Lavoro e No Profit

Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!

Archivio per la categoria ‘Terzo Settore’

L’outsourcing, la nuova frontiera dello sfruttamento

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Novembre 26, 2009

L’outsourcing, la nuova frontiera dello sfruttamento
di Luigi De Magistris
http://www.luigidemagistris.it/index.php?t=P93

C’e’ una parola che appena la sentono i lavoratori, iniziano a tremare. E’ un inglese difficile da pronunciare, si scrive “outsourcing”. Nel rampante capitalismo finanziario dell’ultimo decennio, quello che in sostanza ci ha condotto alla macerie di oggi, l’outsourcing e’ stato molto in voga. Il corrispondente italiano e’ “esternalizzazione”. Le aziende esternalizzano attivita’ o parti dell’impresa, affidano cioe’ servizi a società esterne. Spesso le societa’ esterne le creano apposta, a volte no. Qual e’ lo scopo, c’e’ da chiedersi. Nessun scopo nobile, utilitarismo massimo: i lavoratori che finiscono sotto l’ala delle societa’ “esterne” sono, in estrema sintesi, piu’ facili da licenziare. E hanno meno tutele.

L’outsourcing e’ sinonimo di precarieta’, perche’ le aziende che esternalizzano a societa’ create apposta hanno il vantaggio di continuare a controllare le attivita’, ma si liberano nello stesso tempo del fastidio di essere la controparte dei dipendenti.

Il fenomeno dell’outsourcing e’ particolarmente in voga, nel Paese dei telefoni cellulari, tra le societa’ che si contendono il mercato della telefonia mobile. La piu’ importante di queste, la Telecom, negli ultimi otto anni ha ceduto 15 rami d’azienda e 2700 lavoratori, continuando pero’ a controllare tutto. Con l’outsourcing, appunto. Vodafone ha fatto lo stesso con un migliaio di lavoratori creando la Comdata Care Srl, controllata a sua volta dalla Comdata Spa.

Il mercato, famigerato, dei call center e’ poi tutto in outsourcing. Circa 75mila operatori che lavorano quasi sempre per multinazionali o aziende importanti senza tutele perche’ il loro lavoro e’ “appaltato” a precari gruppi esterni.

Si dilettano nell’outosourcing anche gruppi che sono, sui media, il fiore all’occhiello del nostro capitalismo, come la Pirelli o la Fiat, e spesso e volentieri le cessioni sfociano in licenziamenti di massa.

Emblematico il dramma che dall’estate scorsa stanno vivendo i lavoratori del ramo dell’information technology dell’Eutelia. ‘Ceduti’ a una societa’ creata apposta dai vertici societari, la Agile, che ha a sua volta venduto a Omega, praticamente una rottamatrice di aziende. Si tratta di duemila persone che, a quanto pare, non potranno piu’ far valere i loro diritti” dalla buonuscita alle indennita’ di disoccupazione” nei confronti di quella che e’ sempre stata la loro azienda di riferimento, l’Eutelia.

Possibile che si debba assistere a questo scempio, e che debba essere cosi’ facile per chi muove l’economia liberarsi delle vite delle persone? E’ giusto incentivare e tutelare chi da’ sviluppo. Ma sarebbe sacrosanto punire e porre freni, giuridici e sanzionatori, a chi calpesta i diritti dei lavoratori.

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Unicredit, arriva ‘Universo non profit’

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Ottobre 19, 2009

Roma, 13 ott. – (Adnkronos) – Unicredit ‘investe’ nel non profit. La banca di Piazza Cordusio, vista la crescente rilevanza del settore e la coerenza con i propri valori fondanti, ha deciso di offrire un modello di servizio dedicato, con una gamma di prodotti/servizi ad hoc e personale specializzato. Dal 9 novembre ‘Universo non profit’ sara’ operativo presso le oltre 4.200 filiali delle banche retail del Gruppo (Unicredit Banca, Unicredit Banca di Roma e Banco di Sicilia).

L’iniziativa e’ stata presentata questa mattina alla Camera. A fare gli onori di casa il vicepresidente Maurizio Lupi che ha evidenziato come il tema della sussidiarieta’ sia “uno dei punti di incontro tra maggioranza e opposizione”. Il non profit, ha aggiunto, “rappresenta anche una risorsa in termini economici, perche’ e’ un settore in crescita per addetti e fatturato”.

Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha evidenziato la rilevanza della scelta di un grande gruppo bancario che “si riorganizza in funzione di una componente sempre piu’ ‘pesante’ nell’economia e nella societa’”. Il Governo, ha aggiunto, “vuole incoraggiare fortemente il dono”, attraverso un modello sociale che “riconosca spazio al terzo settore”, puntando su “persona, famiglia e comunita’ come valori di riferimento”. In questo contesto, il settore creditizio “deve aiutarci a far emergere le attivita’ che meritano”, perche’ “anche in questo comparto devono prevalere le regole del mercato”.

Quello di cui parla il ministro e’ un contributo che Unicredit ritiene di assicurare con ‘Universo non profit’. A partire proprio dalla leva del merito di credito. E’ stato pensato per il settore un percorso di valutazione creditizia dedicato e UniCredit si propone anche di supportare le imprese e le associazioni nell’attivita’ di fund raising e di formazione manageriale.

Il nuovo servizio si sviluppa nell’ambito dell’offerta esistente di UniCredit per le piccole imprese, con una specifica formazione per i ruoli chiave. Inoltre e’ stato introdotto ”l’Amico del Non Profit”, una figura informale che sara’ l’ambasciatore dell’iniziativa, sia internamente che esternamente e che fungera’ da primo contatto per le informazioni di base per la clientela interessata. L’adesione e’ su base volontaria e potra’ coinvolgere tutti dipendenti (anche i pensionati) che hanno esperienze e sensibilita’ verso il mondo non profit.

A descrivere il fenomeno no profit in termini quantitativi e’ stato il portavoce del Forum del Terzo settore, Andrea Olivero: all’interno del forum sono 94mila i soggetti con autonomia giuridica, mentre sono oltre 250mila complessivamente, con una dimensione economica aggregata ampiamente superiore a 8 mld di euro. Le associazioni e le imprese non profit impiegano oltre 700 mila lavoratori retribuiti e oltre 4 milioni di volontari. Il fatturato del settore si attesta intorno ai 45.600 milioni di euro con una crescita del 29% dal 2001.

Articolo su: http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Unicredit-arriva-Universo-non-profit-con-servizi-ad-hoc-per-il-settore_3877389667.html

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Il licenziamento collettivo ed i datori di lavoro non imprenditori

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Maggio 20, 2009

“Il licenziamento collettivo ed i datori di lavoro non imprenditori”
di Avv. Rocchina Staiano (dottore di ricerca-Università di Salerno)
(lunedì 28 giugno 2004)

1. Le novità introdotte dal D. Lgs. 110/2004 in tema di licenziamento collettivo.

Il D. Lgs. 8 aprile 2004 n. 110, modificando l’art. 24 della L.223/1991 , ha esteso il licenziamento collettivo anche ai datori di lavoro non imprenditori, quindi agli imprenditori che svolgono, senza fine di lucro, attività di natura politica, sindacale, culturale, di istruzione o di religione o di culto. Tale modifica è divenuta necessaria, in quanto la Corte di Giustizia Europea, con sentenza del 16 ottobre 2003, C-32/02, ha dichiarato illegittima la legge italiana sui licenziamenti collettivi nella disposizione (art. 24) relativa all’esclusione dei datori di lavoro che nell’ambito delle loro attività non perseguono fini di lucro.
[...]

2. Rassegna giurisprudenziale sull’art. 2082 c.c.: nozione di “datore di lavoro imprenditore”.

I. La condizione perchè un soggetto acquisti lo status di imprenditore è che l’attività economico- commerciale, pur svolta per il tramite di altra struttura, sia direttamente e personalmente riferibile ad esso (Cassazione civile, sez. I, 19 febbraio 1999, n. 1396, in Giust. Civ., Mass., 1999, 443).

II. L’attività di prestazione di garanzie personali, priva di diretta od indiretta motivazione ed estranea ad una generale operatività sul mercato (in quanto rivolta in via esclusiva a favore di un unico soggetto), esclude lo svolgimento di attività imprenditoriale (Tribunale Torino, 10 ottobre 1997, in Giur. it., 1998, 737).

III. L’acquisto della qualifica di imprenditore, anche ai fini dell’assoggettabilità alle procedure concorsuali, richiede non una semplice intenzione, ovvero il compimento di atti preparatori ed organizzativi, ma l’effettivo esercizio professionale dell’attività, ossia la concreta gestione dell’organizzazione imprenditoriale (Corte appello Bologna 4 ottobre 1985, in Giur. comm., 1986, II, 617).

