Lavoro e No Profit

Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!

Archivio per la categoria ‘onlus’

L’outsourcing, la nuova frontiera dello sfruttamento

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Novembre 26, 2009

L’outsourcing, la nuova frontiera dello sfruttamento
di Luigi De Magistris
http://www.luigidemagistris.it/index.php?t=P93

C’e’ una parola che appena la sentono i lavoratori, iniziano a tremare. E’ un inglese difficile da pronunciare, si scrive “outsourcing”. Nel rampante capitalismo finanziario dell’ultimo decennio, quello che in sostanza ci ha condotto alla macerie di oggi, l’outsourcing e’ stato molto in voga. Il corrispondente italiano e’ “esternalizzazione”. Le aziende esternalizzano attivita’ o parti dell’impresa, affidano cioe’ servizi a società esterne. Spesso le societa’ esterne le creano apposta, a volte no. Qual e’ lo scopo, c’e’ da chiedersi. Nessun scopo nobile, utilitarismo massimo: i lavoratori che finiscono sotto l’ala delle societa’ “esterne” sono, in estrema sintesi, piu’ facili da licenziare. E hanno meno tutele.

L’outsourcing e’ sinonimo di precarieta’, perche’ le aziende che esternalizzano a societa’ create apposta hanno il vantaggio di continuare a controllare le attivita’, ma si liberano nello stesso tempo del fastidio di essere la controparte dei dipendenti.

Il fenomeno dell’outsourcing e’ particolarmente in voga, nel Paese dei telefoni cellulari, tra le societa’ che si contendono il mercato della telefonia mobile. La piu’ importante di queste, la Telecom, negli ultimi otto anni ha ceduto 15 rami d’azienda e 2700 lavoratori, continuando pero’ a controllare tutto. Con l’outsourcing, appunto. Vodafone ha fatto lo stesso con un migliaio di lavoratori creando la Comdata Care Srl, controllata a sua volta dalla Comdata Spa.

Il mercato, famigerato, dei call center e’ poi tutto in outsourcing. Circa 75mila operatori che lavorano quasi sempre per multinazionali o aziende importanti senza tutele perche’ il loro lavoro e’ “appaltato” a precari gruppi esterni.

Si dilettano nell’outosourcing anche gruppi che sono, sui media, il fiore all’occhiello del nostro capitalismo, come la Pirelli o la Fiat, e spesso e volentieri le cessioni sfociano in licenziamenti di massa.

Emblematico il dramma che dall’estate scorsa stanno vivendo i lavoratori del ramo dell’information technology dell’Eutelia. ‘Ceduti’ a una societa’ creata apposta dai vertici societari, la Agile, che ha a sua volta venduto a Omega, praticamente una rottamatrice di aziende. Si tratta di duemila persone che, a quanto pare, non potranno piu’ far valere i loro diritti” dalla buonuscita alle indennita’ di disoccupazione” nei confronti di quella che e’ sempre stata la loro azienda di riferimento, l’Eutelia.

Possibile che si debba assistere a questo scempio, e che debba essere cosi’ facile per chi muove l’economia liberarsi delle vite delle persone? E’ giusto incentivare e tutelare chi da’ sviluppo. Ma sarebbe sacrosanto punire e porre freni, giuridici e sanzionatori, a chi calpesta i diritti dei lavoratori.

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Sanità il mondo opaco delle onlus

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Novembre 13, 2009

CI E’ STATO SEGNALATO QUESTO INTERESSANTE ARTICOLO:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/05/13/sanita-il-mondo-opaco-delle-onlus.html

