Lavoro e No Profit

Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!

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Sanità il mondo opaco delle onlus

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Novembre 13, 2009

CI E’ STATO SEGNALATO QUESTO INTERESSANTE ARTICOLO:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/05/13/sanita-il-mondo-opaco-delle-onlus.html

Repubblica — sezione: PALERMO -13 maggio 2008
C’ è una sorta di simmetria tra la condanna in primo grado dell’ ex ministro della sanità Girolamo Sirchia, passato come il promotore della legge contro il fumo nei locali pubblici in Italia, e i reati di truffa e peculato contestati al professore Carlo Marcelletti. Nella poltiglia di fatti pubblici e privati che si mescolano nell’ inchiesta, lasciando da parte il presunto scambio di sms del chirurgo con una tredicenne, è infatti necessario riflettere su un aspetto particolare: i rapporti opachi tra il mondo del non profit e la sanità. L’ esistenza delle organizzazioni non profit e in particolare delle onlus (organizzazioni non lucrative di utilità sociale) presenti all’ interno degli ospedali italiani, è un argomento poco esplorato. E forse sarebbe opportuno avviare una rigorosa analisi per capire in che misura gli attuali problemi di un primario come Marcelletti, da sempre sotto la lente dei media e della pubblica opinione, potrebbero presentarsi per molti suoi colleghi magari meno noti che operano negli ospedali siciliani. Riprendiamo per un attimo la vicenda Sirchia. Dopo tre anni tra indagini e dibattimento, il primario di ematologia è stato dichiarato colpevole di appropriazione indebita per avere girato sui propri conti una parte delle entrate della Fondazione “Il sangue”, da lui stesso creata per governare le donazioni versate nell’ ospedale in cui Sirchia era primario. Secondo la sentenza, Sirchia pescava disinvoltamente nei bilanci dell’ ente. La pena commutata rimane in ogni caso virtuale perché è subentrato l’ indulto. E virtuale è anche l’ ulteriore sanzione che ha escluso Sirchia per cinque anni dai pubblici uffici, a causa del sopraggiungere della prescrizione.
A nche Marcelletti ha la sua onlus, la Abc, acronimo di Associazione per la cura del bambino cardiopatico. Ci si può collegare al sito della organizzazione, attraverso il quale è anche possibile fare direttamente le donazioni, il cui scopo è di aiutare l’ onlus a svolgere, tra le altre attività, «la manutenzione e il rinnovo delle apparecchiature interne del reparto di cardiochirurgia che devono essere tecnicamente impeccabili per garantire i nostri piccoli pazienti». In tale ambito sarà la magistratura a valutare se sono state effettuate malversazioni e a giudicarne la eventuale gravità. D’ altro canto – e gli addetti ai lavori lo sanno bene – il problema centrale delle onlus è quello della loro opacità amministrativa, anche alla luce del fondamentale requisito della non ripartizione degli eventuali utili conseguiti che devono essere utilizzati all’ interno di queste associazioni, chiamate anche onp, cioè organizzazioni non profit. Questo elemento ci permette di aggiungere un’ altra considerazione. Sfatiamo il mito di un non profit sempre povero. Pur con l’ aiuto del fondamentale lavoro gratuito dei volontari, alcune di queste organizzazioni i profitti li fanno – non c’ è nulla di male – e il denaro ottenuto è in funzione del grado di imprenditorialità delle stesse attività svolte. La vera criticità è come le onp si finanziano e utilizzano le risorse raccolte per i fini propri dell’ associazione. Il problema è proprio questo e basta un esempio per farsi un’ idea delle diverse implicazioni. Se un primario suggerisce a una azienda che fornisce medicinali o attrezzature al suo reparto di aiutare l’ associazione non profit dei suoi pazienti, tramite l’ elargizione di un contributo in denaro per il perseguimento dei fini istituzionali allo scopo – per esempio – di finanziare un progetto di ricerca o le spese di viaggio di un giovane medico del reparto, come dobbiamo definire questa fattispecie? Un aiuto, una liberalità, un tentativo di corruzione per un appalto da concedere? A questo punto il confine tra il rispetto della legge e reato è molto labile e soggetto a diverse interpretazioni, fino all’ estrema considerazione che è necessario regolare in modo puntuale queste potenziali relazioni pericolose. La stessa richiesta a un parente di finanziare la non profit dove il paziente è stato ricoverato come la dobbiamo definire? Scusandoci per la boutade anche la messa cantata, a questo punto, può diventare un reato da addebitare al prelato officiante. E volendo estendere il discorso, come dovremmo catalogare le decine e decine di congressi finanziati dalle case farmaceutiche a favore di medici, inclusi viaggi, alberghi e pagamenti di iscrizioni? Liberalità o forme di collusione più o meno opaca? è evidente come l’ argomento sia molto delicato e basterebbe parlare con gli operatori della sanità per capire come gli interessi in campo siano enormi. Una riflessione sul funzionamento del sistema a questo punto risulta necessaria, poiché in caso contrario si corre il rischio di fare di Marcelletti una vittima o un eroe, mentre il vero problema nelle centinaia di associazioni non profit presenti negli ospedali siciliani è la capacità di distinguere quelle che rispettano le leggi, svolgendo un lavoro essenziale per il mantenimento di alcuni standard di assistenza, da quelle che, sotto occhi compiaciuti o distratti, fanno affari sulla pelle dei malati.
- VINCENZO PROVENZANO

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Unicredit, arriva ‘Universo non profit’

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Ottobre 19, 2009

Roma, 13 ott. – (Adnkronos) – Unicredit ‘investe’ nel non profit. La banca di Piazza Cordusio, vista la crescente rilevanza del settore e la coerenza con i propri valori fondanti, ha deciso di offrire un modello di servizio dedicato, con una gamma di prodotti/servizi ad hoc e personale specializzato. Dal 9 novembre ‘Universo non profit’ sara’ operativo presso le oltre 4.200 filiali delle banche retail del Gruppo (Unicredit Banca, Unicredit Banca di Roma e Banco di Sicilia).

