La controriforma del mercato del lavoro
Questione sociale e decreti nei primi 100 giorni del Governo Berlusconi
Introduzione di Cesare Damiano
Questo volume vuole essere un’utile guida per approfondire, sotto il profilo politico e tecnico, i contenuti della manovra del governo Berlusconi e le relative implicazioni sui temi del mercato del lavoro e della salute e sicurezza dei lavoratori.
Vengono presi in esame i decreti relativi all’ emergenza rifiuti in Campania, al potere d’acquisto delle famiglie, alla proroga termini e alla manovra finanziaria.
Il libro contiene l’estratto dei testi legislativi, gli emendamenti, gli ordini del giorno ad essi riferiti, le interrogazioni a risposta immediata (question time) e le mozioni.
Contiene, inoltre, un saggio di Donata Gottardi, europarlamentare del Partito Democratico, intitolato “Uno sguardo dal Parlamento europeo”, che esamina tutti i temi sociali e del lavoro dibattuti in Europa.
Vi è una preziosa guida alla lettura dei decreti redatta dall’Ufficio Legislativo della Camera del Partito Democratico, nelle persone di Paolo Casali e Monica Morabito, che consente un’ agevole approfondimento delle tematiche che riguardano il lavoro e uno sguardo d’insieme sul significato dell’intervento legislativo.
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Ci troviamo di fronte ad una deregolazione feroce delle tutele sociali. Per questa definizione Maurizio Sacconi mi ha rimproverato. Infatti, io adopero raramente aggettivi del genere, ma in questo caso siamo veramente di fronte ad una deregolazione che è giusto definire “feroce”, perfino insensata, cieca al punto tale che il governo ha dovuto, grazie alla nostra opposizione, fare marcia indietro su alcune norme, talmente era vessatoria la volontà di abbassare le tutele del mercato del lavoro efficacemente regolate con il Protocollo dello scorso anno.
Una controriforma del lavoro.
Per fotografare la situazione dobbiamo parlare semplicemente di una controriforma caratterizzata da una volontà di liberalizzare nuovamente il mercato del lavoro. In sostanza, si rompe quell’equilibrio di regole fra le imprese e i lavoratori al quale noi abbiamo sempre guardato.
Siamo assolutamente sensibili al fatto che nella globalizzazione l’impresa debba garantirsi una competitività ed una buona flessibilità. Non lo abbiamo mai negato, valorizzando la contrattazione tra le parti sociali quando essa ha riguardato l’istituzione della banca delle ore o gli orari plurisettimanali e stagionali e realizzando una legislazione di sostegno alla buona flessibilità.
Abbiamo sempre detto che ogni rapporto di lavoro deve essere qualificato per quello che è: un lavoro “a progetto”, sembrerà banale, deve avere un progetto, perché altrimenti si chiama semplicemente lavoro “subordinato”. Tutto qui.
Non abbiamo mai messo in discussione la natura del rapporto di lavoro, ma abbiamo sempre voluto accertare che essa corrispondesse effettivamente al lavoro svolto e richiesto dall’impresa. Da qui la ricerca di giuste tutele per i lavoratori. La manovra del governo invece porta alla rottura dell’equilibrio tra ragioni dell’impresa e del lavoro: silenziosamente, c’è stata una profonda manomissione unilaterale del protocollo del 23 luglio del 2007.
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Ancor più preoccupante è il fatto che, attraverso una serie di iniziative legislative di alcuni esponenti del centro destra, come nel caso dell’onorevole Giuliano Cazzola, si proponga nuovamente di abrogare l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, che è a tutela dei licenziamenti, oppure l’innalzamento dell’età pensionistica delle donne, prima ancora di avere applicato le riforme previdenziali varate con il Protocollo del luglio 2007.E’ vero che il governo ha dichiarato di non voler seguire queste indicazioni, ma si tratta pur sempre di tentativi che, qualora trovassero una saldatura politica con la nuova deregolazione del mercato del lavoro, rappresenterebbero un vero e proprio attacco al nostro modello di Welfare, che porterebbe al riaccendersi di una forte tensione politica e sociale nel paese.
Del resto le note dell’Ufficio Legislativo del PD, di seguito riportate, chiariscono bene ogni dettaglio.
Tra i tanti interventi negativi del governo, segnalo alcuni argomenti che sono, a mio avviso, di particolare rilevanza.
Voglio porre l’attenzione sul problema della cancellazione della norma che impediva la firma delle dimissioni in bianco.