IV. L’abitualità, sistematicità e continuità dell’attività economica, assunte come indice della professionalità necessaria, ex art. 2082 c.c., per l’acquisto della qualità di imprenditore, vanno intese in senso non assoluto ma relativo, poichè anche lo svolgimento di un unico affare può comportare la qualifica imprenditoriale, in considerazione della sua rilevanza economica e della complessità delle operazioni in cui si articola (Cassazione civile, sez. I, 31 maggio 1986 n. 3690, in Giust. civ., Mass., 1986, fasc. 5).

V. Lo scopo di lucro che costituisce requisito essenziale della nozione di impresa è individuabile non solo quando l attività intrapresa sia rivolta al diretto incremento pecuniario, ma in qualsiasi utilità economica, consista questa in un risparmio di spesa o in altro vantaggio patrimoniale (Cassazione civile, sez. I, 3 dicembre 1981 n. 6395, in Giust. civ., Mass., 1981, fasc. 12).

3. Rassegna giurisprudenziale sulla nozione di “datore di lavoro non imprenditore”.

I. Al fine di configurare un’organizzazione di tendenza, che, ai sensi dell art. 4, 1. 11 maggio 1990 n. 108, è esclusa dall ambito di operatività della tutela reale prevista – in caso di licenziamenti illegittimi – dall art. 18 1. 20 maggio 1970 n. 300 (come modificato dall art. 1 1. 11 maggio 1990 n. 108), è necessario che si tratti di datore di lavoro “non imprenditore”, privo dei requisiti previsti dall art. 2082 c.c. (e cioè, professionalità, organizzazione, natura economica dell attività, consistente nella produzione di beni o servizi, ovvero nell interposizione nello scambio di beni o servizi). In particolare, l’applicazione della disciplina, prevista dalla l. n.108 del 1990 (art. 4) per le organizzazioni di tendenza, presuppone l accertamento in concreto, da parte del giudice di merito, dell assenza, nella singola organizzazione, di una struttura imprenditoriale e della presenza dei requisiti tipici dell’organizzazione di tendenza, come definita dall art. 4 1. 11 maggio 1990 n. 108 (Cassazione civile sez. lav., 22 novembre 1999, n. 12926, in Foro it., 2000, I, 74).

l’articolo completo su:
http://www.lavoroprevidenza.com/leggi_articolo.asp?id=105

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Fondazioni, un patrimonio da 85 miliardi. Più “ricchi” gli istituti del Centro

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Maggio 5, 2009

Fondazioni, un patrimonio da 85 miliardi. Più “ricchi” gli istituti del Centro
(19 ottobre 2007)
Superabile-Inail

Possono vantare un patrimonio di oltre 34 milioni e, pur costituendo il 20% delle attive in Italia, assorbono il 45,5% delle entrate. In Italia coinvolgono 156.251 persone, oltre due terzi utilizza personale retribuito

ROMA – Nel 2005 le fondazioni hanno registrato entrate complessive per 15,6 miliardi di euro, con una media per istituzione di circa 3,3 milioni di euro; 11,5 miliardi di euro le uscite (circa 2,4 milioni di euro in media). Secondo l’Istat, che ha diffuso oggi i dati del primo censimento sulle fondazioni, al 31 dicembre 2005 il patrimonio complessivo ammontava a 85 miliardi di euro, con un importo medio di circa 18 milioni di euro per fondazione. Circa la metà del patrimonio complessivo è gestito dalle fondazioni bancarie e un altro 20% dagli enti di previdenza privatizzati. Gli istituti del Centro sembrano i più ricchi: il patrimonio è di circa 34.323 milioni di euro e malgrado siano solo il 20,2% delle fondazioni italiane:, assorbono il 45,5% delle entrate complessive. Seguono, con il 35,3%, le fondazioni del Nord-ovest, e, a sensibile distanza quelle del Nord-est e del Mezzogiorno, che beneficiano, rispettivamente, del 12,3% e del 6,9% del totale delle entrate.

