Lavoro e No Profit

Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!

Archivio per la categoria ‘libro’

Giulio Marcon “Le Ambiguità degli aiuti umanitari”

Pubblicato da lavoratorinoprofit su marzo 20, 2010

Giulio Marcon
Le Ambiguità degli aiuti umanitari
Indagine critica sul Terzo Settore
Feltrinelli, 2002 pp. 187 (ISBN 9788807710070)

Dalle Ong all’intervento umanitario nei conflitti, dall’appoggio statale alle organizzazioni di volontariato alle grandi corporation del “mercato della bontà” sono molte le attività che si fregiano dell’etichetta “volontariato”. Marcon, un esperto del settore, ne mostra limiti e grandezze, in un testo destinato a far discutere. È tutto oro ciò che luccica? Cresciuto dapprima silenziosamente negli anni ottanta e finalmente esploso in tutta la sua importanza negli ultimi anni, il mondo del volontariato ha acquisito quell’importanza politica che gli è dovuta. Ma, in realtà, sono molte le zone d’ombra presenti nel suo arcipelago in cui sono apparentate tra loro in modo indistinto organizzazioni di appoggio alla politica estera dei singoli stati nazionali e associazioni che, viceversa, non possono contare su sostegni statali ma che al contempo sono motivate da fortissime ragioni di carattere etico. Anche la questione della riduzione del Welfare State si pone con sempre maggiore urgenza sullo sfondo della questione “volontariato”. Molto spesso, infatti, l’uso che viene fatto (e in alcuni casi teorizzato) delle associazioni di base è considerato come la conseguenza di un disimpegno dello stato nell’intervento sociale. Marcon, uno dei protagonisti dell’impegno umanitario, conduce una serie di riflessioni sull’intera galassia del volontariato, ma senza peli sulla lingua, in un libro destinato ad accendere più di una polemica.

Indice – Sommario
Introduzione
1. Tra globalizzazione e crisi del welfare
2. La cooperazione allo sviluppo e le Ong
3. Emergenze, guerre e organizzazioni umanitarie
4. Il Terzo settore tra business e parastato
5. Movimenti sociali e alternative concrete
Conclusioni

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L’ Industria della Solidarietà

Pubblicato da lavoratorinoprofit su luglio 10, 2009

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L’industria della Solidarietà
di Linda Polman
Ed. Mondadori, pp. 214

La Feltrinelli ed.

Dopo anni trascorsi ad analizzare il complesso e contraddittorio ruolo delle organizzazioni umanitarie, il libro mette a confronto le loro nobili dichiarazioni di intenti e la dura realtà del lavoro quotidiano che devono affrontare nelle zone di guerra. Chi avrebbe mai immaginato che in un settore come quello della cooperazione internazionale, in cui il profitto non è l’obiettivo precipuo delle organizzazioni e i dipendenti sono persone disposte a sacrificare la propria vita per cercare di migliorare quella degli altri, i rapporti tra le diverse Organizzazioni Non Governative che vi operano sono altamente competitivi? Nessuno ci ha mai raccontato che l’industria degli aiuti umanitari è la quinta economia mondiale. E neppure che i costi di avvio di un’operazione in zona di guerra sono altissimi e generano la paradossale convenienza a rimanere il più a lungo possibile, indipendentemente dal reale bisogno di protrarre un intervento, una volta affrontate queste enormi spese.

Il Mondo delle ONG una vera potenza
di Fabio Scuto
su Il Venerdì di Repubblica 10 luglio 2009

Indagine sulla galassia “umanitaria” che si mette in moto a ogni crisi nel Pianeta. Una realtà complessa, con 40mila Ong animate da scopi nobilissimi, ma spesso, con logica di mercato, in aperta concorrenza tra loro. Con un business da sei miliardi di dollari l’anno. Questa è la Quinta economia del mondo (però non siede mai ai G8).

