No Profit

Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!

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(ROMA) Tre milioni di euro per portare a scuola i bimbi rom

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Settembre 10, 2008

Tre le onlus che si occuperanno della scolarizzazione di oltre 2mila piccoli.

Il Comune di Roma investirà due milioni di euro per la scolarizzazione di 2.016 bambini rom che abitano in città. E saranno le onlus “Arci Solidarietà Lazio”, “Casa dei diritti sociali Focus” e “Ermes cooperativa sociale” a gestire il servizio per l’anno scolastico 2008-2009. Si tratta di nove lotti, ognuno dei quali si occuperà del servizio in uno o più municipi e che si aggiudicheranno le tre onlus. Resterà fuori dunque la Comunità di Capodarco che insieme all’Arci aveva curato la scolarizzazione dei bimbi rom negli ultimi anni.[...]

La notizia completa su Dnews, mercoledì 10 settembre 2008

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Privato è bello. Pubblico è meglio?

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Agosto 8, 2008

a cura di Alice Giannitrapani e Silvia Torti
Il testo completo su: http://www.casadellacultura.it/site/materiali/archivio/lavoro_economia/006_privato.html

Il terzo settore ci salverà?

Dello stato minimale o del nuovo welfare partecipato

Quella del Terzo settore è una realtà consistente numericamente ed economicamente importante. Negli anni, è venuto a crearsi un legame strettissimo tra queste e le politiche sociali dello Stato e degli enti locali, che non possono più farne a meno. Qualcuno le vede come finalizzate alla minimizzazione dell’intervento statale, ma bisogna riconoscerne la capacità innovativa. Ma ci sono altri punti critici: il rapporto con le aziende for profit, ad esempio, o la questione del costo del lavoro.

Secondo incontro:

Il terzo settore ci salverà?

Dello stato minimale o del nuovo welfare partecipato

Quella del Terzo settore è una realtà consistente numericamente ed economicamente importante. Negli anni, è venuto a crearsi un legame strettissimo tra queste e le politiche sociali dello Stato e degli enti locali, che non possono più farne a meno. Qualcuno le vede come finalizzate alla minimizzazione dell’intervento statale, ma bisogna riconoscerne la capacità innovativa. Ma ci sono altri punti critici: il rapporto con le aziende for profit, ad esempio, o la questione del costo del lavoro.

Stefano Zamagni

Il no profit, modello di ordine sociale americano, si fonda sullo scambio di equivalenti nel mercato, attraverso la distribuzione filantropica del “conservatorismo compassionevole”.

Lo stato è di tipo minimale, e la società civile è chiamata, in nome della compassione, a versare risorse che vengono tradotte in servizi da organizzazioni no profit; questo perché in America non c’è una concezione di welfare.

In Europa, invece, il terzo settore si è sviluppato negli ultimi 15-20 anni come braccio operativo dello Stato, che garantisce e gestisce i servizi, il cui vincolo di bilancio stringente, tuttavia, a fronte delle richieste dei portatori di bisogni, lo costringe a dare in gestione ambiti di intervento alle organizzazioni, che l’amministrazione pubblica finanzia tramite prelevamenti fiscali ai cittadini e alle imprese.

[…] Zamagni dice di non riconoscersi in questi due modelli, volti all’abbassamento dei costi e alla filantropia d’impresa, puntando invece sull’arricchimento del modello di ordine sociale, ponendo i concetti di efficienza, per evitare lo spreco di risorse, e di redistribuzione, basandosi sul principio della reciprocità, che va a creare nessi di relazionalità tra le persone.

Mimmo Lucà

[…]

Ricordiamo che le cooperative sociali oggi esistenti sono circa 6.000, che sono un soggetto a carattere economico, ma non a scopo di lucro, spesso nascono da associazioni di volontariato. Il servizio civile volontario, invece, si rivolge a una potenziale popolazione di 30.000 giovani.

La legge quadro evidenzia un sistema nazionale ed integrato di servizi sociali, superando la concezione assistenzialistica, episodicamente svolta dalle istituzioni locali, con discrezionalità rispetto alle prestazioni erogate. La legge punta alla creazione di un sistema integrato di servizi, volto al miglioramento della qualità della vita, del benessere delle persone e della comunità, puntando sull’autonomia dei cittadini e sul loro contributo per il consorzio civile.

All’articolo 16 della 328/00 sono citate le politiche per la famiglia, facendo leva sui concetti di erogazione, in quanto il soggetto famiglia riceve prestazioni, e partecipazione, vedendo la famiglia come soggetto attivo, protagonista nella rete dei servizi.