Sappiamo come è andata in Parlamento nella scorsa legislatura. Alla Camera votarono a favore 400 parlamentari su 407. Al Senato la norma fu votata dal centrosinistra e da Alleanza Nazionale perché il Ministro Sacconi, anche in quella occasione, si prodigò per contrastare quella legge, e votarono contro Forza Italia, UDC e Lega.
Vogliamo inoltre ricordare che le attuali Ministre Stefania Prestigiacomo, Mara Carfagna e Mariastella Gelmini, firmarono un ordine del giorno, presentato in occasione della Finanziaria 2007, per sostenere questa legge che si proponeva di tutelare soprattutto il lavoro delle donne.
Questa scelta trasversale è stata trasformata nel suo contrario, nella volontà del governo Prodi di emanare una legge sovietica, burocratica e vessatoria nei confronti delle aziende perché si utilizzava un codice alfanumerico attraverso Internet per comunicare le dimissioni, sottraendo in questo modo il lavoratore all’arbitrio dell’imprenditore disonesto.
Se la norma era complicata, non per responsabilità del governo Prodi, la si poteva rendere più semplice, ma non eliminarla, perché il problema esiste ed è molto grave.
Una palese ingiustizia.
Accanto a questo, il governo ha tentato nelle Commissioni Finanze e Bilancio di far passare una norma che, oltre alla eliminazione del libro paga, del libro presenze e del libro matricola, abrogava l’obbligo della comunicazione dell’assunzione il giorno prima dell’inizio del lavoro. Ho parlato di un tentativo ignobile: anche in questo caso ho adoperato un termine che non uso mai perché, deve essere chiaro a tutti, nella scorsa legislatura non abbiamo inserito quella norma a capriccio. Quando nell’edilizia i lavoratori che muoiono risultano in parte assunti lo stesso giorno del decesso, questo vuol dire che siamo di fronte alle assunzioni “post mortem”, un segno di inciviltà del lavoro che la norma che noi abbiamo introdotto ha abrogato.
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La parziale marcia indietro riguarda invece la cancellazione del diritto alla trasformazione del contratto a termine in tempo indeterminato, in caso di violazione delle norme sull’assunzione. Il governo ha trasformato questo diritto, che può essere sancito dal giudice in caso di contenzioso, in un semplice risarcimento fino ad un massimo di 6 mesi, ma ha successivamente ristretto la norma ”solo” alle cause in corso. Bontà sua. Una marcia indietro del tutto insufficiente che ha, inoltre, carattere di incostituzionalità. Avremo in questo modo tre fattispecie di contratti a termine: coloro che hanno avuto la fortuna di passare già attraverso un giudizio definitivo, che saranno stabili. Coloro che, dopo l’approvazione della legge non subiscono questa clausola vessatoria. Coloro che, avendo cause in corso rimarranno intrappolati .Vorrei ricordare che lo stesso Servizio Studi della Camera ha rilevato che : «Il comma 1-ter introduce una distinzione tra la disciplina applicabile ai giudizi in corso alla data di entrata in vigore delle legge di conversione e quella applicabile alle analoghe violazioni commesse in data anteriore o successiva all’entrata in vigore di tale legge e che non siano oggetto dei predetti giudizi. Al riguardo si osserva come sembri opportuna un’attenta valutazione della distinzione introdotta dalla norma in esame, alla luce del principio di ragionevolezza di cui all’articolo 3 della Costituzione».Un fatto grave.
Come ho detto, siamo riusciti ad impedire, totalmente o parzialmente, alcune scelte del governo, ma questo è ancora insufficiente. Ci sono norme che cancellano quello che avevamo introdotto con il Protocollo del 2007:c’è il ripristino del lavoro a chiamata che noi avevamo tenuto parzialmente, per i soli settori del turismo e dello spettacolo; c’è il ripristino della vecchia normativa sui disabili che era stata migliorata dal Protocollo del luglio 2007; per quanto riguarda l’apprendistato professionalizzante, dalla nuova regolazione sono escluse le Regioni perché si parla solamente di formazione di impresa e si elimina la durata minima di due anni. Tutti sappiamo che la natura particolare del rapporto di apprendistato contempera il lavoro con la formazione: se quest’ultima diventa esclusivamente svolta dall’impresa e non c’è un limite minimo di durata del contratto, avviene – come già sta avvenendo – quella torsione nell’utilizzo dell’apprendistato che è volta a prendere in considerazione una forma di impiego a basso costo, nella quale la formazione sarà svilita e per niente osservata.