Repubblica — sezione: PALERMO -13 maggio 2008
C’ è una sorta di simmetria tra la condanna in primo grado dell’ ex ministro della sanità Girolamo Sirchia, passato come il promotore della legge contro il fumo nei locali pubblici in Italia, e i reati di truffa e peculato contestati al professore Carlo Marcelletti. Nella poltiglia di fatti pubblici e privati che si mescolano nell’ inchiesta, lasciando da parte il presunto scambio di sms del chirurgo con una tredicenne, è infatti necessario riflettere su un aspetto particolare: i rapporti opachi tra il mondo del non profit e la sanità. L’ esistenza delle organizzazioni non profit e in particolare delle onlus (organizzazioni non lucrative di utilità sociale) presenti all’ interno degli ospedali italiani, è un argomento poco esplorato. E forse sarebbe opportuno avviare una rigorosa analisi per capire in che misura gli attuali problemi di un primario come Marcelletti, da sempre sotto la lente dei media e della pubblica opinione, potrebbero presentarsi per molti suoi colleghi magari meno noti che operano negli ospedali siciliani. Riprendiamo per un attimo la vicenda Sirchia. Dopo tre anni tra indagini e dibattimento, il primario di ematologia è stato dichiarato colpevole di appropriazione indebita per avere girato sui propri conti una parte delle entrate della Fondazione “Il sangue”, da lui stesso creata per governare le donazioni versate nell’ ospedale in cui Sirchia era primario. Secondo la sentenza, Sirchia pescava disinvoltamente nei bilanci dell’ ente. La pena commutata rimane in ogni caso virtuale perché è subentrato l’ indulto. E virtuale è anche l’ ulteriore sanzione che ha escluso Sirchia per cinque anni dai pubblici uffici, a causa del sopraggiungere della prescrizione.
A nche Marcelletti ha la sua onlus, la Abc, acronimo di Associazione per la cura del bambino cardiopatico. Ci si può collegare al sito della organizzazione, attraverso il quale è anche possibile fare direttamente le donazioni, il cui scopo è di aiutare l’ onlus a svolgere, tra le altre attività, «la manutenzione e il rinnovo delle apparecchiature interne del reparto di cardiochirurgia che devono essere tecnicamente impeccabili per garantire i nostri piccoli pazienti». In tale ambito sarà la magistratura a valutare se sono state effettuate malversazioni e a giudicarne la eventuale gravità. D’ altro canto – e gli addetti ai lavori lo sanno bene – il problema centrale delle onlus è quello della loro opacità amministrativa, anche alla luce del fondamentale requisito della non ripartizione degli eventuali utili conseguiti che devono essere utilizzati all’ interno di queste associazioni, chiamate anche onp, cioè organizzazioni non profit. Questo elemento ci permette di aggiungere un’ altra considerazione. Sfatiamo il mito di un non profit sempre povero. Pur con l’ aiuto del fondamentale lavoro gratuito dei volontari, alcune di queste organizzazioni i profitti li fanno – non c’ è nulla di male – e il denaro ottenuto è in funzione del grado di imprenditorialità delle stesse attività svolte. La vera criticità è come le onp si finanziano e utilizzano le risorse raccolte per i fini propri dell’ associazione. Il problema è proprio questo e basta un esempio per farsi un’ idea delle diverse implicazioni. Se un primario suggerisce a una azienda che fornisce medicinali o attrezzature al suo reparto di aiutare l’ associazione non profit dei suoi pazienti, tramite l’ elargizione di un contributo in denaro per il perseguimento dei fini istituzionali allo scopo – per esempio – di finanziare un progetto di ricerca o le spese di viaggio di un giovane medico del reparto, come dobbiamo definire questa fattispecie? Un aiuto, una liberalità, un tentativo di corruzione per un appalto da concedere? A questo punto il confine tra il rispetto della legge e reato è molto labile e soggetto a diverse interpretazioni, fino all’ estrema considerazione che è necessario regolare in modo puntuale queste potenziali relazioni pericolose. La stessa richiesta a un parente di finanziare la non profit dove il paziente è stato ricoverato come la dobbiamo definire? Scusandoci per la boutade anche la messa cantata, a questo punto, può diventare un reato da addebitare al prelato officiante. E volendo estendere il discorso, come dovremmo catalogare le decine e decine di congressi finanziati dalle case farmaceutiche a favore di medici, inclusi viaggi, alberghi e pagamenti di iscrizioni? Liberalità o forme di collusione più o meno opaca? è evidente come l’ argomento sia molto delicato e basterebbe parlare con gli operatori della sanità per capire come gli interessi in campo siano enormi. Una riflessione sul funzionamento del sistema a questo punto risulta necessaria, poiché in caso contrario si corre il rischio di fare di Marcelletti una vittima o un eroe, mentre il vero problema nelle centinaia di associazioni non profit presenti negli ospedali siciliani è la capacità di distinguere quelle che rispettano le leggi, svolgendo un lavoro essenziale per il mantenimento di alcuni standard di assistenza, da quelle che, sotto occhi compiaciuti o distratti, fanno affari sulla pelle dei malati.
- VINCENZO PROVENZANO

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Unicredit, arriva ‘Universo non profit’

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Ottobre 19, 2009

Roma, 13 ott. – (Adnkronos) – Unicredit ‘investe’ nel non profit. La banca di Piazza Cordusio, vista la crescente rilevanza del settore e la coerenza con i propri valori fondanti, ha deciso di offrire un modello di servizio dedicato, con una gamma di prodotti/servizi ad hoc e personale specializzato. Dal 9 novembre ‘Universo non profit’ sara’ operativo presso le oltre 4.200 filiali delle banche retail del Gruppo (Unicredit Banca, Unicredit Banca di Roma e Banco di Sicilia).

L’iniziativa e’ stata presentata questa mattina alla Camera. A fare gli onori di casa il vicepresidente Maurizio Lupi che ha evidenziato come il tema della sussidiarieta’ sia “uno dei punti di incontro tra maggioranza e opposizione”. Il non profit, ha aggiunto, “rappresenta anche una risorsa in termini economici, perche’ e’ un settore in crescita per addetti e fatturato”.

Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha evidenziato la rilevanza della scelta di un grande gruppo bancario che “si riorganizza in funzione di una componente sempre piu’ ‘pesante’ nell’economia e nella societa’”. Il Governo, ha aggiunto, “vuole incoraggiare fortemente il dono”, attraverso un modello sociale che “riconosca spazio al terzo settore”, puntando su “persona, famiglia e comunita’ come valori di riferimento”. In questo contesto, il settore creditizio “deve aiutarci a far emergere le attivita’ che meritano”, perche’ “anche in questo comparto devono prevalere le regole del mercato”.

Quello di cui parla il ministro e’ un contributo che Unicredit ritiene di assicurare con ‘Universo non profit’. A partire proprio dalla leva del merito di credito. E’ stato pensato per il settore un percorso di valutazione creditizia dedicato e UniCredit si propone anche di supportare le imprese e le associazioni nell’attivita’ di fund raising e di formazione manageriale.