Come si coinvolgono questi soggetti del terzo settore? Sempre l’articolo 1 richiama gli enti locali, le Regioni e lo Stato a riconoscere le organizzazioni non a scopo di lucro, fondate dai cittadini, chiamati a costituirsi in una dimensione pubblica, supportata dall’amministrazione pubblica.

Dal 1991 a oggi si è verificato un boom nell’emersione delle organizzazioni no profit e delle loro pluralità rappresentative; dalle 61.000 del ’91 si è passati alle 235.000 attuali, secondo i dati ISTAT più recenti. Tutto questo mondo, ci spiega Lucà, si muove con denaro pubblico, assorbendo 3 punti del prodotto interno lordo.

[…]

Bisogna introdurre una distinzione nell’ambito definito genericamente come terzo settore, sapendo che avvalersi di un’organizzazione di volontariato, può comportare il fatto di trovarsi a che fare con operatori volontari, a volte poco qualificati oppure presenti solo saltuariamente, che però è caratterizzata dalla gratuità. Le cooperative sociali, che nella realizzazione di un utile da investire, hanno problemi simili a quelli dell’impresa, sono però più capaci di gestire un’erogazione di servizi complessi.

Amministratori comunali e coloro che promuovono bandi e danno in gestione appalti, che si avvalgono di queste strutture per realizzare un realtà integrata di servizi, devono quindi tenere in considerazione, come gli stessi cittadini, i livelli di complessità di queste realtà differenziate, e devono poter capire i diversi gradi di esigibilità delle prestazioni.

Paola Tubaro

Allo sviluppo del terzo settore, in molti paesi del mondo, negli anni ‘90, si è accompagnata una ritirata dello stato dal sociale, in una fase in cui però i bisogni da soddisfare rimanevano alti e più complessi rispetto al passato. L’estensione del livello di partecipazione, pone l’interrogativo sulle reali capacità dei nuovi enti, nella sostituzione di servizi, forniti in precedenza dallo stato. L’emersione progressiva di realtà non a scopo di lucro, si inserisce quindi in un’ ottica di affiancamento al pubblico o di sostituzione dello stesso nell’erogazione dei servizi?

Ad un welfare pubblico, gestito dall’alto e standardizzato si contrappone l’emersione di realtà più flessibili, maggiormente personalizzate e diversificate, ma la cui produzione di servizi, in quanto realtà private, risulta discrezionale.

Per questo, dice la Tubaro, l’affidamento del welfare ai privati, come avviene negli Stati Uniti, fa emergere il rischio di una mancata copertura universalistica dei diritti del cittadino e dell’instaurazione di disuguaglianze sociali.

La beneficenza non può essere controllata e i donatori, appartenenti ai ceti più abbienti, che dispongono di risorse funzionali e relazionali maggiori, influenzando le scelte delle associazioni. Questo meccanismo, secondo la Tubaro, finisce con l’attribuire poteri addizionali di decisione a chi ha già potere.

[…]

In merito al rapporto del terzo settore col mercato, i problemi di gestione finanziaria portano le associazioni ad avvicinarsi ai modelli di comportamento delle imprese. L’aziendalizzazione del terzo settore, produce il moltiplicarsi di attività commerciali parallele all’attività non commerciale dell’organizzazione, che moltiplicandosi, rischiano però di rendere difficile operare una distinzione tra organizzazioni “no profit” e “for profit”.

A livello legislativo i criteri di differenziazione sono stabiliti dai singoli Stati, e a volte si basano su criteri arbitrari come la soglia delle attività commerciali: ma rimane il problema di come distinguere tra attività commerciali e non, che a volte si sovrappongono.

Il criterio di differenziazione risulta cruciale, in quanto solo le organizzazioni no profit ricevono agevolazioni fiscali.

[…]

L’aziendalizzazione delle organizzazioni no profit prende anche un’altra forma, come quella del pagamento dei servizi da parte degli utenti.

In alcuni paesi alcuni settori cono costituiti al contempo da agenti pubblici, no profit e for profit, che si trovano a cooperare, come nel caso delle università e della sanità statunitense, che operano con strategie molto simili, ma il cui trattamento fiscale cambia, motivo che ha portato a mettere in discussione le agevolazioni concesse al no profit.