Più “piccole” le erogative – Le entrate risultano prevalentemente concentrate tra le fondazioni miste, che costituiscono il 30,5% delle unità, ma raccolgono il 52,4% del valore totale delle entrate. Al contrario, le fondazioni operative, che costituiscono il 49,5% del totale, rappresentano il 23,3% delle entrate complessive. Infine, per le fondazioni erogative si registra una quota percentuale delle entrate (24,2%) sostanzialmente proporzionata alla loro numerosità (20,0%). Il 68% ha dichiarato un importo inferiore a 500 mila euro, il 9,6% tra 500 mila e 1 milione di euro, il 7,9% tra 1 e 2 milioni, l’8,1% tra 2 e 5 milioni e il 6,4% uguale o superiore a 5 milioni di euro. Nella tipologia delle erogative prevalgono le fondazioni di minori dimensioni economiche e in questo caso la percentuale di fondazioni con ricavi inferiore a 100 mila euro sale a circa il 55% mentre, le fondazioni medio-grandi e grandi sono maggiormente frequenti tra le operative e tra le miste: il 66% ed il 65,3% delle fondazioni appartenenti a queste tipologie mostrano, rispettivamente, livelli delle entrate uguali o superiori a 100 mila euro.

Le fonti di finanziamento – Il 78,1% delle fondazioni registra entrate di origine privata e il 21,9% di fonte pubblica: nel Mezzogiorno è meno accentuato il ricorso al finanziamento privato (70,7%), mentre è più frequente nel Nord-est e nelle regioni del Centro (rispettivamente 81,2% e 81,4%). Inoltre il 96,0% delle fondazioni erogative si finanzia con entrate di fonte privata, mentre l’incidenza del finanziamento da fonte prevalentemente pubblica presenta il livello più elevato per le operative (31,0%). Il 30,6% delle entrate delle fondazioni è costituito da redditi patrimoniali, il 25,6% dalle entrate derivanti da quote versate dai soci e dagli iscritti, il 15,7% dai ricavi derivanti da contratti e/o convenzioni con istituzioni pubbliche e il 10,4% dai ricavi da vendita di beni e servizi. Se nel Nord-ovest sono relativamente più consistenti le entrate derivanti da contratti e convenzioni (31,4%), nel Nord-est è preponderante la quota relativa ai redditi patrimoniali (53,5% ), al Centro invece prevale l’incidenza delle somme versate dai soci e/o dagli iscritti (54,3%) e nel Mezzogiorno quelle costituite dai ricavi da contratti e/o convenzioni con istituzioni pubbliche e dai sussidi e contributi (rispettivamente 43,8% e 18,1%). Le fondazioni operative si finanziano in via prevalente con entrate derivanti da contratti e o convenzioni (33,4%) e dalla vendita di beni e servizi (30,3% ), le erogative quasi esclusivamente con redditi patrimoniali (86,0%) e le miste prevalentemente con le somme versate dai soci e/o dagli iscritti (48,2%).

Oltre due terzi delle fondazioni impiega personale retribuito – Nelle fondazioni operano 156.251 persone, di cui il 52,2% (81.581 unità) sono dipendenti, il 29,5% (46.144) volontari, il 12,5% (19.469) collaboratori, il 3,3% (5.087) lavoratori distaccati o comandati da imprese o istituzioni, il 2% (3.162) religiosi e lo 0,5% (808) volontari del servizio civile. I lavoratori retribuiti (dipendenti, collaboratori e personale distaccato o comandato) sono pari a 106.137 unità, mentre le risorse umane non retribuite sono 50.114. Nel Mezzogiorno e del Nord-ovest si osserva una percentuale di dipendenti superiore a quella rilevata a livello nazionale (rispettivamente il 62,7% e 60,3% a fronte del 52,2% nazionale). Il Nord-est e, soprattutto, il Centro si distinguono per le maggiori quote di volontari (rispettivamente il 34,2% e il 57,9% a fronte del 29,5% nazionale). In quelle operative è maggiore l’incidenza relativa di dipendenti (62,1%) e di collaboratori (14,6% ), mentre nelle erogative e nelle miste i volontari presentano quote superiori al 40% (rispettivamente 41,6% e 44,5%). Le donne rappresentano il 65,1% del personale; la presenza femminile sale al 78,1% tra i lavoratori distaccati o comandati e al 71,1% tra i dipendenti, mentre, pur rimanendo al di sopra del 50%, scende al 57,8% tra i volontari e al 55,9% tra i collaboratori. Oltre i due terzi delle fondazioni (70,0%) impiega, per lo svolgimento delle proprie attività, personale retribuito (dipendenti, collaboratori e personale distaccato o comandato).