L’iniziativa e’ stata presentata questa mattina alla Camera. A fare gli onori di casa il vicepresidente Maurizio Lupi che ha evidenziato come il tema della sussidiarieta’ sia “uno dei punti di incontro tra maggioranza e opposizione”. Il non profit, ha aggiunto, “rappresenta anche una risorsa in termini economici, perche’ e’ un settore in crescita per addetti e fatturato”.

Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha evidenziato la rilevanza della scelta di un grande gruppo bancario che “si riorganizza in funzione di una componente sempre piu’ ‘pesante’ nell’economia e nella societa’”. Il Governo, ha aggiunto, “vuole incoraggiare fortemente il dono”, attraverso un modello sociale che “riconosca spazio al terzo settore”, puntando su “persona, famiglia e comunita’ come valori di riferimento”. In questo contesto, il settore creditizio “deve aiutarci a far emergere le attivita’ che meritano”, perche’ “anche in questo comparto devono prevalere le regole del mercato”.

Quello di cui parla il ministro e’ un contributo che Unicredit ritiene di assicurare con ‘Universo non profit’. A partire proprio dalla leva del merito di credito. E’ stato pensato per il settore un percorso di valutazione creditizia dedicato e UniCredit si propone anche di supportare le imprese e le associazioni nell’attivita’ di fund raising e di formazione manageriale.

Il nuovo servizio si sviluppa nell’ambito dell’offerta esistente di UniCredit per le piccole imprese, con una specifica formazione per i ruoli chiave. Inoltre e’ stato introdotto ”l’Amico del Non Profit”, una figura informale che sara’ l’ambasciatore dell’iniziativa, sia internamente che esternamente e che fungera’ da primo contatto per le informazioni di base per la clientela interessata. L’adesione e’ su base volontaria e potra’ coinvolgere tutti dipendenti (anche i pensionati) che hanno esperienze e sensibilita’ verso il mondo non profit.

A descrivere il fenomeno no profit in termini quantitativi e’ stato il portavoce del Forum del Terzo settore, Andrea Olivero: all’interno del forum sono 94mila i soggetti con autonomia giuridica, mentre sono oltre 250mila complessivamente, con una dimensione economica aggregata ampiamente superiore a 8 mld di euro. Le associazioni e le imprese non profit impiegano oltre 700 mila lavoratori retribuiti e oltre 4 milioni di volontari. Il fatturato del settore si attesta intorno ai 45.600 milioni di euro con una crescita del 29% dal 2001.

Articolo su: http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Unicredit-arriva-Universo-non-profit-con-servizi-ad-hoc-per-il-settore_3877389667.html

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Nasce un documento di “Buone prassi” sulla raccolta fondi face-to-face

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Settembre 23, 2009

Roma, Italia — Amnesty International, Greenpeace, Medici Senza Frontiere, Save the Children e l’Alto Commissariato delle Nazione Unite per i Rifugiati (UNHCR) firmano un documento di ‘Buone Prassi’ per garantire maggiore trasparenza e affidabilità nella raccolta fondi realizzata mediante la tecnica del ‘face-to face’. Per la prima volta, nell’ambito del fundraising, alcune tra le maggiori organizzazioni internazionali hanno lavorato insieme per dotarsi di uno strumento di autoregolamentazione.

Il settore del non profit italiano ha visto crescere, con sempre maggiore rilevanza negli ultimi cinque anni, l’attività di raccolta fondi basato sul ‘face-to-face’. Ispirandosi al “Codes of Fundraising Practices” dell’Institute of Fundraising britannico, alcune tra le maggiori Organizzazioni No Profit (ONP) presenti in Italia, hanno sentito l’esigenza di dotarsi di linee guida per delineare le “Buone Prassi”, da condividere e applicare nell’ambito del ‘face-to-face’. Ciò a tutela del donatore, dell’organizzazione ed anche del personale coinvolto: i dialogatori.

Il ‘Face-to-face’, conosciuto anche come dialogo diretto, è una modalità di raccolta fondi basata sul’invito personale a effettuare donazioni regolari tramite domiciliazione bancaria o postale o carta di credito. L’attività si svolge prevalentemente in strada, in un luogo di pubblico accesso, o porta a porta e costituisce un mezzo efficace ed efficiente attraverso il quale le persone possono sostenere le ONP.

Le organizzazioni firmatarie di questo protocollo considerano “l’accountability” e la trasparenza nei confronti del pubblico di fondamentale importanza. Per questo i contenuti principali del documento sono tesi a garantire una formazione di qualità ai dialogatori e adeguate regole di comportamento e approccio. Inoltre i dialogatori devono avere un’immediata e certa riconoscibilità da parte del pubblico e sono tenuti a fornire ai potenziali sostenitori informazioni chiare e precise sulla causa e sulle attività a cui è destinata la raccolta fondi.

Le organizzazioni promotrici auspicano che questa iniziativa sia il primo passo verso una più ampia partecipazione e condivisione, e anche per questa ragione hanno richiesto il patrocinio dell’Associazione Italiana Fundraisers (Assif).

Note

Il documento di ‘Buone prassi’:
http://www.greenpeace.org/raw/content/italy/ufficiostampa/file/dialogatori-regole

08-05-09
Greenpeace Italia: http://www.greenpeace.org/italy/

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Estratti da una intervista a P.Giganti (WWF Italia-Assif)

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 30, 2009

Su segnalazione di un nostro lettore pubblichiamo alcuni estratti di una incredibile intervista a Paolo Giganti: Membro dell’ Assif (Associazione Italiana Fundraiser) e Responsabile Raccolta Fondi WWF Italia rilasciata il 18 aprile 2008.