Il nuovo servizio si sviluppa nell’ambito dell’offerta esistente di UniCredit per le piccole imprese, con una specifica formazione per i ruoli chiave. Inoltre e’ stato introdotto ”l’Amico del Non Profit”, una figura informale che sara’ l’ambasciatore dell’iniziativa, sia internamente che esternamente e che fungera’ da primo contatto per le informazioni di base per la clientela interessata. L’adesione e’ su base volontaria e potra’ coinvolgere tutti dipendenti (anche i pensionati) che hanno esperienze e sensibilita’ verso il mondo non profit.

A descrivere il fenomeno no profit in termini quantitativi e’ stato il portavoce del Forum del Terzo settore, Andrea Olivero: all’interno del forum sono 94mila i soggetti con autonomia giuridica, mentre sono oltre 250mila complessivamente, con una dimensione economica aggregata ampiamente superiore a 8 mld di euro. Le associazioni e le imprese non profit impiegano oltre 700 mila lavoratori retribuiti e oltre 4 milioni di volontari. Il fatturato del settore si attesta intorno ai 45.600 milioni di euro con una crescita del 29% dal 2001.

Articolo su: http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Unicredit-arriva-Universo-non-profit-con-servizi-ad-hoc-per-il-settore_3877389667.html

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Nasce un documento di “Buone prassi” sulla raccolta fondi face-to-face

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Settembre 23, 2009

Roma, Italia — Amnesty International, Greenpeace, Medici Senza Frontiere, Save the Children e l’Alto Commissariato delle Nazione Unite per i Rifugiati (UNHCR) firmano un documento di ‘Buone Prassi’ per garantire maggiore trasparenza e affidabilità nella raccolta fondi realizzata mediante la tecnica del ‘face-to face’. Per la prima volta, nell’ambito del fundraising, alcune tra le maggiori organizzazioni internazionali hanno lavorato insieme per dotarsi di uno strumento di autoregolamentazione.

Il settore del non profit italiano ha visto crescere, con sempre maggiore rilevanza negli ultimi cinque anni, l’attività di raccolta fondi basato sul ‘face-to-face’. Ispirandosi al “Codes of Fundraising Practices” dell’Institute of Fundraising britannico, alcune tra le maggiori Organizzazioni No Profit (ONP) presenti in Italia, hanno sentito l’esigenza di dotarsi di linee guida per delineare le “Buone Prassi”, da condividere e applicare nell’ambito del ‘face-to-face’. Ciò a tutela del donatore, dell’organizzazione ed anche del personale coinvolto: i dialogatori.

Il ‘Face-to-face’, conosciuto anche come dialogo diretto, è una modalità di raccolta fondi basata sul’invito personale a effettuare donazioni regolari tramite domiciliazione bancaria o postale o carta di credito. L’attività si svolge prevalentemente in strada, in un luogo di pubblico accesso, o porta a porta e costituisce un mezzo efficace ed efficiente attraverso il quale le persone possono sostenere le ONP.

Le organizzazioni firmatarie di questo protocollo considerano “l’accountability” e la trasparenza nei confronti del pubblico di fondamentale importanza. Per questo i contenuti principali del documento sono tesi a garantire una formazione di qualità ai dialogatori e adeguate regole di comportamento e approccio. Inoltre i dialogatori devono avere un’immediata e certa riconoscibilità da parte del pubblico e sono tenuti a fornire ai potenziali sostenitori informazioni chiare e precise sulla causa e sulle attività a cui è destinata la raccolta fondi.

Le organizzazioni promotrici auspicano che questa iniziativa sia il primo passo verso una più ampia partecipazione e condivisione, e anche per questa ragione hanno richiesto il patrocinio dell’Associazione Italiana Fundraisers (Assif).

Note

Il documento di ‘Buone prassi’:
http://www.greenpeace.org/raw/content/italy/ufficiostampa/file/dialogatori-regole

08-05-09
Greenpeace Italia: http://www.greenpeace.org/italy/

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Estratti da una intervista a P.Giganti (WWF Italia-Assif)

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 30, 2009

Su segnalazione di un nostro lettore pubblichiamo alcuni estratti di una incredibile intervista a Paolo Giganti: Membro dell’ Assif (Associazione Italiana Fundraiser) e Responsabile Raccolta Fondi WWF Italia rilasciata il 18 aprile 2008.

L’intervista completa sul sito dell’ ASSIF (http://www.assif.it/index.php?option=com_content&task=view&id=136&Itemid=36)

4. Quale riconosce lei come un buon corso (per foundraiser?- NDR)

Non esiste un buon corso, questo mestiere si impara sporcandosi le mani dentro le associazioni, con uno o due anni di cammino e di esperienza. Non credo neanche che l’Assif sia in grado di identificare quale corso sia meglio di un altro. In realtà l’Assif dovrebbe prefiggersi l’obiettivo di decidere una serie di corsi di formazione, è uno dei cammini da seguire in futuro, in quanto, oggi come oggi, costituiscono un business per chi li organizza. Secondo me non ha alcun senso fare un corso di formazione se non si fa un periodo di stage; infatti, chi li offre dovrebbe già avere in tasca l’adesione del WWF o dell’Unicef a prendere tizio per un periodo di 3 mesi. […]

