a cura di Alice Giannitrapani e Silvia Torti
Il testo completo su: http://www.casadellacultura.it/site/materiali/archivio/lavoro_economia/006_privato.html
Il terzo settore ci salverà?
Dello stato minimale o del nuovo welfare partecipato
Quella del Terzo settore è una realtà consistente numericamente ed economicamente importante. Negli anni, è venuto a crearsi un legame strettissimo tra queste e le politiche sociali dello Stato e degli enti locali, che non possono più farne a meno. Qualcuno le vede come finalizzate alla minimizzazione dell’intervento statale, ma bisogna riconoscerne la capacità innovativa. Ma ci sono altri punti critici: il rapporto con le aziende for profit, ad esempio, o la questione del costo del lavoro.
Secondo incontro:
Il terzo settore ci salverà?
Dello stato minimale o del nuovo welfare partecipato
Quella del Terzo settore è una realtà consistente numericamente ed economicamente importante. Negli anni, è venuto a crearsi un legame strettissimo tra queste e le politiche sociali dello Stato e degli enti locali, che non possono più farne a meno. Qualcuno le vede come finalizzate alla minimizzazione dell’intervento statale, ma bisogna riconoscerne la capacità innovativa. Ma ci sono altri punti critici: il rapporto con le aziende for profit, ad esempio, o la questione del costo del lavoro.
Stefano Zamagni
Il no profit, modello di ordine sociale americano, si fonda sullo scambio di equivalenti nel mercato, attraverso la distribuzione filantropica del “conservatorismo compassionevole”.
Lo stato è di tipo minimale, e la società civile è chiamata, in nome della compassione, a versare risorse che vengono tradotte in servizi da organizzazioni no profit; questo perché in America non c’è una concezione di welfare.
In Europa, invece, il terzo settore si è sviluppato negli ultimi 15-20 anni come braccio operativo dello Stato, che garantisce e gestisce i servizi, il cui vincolo di bilancio stringente, tuttavia, a fronte delle richieste dei portatori di bisogni, lo costringe a dare in gestione ambiti di intervento alle organizzazioni, che l’amministrazione pubblica finanzia tramite prelevamenti fiscali ai cittadini e alle imprese.
[…] Zamagni dice di non riconoscersi in questi due modelli, volti all’abbassamento dei costi e alla filantropia d’impresa, puntando invece sull’arricchimento del modello di ordine sociale, ponendo i concetti di efficienza, per evitare lo spreco di risorse, e di redistribuzione, basandosi sul principio della reciprocità, che va a creare nessi di relazionalità tra le persone.
Mimmo Lucà
[…]
Ricordiamo che le cooperative sociali oggi esistenti sono circa 6.000, che sono un soggetto a carattere economico, ma non a scopo di lucro, spesso nascono da associazioni di volontariato. Il servizio civile volontario, invece, si rivolge a una potenziale popolazione di 30.000 giovani.
La legge quadro evidenzia un sistema nazionale ed integrato di servizi sociali, superando la concezione assistenzialistica, episodicamente svolta dalle istituzioni locali, con discrezionalità rispetto alle prestazioni erogate. La legge punta alla creazione di un sistema integrato di servizi, volto al miglioramento della qualità della vita, del benessere delle persone e della comunità, puntando sull’autonomia dei cittadini e sul loro contributo per il consorzio civile.
All’articolo 16 della 328/00 sono citate le politiche per la famiglia, facendo leva sui concetti di erogazione, in quanto il soggetto famiglia riceve prestazioni, e partecipazione, vedendo la famiglia come soggetto attivo, protagonista nella rete dei servizi.
Come si coinvolgono questi soggetti del terzo settore? Sempre l’articolo 1 richiama gli enti locali, le Regioni e lo Stato a riconoscere le organizzazioni non a scopo di lucro, fondate dai cittadini, chiamati a costituirsi in una dimensione pubblica, supportata dall’amministrazione pubblica.
Dal 1991 a oggi si è verificato un boom nell’emersione delle organizzazioni no profit e delle loro pluralità rappresentative; dalle 61.000 del ’91 si è passati alle 235.000 attuali, secondo i dati ISTAT più recenti. Tutto questo mondo, ci spiega Lucà, si muove con denaro pubblico, assorbendo 3 punti del prodotto interno lordo.
[…]
Bisogna introdurre una distinzione nell’ambito definito genericamente come terzo settore, sapendo che avvalersi di un’organizzazione di volontariato, può comportare il fatto di trovarsi a che fare con operatori volontari, a volte poco qualificati oppure presenti solo saltuariamente, che però è caratterizzata dalla gratuità. Le cooperative sociali, che nella realizzazione di un utile da investire, hanno problemi simili a quelli dell’impresa, sono però più capaci di gestire un’erogazione di servizi complessi.