Il 73,1% impiega meno di 10 persone – La classe dimensionale nella quale si concentra il maggior numero di fondazioni (1.434 fondazioni, pari al 30,4%) è quella con 1-4 unità di personale, mentre la quota di fondazioni che ne impiegano 100 e oltre risulta limitata al 4,1%. Il 73,1% impiega meno di 10 unità. Inoltre le fondazioni operative, dovendo direttamente erogare servizi all’utenza, sono più spesso di dimensioni maggiori (il 54,2% di esse impiega almeno 5 unità di personale retribuito ed il 12,8% più di 49), mentre le erogative, occupandosi della gestione di finanziamenti a terzi, sono generalmente più piccole (l’89,6% di esse opera con meno di 5 unità di personale retribuito e lo 0,2% con più di 49). Le fondazioni miste, data la loro funzione ibrida, si collocano in una posizione intermedia (il 65,0% di esse impiega meno di 5 unità di personale retribuito e l’8,4% più di 49).

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Fondazioni teatrali tra pubblico e privato

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Aprile 28, 2009

Fondazioni teatrali tra pubblico e privato
di Gianpaolo Concari

La tradizione musicale italiana: un patrimonio di tutti che cerca aiuto tra i privati. Il d.lgs. 367/96 ha cercato di avvicinare i privati alla cultura ma la manovra non è riuscita del tutto. L’articolo è pubblicato anche da Summa la rivista del Consiglio Nazionale dei Ragionieri Commercialisti ed Economisti d’Impresa.

La tradizione musicale italiana ha subito una radicale trasformazione a seguito del d.lgs. 29 giugno 1996 n. 367. La volontà del legislatore era quella di dare un forte impulso al settore, cercando di avvicinare i mecenati privati verso le grandi istituzioni musicali ingabbiati in strutture pubbliche non sempre efficienti.

L’operazione non sempre è riuscita in pieno. Da allora altre soluzioni ibride sono state escogitate per poter conservare il patrimonio della tradizione musicale (lirica e concertistica) italiana, così come di quella teatrale.

Il d.lgs. 367/96 ha di colpo trasformato gli enti di prioritario interesse nazionale che operano nel settore musicale in fondazioni di diritto privato. Più precisamente la norma ha riguardato:

• gli enti autonomi lirici e le istituzioni concertistiche assimilate

• altri enti operanti nel settore della musica, del teatro e della danza

Dal punto di vista squisitamente tecnico, si può notare che queste fondazioni non trovano il proprio fondamento né in un atto di autonomia privata, né in un negozio di fondazione.

Inoltre il contenuto dello statuto è sottratto all’autonomia privata, così come la procedura di riconoscimento della personalità giuridica è ben diverso da quello previsto per le altre fondazioni.

Le fondazioni musicali non hanno scopo di lucro e in tal senso perseguono la diffusione dell’arte musicale, provvedendo alla conservazione del patrimonio storico-culturale dei teatri loro affidati. Possono realizzare spettacoli lirici, di balletto e concerti anche in sedi diverse e svolgere, conformemente agli scopi istituzionali, attività commerciali ed accessorie, operando secondo criteri di imprenditorialità ed efficienza.

[...]

articolo completo su: Guide Supereva

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Il lavoro nel terzo settore. Occupazione, mercato e solidarietà di M. Lamberti

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Aprile 3, 2009

“Il lavoro nel terzo settore. Occupazione, mercato e solidarietà”
Lamberti Mariorosario (ed. Giappichelli, 2005)
ISBN: 8834857658 ISBN-13: 9788834857656

9788834857656g

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Finanziare la “welfare community” il nuovo ruolo delle Fondazioni

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Febbraio 18, 2009

Finanziare la “welfare community” il nuovo ruolo delle Fondazioni
Un settore d´intervento cruciale per l´esaurirsi delle risorse pubbliche dedicate all´assistenza
di Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele
(Presidente Fondazione Roma)
l’articolo completo su Repubblica “Affari e Finanza”