L’intervista completa sul sito dell’ ASSIF (http://www.assif.it/index.php?option=com_content&task=view&id=136&Itemid=36)

4. Quale riconosce lei come un buon corso (per foundraiser?- NDR)

Non esiste un buon corso, questo mestiere si impara sporcandosi le mani dentro le associazioni, con uno o due anni di cammino e di esperienza. Non credo neanche che l’Assif sia in grado di identificare quale corso sia meglio di un altro. In realtà l’Assif dovrebbe prefiggersi l’obiettivo di decidere una serie di corsi di formazione, è uno dei cammini da seguire in futuro, in quanto, oggi come oggi, costituiscono un business per chi li organizza. Secondo me non ha alcun senso fare un corso di formazione se non si fa un periodo di stage; infatti, chi li offre dovrebbe già avere in tasca l’adesione del WWF o dell’Unicef a prendere tizio per un periodo di 3 mesi. […]

9. Qual e’ il rapporto tra fundraiser e istituzioni per quanto riguarda le entrate?

Purtroppo i responsabili della raccolta-fondi non hanno un rapporto diretto con i vertici delle organizzazioni, i quali non hanno ancora capito l’importanza di questo mestiere. I fundraiser non sono pienamente coscienti del fatto che le entrate più cospicue non sono i venti euro che ti da il povero pensionato, ma sono i soldi provenienti dalle aziende, senza contare i lasciti. (…) I fundraiser dovrebbero invece essere coscienti di un po’ tutte le entrate, sia di quelle provenienti dai privati cittadini che dalle imprese; poi ci sono i contributi pubblici, dello Stato, delle Regioni, ecc. (…)

10. Qual e’ il rapporto tra l’apparato nazionale e internazionale di un’organizzazione onlus?

Ci sono organizzazioni la cui attività fondamentale è la raccolta-fondi ed il cui compito è di mandare all’organizzazione internazionale i fondi. Un caso del genere è rappresentato dall’Unicef internazionale, a cui l’Unicef Italia manda il 75% dei fondi raccolti. L’organismo italiano ha libertà sui progetti, ma e’ quello internazionale che decide sulle transazioni e quali progetti finanziare. Invece il WWF Italia è molto meno forte in questo passaggio di transazione, noi diamo circa il 10% delle nostre entrate al WWF internazionale (…) quello che incassiamo lo mandiamo direttamente nei progetti e strutture interne. Noi gestiamo le oasi e lo staff che si occupa un po’ di tutto e questo fa si che il nostro contributo indiretto ad agenti e centri operativi sul campo internazionale sia modesto. Il WWF internazionale non solo acconsente a ciò, ma ci è anche molto grato, perchè noi non abbiamo mai messo in discussione i loro moduli, secondo i quali poi alla fine i soldi ai grandi progetti internazionali se li vanno a cercare per conto proprio. Questo non potrebbero farlo in teoria, perchè in tutti i grandi paesi del mondo c’è la copertura di un’organizzazione nazionale. Se io faccio un accordo con te e ti dico che tu lavori in esclusiva in Italia, non posso venir poi dalle aziende italiane a farmi dare i contributi, e ciò è quello che fa l’organismo internazionale. In più questo prende da noi il 10%, non può desiderare di meglio. I grandi progetti internazionali del WWF sono fondamentalmente alimentati da alcune strutture nazionali, Stati Uniti e Olanda in primis, poi ci sono la Gran Bretagna e la Germania, i quali, avendo molti soldi a disposizione e poca progettualità in casa, si scelgono la proprietà di un grande progetto internazionale. E’ così che gli USA finanziano l’Amazzonia, la Gran Bretagna, l’Estremo Oriente, l’Olanda manda quasi tutti i suoi soldi all’Africa, ecc; invece l’Italia si è evoluta per motivi storici su un altro livello, per cui da ai grandi progetti internazionali una frazione ridotta delle entrate. Adesso sta cambiando qualcosa con la cooperazione internazionale, poichè da due anni a questa parte siamo anche noi una ONG, il che vuol dire che abbiamo attivato una serie di finanziamenti verso paesi del Terzo Mondo. Ma questi non sono contributi che escono dalle nostre tasche, noi facciamo una specie di intermediazione rispetto al Ministero degli Esteri, secondo una dinamica tra fundraiser e scopi istituzionali. Quindi, se l’Unicef e’ fondamentalmente orientata alla raccolta-fondi, noi del WWF lo siamo molto meno. Medici Senza Frontiere invece è una versione intermedia.

11. Per quale motivo il fundraiser entra a far parte di un’associazione piuttosto che un’altra, perchè ne sposa la causa o perchè è un mercenario della professione?

Io mi ritrovo al WWF non perchè l’abbia scelto, ma perchè, per una serie di causalità, si era creato un posto qui e così venni a fare un colloquio, anche se personalmente avrei preferito lavorare all’Unicef, per un’empatia maggiore che ho verso il mondo dei bambini. Comunque all’interno delle associazioni trovi persone che sono nate come volontari e che poi hanno cambiato la propria posizione evolvendo il proprio profilo professionale.

12. Un fundraiser gode di incentivi?

Da noi no. Sicuramente c’è una retribuzione in maniera non dichiarata, che non fa comunque parte del contratto di lavoro. C’è un normale processo in cui tu alla fine dell’anno ti ritrovi col tuo capo che ti dice che gli è piaciuto come hai lavorato e quindi l’anno prossimo ti da di più e comunque esiste un premio di fine anno.

13. Ci può raccontare la sua esperienza di fundraising all’interno del WWF?

Io sono stato ingaggiato nel WWF nel 1992 e sono stato stabilizzato con una normale assunzione dal 1993. Da subito sono stato responsabile dell’approvazione soci; poi, per un breve periodo di circa 6 mesi ho fatto il coordinatore dell’area marketing e della raccolta-fondi di aziende, che all’epoca era fatta dal Consiglio Soci e poi nel 2005 ho preso la direzione marketing. Il nostro ruolo è esattamente quello dei fundraiser, io mi sono a lungo battuto affinché la direzione fosse chiamata direzione raccolta-fondi, ma ho perso, sembrava una volgarità e così l’hanno chiamata direzione marketing. L’importante è quello che c’è dentro, dentro c’è tutta la parte della comunicazione, nata fuori dalla direzione; non facciamo altro che dare stretto supporto, indagini di mercato, interviste, la considero una parte integrante del fundraising. Per quanto riguarda il nostro settore, una delle difficoltà è di far entrare nella testa delle persone il fatto che gli aspetti economici sono una priorità logica, non stiamo parlando di filosofia. Bisogna far fronte all’aspetto banale, pratico, che a fine mese lo stipendio ai dipendenti lo devi pagare, qualcuno ti deve portare a casa i soldi. Credo che questa sia la principale difficoltà in molte associazioni no-profit, anche se non in tutte. Mi faccio interprete di un mugugno dei miei colleghi, siccome c’è questa questioncella che se l’organizzazione spende 1 milione di euro al mese almeno deve fare entrare 1 milione di euro al mese. Se non ce la fai poi sembra che è colpa del fundraiser, mentre se ce la fai è normale.