L’imitazione del modello dell’impresa, ha portato a collaborazioni ambigue tra no profit e for profit: alcune università americane, per esempio, avevano creato delle partnership per la ricerca con aziende farmaceutiche, queste però, nel momento in cui i risultati della ricerca si sono rivelati diversi e contrapposti agli obiettivi della ricerca, non hanno permesso all’università di renderli noti.

Paola Tubaro mette in guardia anche rispetto ad un altro elemento di conflitto tra aziende e associazioni: il costo del lavoro. Nelle associazioni, le retribuzioni sono in media più basse, a parità di svolgimento delle mansioni, rispetto a un’azienda che svolge lo stesso servizio. Ci sono casi di sfruttamento dei lavoratori, ma più spesso questa differenza è dovuta all’insufficiente formazione specialistica di operatori e amministartori.

Queste organizzazioni sono inoltre improntate di una forte ideologia, religiosa o meno, e chi ne fa parte è mosso dall’idea di battersi per una causa; in questo senso gioca in maniera fondamentale la motivazione dei dipendenti, che è uno dei motivi che favorisce il loro sfruttamento.

Nelle associazioni esiste una larga diffusione di forme di lavoro atipico e vi è larga presenza di volontari e obiettori di coscienza, che dovrebbero affiancare gli operatori con mansioni di sostegno, mentre a volte vi si sostituiscono.

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Non profit, scoppia la guerra dei marchi

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 25, 2008

“Non profit, scoppia la guerra dei marchi” di Maria Silvia Sacchi
Corriere Economia, 09 luglio 2007
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Economia/2007/07_Luglio/09/sacchi_no_profit.shtml

Unicef, Emergency, Telethon: brand di valore in un mercato sempre più affollato. Dove migliaia corrono per il 5‰.

“Quanto avviene nella cassetta delle lettere è indicativo. Cataloghi di vendita per corrispondenza di cosmetici e di prodotti alimentari si mescolano a depliant per adottare a distanza un bambino o costruire scuole o villaggi in qualche Paese in via di sviluppo. Il paragone, non sembri irriverente, fotografa bene l’incontro che, nell’economia, è avvenuto tra due mondi, quello del profit e quello del non profit. Tra le organizzazioni che hanno come fine della propria attività il raggiungimento di un guadagno da redistribuire ai propri soci e quelle che questo obiettivo invece non l’hanno. Poco per volta queste due parti hanno finito in molti casi per sovrapporsi, con l’ingresso di operatori del profit nel non profit e, viceversa, con l’ingresso degli operatori senza fini di lucro in attività tipiche delle aziende che più conosciamo. Dando il via a un ripensamento generale.

Buonismo

L’evoluzione è stata importante. «Siamo ancora abituati a pensare al non profit buonista, quello socio-assistenziale e sanitario che tutti conosciamo — dice Giorgio Fiorentini, docente di economia e gestione delle aziende non profit all’Università Bocconi di Milano —. Ma oggi è completamente cambiato ed è laico, si occupa di cultura, di sport, di musica, di consumatori, fino ad arrivare alla produzione. Con l’arrivo, poi, dell’impresa sociale, riconosciuta nel 2005 anche se non ancora del tutto operativa, ci si è avviati sulla strada del “capitalismo del non profit”». E qui la cassetta delle lettere aiuta anche a capire quello che è, oggi, uno dei temi dominanti di questa economia: la raccolta dei fondi. Come gli utili sono il paramentro di riferimento delle aziende profit, così la raccolta fondi è la voce cui guardano le non profit. Ma in un mercato sempre più affollato e nel quale sono in campo colossi internazionali del non profit e sono entrati protagonisti di grandissimo peso dell’economia tradizionale, è diventata più forte la concorrenza. Che richiama, o impone, concetti tipici del mondo profit: l’efficienza, la massa critica, il marketing. Oltre, naturalmente, a un buon «prodotto », cioè al servizio che la singola organizzazione ha scelto di dare. Se si guarda come si muovono, per esempio, le fondazioni d’impresa si vede che iniziano ad agire come «fondi dei fondi», dirottando i loro finanziamenti sugli organismi che reputano «capaci di operare secondo criteri di efficienza, autonomia e sostenibilità » (dallo statuto di Fondazione Dynamo, emanazione del gruppo Intek).