9. Qual e’ il rapporto tra fundraiser e istituzioni per quanto riguarda le entrate?

Purtroppo i responsabili della raccolta-fondi non hanno un rapporto diretto con i vertici delle organizzazioni, i quali non hanno ancora capito l’importanza di questo mestiere. I fundraiser non sono pienamente coscienti del fatto che le entrate più cospicue non sono i venti euro che ti da il povero pensionato, ma sono i soldi provenienti dalle aziende, senza contare i lasciti. (…) I fundraiser dovrebbero invece essere coscienti di un po’ tutte le entrate, sia di quelle provenienti dai privati cittadini che dalle imprese; poi ci sono i contributi pubblici, dello Stato, delle Regioni, ecc. (…)

10. Qual e’ il rapporto tra l’apparato nazionale e internazionale di un’organizzazione onlus?

Ci sono organizzazioni la cui attività fondamentale è la raccolta-fondi ed il cui compito è di mandare all’organizzazione internazionale i fondi. Un caso del genere è rappresentato dall’Unicef internazionale, a cui l’Unicef Italia manda il 75% dei fondi raccolti. L’organismo italiano ha libertà sui progetti, ma e’ quello internazionale che decide sulle transazioni e quali progetti finanziare. Invece il WWF Italia è molto meno forte in questo passaggio di transazione, noi diamo circa il 10% delle nostre entrate al WWF internazionale (…) quello che incassiamo lo mandiamo direttamente nei progetti e strutture interne. Noi gestiamo le oasi e lo staff che si occupa un po’ di tutto e questo fa si che il nostro contributo indiretto ad agenti e centri operativi sul campo internazionale sia modesto. Il WWF internazionale non solo acconsente a ciò, ma ci è anche molto grato, perchè noi non abbiamo mai messo in discussione i loro moduli, secondo i quali poi alla fine i soldi ai grandi progetti internazionali se li vanno a cercare per conto proprio. Questo non potrebbero farlo in teoria, perchè in tutti i grandi paesi del mondo c’è la copertura di un’organizzazione nazionale. Se io faccio un accordo con te e ti dico che tu lavori in esclusiva in Italia, non posso venir poi dalle aziende italiane a farmi dare i contributi, e ciò è quello che fa l’organismo internazionale. In più questo prende da noi il 10%, non può desiderare di meglio. I grandi progetti internazionali del WWF sono fondamentalmente alimentati da alcune strutture nazionali, Stati Uniti e Olanda in primis, poi ci sono la Gran Bretagna e la Germania, i quali, avendo molti soldi a disposizione e poca progettualità in casa, si scelgono la proprietà di un grande progetto internazionale. E’ così che gli USA finanziano l’Amazzonia, la Gran Bretagna, l’Estremo Oriente, l’Olanda manda quasi tutti i suoi soldi all’Africa, ecc; invece l’Italia si è evoluta per motivi storici su un altro livello, per cui da ai grandi progetti internazionali una frazione ridotta delle entrate. Adesso sta cambiando qualcosa con la cooperazione internazionale, poichè da due anni a questa parte siamo anche noi una ONG, il che vuol dire che abbiamo attivato una serie di finanziamenti verso paesi del Terzo Mondo. Ma questi non sono contributi che escono dalle nostre tasche, noi facciamo una specie di intermediazione rispetto al Ministero degli Esteri, secondo una dinamica tra fundraiser e scopi istituzionali. Quindi, se l’Unicef e’ fondamentalmente orientata alla raccolta-fondi, noi del WWF lo siamo molto meno. Medici Senza Frontiere invece è una versione intermedia.

11. Per quale motivo il fundraiser entra a far parte di un’associazione piuttosto che un’altra, perchè ne sposa la causa o perchè è un mercenario della professione?

Io mi ritrovo al WWF non perchè l’abbia scelto, ma perchè, per una serie di causalità, si era creato un posto qui e così venni a fare un colloquio, anche se personalmente avrei preferito lavorare all’Unicef, per un’empatia maggiore che ho verso il mondo dei bambini. Comunque all’interno delle associazioni trovi persone che sono nate come volontari e che poi hanno cambiato la propria posizione evolvendo il proprio profilo professionale.

12. Un fundraiser gode di incentivi?

Da noi no. Sicuramente c’è una retribuzione in maniera non dichiarata, che non fa comunque parte del contratto di lavoro. C’è un normale processo in cui tu alla fine dell’anno ti ritrovi col tuo capo che ti dice che gli è piaciuto come hai lavorato e quindi l’anno prossimo ti da di più e comunque esiste un premio di fine anno.