14. La sua figura professionale non e’ nata nel fundraising?

Io sono nato nel 1979 con l’Automobile Club d’Italia, vi sono stato dall’89 all’84, avevo un ruolo di collaboratore per perseguire una carriera direttiva. Usavo spesso tecniche di promozione soci, tra l’altro in quegli anni sperimentammo la vendita per corrispondenza della tessera ACI, avevamo una rete di uffici locali, delegazioni, ecc., che vendevano le iscrizioni. Noi decidemmo di provare la promozione a distanza, via posta e quindi per noi fu una sorta di scoperta del mondo del rapporto a distanza con la gente. Poi scelsi di lasciare l’ACI e di passare ad una delle poche aziende romane che faceva network per corrispondenza. Il mio lasciare l’ACI fu legato al fatto che il mio livello di carriera era arrivato ad un punto per cui decisi che era arrivato il momento di andarmene da là. Decisi di fare questo passaggio dalla struttura pubblica a quella privata, occupandomi a pieno titolo di vendite per corrispondenza. Poi nell’89 tracollò tutto, per ragioni che adesso non menziono, ed io cominciai ad agitarmi per trovare un’altra collocazione. Fui assunto da uno dei miei clienti, un’agenzia che vendeva videocassette che si chiamava VideoElectronics, dove facevo il sostegno dei venditori, lavoravo sulle persone fisiche, ci sono stato fino alla chiusura dell’azienda, avvenuta nel ‘91. Quindi quando arrivai al WWF capii che al no-profit serviva una specializzazione nel settore della corrispondenza. L’Italia era allora inondata di buste del WWF, dell’ Unicef e di tante altre organizzazioni.

16. Come viene controllato il suo lavoro, relativamente a procedure interne, budget, scadenze, orario di lavoro, ecc.?

Io compilo periodicamente dei report e alla fine dell’anno faccio un resoconto, si discute sul piano strategico generale. In genere racconto quello che faccio, non devo riportare le spese o i guadagni. Il budget non viene controllato. Il budget al WWF viene chiuso tre mesi dopo la chiusura dei progetti. E’ vero che prima hanno tentato di fare un controllo trimestrale sul budget, ma ora si fa solo se le entrate diminuiscono drasticamente e allora scatta il campanello d’allarme. Poi ultimamente siamo stati beneficiari di lasciti, soprattutto negli ultimi due anni, visto che dei ricchi signori hanno versato milioni di euro, di cui solo la metà erano soci. Comunque bisogna ripensare a un rapporto interno tra l’associazione e i soci, non possiamo contare sempre sui lasciti occasionali.

17. Il reclutamento come avviene?

Il reclutamento è un altro aspetto critico, funziona male se si offre poco in termini di stabilità del rapporto e di retribuzione, su cui non abbiamo una grandissima attrattiva. Alcune associazioni ci battono perchè offrono contratti migliori. Il problema non è se le associazioni ti offrono una collaborazione continuativa da 1500 euro, il problema vero riguarda le prospettive future. Io avevo quattro persone, avrei voluto che fossero regolarmente assunte, uno alla volta, ma poi c’era il problema di chi assumere e mi hanno detto tassativamente di no.

18. Secondo lei le sue capacità vengono sfruttate a pieno?

Secondo me manca una collaborazione; come rappresentante dei soci del WWF dovrei conoscerli tutti, però molti di loro, a parte quei mille che mi sono vicini sul territorio, vengono ignorati.

21. Quale potrebbe essere l’evoluzione di questa attività?

Credo che ci sarà una crisi in questo mestiere, non penso che riusciremo a lavorare a livello globale per molti anni ancora, ci vuole maggiore professionalità, maggiore formazione, più giovani. In passato era più facile lavorare, anche se si era improvvisati, non esistevano particolari tecniche di marketing. Essendo la nostra una generazione nata sul mestiere, prima bastava noleggiare due strumenti di base e andavi tranquillo. Oggi i giovani hanno più possibilità, mentre la mia generazione non riesce a maneggiare strumenti nuovi. La cosa fondamentale che devi fare alla fine del gioco è di far quadrare i conti. Se hai speso 100 devi portare a casa 100, se porti 150 meglio ancora. Questo poi è il lavoro del manager, tu hai un tot e lo devi investire. Bisogna saper fare questo per diventare a tutti gli effetti un fundraiser.

22. E’ possibile che la difficoltà di portare avanti la raccolta-fondi sia dovuta all’attrattiva esercitata dal tipo di tematica?