Brand
Farsi largo. Basta pensare alle migliaia di associazioni che concorrono per il 5 per mille. Ed ecco un altro tema che emerge nel non profit: il marchio e la sua tutela e valorizzazione. Nomi come Unicef, Emergency, Acli, Wwf, Telethon, per citarne alcuni, hanno un valore in sè che, se ben mantenuto, può alimentare la raccolta. Con fini diversi da quelli delle società profit ma con modalità che non hanno niente di diverso da quelle messe in campo dalle aziende del design, della moda, dell’industria più in generale, della finanza. La raccolta fondi porta poi con sè l’ormai molto dibattuto argomento della tracciabilità di questi fondi: vanno davvero sul progetto per il quale erano stati devoluti? O finiscono in spese di strutture ridondanti e rimborsi spese?

Campione

Ragionando su tutti questi temi Corriere Economia ha provato a fare uno studio che partisse da una ipotesi: avere una certa disponibilità di denaro da investire in attività di solidarietà senza idee precise della loro allocazione ma volendo essere sicuri in anticipo di poter valutare il ritorno sociale del finanziamento. Per questo è stato individuato un gruppo di una sessantina di organizzazioni (tra cui anche Action Aid Italia ndr) che rispondessero almeno ad alcuni di una serie di requisiti: notorietà, influenza sui settori di riferimento, peso politico, dimensioni, parte di settori «sensibili» (come le adozioni, gli anziani, la lotta a malattie importanti) o di settori nuovi (le fondazioni d’impresa), componenti di circuiti internazionali. Del campione che ne è scaturito (per i nomi, vedere articolo a pagina 4) sono stati esaminati bilanci, statuti, organigrammi e siti Internet con l’obiettivo di avere la fotografia delle diverse organizzazioni. Gli analisti hanno lavorato sui due fronti separatamente ma hanno portato conclusioni del tutto convergenti su ciascun singolo organismo.

Risposte

La prima considerazione da fare è che la gran parte degli enti interpellati ha risposto, e almeno la metà di loro in modo sollecito e con disponibilità a offrire informazioni sulla propria struttura e i propri numeri. Diffusissimo l’ufficio stampa. La seconda considerazione è, però, che senza un rapporto diretto e ripetuto con le organizzazioni è difficilissimo avere tutte le informazioni necessarie. Quasi mai i documenti e i siti esaminati danno le risposte a tutte le domande che nascono. I siti Internet sono prevalentemente costruiti per sollecitare una raccolta fondi «emotiva», non per un investitore interessato a valutare l’effettivo ritorno sociale dell’investimento fatto. Molto lavoro dev’essere ancora fatto sui bilanci, che ancora sono poco confrontabili l’uno con l’altro non adottando tutti gli stessi schemi (vedere articolo a pagina 5). Gli analisti coinvolti da Corriere Economia hanno costruito un indice di efficienza ad hoc che pubblichiamo nella tabella a fianco. Come si può vedere, ci sono grandissime differenze tra un organismo e l’altro, molto influenzate dal tipo di attività, anche se non solo. Purtroppo non è stato possibile scendere ulteriormente nei dettagli proprio a causa delle differenti stesure dei documenti. Allo stesso modo, quasi per nessuno è stato possibili ricostruire il rapporto tra volontari e dipendenti, argomento su cui è accesa la discussione, come ha dimostrato anche l’ultima assise del settore convocata a Napoli dal ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero e il cui titolo era «gratuità, solidarietà, partecipazione ».
Mercato
Statuti, organigrammi e siti Internet hanno permesso di capire la governance del settore (articolo a pagina 4). È stata presa in considerazione anche l’esistenza o meno di codici etici e/o di comportamento, sia interni (proprio della singola organizzazione), sia esterni (per esempio, la Carta della donazione). Come per i bilanci, anche sotto l’aspetto della governance c’è ancora lavoro da fare. Non dimenticando l’attenzione ai costi, come sottolineano nel settore ricordando che se da una parte il ricorso a certificatori esterni dà una maggior garanzia e aggiunge in immagine, dall’altra può appesantire i costi generali a discapito dell’oggetto sociale. Costi che certamente vengono resi più imponenti dalla duplicazione delle cariche, a volte davvero esasperata, che si trova in certe strutture capillarmente distribuite sul territorio. Incarichi che sono gratuiti, ma generano complessità e costi amministrativi di mantenimento della struttura. Quello che, intanto, già si vede è che, magari lentamente, è iniziato una sorta di mercato dei manager. Come dimostra il caso, recentissimo, di Anna Venturino, oggi direttore generale della Fondazione Oliver Twist e fino a poco tempo fa in Umana Mente con lo stesso incarico.

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