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Il lavoro nel terzo settore. Occupazione, mercato e solidarietà di M. Lamberti

Pubblicato da lavoratorinoprofit su aprile 3, 2009

“Il lavoro nel terzo settore. Occupazione, mercato e solidarietà”
Lamberti Mariorosario (ed. Giappichelli, 2005)
ISBN: 8834857658 ISBN-13: 9788834857656

9788834857656g

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La più grande Onlus del Mondo

Pubblicato da lavoratorinoprofit su febbraio 12, 2009

La questua
Quanto costa la Chiesa agli italiani
di Curzio Maltese
ed. Feltrinelli

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Quanto costa la Chiesa cattolica ai contribuenti italiani? Chi gestisce il fiume di denaro che passa ogni anno dalle casse dello Stato alle istituzioni ecclesiastiche? E come vengono usati questi soldi?
****

Un miliardo di euro dai versamenti dell’otto per mille. 650 milioni per gli stipendi degli insegnanti di religione. 700 milioni per le convenzioni su scuola e sanità. 250 milioni per il finanziamento dei Grandi Eventi. Una cifra enorme passa ogni anno dal bilancio dello Stato italiano e degli enti locali alle casse della Chiesa cattolica. A cui bisognerebbe aggiungere almeno il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano e oggi al centro di un’inchiesta dell’Unione europea: il mancato incasso dell’Ici, l’esenzione da Irap, Ires e altre imposte, l’elusione consentita per le attività turistiche e commerciali. Per un totale di circa 4 miliardi di euro, più o meno mezza finanziaria, l’equivalente di un Ponte sullo Stretto o di un Mose all’anno. Una somma (è la stessa Conferenza episcopale italiana a dichiararlo) che solo per un quinto viene destinata a interventi di carità e di assistenza sociale.
Con il piglio del grande cronista Curzio Maltese snocciola cifre e dati, scandaglia documenti, bilanci e siti internet, dà voce a fonti insospettabili, in un’inchiesta sorprendente e coraggiosa che rielabora, amplia e integra i materiali già pubblicati a puntate sulle pagine di “Repubblica”. Il suo non è un attacco alla Chiesa in quanto tale, tanto meno lo sfogo di un anticlericalismo di maniera. È il tentativo di fare luce su una realtà troppo poco conosciuta e non sempre trasparente, che tocca però nervi sensibilissimi della democrazia italiana come la lealtà fiscale, la corretta gestione delle risorse pubbliche, la laicità dello Stato. Una realtà, inoltre, che provoca non pochi disagi all’interno stesso del mondo dei fedeli, se è vero che importanti intellettuali cattolici hanno denunciato “il dirigismo, il centralismo e lo strapotere raggiunto dalla burocrazia nella Chiesa”.

Qui l’autore presenta il libro: http://www.radioradicale.it/scheda/253832

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La controriforma del mercato del lavoro

Pubblicato da lavoratorinoprofit su novembre 17, 2008

La controriforma del mercato del lavoro

Questione sociale e decreti nei primi 100 giorni del Governo Berlusconi

Introduzione di Cesare Damiano

Questo volume vuole essere un’utile guida per approfondire, sotto il profilo politico e tecnico, i contenuti della manovra del governo Berlusconi e le relative implicazioni sui temi del mercato del lavoro e della salute e sicurezza dei lavoratori.
Vengono presi in esame i decreti relativi all’ emergenza rifiuti in Campania, al potere d’acquisto delle famiglie, alla proroga termini e alla manovra finanziaria.

Il libro contiene l’estratto dei testi legislativi, gli emendamenti, gli ordini del giorno ad essi riferiti, le interrogazioni a risposta immediata (question time) e le mozioni.

Contiene, inoltre, un saggio di Donata Gottardi, europarlamentare del Partito Democratico, intitolato “Uno sguardo dal Parlamento europeo”, che esamina tutti i temi sociali e del lavoro dibattuti in Europa.

Vi è una preziosa guida alla lettura dei decreti redatta dall’Ufficio Legislativo della Camera del Partito Democratico, nelle persone di Paolo Casali e Monica Morabito, che consente un’ agevole approfondimento delle tematiche che riguardano il lavoro e uno sguardo d’insieme sul significato dell’intervento legislativo.
[...]
Ci troviamo di fronte ad una deregolazione feroce delle tutele sociali. Per questa definizione Maurizio Sacconi mi ha rimproverato. Infatti, io adopero raramente aggettivi del genere, ma in questo caso siamo veramente di fronte ad una deregolazione che è giusto definire “feroce”, perfino insensata, cieca al punto tale che il governo ha dovuto, grazie alla nostra opposizione, fare marcia indietro su alcune norme, talmente era vessatoria la volontà di abbassare le tutele del mercato del lavoro efficacemente regolate con il Protocollo dello scorso anno.