L’ambiente in questo paese è stato per molti anni un valore portante, negli anni Ottanta ha avuto delle posizioni importanti con una mobilizzazione sull’affare delle centrali nucleari, il referendum sui pesticidi in agricoltura. A quei tempi ti arrivava a casa la lettera del WWF che ti chiedeva un supporto economico. Poi molte altre tematiche si sono aggiunte il decennio successivo. Ad esempio, nel ‘92 è arrivato il Telefono Azzurro che è stato un giorno in televisione a fare raccolta-fondi per l’apertura di centralini di assistenza per i bambini e raccolse una cifra vicina ai 16 miliardi di lire; fu un momento di svolta fondamentale. Poi ci fu la Guerra del Golfo e l’attenzione degli italiani si spostò su altre tematiche rispetto a quelle dell’ambiente e della salvaguardia degli animali. Oggi invece c’è un bombardamento di richieste di cooperazione con associazioni che tutelano tematiche sensibili verso l’aspetto umano, la fame nel mondo, le malattie, la povertà, ecc, quindi si tende a sostenere questo tipo di cause. Purtroppo oggi il WWF non va più di moda. Io ripeto che l’attenzione per l’ambiente è diventata semplicemente un valore di fondo. A sentir parlare sono tutti ambientalisti, però poi sono in pochi quelli che prendono 50 euro e li donano al WWF o ad altre organizzazioni. E’ proprio una materia che è sparita dagli occhi degli italiani. Oggi peraltro si sta spostando più sul campo istituzionale, perchè c’è l’intervento anche del Ministero dell’Ambiente, la gente paga le tasse. I soldi al WWF li danno quando tu fai sognare la gente con le oasi, o presenti loro specifici progetti.
24. Come vede lo scambio tra settore profit e no-profit?

Credo che oggi sia più diffuso di una volta. Sento ancora qualcuno che ha voglia di tornare al no-profit, a volte il passaggio è motivato da un senso di liberazione. Personalmente mi sono buttato nel no-profit per la difficoltà di re-inserirmi nel profit.

25. Esistono due generazioni a confronto nel mondo del fundraising?

Nel WWF secondo me i più giovani non hanno una conflittualità nei miei confronti, mi portano rispetto per la mia anzianità ed esperienza. Non ci sono dispute riguardo alle decisioni da prendere, in quanto ho io la responsabilità verso i settori più sensibili.

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L’ Industria della Solidarietà

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 10, 2009

copj13

L’industria della Solidarietà
di Linda Polman
Ed. Mondadori, pp. 214

La Feltrinelli ed.

Dopo anni trascorsi ad analizzare il complesso e contraddittorio ruolo delle organizzazioni umanitarie, il libro mette a confronto le loro nobili dichiarazioni di intenti e la dura realtà del lavoro quotidiano che devono affrontare nelle zone di guerra. Chi avrebbe mai immaginato che in un settore come quello della cooperazione internazionale, in cui il profitto non è l’obiettivo precipuo delle organizzazioni e i dipendenti sono persone disposte a sacrificare la propria vita per cercare di migliorare quella degli altri, i rapporti tra le diverse Organizzazioni Non Governative che vi operano sono altamente competitivi? Nessuno ci ha mai raccontato che l’industria degli aiuti umanitari è la quinta economia mondiale. E neppure che i costi di avvio di un’operazione in zona di guerra sono altissimi e generano la paradossale convenienza a rimanere il più a lungo possibile, indipendentemente dal reale bisogno di protrarre un intervento, una volta affrontate queste enormi spese.

Il Mondo delle ONG una vera potenza
di Fabio Scuto
su Il Venerdì di Repubblica 10 luglio 2009

Indagine sulla galassia “umanitaria” che si mette in moto a ogni crisi nel Pianeta. Una realtà complessa, con 40mila Ong animate da scopi nobilissimi, ma spesso, con logica di mercato, in aperta concorrenza tra loro. Con un business da sei miliardi di dollari l’anno. Questa è la Quinta economia del mondo (però non siede mai ai G8).

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Dialogatore face-to-face

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Maggio 30, 2009

Vi racconto il mio lavoro di dialogatore face to face
Bertrando Goio (Trieste) lettera a Repubblica 29 maggio 09

Sono un giovane adulto (così si dice oggi) di 33 anni. Laurea in Storia e Dottorato in Geopolitica, Università di Trieste. Trovo solo lavori di pochi mesi, sottopagati, in nero. L’ultima novità, dopo centinaia di curriculum inviati, mi trovo a fare il dialogatore face to face, da Lunedì a Sabato, senza ferie. Sei ore in piedi non-stop a tentare di convincere una fetta di umanità a versare soldi per qualche causa, ecologista o umanitaria. E’ un lavoro e come tale l’ho preso. Salvo poi farmi redarguire dal, ora si chiama così il capo, team leader: devo avere un atteggiamento positivo e vincente (frasi fatte imparate sul libretto). In sei ore si fanno 2, 3 sottoscrizioni. Le sei ore diventano poi otto a discrezione del team leader, che se deve vedere la partita di calcio, ci dice che si va a casa mezz’ora prima. Dov’è finito il rispetto per le persone? Dov’è finita la dignità? Forse i mendicanti faticano meno e guadagnano di più Dovrà durare ancora questo stato di cose? Arriverò con bastone e dentiera a chiedere: “signora, ha visto? Aiutiamo i bambini, venga che le faccio vedere”? Io temo di si.

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Il licenziamento collettivo ed i datori di lavoro non imprenditori

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Maggio 20, 2009

“Il licenziamento collettivo ed i datori di lavoro non imprenditori”
di Avv. Rocchina Staiano (dottore di ricerca-Università di Salerno)
(lunedì 28 giugno 2004)

1. Le novità introdotte dal D. Lgs. 110/2004 in tema di licenziamento collettivo.

Il D. Lgs. 8 aprile 2004 n. 110, modificando l’art. 24 della L.223/1991 , ha esteso il licenziamento collettivo anche ai datori di lavoro non imprenditori, quindi agli imprenditori che svolgono, senza fine di lucro, attività di natura politica, sindacale, culturale, di istruzione o di religione o di culto. Tale modifica è divenuta necessaria, in quanto la Corte di Giustizia Europea, con sentenza del 16 ottobre 2003, C-32/02, ha dichiarato illegittima la legge italiana sui licenziamenti collettivi nella disposizione (art. 24) relativa all’esclusione dei datori di lavoro che nell’ambito delle loro attività non perseguono fini di lucro.
[...]

2. Rassegna giurisprudenziale sull’art. 2082 c.c.: nozione di “datore di lavoro imprenditore”.

I. La condizione perchè un soggetto acquisti lo status di imprenditore è che l’attività economico- commerciale, pur svolta per il tramite di altra struttura, sia direttamente e personalmente riferibile ad esso (Cassazione civile, sez. I, 19 febbraio 1999, n. 1396, in Giust. Civ., Mass., 1999, 443).