Il complesso sistema di welfare costruito nei secoli, in Europa, grazie alla concezione scaturente anche dalla tradizione cristiana, è entrato in crisi perché lo Stato non ha più la capacità, attraverso le risorse dei bilanci pubblici, di fronteggiare le esigenze sempre crescenti avanzate dalla società civile. Da tempo questo problema è oggetto di interrogativi, e si confrontano le posizioni di chi vede come soluzione una svolta di tipo neo-liberista che, favorendo l´espansione del mercato, ipotizza di trarre, dalle crescenti risorse generate, i mezzi atti a dare le risposte in quei campi, e chi, invece, partendo dall´esigenza prioritaria di redistruibire, a volte ancor prima di crearla, la ricchezza, si affanna ad attribuire allo Stato ruoli che ragionevolmente esso non può più assolvere.
In questa manifesta dicotomia, sta prendendo spazio una posizione che sicuramente possiede le premesse per poter affrontare questo problema. Faccio riferimento al variegato mondo del terzo settore che rappresenta un tertium genus rispetto sia allo Stato che al privato, e che costituisce il privato sociale nella sua vivace multiformità: circa 20 milioni di occupati in Europa, dei quali oltre 1 milione e 300 mila in Italia. Questo mondo evidenzia l´esistenza del “terzo pilastro” in grado di fronteggiare la manifesta crisi dello stato sociale.
E´ del tutto evidente che le potenzialità che questa realtà esprime hanno comunque dei limiti che non sono solo di carattere economico (sebbene il non profit contribuisca all´economia mondiale per oltre 300 miliardi di euro e negli Stati Uniti rappresenti il 6% del PIL) ma, nel nostro Paese, anche normativo e, per alcuni versi, costituzionale.
E´ noto, infatti, che il sistema di distribuzione dei poteri previsto dalla nostra Costituzione ha improntato l´ordinamento di una concezione secondo cui lo Stato è l´unico soggetto legittimato ad intervenire nei problemi di interesse generale.
Ma oggi il ruolo dello Stato appare ormai inadeguato, poiché le risorse rivenienti dall´imposizione fiscale non sono più sufficienti, specie nei momenti in cui l´economia nazionale non cresce, per effetto anche di crisi di natura internazionale, a dare le risposte che la collettività attende in campo sociale. Ciò scaturisce anche dal crescente standard di civiltà e, quindi, dal maggior grado di tutela, che la società richiede.
Di fronte alla manifesta difficoltà dello Stato, la risposta del terzo settore si rivela come l´unica possibilità di soluzione. Finalmente, infatti, nel nostro Paese è iniziata, sebbene non completata, quella mutazione concettuale che oggi recepisce il contributo positivo dell´iniziativa del privato sociale, della “cittadinanza attiva”, alla soluzione dei problemi propri che sono, poi, anche quelli del Paese.
Perché questo si verificasse, abbiamo dovuto attendere il realizzarsi di due eventi che hanno indubbiamente favorito il pieno dispiegarsi delle potenzialità caratterizzanti il terzo settore. La modifica costituzionale dell´art.118 con l´introduzione del principio di sussidiarietà, e le due pronunce della Corte costituzionale nn.300 e 301 del 2003 in materia di fondazioni ex bancarie.
Sono due momenti importanti nella storia del lento trapasso da una stagione di centralismo statale ad una possibile ipotesi di risposta alle esigenze del sociale. Ma non bastano. Come ho più ampiamente sostenuto nel volume che ho appena pubblicato: “Il Terzo Pilastro. Il non profit motore nel nuovo welfare”(Ed. ESI, 2009), è evidente che il percorso per arrivare ad una pienezza di risultato, che consenta il dispiegamento di quelle potenzialità ancora non completamente espresse del terzo settore, tale da farlo diventare, come detto, il “terzo pilastro” della nuova welfare community che sostituirà integralmente il vecchio welfare state, deve passare attraverso due principali interventi: una modifica del dettato costituzionale, che tenga conto del ruolo del terzo settore nell´ambito della copertura dei diritti sociali, ampliando, cioè, il principio costituzionale di sussidiarietà; e il completamento della tanto attesa riforma del libro I, titolo II del codice civile recante la disciplina delle persone giuridiche che, evitando il ricorso alle leggi speciali che, a mio parere, sarebbe un grande errore, possa costruire un contesto armonico entro cui venga riconosciuto pienamente il ruolo di tutti gli organismi attraverso cui liberamente si esprime l´iniziativa e la partecipazione dei singoli.
Un terzo intervento, certamente auspicabile, consiste nell´adeguare la normativa fiscale agli attuali standard europei, così da prevedere un regime di favore per tutte le organizzazioni del terzo settore che svolgano un´attività di interesse generale. In questo modo si otterrebbero due vantaggi immediati: una maggiore disponibilità di risorse economiche per questi enti, e la possibilità di svincolarsi sempre più dalla dipendenza, sempre su questo versante, dagli aiuti pubblici o privati.
La mia visione si incentra, dunque, sull´essenzialità del mondo del non profit il quale diviene strumento non solutorio in assoluto dei problemi del welfare state, ma sicuramente assai utile ed in grado di far sì che la collettività dia risposte ai problemi espressi dalla stessa società.
La possibilità di una reale alternativa all´attuale strutturazione del welfare state nella direzione di un sistema effettivamente plurale (welfare mix) passa, dunque, per un´ulteriore crescita del terzo settore, in termini quantitativi e qualitativi, tale da rendere possibile una reale rigenerazione del sistema vigente.
Bisogna, insomma, chiudere la fase caratterizzata dalla prevalenza dello Stato nel sistema del welfare, che pur ha prodotto risultati positivi importanti, e passare ad una nuova stagione in cui venga delineata una rete di garanzie e tutele sociali moderna, efficiente, qualitativamente adeguata e territorialmente omogenea, che sia compatibile con il nuovo assetto istituzionale della Repubblica, sempre più decentrato e federale, con la difficile congiuntura economica e con le molteplici nuove esigenze che emergono dalla collettività. Un sistema snello ed efficiente, finanziato con le risorse liberate dalla sburocratizzazione della Pubblica Amministrazione, dall´alleggerimento dei costi della politica, dal recupero dell´evasione fiscale, da riforme strutturali e lungimiranti nella sanità e nella previdenza. Che consideri anche una uscita progressiva, da parte dello Stato, da quei settori specialistici della sanità e dell´istruzione, della ricerca scientifica, dove sarebbe assicurata la competenza dei privati non profit, secondo il criterio ormai imprescindibile della sussidiarietà, così da garantire ampia copertura sociale solo alle persone che effettivamente, e con severi controlli, dimostrano di non avere i mezzi sufficienti per vivere dignitosamente, e con un occhio speciale per le famiglie numerose. Questo mio convincimento è stato rafforzato dall´utilizzo di uno strumento matematico che consente di calcolare, in percentuale, la somma che porebbe essere risparmiata e che potrebbe essere destinata ad altre voci del bilancio dello Stato.
Per poter offrire un contributo decisivo nella direzione ora indicata, non basta più però l´etichetta non profit o altre equivalenti, ma occorre che il terzo settore ponga in essere una significativa azione di rinnovamento e di miglioramento dell´efficienza al suo interno, sotto il profilo degli indirizzi strategici, ma soprattutto della gestione organizzativa delle strutture, delle attività e del proprio capitale umano, per essere sempre più indipendente dai condizionamenti politici o dal finanziamento pubblico e privato, e legittimarsi, così, in modo trasparente, di fronte ai suoi stakeholder. In altri termini, si tratta di fare ciò che ha fatto egregiamente in questi ultimi anni la Fondazione Roma.
[continua]