Una controriforma del lavoro.

Per fotografare la situazione dobbiamo parlare semplicemente di una controriforma caratterizzata da una volontà di liberalizzare nuovamente il mercato del lavoro. In sostanza, si rompe quell’equilibrio di regole fra le imprese e i lavoratori al quale noi abbiamo sempre guardato.

Siamo assolutamente sensibili al fatto che nella globalizzazione l’impresa debba garantirsi una competitività ed una buona flessibilità. Non lo abbiamo mai negato, valorizzando la contrattazione tra le parti sociali quando essa ha riguardato l’istituzione della banca delle ore o gli orari plurisettimanali e stagionali e realizzando una legislazione di sostegno alla buona flessibilità.

Abbiamo sempre detto che ogni rapporto di lavoro deve essere qualificato per quello che è: un lavoro “a progetto”, sembrerà banale, deve avere un progetto, perché altrimenti si chiama semplicemente lavoro “subordinato”. Tutto qui.

Non abbiamo mai messo in discussione la natura del rapporto di lavoro, ma abbiamo sempre voluto accertare che essa corrispondesse effettivamente al lavoro svolto e richiesto dall’impresa. Da qui la ricerca di giuste tutele per i lavoratori. La manovra del governo invece porta alla rottura dell’equilibrio tra ragioni dell’impresa e del lavoro: silenziosamente, c’è stata una profonda manomissione unilaterale del protocollo del 23 luglio del 2007.
[...]
Ancor più preoccupante è il fatto che, attraverso una serie di iniziative legislative di alcuni esponenti del centro destra, come nel caso dell’onorevole Giuliano Cazzola, si proponga nuovamente di abrogare l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, che è a tutela dei licenziamenti, oppure l’innalzamento dell’età pensionistica delle donne, prima ancora di avere applicato le riforme previdenziali varate con il Protocollo del luglio 2007.E’ vero che il governo ha dichiarato di non voler seguire queste indicazioni, ma si tratta pur sempre di tentativi che, qualora trovassero una saldatura politica con la nuova deregolazione del mercato del lavoro, rappresenterebbero un vero e proprio attacco al nostro modello di Welfare, che porterebbe al riaccendersi di una forte tensione politica e sociale nel paese.

Del resto le note dell’Ufficio Legislativo del PD, di seguito riportate, chiariscono bene ogni dettaglio.
Tra i tanti interventi negativi del governo, segnalo alcuni argomenti che sono, a mio avviso, di particolare rilevanza.
Voglio porre l’attenzione sul problema della cancellazione della norma che impediva la firma delle dimissioni in bianco.
Sappiamo come è andata in Parlamento nella scorsa legislatura. Alla Camera votarono a favore 400 parlamentari su 407. Al Senato la norma fu votata dal centrosinistra e da Alleanza Nazionale perché il Ministro Sacconi, anche in quella occasione, si prodigò per contrastare quella legge, e votarono contro Forza Italia, UDC e Lega.

Vogliamo inoltre ricordare che le attuali Ministre Stefania Prestigiacomo, Mara Carfagna e Mariastella Gelmini, firmarono un ordine del giorno, presentato in occasione della Finanziaria 2007, per sostenere questa legge che si proponeva di tutelare soprattutto il lavoro delle donne.

Questa scelta trasversale è stata trasformata nel suo contrario, nella volontà del governo Prodi di emanare una legge sovietica, burocratica e vessatoria nei confronti delle aziende perché si utilizzava un codice alfanumerico attraverso Internet per comunicare le dimissioni, sottraendo in questo modo il lavoratore all’arbitrio dell’imprenditore disonesto.

Se la norma era complicata, non per responsabilità del governo Prodi, la si poteva rendere più semplice, ma non eliminarla, perché il problema esiste ed è molto grave.

Una palese ingiustizia.

Accanto a questo, il governo ha tentato nelle Commissioni Finanze e Bilancio di far passare una norma che, oltre alla eliminazione del libro paga, del libro presenze e del libro matricola, abrogava l’obbligo della comunicazione dell’assunzione il giorno prima dell’inizio del lavoro. Ho parlato di un tentativo ignobile: anche in questo caso ho adoperato un termine che non uso mai perché, deve essere chiaro a tutti, nella scorsa legislatura non abbiamo inserito quella norma a capriccio. Quando nell’edilizia i lavoratori che muoiono risultano in parte assunti lo stesso giorno del decesso, questo vuol dire che siamo di fronte alle assunzioni “post mortem”, un segno di inciviltà del lavoro che la norma che noi abbiamo introdotto ha abrogato.