II. L’attività di prestazione di garanzie personali, priva di diretta od indiretta motivazione ed estranea ad una generale operatività sul mercato (in quanto rivolta in via esclusiva a favore di un unico soggetto), esclude lo svolgimento di attività imprenditoriale (Tribunale Torino, 10 ottobre 1997, in Giur. it., 1998, 737).

III. L’acquisto della qualifica di imprenditore, anche ai fini dell’assoggettabilità alle procedure concorsuali, richiede non una semplice intenzione, ovvero il compimento di atti preparatori ed organizzativi, ma l’effettivo esercizio professionale dell’attività, ossia la concreta gestione dell’organizzazione imprenditoriale (Corte appello Bologna 4 ottobre 1985, in Giur. comm., 1986, II, 617).

IV. L’abitualità, sistematicità e continuità dell’attività economica, assunte come indice della professionalità necessaria, ex art. 2082 c.c., per l’acquisto della qualità di imprenditore, vanno intese in senso non assoluto ma relativo, poichè anche lo svolgimento di un unico affare può comportare la qualifica imprenditoriale, in considerazione della sua rilevanza economica e della complessità delle operazioni in cui si articola (Cassazione civile, sez. I, 31 maggio 1986 n. 3690, in Giust. civ., Mass., 1986, fasc. 5).

V. Lo scopo di lucro che costituisce requisito essenziale della nozione di impresa è individuabile non solo quando l attività intrapresa sia rivolta al diretto incremento pecuniario, ma in qualsiasi utilità economica, consista questa in un risparmio di spesa o in altro vantaggio patrimoniale (Cassazione civile, sez. I, 3 dicembre 1981 n. 6395, in Giust. civ., Mass., 1981, fasc. 12).

3. Rassegna giurisprudenziale sulla nozione di “datore di lavoro non imprenditore”.

I. Al fine di configurare un’organizzazione di tendenza, che, ai sensi dell art. 4, 1. 11 maggio 1990 n. 108, è esclusa dall ambito di operatività della tutela reale prevista – in caso di licenziamenti illegittimi – dall art. 18 1. 20 maggio 1970 n. 300 (come modificato dall art. 1 1. 11 maggio 1990 n. 108), è necessario che si tratti di datore di lavoro “non imprenditore”, privo dei requisiti previsti dall art. 2082 c.c. (e cioè, professionalità, organizzazione, natura economica dell attività, consistente nella produzione di beni o servizi, ovvero nell interposizione nello scambio di beni o servizi). In particolare, l’applicazione della disciplina, prevista dalla l. n.108 del 1990 (art. 4) per le organizzazioni di tendenza, presuppone l accertamento in concreto, da parte del giudice di merito, dell assenza, nella singola organizzazione, di una struttura imprenditoriale e della presenza dei requisiti tipici dell’organizzazione di tendenza, come definita dall art. 4 1. 11 maggio 1990 n. 108 (Cassazione civile sez. lav., 22 novembre 1999, n. 12926, in Foro it., 2000, I, 74).

l’articolo completo su:
http://www.lavoroprevidenza.com/leggi_articolo.asp?id=105

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Sono 4.720 le fondazioni attive in Italia: prima rilevazione dell’Istat

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Maggio 5, 2009

SuperAbile-Inail

19 ottobre 2007

Rispetto al 1999 la crescita è di quasi il 57%, specialmente al Nord Ovest. Si investe soprattutto su assistenza sociale e cultura: più vocate le regioni dell’Italia nordoccidentale. Premi e borse studio i servizi più erogati

ROMA – Sono 4.720 le fondazioni attive in Italia al 31 dicembre 2005, mentre 247, alla data della rilevazione, non avevano ancora avviato l’attività o l”avevano sospesa temporaneamente. I dati sono stati diffusi oggi dall’Istat che nel biennio 2006-2007 ha svolto la prima rilevazione su questi istituti. Sono per la maggior parte di recente costituzione (54,6% si è costituito nell’ultimo decennio) e mentre quelle più “giovani” sono distribuite soprattutto nel Nord-ovest, al Centro e nel Mezzogiorno risulta maggiormente elevata la percentuale di fondazioni più antiche.

Distribuzione disomogenea – Il 44,2% si trova nel Nord-ovest (2.087 fondazioni), mentre nel Nord-est, al Centro e nel Mezzogiorno opera rispettivamente il 20,7% (978), il 20,2% (951) e il 14,9% (704). Rispetto agli ultimi dati disponibili (1999) il numero delle fondazioni è cresciuto di quasi il 57%; crescita dovuta “in buona parte al processo di privatizzazione delle istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza (Ipab) e alla conseguente trasformazione in fondazione di alcune di esse”. La crescita più sensibile nel Nord-ovest dove si passa dal 35,6% al 44,2%, mentre una tendenza opposta si registra nelle altre aree del paese, dove, pur in presenza di un aumento in termini assoluti, la quota relativa scende: dal 22,2% al 20,7% nel Nord-est; dal 23,2% al 20,2% al Centro e dal 19,0% al 14,9% nel Mezzogiorno. Inoltre nel Nord-ovest (55,5%, rispetto al 49,5% nazionale) è più forte la presenza di fondazioni operative, rispetto al Centro dove prevalgono le miste (38,2% a fronte di 30,5%) e delle erogative nel Mezzogiorno (26,6% rispetto a 20,0%). In particolare in Valle d’Aosta è presente la percentuale più elevata di fondazioni operative (71,0%), in Molise (44,4%) qulla delle fondazioni erogative mentre le fondazioni miste sono prevalenti nel Lazio (43,3%) e nelle province autonome di Trento e Bolzano (42,3% e 38,9%, rispettivamente).