13. Ci può raccontare la sua esperienza di fundraising all’interno del WWF?

Io sono stato ingaggiato nel WWF nel 1992 e sono stato stabilizzato con una normale assunzione dal 1993. Da subito sono stato responsabile dell’approvazione soci; poi, per un breve periodo di circa 6 mesi ho fatto il coordinatore dell’area marketing e della raccolta-fondi di aziende, che all’epoca era fatta dal Consiglio Soci e poi nel 2005 ho preso la direzione marketing. Il nostro ruolo è esattamente quello dei fundraiser, io mi sono a lungo battuto affinché la direzione fosse chiamata direzione raccolta-fondi, ma ho perso, sembrava una volgarità e così l’hanno chiamata direzione marketing. L’importante è quello che c’è dentro, dentro c’è tutta la parte della comunicazione, nata fuori dalla direzione; non facciamo altro che dare stretto supporto, indagini di mercato, interviste, la considero una parte integrante del fundraising. Per quanto riguarda il nostro settore, una delle difficoltà è di far entrare nella testa delle persone il fatto che gli aspetti economici sono una priorità logica, non stiamo parlando di filosofia. Bisogna far fronte all’aspetto banale, pratico, che a fine mese lo stipendio ai dipendenti lo devi pagare, qualcuno ti deve portare a casa i soldi. Credo che questa sia la principale difficoltà in molte associazioni no-profit, anche se non in tutte. Mi faccio interprete di un mugugno dei miei colleghi, siccome c’è questa questioncella che se l’organizzazione spende 1 milione di euro al mese almeno deve fare entrare 1 milione di euro al mese. Se non ce la fai poi sembra che è colpa del fundraiser, mentre se ce la fai è normale.

14. La sua figura professionale non e’ nata nel fundraising?

Io sono nato nel 1979 con l’Automobile Club d’Italia, vi sono stato dall’89 all’84, avevo un ruolo di collaboratore per perseguire una carriera direttiva. Usavo spesso tecniche di promozione soci, tra l’altro in quegli anni sperimentammo la vendita per corrispondenza della tessera ACI, avevamo una rete di uffici locali, delegazioni, ecc., che vendevano le iscrizioni. Noi decidemmo di provare la promozione a distanza, via posta e quindi per noi fu una sorta di scoperta del mondo del rapporto a distanza con la gente. Poi scelsi di lasciare l’ACI e di passare ad una delle poche aziende romane che faceva network per corrispondenza. Il mio lasciare l’ACI fu legato al fatto che il mio livello di carriera era arrivato ad un punto per cui decisi che era arrivato il momento di andarmene da là. Decisi di fare questo passaggio dalla struttura pubblica a quella privata, occupandomi a pieno titolo di vendite per corrispondenza. Poi nell’89 tracollò tutto, per ragioni che adesso non menziono, ed io cominciai ad agitarmi per trovare un’altra collocazione. Fui assunto da uno dei miei clienti, un’agenzia che vendeva videocassette che si chiamava VideoElectronics, dove facevo il sostegno dei venditori, lavoravo sulle persone fisiche, ci sono stato fino alla chiusura dell’azienda, avvenuta nel ‘91. Quindi quando arrivai al WWF capii che al no-profit serviva una specializzazione nel settore della corrispondenza. L’Italia era allora inondata di buste del WWF, dell’ Unicef e di tante altre organizzazioni.

16. Come viene controllato il suo lavoro, relativamente a procedure interne, budget, scadenze, orario di lavoro, ecc.?

Io compilo periodicamente dei report e alla fine dell’anno faccio un resoconto, si discute sul piano strategico generale. In genere racconto quello che faccio, non devo riportare le spese o i guadagni. Il budget non viene controllato. Il budget al WWF viene chiuso tre mesi dopo la chiusura dei progetti. E’ vero che prima hanno tentato di fare un controllo trimestrale sul budget, ma ora si fa solo se le entrate diminuiscono drasticamente e allora scatta il campanello d’allarme. Poi ultimamente siamo stati beneficiari di lasciti, soprattutto negli ultimi due anni, visto che dei ricchi signori hanno versato milioni di euro, di cui solo la metà erano soci. Comunque bisogna ripensare a un rapporto interno tra l’associazione e i soci, non possiamo contare sempre sui lasciti occasionali.

17. Il reclutamento come avviene?

Il reclutamento è un altro aspetto critico, funziona male se si offre poco in termini di stabilità del rapporto e di retribuzione, su cui non abbiamo una grandissima attrattiva. Alcune associazioni ci battono perchè offrono contratti migliori. Il problema non è se le associazioni ti offrono una collaborazione continuativa da 1500 euro, il problema vero riguarda le prospettive future. Io avevo quattro persone, avrei voluto che fossero regolarmente assunte, uno alla volta, ma poi c’era il problema di chi assumere e mi hanno detto tassativamente di no.

18. Secondo lei le sue capacità vengono sfruttate a pieno?

Secondo me manca una collaborazione; come rappresentante dei soci del WWF dovrei conoscerli tutti, però molti di loro, a parte quei mille che mi sono vicini sul territorio, vengono ignorati.

21. Quale potrebbe essere l’evoluzione di questa attività?

Credo che ci sarà una crisi in questo mestiere, non penso che riusciremo a lavorare a livello globale per molti anni ancora, ci vuole maggiore professionalità, maggiore formazione, più giovani. In passato era più facile lavorare, anche se si era improvvisati, non esistevano particolari tecniche di marketing. Essendo la nostra una generazione nata sul mestiere, prima bastava noleggiare due strumenti di base e andavi tranquillo. Oggi i giovani hanno più possibilità, mentre la mia generazione non riesce a maneggiare strumenti nuovi. La cosa fondamentale che devi fare alla fine del gioco è di far quadrare i conti. Se hai speso 100 devi portare a casa 100, se porti 150 meglio ancora. Questo poi è il lavoro del manager, tu hai un tot e lo devi investire. Bisogna saper fare questo per diventare a tutti gli effetti un fundraiser.