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La più grande Onlus del Mondo

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Febbraio 12, 2009

La questua
Quanto costa la Chiesa agli italiani
di Curzio Maltese
ed. Feltrinelli

questua2
Quanto costa la Chiesa cattolica ai contribuenti italiani? Chi gestisce il fiume di denaro che passa ogni anno dalle casse dello Stato alle istituzioni ecclesiastiche? E come vengono usati questi soldi?
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Un miliardo di euro dai versamenti dell’otto per mille. 650 milioni per gli stipendi degli insegnanti di religione. 700 milioni per le convenzioni su scuola e sanità. 250 milioni per il finanziamento dei Grandi Eventi. Una cifra enorme passa ogni anno dal bilancio dello Stato italiano e degli enti locali alle casse della Chiesa cattolica. A cui bisognerebbe aggiungere almeno il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano e oggi al centro di un’inchiesta dell’Unione europea: il mancato incasso dell’Ici, l’esenzione da Irap, Ires e altre imposte, l’elusione consentita per le attività turistiche e commerciali. Per un totale di circa 4 miliardi di euro, più o meno mezza finanziaria, l’equivalente di un Ponte sullo Stretto o di un Mose all’anno. Una somma (è la stessa Conferenza episcopale italiana a dichiararlo) che solo per un quinto viene destinata a interventi di carità e di assistenza sociale.
Con il piglio del grande cronista Curzio Maltese snocciola cifre e dati, scandaglia documenti, bilanci e siti internet, dà voce a fonti insospettabili, in un’inchiesta sorprendente e coraggiosa che rielabora, amplia e integra i materiali già pubblicati a puntate sulle pagine di “Repubblica”. Il suo non è un attacco alla Chiesa in quanto tale, tanto meno lo sfogo di un anticlericalismo di maniera. È il tentativo di fare luce su una realtà troppo poco conosciuta e non sempre trasparente, che tocca però nervi sensibilissimi della democrazia italiana come la lealtà fiscale, la corretta gestione delle risorse pubbliche, la laicità dello Stato. Una realtà, inoltre, che provoca non pochi disagi all’interno stesso del mondo dei fedeli, se è vero che importanti intellettuali cattolici hanno denunciato “il dirigismo, il centralismo e lo strapotere raggiunto dalla burocrazia nella Chiesa”.