Si investe su assistenza e cultura – Sono l’assistenza sociale (17,3%) e la cultura (16,5%) gli ambiti di intervento più frequenti per le fondazioni (rielaborazione dell’International Classification of Nonprofit Organizations che ha individuato 17 settori operativi). Seguono con il 13,5% l’istruzione e con il 12,8% il finanziamento di progetti, il 12,7% della filantropia, l’8,5% della religione e culto e, fanalino di coda, la ricerca con il 7,7%. La vocazione socio-assistenziale e educativa risulta più marcata nelle regioni dell’Italia nordoccidentale, un risultato “determinato principalmente dalle Ipab trasformatesi in fondazioni”, secondo l’Istat. Nelle regioni del Nord est assumono maggior peso le fondazioni che operano nel settore della filantropia (15,0%) e del finanziamento di progetti (14,0%), mentre al Centro si registra una maggiore incidenza relativa delle fondazioni culturali (22,4%). Nel Mezzogiorno, infine, la vocazione prevalente riguarda il settore della religione e culto (18,2%) e quella dell’assistenza sociale (20,0%). Il 53,2% delle fondazioni opera in un solo settore di attività, percentuale sale al 69,1% tra le fondazioni attive prevalentemente nell’istruzione, al 60,5% tra quelle che si occupano di filantropia e al 58,8% tra quelle che operano nel settore del finanziamento di progetti.

Premi e borse di studio, i servizi più offerti – Rispetto alla gamma di servizi offerti dalle fondazioni i più diffusi sono quelli relativi all’erogazione di premi e borse di studio (15,0% delle fondazioni), alla realizzazione di convegni, seminari, conferenze e congressi (13,2%), all’istruzione prescolastica (12,8%), all’assistenza in residenze protette (12,5%) e al finanziamento di progetti socio-assistenziali (12,0%). Seguono la realizzazione di corsi tematici e/o laboratori (9,5%), il finanziamento di progetti educativi (9,3%), la realizzazione di spettacoli teatrali, musicali e cinematografici (9,2%), il finanziamento di progetti artistico-culturali (7,9%), la gestione di biblioteche, centri di documentazione e archivi (7,6%), l’organizzazione di esposizioni e mostre (7,5%), l’erogazione di contributi a persone in difficoltà economica (7,4%) e il finanziamento di progetti medico-sanitari (7,2%).

Circa 16 milioni gli utenti – Il 70, 9% delel fondazioni offre servizi direttamente all’utenza; crica 16 milioni gli utenti complessivi, di cui 14 milioni “senza disagi specifici”. Tra questi infatti la categoria maggiormente presente è quella dei cittadini in generale (70,1%) seguita dagli adulti (16,6%) e dai minori (5,0%). Tra gli utenti con disagi, i malati sono la tipologia numericamente più elevata (circa 1 milione di persone che rappresentano il 49,1% del complesso degli utenti con disagi), seguiti dagli anziani (19,1%) e dalle persone in difficoltà (10,5%).

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Fondazioni, un patrimonio da 85 miliardi. Più “ricchi” gli istituti del Centro

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Maggio 5, 2009

Fondazioni, un patrimonio da 85 miliardi. Più “ricchi” gli istituti del Centro
(19 ottobre 2007)
Superabile-Inail

Possono vantare un patrimonio di oltre 34 milioni e, pur costituendo il 20% delle attive in Italia, assorbono il 45,5% delle entrate. In Italia coinvolgono 156.251 persone, oltre due terzi utilizza personale retribuito

ROMA – Nel 2005 le fondazioni hanno registrato entrate complessive per 15,6 miliardi di euro, con una media per istituzione di circa 3,3 milioni di euro; 11,5 miliardi di euro le uscite (circa 2,4 milioni di euro in media). Secondo l’Istat, che ha diffuso oggi i dati del primo censimento sulle fondazioni, al 31 dicembre 2005 il patrimonio complessivo ammontava a 85 miliardi di euro, con un importo medio di circa 18 milioni di euro per fondazione. Circa la metà del patrimonio complessivo è gestito dalle fondazioni bancarie e un altro 20% dagli enti di previdenza privatizzati. Gli istituti del Centro sembrano i più ricchi: il patrimonio è di circa 34.323 milioni di euro e malgrado siano solo il 20,2% delle fondazioni italiane:, assorbono il 45,5% delle entrate complessive. Seguono, con il 35,3%, le fondazioni del Nord-ovest, e, a sensibile distanza quelle del Nord-est e del Mezzogiorno, che beneficiano, rispettivamente, del 12,3% e del 6,9% del totale delle entrate.

Più “piccole” le erogative – Le entrate risultano prevalentemente concentrate tra le fondazioni miste, che costituiscono il 30,5% delle unità, ma raccolgono il 52,4% del valore totale delle entrate. Al contrario, le fondazioni operative, che costituiscono il 49,5% del totale, rappresentano il 23,3% delle entrate complessive. Infine, per le fondazioni erogative si registra una quota percentuale delle entrate (24,2%) sostanzialmente proporzionata alla loro numerosità (20,0%). Il 68% ha dichiarato un importo inferiore a 500 mila euro, il 9,6% tra 500 mila e 1 milione di euro, il 7,9% tra 1 e 2 milioni, l’8,1% tra 2 e 5 milioni e il 6,4% uguale o superiore a 5 milioni di euro. Nella tipologia delle erogative prevalgono le fondazioni di minori dimensioni economiche e in questo caso la percentuale di fondazioni con ricavi inferiore a 100 mila euro sale a circa il 55% mentre, le fondazioni medio-grandi e grandi sono maggiormente frequenti tra le operative e tra le miste: il 66% ed il 65,3% delle fondazioni appartenenti a queste tipologie mostrano, rispettivamente, livelli delle entrate uguali o superiori a 100 mila euro.