22. E’ possibile che la difficoltà di portare avanti la raccolta-fondi sia dovuta all’attrattiva esercitata dal tipo di tematica?

L’ambiente in questo paese è stato per molti anni un valore portante, negli anni Ottanta ha avuto delle posizioni importanti con una mobilizzazione sull’affare delle centrali nucleari, il referendum sui pesticidi in agricoltura. A quei tempi ti arrivava a casa la lettera del WWF che ti chiedeva un supporto economico. Poi molte altre tematiche si sono aggiunte il decennio successivo. Ad esempio, nel ‘92 è arrivato il Telefono Azzurro che è stato un giorno in televisione a fare raccolta-fondi per l’apertura di centralini di assistenza per i bambini e raccolse una cifra vicina ai 16 miliardi di lire; fu un momento di svolta fondamentale. Poi ci fu la Guerra del Golfo e l’attenzione degli italiani si spostò su altre tematiche rispetto a quelle dell’ambiente e della salvaguardia degli animali. Oggi invece c’è un bombardamento di richieste di cooperazione con associazioni che tutelano tematiche sensibili verso l’aspetto umano, la fame nel mondo, le malattie, la povertà, ecc, quindi si tende a sostenere questo tipo di cause. Purtroppo oggi il WWF non va più di moda. Io ripeto che l’attenzione per l’ambiente è diventata semplicemente un valore di fondo. A sentir parlare sono tutti ambientalisti, però poi sono in pochi quelli che prendono 50 euro e li donano al WWF o ad altre organizzazioni. E’ proprio una materia che è sparita dagli occhi degli italiani. Oggi peraltro si sta spostando più sul campo istituzionale, perchè c’è l’intervento anche del Ministero dell’Ambiente, la gente paga le tasse. I soldi al WWF li danno quando tu fai sognare la gente con le oasi, o presenti loro specifici progetti.
24. Come vede lo scambio tra settore profit e no-profit?

Credo che oggi sia più diffuso di una volta. Sento ancora qualcuno che ha voglia di tornare al no-profit, a volte il passaggio è motivato da un senso di liberazione. Personalmente mi sono buttato nel no-profit per la difficoltà di re-inserirmi nel profit.

25. Esistono due generazioni a confronto nel mondo del fundraising?

Nel WWF secondo me i più giovani non hanno una conflittualità nei miei confronti, mi portano rispetto per la mia anzianità ed esperienza. Non ci sono dispute riguardo alle decisioni da prendere, in quanto ho io la responsabilità verso i settori più sensibili.

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L’ Industria della Solidarietà

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 10, 2009

copj13

L’industria della Solidarietà
di Linda Polman
Ed. Mondadori, pp. 214

La Feltrinelli ed.

Dopo anni trascorsi ad analizzare il complesso e contraddittorio ruolo delle organizzazioni umanitarie, il libro mette a confronto le loro nobili dichiarazioni di intenti e la dura realtà del lavoro quotidiano che devono affrontare nelle zone di guerra. Chi avrebbe mai immaginato che in un settore come quello della cooperazione internazionale, in cui il profitto non è l’obiettivo precipuo delle organizzazioni e i dipendenti sono persone disposte a sacrificare la propria vita per cercare di migliorare quella degli altri, i rapporti tra le diverse Organizzazioni Non Governative che vi operano sono altamente competitivi? Nessuno ci ha mai raccontato che l’industria degli aiuti umanitari è la quinta economia mondiale. E neppure che i costi di avvio di un’operazione in zona di guerra sono altissimi e generano la paradossale convenienza a rimanere il più a lungo possibile, indipendentemente dal reale bisogno di protrarre un intervento, una volta affrontate queste enormi spese.

Il Mondo delle ONG una vera potenza
di Fabio Scuto
su Il Venerdì di Repubblica 10 luglio 2009

Indagine sulla galassia “umanitaria” che si mette in moto a ogni crisi nel Pianeta. Una realtà complessa, con 40mila Ong animate da scopi nobilissimi, ma spesso, con logica di mercato, in aperta concorrenza tra loro. Con un business da sei miliardi di dollari l’anno. Questa è la Quinta economia del mondo (però non siede mai ai G8).

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Dialogatore face-to-face

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Maggio 30, 2009

Vi racconto il mio lavoro di dialogatore face to face
Bertrando Goio (Trieste) lettera a Repubblica 29 maggio 09

Sono un giovane adulto (così si dice oggi) di 33 anni. Laurea in Storia e Dottorato in Geopolitica, Università di Trieste. Trovo solo lavori di pochi mesi, sottopagati, in nero. L’ultima novità, dopo centinaia di curriculum inviati, mi trovo a fare il dialogatore face to face, da Lunedì a Sabato, senza ferie. Sei ore in piedi non-stop a tentare di convincere una fetta di umanità a versare soldi per qualche causa, ecologista o umanitaria. E’ un lavoro e come tale l’ho preso. Salvo poi farmi redarguire dal, ora si chiama così il capo, team leader: devo avere un atteggiamento positivo e vincente (frasi fatte imparate sul libretto). In sei ore si fanno 2, 3 sottoscrizioni. Le sei ore diventano poi otto a discrezione del team leader, che se deve vedere la partita di calcio, ci dice che si va a casa mezz’ora prima. Dov’è finito il rispetto per le persone? Dov’è finita la dignità? Forse i mendicanti faticano meno e guadagnano di più Dovrà durare ancora questo stato di cose? Arriverò con bastone e dentiera a chiedere: “signora, ha visto? Aiutiamo i bambini, venga che le faccio vedere”? Io temo di si.