Chiamiamolo allora per quello che è;scegliamo – è meglio – un lavoro accessorio, un lavoro a chiamata, piuttosto che fingere che si tratti di apprendistato.
In merito all’orario di lavoro, il diritto al riposo ogni sette giorni viene dilatato fino ad una durata quindicinale, andando contro l’articolo 36 della Costituzione che parla di riposo settimanale.
Se pensiamo al peggioramento delle norme sugli appalti, o alla “semplificazione” che sopprime i libri matricola,il libro presenze e il libro paga, sostituiti dal cosiddetto libro unico del lavoro che renderà più difficili le funzioni ispettive,abbiamo chiara la direzione di marcia impressa dal governo.
E non ho citato tutto, perché c’è la parte della pubblica amministrazione che andrebbe tenuta in considerazione.
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Tutto questo avviene non solo in un contesto economico particolare, ma in un momento nel quale è in corso la trattativa fra le parti sociali sul modello contrattuale.
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Un Welfare dei diritti o un Welfare caritatevole?
La “social card” che viene promessa ai pensionati più poveri, finanziati con i 4 miliardi che si dovrebbero rastrellare con la manovra fiscale su petrolieri e affini, riceverà 200 milioni nel 2008.
A suo tempo, quel miliardo e 200 milioni che il governo Prodi ha distribuito come “quattordicesima” ( per la prima volta a ottobre 2007 e poi tra luglio ed agosto 2008) e che ha riguardato oltre 3 milioni di pensionati che hanno ricevuto mediamente 400 euro, è stato definito da Mario Baldassarri la carità di un euro al giorno. Adesso il loro euro al giorno è diventata una grandissima trovata. Peccato che il nostro euro al giorno sia stato negoziato per sei mesi con le parti sociali ed abbia portato all’individuazione di un nuovo criterio molto semplice ed efficace: non il reddito familiare, ma quello individuale per avere diritto all’aumento. In questo modo le donne hanno potuto godere di questo beneficio che va per il 60% al lavoro dipendente e per il 40% al lavoro autonomo. Lo abbiamo anche collegato ai contributi effettivamente versati, correggendo una impostazione precedente del governo Berlusconi che non considerava le diverse posizioni contributive negli aumenti pensionistici, generando in questo modo forti disuguaglianze. I 200 milioni di Euro promessi con la “social card”(anche se con 200 milioni si fa poca strada, basta fare i conti: perché se sono 400 euro a testa, 200 milioni coinvolgono appena 500 mila persone), a chi andranno? Quali saranno i soggetti coinvolti? Come si considera l’umiliazione di presentarsi con la carta per ottenere gli sconti sui generi di prima necessità , ed essere così identificati come i più poveri nella scala sociale? Non è preferibile un Welfare dei diritti a un Welfare caritatevole?
Tutti questi argomenti ci impongano di fare una opposizione, scevra da aggettivazioni, capace di condurre battaglie che impegnino il governo a dare risposte credibili sui temi sociali.
Facciamo un esempio: il Protocollo del 2007 ha stanziato – e sono soldi coperti e deliberati, firmati da tutti i Ministri che erano coinvolti, a partire da me e Padoa Schioppa – 4 miliardi all’anno per 10 anni a favore dello stato sociale; quanti ne abbiamo spesi?
Un miliardo e 200 milioni per le pensioni più basse, 700 milioni per gli ammortizzatori sociali e 700 milioni per lo “scalone”.
Per arrivare ai 4 miliardi che cosa manca?
Il governo ci deve spiegare come farà a sommare ed armonizzare la detassazione dei premi di produttività e degli straordinari, questi ultimi destinati solo per al settore privato, che ha messo nel conto anche le erogazioni cosiddette liberali, con il Fondo di 650 milioni istituito con il Protocollo del 2007, che decorre dal 1° Gennaio di quest’anno, e che riguarda esclusivamente il salario erogato attraverso il premio di risultato.
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Quando il governo Berlusconi divide il sindacato e qualcuno non firma, quello va bene: bisogna procedere e mettere sotto accusa; quando c’è una voce contraria dalla parte delle imprese, bisogna fermarsi e riconsiderare i contenuti.
La concertazione è un esercizio complicato, non di parte, che punta ad avere la massima convergenza, anche se in alcune circostanze questa non è detto che si raggiunga.
Il testo completo su: http://www.partitodemocratico.it/gw/producer/dettaglio.aspx?id_doc=60722