Le fonti di finanziamento – Il 78,1% delle fondazioni registra entrate di origine privata e il 21,9% di fonte pubblica: nel Mezzogiorno è meno accentuato il ricorso al finanziamento privato (70,7%), mentre è più frequente nel Nord-est e nelle regioni del Centro (rispettivamente 81,2% e 81,4%). Inoltre il 96,0% delle fondazioni erogative si finanzia con entrate di fonte privata, mentre l’incidenza del finanziamento da fonte prevalentemente pubblica presenta il livello più elevato per le operative (31,0%). Il 30,6% delle entrate delle fondazioni è costituito da redditi patrimoniali, il 25,6% dalle entrate derivanti da quote versate dai soci e dagli iscritti, il 15,7% dai ricavi derivanti da contratti e/o convenzioni con istituzioni pubbliche e il 10,4% dai ricavi da vendita di beni e servizi. Se nel Nord-ovest sono relativamente più consistenti le entrate derivanti da contratti e convenzioni (31,4%), nel Nord-est è preponderante la quota relativa ai redditi patrimoniali (53,5% ), al Centro invece prevale l’incidenza delle somme versate dai soci e/o dagli iscritti (54,3%) e nel Mezzogiorno quelle costituite dai ricavi da contratti e/o convenzioni con istituzioni pubbliche e dai sussidi e contributi (rispettivamente 43,8% e 18,1%). Le fondazioni operative si finanziano in via prevalente con entrate derivanti da contratti e o convenzioni (33,4%) e dalla vendita di beni e servizi (30,3% ), le erogative quasi esclusivamente con redditi patrimoniali (86,0%) e le miste prevalentemente con le somme versate dai soci e/o dagli iscritti (48,2%).

Oltre due terzi delle fondazioni impiega personale retribuito – Nelle fondazioni operano 156.251 persone, di cui il 52,2% (81.581 unità) sono dipendenti, il 29,5% (46.144) volontari, il 12,5% (19.469) collaboratori, il 3,3% (5.087) lavoratori distaccati o comandati da imprese o istituzioni, il 2% (3.162) religiosi e lo 0,5% (808) volontari del servizio civile. I lavoratori retribuiti (dipendenti, collaboratori e personale distaccato o comandato) sono pari a 106.137 unità, mentre le risorse umane non retribuite sono 50.114. Nel Mezzogiorno e del Nord-ovest si osserva una percentuale di dipendenti superiore a quella rilevata a livello nazionale (rispettivamente il 62,7% e 60,3% a fronte del 52,2% nazionale). Il Nord-est e, soprattutto, il Centro si distinguono per le maggiori quote di volontari (rispettivamente il 34,2% e il 57,9% a fronte del 29,5% nazionale). In quelle operative è maggiore l’incidenza relativa di dipendenti (62,1%) e di collaboratori (14,6% ), mentre nelle erogative e nelle miste i volontari presentano quote superiori al 40% (rispettivamente 41,6% e 44,5%). Le donne rappresentano il 65,1% del personale; la presenza femminile sale al 78,1% tra i lavoratori distaccati o comandati e al 71,1% tra i dipendenti, mentre, pur rimanendo al di sopra del 50%, scende al 57,8% tra i volontari e al 55,9% tra i collaboratori. Oltre i due terzi delle fondazioni (70,0%) impiega, per lo svolgimento delle proprie attività, personale retribuito (dipendenti, collaboratori e personale distaccato o comandato).

Il 73,1% impiega meno di 10 persone – La classe dimensionale nella quale si concentra il maggior numero di fondazioni (1.434 fondazioni, pari al 30,4%) è quella con 1-4 unità di personale, mentre la quota di fondazioni che ne impiegano 100 e oltre risulta limitata al 4,1%. Il 73,1% impiega meno di 10 unità. Inoltre le fondazioni operative, dovendo direttamente erogare servizi all’utenza, sono più spesso di dimensioni maggiori (il 54,2% di esse impiega almeno 5 unità di personale retribuito ed il 12,8% più di 49), mentre le erogative, occupandosi della gestione di finanziamenti a terzi, sono generalmente più piccole (l’89,6% di esse opera con meno di 5 unità di personale retribuito e lo 0,2% con più di 49). Le fondazioni miste, data la loro funzione ibrida, si collocano in una posizione intermedia (il 65,0% di esse impiega meno di 5 unità di personale retribuito e l’8,4% più di 49).

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Fondazioni teatrali tra pubblico e privato

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Aprile 28, 2009

Fondazioni teatrali tra pubblico e privato
di Gianpaolo Concari

La tradizione musicale italiana: un patrimonio di tutti che cerca aiuto tra i privati. Il d.lgs. 367/96 ha cercato di avvicinare i privati alla cultura ma la manovra non è riuscita del tutto. L’articolo è pubblicato anche da Summa la rivista del Consiglio Nazionale dei Ragionieri Commercialisti ed Economisti d’Impresa.

La tradizione musicale italiana ha subito una radicale trasformazione a seguito del d.lgs. 29 giugno 1996 n. 367. La volontà del legislatore era quella di dare un forte impulso al settore, cercando di avvicinare i mecenati privati verso le grandi istituzioni musicali ingabbiati in strutture pubbliche non sempre efficienti.

L’operazione non sempre è riuscita in pieno. Da allora altre soluzioni ibride sono state escogitate per poter conservare il patrimonio della tradizione musicale (lirica e concertistica) italiana, così come di quella teatrale.

Il d.lgs. 367/96 ha di colpo trasformato gli enti di prioritario interesse nazionale che operano nel settore musicale in fondazioni di diritto privato. Più precisamente la norma ha riguardato:

• gli enti autonomi lirici e le istituzioni concertistiche assimilate

• altri enti operanti nel settore della musica, del teatro e della danza

Dal punto di vista squisitamente tecnico, si può notare che queste fondazioni non trovano il proprio fondamento né in un atto di autonomia privata, né in un negozio di fondazione.

Inoltre il contenuto dello statuto è sottratto all’autonomia privata, così come la procedura di riconoscimento della personalità giuridica è ben diverso da quello previsto per le altre fondazioni.

Le fondazioni musicali non hanno scopo di lucro e in tal senso perseguono la diffusione dell’arte musicale, provvedendo alla conservazione del patrimonio storico-culturale dei teatri loro affidati. Possono realizzare spettacoli lirici, di balletto e concerti anche in sedi diverse e svolgere, conformemente agli scopi istituzionali, attività commerciali ed accessorie, operando secondo criteri di imprenditorialità ed efficienza.

[...]

articolo completo su: Guide Supereva

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