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Il licenziamento collettivo ed i datori di lavoro non imprenditori

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Maggio 20, 2009

“Il licenziamento collettivo ed i datori di lavoro non imprenditori”
di Avv. Rocchina Staiano (dottore di ricerca-Università di Salerno)
(lunedì 28 giugno 2004)

1. Le novità introdotte dal D. Lgs. 110/2004 in tema di licenziamento collettivo.

Il D. Lgs. 8 aprile 2004 n. 110, modificando l’art. 24 della L.223/1991 , ha esteso il licenziamento collettivo anche ai datori di lavoro non imprenditori, quindi agli imprenditori che svolgono, senza fine di lucro, attività di natura politica, sindacale, culturale, di istruzione o di religione o di culto. Tale modifica è divenuta necessaria, in quanto la Corte di Giustizia Europea, con sentenza del 16 ottobre 2003, C-32/02, ha dichiarato illegittima la legge italiana sui licenziamenti collettivi nella disposizione (art. 24) relativa all’esclusione dei datori di lavoro che nell’ambito delle loro attività non perseguono fini di lucro.
[...]

2. Rassegna giurisprudenziale sull’art. 2082 c.c.: nozione di “datore di lavoro imprenditore”.

I. La condizione perchè un soggetto acquisti lo status di imprenditore è che l’attività economico- commerciale, pur svolta per il tramite di altra struttura, sia direttamente e personalmente riferibile ad esso (Cassazione civile, sez. I, 19 febbraio 1999, n. 1396, in Giust. Civ., Mass., 1999, 443).

II. L’attività di prestazione di garanzie personali, priva di diretta od indiretta motivazione ed estranea ad una generale operatività sul mercato (in quanto rivolta in via esclusiva a favore di un unico soggetto), esclude lo svolgimento di attività imprenditoriale (Tribunale Torino, 10 ottobre 1997, in Giur. it., 1998, 737).

III. L’acquisto della qualifica di imprenditore, anche ai fini dell’assoggettabilità alle procedure concorsuali, richiede non una semplice intenzione, ovvero il compimento di atti preparatori ed organizzativi, ma l’effettivo esercizio professionale dell’attività, ossia la concreta gestione dell’organizzazione imprenditoriale (Corte appello Bologna 4 ottobre 1985, in Giur. comm., 1986, II, 617).

IV. L’abitualità, sistematicità e continuità dell’attività economica, assunte come indice della professionalità necessaria, ex art. 2082 c.c., per l’acquisto della qualità di imprenditore, vanno intese in senso non assoluto ma relativo, poichè anche lo svolgimento di un unico affare può comportare la qualifica imprenditoriale, in considerazione della sua rilevanza economica e della complessità delle operazioni in cui si articola (Cassazione civile, sez. I, 31 maggio 1986 n. 3690, in Giust. civ., Mass., 1986, fasc. 5).

V. Lo scopo di lucro che costituisce requisito essenziale della nozione di impresa è individuabile non solo quando l attività intrapresa sia rivolta al diretto incremento pecuniario, ma in qualsiasi utilità economica, consista questa in un risparmio di spesa o in altro vantaggio patrimoniale (Cassazione civile, sez. I, 3 dicembre 1981 n. 6395, in Giust. civ., Mass., 1981, fasc. 12).

3. Rassegna giurisprudenziale sulla nozione di “datore di lavoro non imprenditore”.

I. Al fine di configurare un’organizzazione di tendenza, che, ai sensi dell art. 4, 1. 11 maggio 1990 n. 108, è esclusa dall ambito di operatività della tutela reale prevista – in caso di licenziamenti illegittimi – dall art. 18 1. 20 maggio 1970 n. 300 (come modificato dall art. 1 1. 11 maggio 1990 n. 108), è necessario che si tratti di datore di lavoro “non imprenditore”, privo dei requisiti previsti dall art. 2082 c.c. (e cioè, professionalità, organizzazione, natura economica dell attività, consistente nella produzione di beni o servizi, ovvero nell interposizione nello scambio di beni o servizi). In particolare, l’applicazione della disciplina, prevista dalla l. n.108 del 1990 (art. 4) per le organizzazioni di tendenza, presuppone l accertamento in concreto, da parte del giudice di merito, dell assenza, nella singola organizzazione, di una struttura imprenditoriale e della presenza dei requisiti tipici dell’organizzazione di tendenza, come definita dall art. 4 1. 11 maggio 1990 n. 108 (Cassazione civile sez. lav., 22 novembre 1999, n. 12926, in Foro it., 2000, I, 74).

l’articolo completo su:
http://www.lavoroprevidenza.com/leggi_articolo.asp?id=105

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Terzo settore. Agenzia delle Entrate: “Regole più strette sulle agevolazioni per le associazioni”