Amministratori comunali e coloro che promuovono bandi e danno in gestione appalti, che si avvalgono di queste strutture per realizzare un realtà integrata di servizi, devono quindi tenere in considerazione, come gli stessi cittadini, i livelli di complessità di queste realtà differenziate, e devono poter capire i diversi gradi di esigibilità delle prestazioni.
Paola Tubaro
Allo sviluppo del terzo settore, in molti paesi del mondo, negli anni ‘90, si è accompagnata una ritirata dello stato dal sociale, in una fase in cui però i bisogni da soddisfare rimanevano alti e più complessi rispetto al passato. L’estensione del livello di partecipazione, pone l’interrogativo sulle reali capacità dei nuovi enti, nella sostituzione di servizi, forniti in precedenza dallo stato. L’emersione progressiva di realtà non a scopo di lucro, si inserisce quindi in un’ ottica di affiancamento al pubblico o di sostituzione dello stesso nell’erogazione dei servizi?
Ad un welfare pubblico, gestito dall’alto e standardizzato si contrappone l’emersione di realtà più flessibili, maggiormente personalizzate e diversificate, ma la cui produzione di servizi, in quanto realtà private, risulta discrezionale.
Per questo, dice la Tubaro, l’affidamento del welfare ai privati, come avviene negli Stati Uniti, fa emergere il rischio di una mancata copertura universalistica dei diritti del cittadino e dell’instaurazione di disuguaglianze sociali.
La beneficenza non può essere controllata e i donatori, appartenenti ai ceti più abbienti, che dispongono di risorse funzionali e relazionali maggiori, influenzando le scelte delle associazioni. Questo meccanismo, secondo la Tubaro, finisce con l’attribuire poteri addizionali di decisione a chi ha già potere.
[…]
In merito al rapporto del terzo settore col mercato, i problemi di gestione finanziaria portano le associazioni ad avvicinarsi ai modelli di comportamento delle imprese. L’aziendalizzazione del terzo settore, produce il moltiplicarsi di attività commerciali parallele all’attività non commerciale dell’organizzazione, che moltiplicandosi, rischiano però di rendere difficile operare una distinzione tra organizzazioni “no profit” e “for profit”.
A livello legislativo i criteri di differenziazione sono stabiliti dai singoli Stati, e a volte si basano su criteri arbitrari come la soglia delle attività commerciali: ma rimane il problema di come distinguere tra attività commerciali e non, che a volte si sovrappongono.
Il criterio di differenziazione risulta cruciale, in quanto solo le organizzazioni no profit ricevono agevolazioni fiscali.
[…]
L’aziendalizzazione delle organizzazioni no profit prende anche un’altra forma, come quella del pagamento dei servizi da parte degli utenti.
In alcuni paesi alcuni settori cono costituiti al contempo da agenti pubblici, no profit e for profit, che si trovano a cooperare, come nel caso delle università e della sanità statunitense, che operano con strategie molto simili, ma il cui trattamento fiscale cambia, motivo che ha portato a mettere in discussione le agevolazioni concesse al no profit.
L’imitazione del modello dell’impresa, ha portato a collaborazioni ambigue tra no profit e for profit: alcune università americane, per esempio, avevano creato delle partnership per la ricerca con aziende farmaceutiche, queste però, nel momento in cui i risultati della ricerca si sono rivelati diversi e contrapposti agli obiettivi della ricerca, non hanno permesso all’università di renderli noti.
Paola Tubaro mette in guardia anche rispetto ad un altro elemento di conflitto tra aziende e associazioni: il costo del lavoro. Nelle associazioni, le retribuzioni sono in media più basse, a parità di svolgimento delle mansioni, rispetto a un’azienda che svolge lo stesso servizio. Ci sono casi di sfruttamento dei lavoratori, ma più spesso questa differenza è dovuta all’insufficiente formazione specialistica di operatori e amministartori.
Queste organizzazioni sono inoltre improntate di una forte ideologia, religiosa o meno, e chi ne fa parte è mosso dall’idea di battersi per una causa; in questo senso gioca in maniera fondamentale la motivazione dei dipendenti, che è uno dei motivi che favorisce il loro sfruttamento.
Nelle associazioni esiste una larga diffusione di forme di lavoro atipico e vi è larga presenza di volontari e obiettori di coscienza, che dovrebbero affiancare gli operatori con mansioni di sostegno, mentre a volte vi si sostituiscono.