Qui l’autore presenta il libro: http://www.radioradicale.it/scheda/253832

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Volontariato, ecco chi suda in silenzio

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Novembre 18, 2008

di Pino De Luca

(AprileOnLine 17 novembre 2008)
La testimonianza
Le impressioni di chi ha partecipato ai lavori di un seminario organizzatto dal Centro Servizi per il Volontariato. Una realtà silenziosa e spesso oscurata dai media, che invece rappresenta il tessuto vivo a sostegno delle situazioni di disagio, più di quante si possano immaginare. Con un consiglio: diffidate di chi si vanta.
Lo scorso 8 novembre, nel prestigioso Castello Dentice di Frasso di Carovigno, il CSV (Centro Servizi per il Volontariato) di Brindisi ha organizzato un seminario di studi in preparazione delle attività per l’anno 2009. Il Comitato Direttivo del CSV, dimostrando alta considerazione per la cultura, ha nominato un Comitato Scientifico di supporto alle iniziative e alle decisioni. Comitato Scientifico composto da Gigi Perrone, Docente di Sociologia all’Università del Salento, Angelo Salento, ricercatore della medesima Università, Danilo Urso, Docente di Sistemi Industriali all’Università di Firenze, Maurizio Portaluri oncologo di chiara fama. Ragioni imperscrutabili e che mi onorano tantissimo hanno permesso di accostare il mio umile nome a così alta compagnia, e ragioni altrettanto misteriose hanno indotto i miei titolati colleghi a darmi l’incarico di presiedere il Comitato Scientifico. Sicché ho potuto fare una bellissima esperienza: partecipare alla assemblea delle associazioni di volontariato della provincia di Brindisi iscritte al CSV.
Dare i numeri è cosa che evito di fare, ma comunicare che il panorama della coesione sociale è vastissimo è cosa che deve essere evidenziata. Ho avuto il privilegio di condurre uno dei sette gruppi di lavoro come facilitatore, questo mi ha permesso di conoscere delle persone veramente speciali, persone che lavorano in associazioni vere, con missioni vere e scelte vere. Il mio gruppo si è occupato della relazione tra Società e Rischio, e sono rimasto impressionato dalla varietà di contributi di grande pertinenza che sono stati prodotti da osservatori differenti.
Finalmente una discussione pregna di significato, di valore e di esempi sperimentati sul campo. Ho conosciuto la prima associazione di volontariato nata in virtuale e consolidatasi in reale, la Fasancult. Un’altra, piccolissima, che si occupa di mediazione familiare, un’altra ancora di malattie mentali e una delle emergenze economico-sociali, quotidiane, che saranno piccole ma per chi le vive sono montagne insormontabili, e ancora una che contrasta le tossicodipendenze. Tante associazioni, alcune grandi o grandissime altre microscopiche ma tutte vere. Dico vere perché vi sono associazioni e associazioni, indipendentemente dal tema che unisce gruppi più o meno grandi di persone, vi sono delle caratteristiche essenziali che fanno riconoscere il volontariato vero da quello peloso.
La questione è talmente sentita che un gruppo, facilitato da Enzo Greco, ha sentito il bisogno di concentrarsi sull’etica del volontariato per stabilire canoni e criteri, sostanzialmente per distinguere il grano dalla lolla. L’opinione condivisa collettivamente da queste straordinarie persone è che il volontariato deve caratterizzarsi per la gratuità e per l’azione continua.[...]

L’articolo completo su AprileOnLine: http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=9913

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Il nonprofit è in tutta la nostra vita

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Novembre 14, 2008

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