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Maggio 5, 2009

Terzo settore. Agenzia delle Entrate: “Regole più strette sulle agevolazioni per le associazioni”
(10 aprile 2009)
Agenzia delle Entrate
http://www.superabile.it/web/it/CANALI_TEMATICI/Associazioni/Inchieste/info-1934343973.html”>SuperAbile-Inail

Circolare dell’Agenzia delle entrate: in arrivo regole più stringenti per gli enti di tipo associativo che beneficiano di norme di favore e nuove agevolazioni in campo per le Onlus. Ecco i primi dettagli…

ROMA – In arrivo regole più stringenti per gli enti di tipo associativo che beneficiano di norme di favore e nuove agevolazioni in campo per le Onlus. Da quest’anno, infatti, come spiega la circolare 12/E dell’Agenzia delle Entrate, pubblicata oggi, “per godere dei benefici fiscali, ai fini delle imposte sui redditi e dell’Iva, gli enti associativi di natura privatistica, incluse le società sportive dilettantistiche e le organizzazioni di volontariato, sono tenuti a comunicare all’Agenzia i dati e le notizie rilevanti ai fini del controllo fiscale”. Obiettivo primario della novità, introdotta dal decreto anticrisi (dl 185 del 2008), è “di tutelare le forme associazionistiche incentivate e, al contempo, contrastarne l’uso distorto che lede la libertà di concorrenza tra gli operatori commerciali”.

Dall’obbligo di comunicazione dei dati, continua la circolare, restano comunque escluse alcune specifiche categorie: “le associazioni pro-loco che abbiano esercitato l’opzione per il regime agevolativo (legge 398 del 1991), avendo realizzato nel periodo d’imposta precedente proventi inferiori a 250mila euro”; gli “enti associativi dilettantistici iscritti nel registro del Coni che non svolgono attività commerciale”; le “organizzazioni di volontariato” iscritte nei registri regionali (art.6 legge 266 del 1991) “che non svolgono attività commerciali diverse da quelle marginali”.

La circolare chiarisce, inoltre, che le associazioni di volontariato “non possono assumere la qualifica di Onlus di diritto se svolgono attività commerciali diverse da quelle marginali e pertanto anche per loro scatta l’obbligo di comunicazione delle notizie rilevanti ai fini del controllo fiscale”. Inoltre “sempre il decreto anticrisi ha stabilito nuove regole in favore delle Onlus in tema di beneficenza e di imposta catastale. La circolare, in particolare, spiega che “rientra nella beneficenza”, quale settore d’attività in cui possono operare le Onlus, oltre all’attività di erogazione gratuita in denaro o in natura” a favore degli indigenti, anche quella di “erogazione gratuita di somme di denaro provenienti dalla gestione patrimoniale della Onlus” o da campagne di raccolta di donazioni, “a favore di enti che presentino i requisiti stabiliti dallo stesso decreto anticrisi”.

Infine, con efficacia temporale limitata al 31 dicembre 2009, il decreto 185 del 2008 ha previsto “un’imposta catastale fissa di 168 euro per i trasferimenti a titolo oneroso in favore delle Onlus, a condizione che l’immobile venga utilizzato per lo svolgimento delle attività istituzionali”. Il testo completo della circolare 12/E è disponibile sul sito Internet dell’Agenzia delle Entrate – www.agenziaentrate.gov.it – all’interno della sezione Circolari e Risoluzioni. Su FiscoOggi.it sarà inoltre pubblicato un articolo di approfondimento.

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Greenpeace, Legambiente e il Wwf

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Aprile 21, 2009

Greenpeace, Legambiente e il Wwf
Febbraio 26th, 2009
http://www.lorenzodamelio.org/

Non sono in molti a conoscere la più evidente differenza tra Greenpeace, Legambiente e il Wwf. Non sto parlando degli ideali, dato che in comune c’è il pensiero della non-violenza e del rispetto della natura. Mi voglio incentrare piuttosto sull’indipendenza di queste tre organizzazioni. Greenpeace delle tre è l’unica a non accettare aiuti economici da governi, enti pubblici, partiti politici o società private e si finanzia esclusivamente con il contributo di singoli individui che ne condividono la missione. Anche l’associazione Grilli biellesi di cui faccio parte ha deciso di abbracciare questo tipo di filosofia, volta a garantire la massima indipendenza. Legambiente non ha fatto la stessa scelta, nella propria presentazione sta scritto che “è riconosciuta dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare come associazione d’interesse ambientale; fa parte del Bureau Européen de l’Environnement, l’organismo che raccoglie tutte le principali associazioni ambientaliste europee, e della Iucn (The World Conservation Union). È riconosciuta dal Ministero degli Affari Esteri come ONG di sviluppo”. Questo gli determina degli aiuti non solo economici, ma di rete, anche se determina un’associazione maggiormente istituzionale e conseguentemente meno libera nei suoi atti. Il Wwf ha una filosofia altrettanto istituzionale e meno partecipativa dal basso, tanto che è tra le organizzazioni che possono ricevere finanziamenti dal Ministero degli Esteri. Con questo non intendo considerare di meno valore ciò che Legambiente e Wwf fanno, ma ho ritenuto giusto approfondire queste realtà.

Intanto vi posto un filmato dove il nuovo direttore esecutivo di Greenpeace : http://www.youtube.com/watch?v=Prc1MOFoi2s

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