[...]

La parziale marcia indietro riguarda invece la cancellazione del diritto alla trasformazione del contratto a termine in tempo indeterminato, in caso di violazione delle norme sull’assunzione. Il governo ha trasformato questo diritto, che può essere sancito dal giudice in caso di contenzioso, in un semplice risarcimento fino ad un massimo di 6 mesi, ma ha successivamente ristretto la norma ”solo” alle cause in corso. Bontà sua. Una marcia indietro del tutto insufficiente che ha, inoltre, carattere di incostituzionalità. Avremo in questo modo tre fattispecie di contratti a termine: coloro che hanno avuto la fortuna di passare già attraverso un giudizio definitivo, che saranno stabili. Coloro che, dopo l’approvazione della legge non subiscono questa clausola vessatoria. Coloro che, avendo cause in corso rimarranno intrappolati .Vorrei ricordare che lo stesso Servizio Studi della Camera ha rilevato che : «Il comma 1-ter introduce una distinzione tra la disciplina applicabile ai giudizi in corso alla data di entrata in vigore delle legge di conversione e quella applicabile alle analoghe violazioni commesse in data anteriore o successiva all’entrata in vigore di tale legge e che non siano oggetto dei predetti giudizi. Al riguardo si osserva come sembri opportuna un’attenta valutazione della distinzione introdotta dalla norma in esame, alla luce del principio di ragionevolezza di cui all’articolo 3 della Costituzione».Un fatto grave.

Come ho detto, siamo riusciti ad impedire, totalmente o parzialmente, alcune scelte del governo, ma questo è ancora insufficiente. Ci sono norme che cancellano quello che avevamo introdotto con il Protocollo del 2007:c’è il ripristino del lavoro a chiamata che noi avevamo tenuto parzialmente, per i soli settori del turismo e dello spettacolo; c’è il ripristino della vecchia normativa sui disabili che era stata migliorata dal Protocollo del luglio 2007; per quanto riguarda l’apprendistato professionalizzante, dalla nuova regolazione sono escluse le Regioni perché si parla solamente di formazione di impresa e si elimina la durata minima di due anni. Tutti sappiamo che la natura particolare del rapporto di apprendistato contempera il lavoro con la formazione: se quest’ultima diventa esclusivamente svolta dall’impresa e non c’è un limite minimo di durata del contratto, avviene – come già sta avvenendo – quella torsione nell’utilizzo dell’apprendistato che è volta a prendere in considerazione una forma di impiego a basso costo, nella quale la formazione sarà svilita e per niente osservata.

Chiamiamolo allora per quello che è;scegliamo – è meglio – un lavoro accessorio, un lavoro a chiamata, piuttosto che fingere che si tratti di apprendistato.

In merito all’orario di lavoro, il diritto al riposo ogni sette giorni viene dilatato fino ad una durata quindicinale, andando contro l’articolo 36 della Costituzione che parla di riposo settimanale.

Se pensiamo al peggioramento delle norme sugli appalti, o alla “semplificazione” che sopprime i libri matricola,il libro presenze e il libro paga, sostituiti dal cosiddetto libro unico del lavoro che renderà più difficili le funzioni ispettive,abbiamo chiara la direzione di marcia impressa dal governo.
E non ho citato tutto, perché c’è la parte della pubblica amministrazione che andrebbe tenuta in considerazione.

[...]

Tutto questo avviene non solo in un contesto economico particolare, ma in un momento nel quale è in corso la trattativa fra le parti sociali sul modello contrattuale.

[...]

Un Welfare dei diritti o un Welfare caritatevole?

La “social card” che viene promessa ai pensionati più poveri, finanziati con i 4 miliardi che si dovrebbero rastrellare con la manovra fiscale su petrolieri e affini, riceverà 200 milioni nel 2008.

A suo tempo, quel miliardo e 200 milioni che il governo Prodi ha distribuito come “quattordicesima” ( per la prima volta a ottobre 2007 e poi tra luglio ed agosto 2008) e che ha riguardato oltre 3 milioni di pensionati che hanno ricevuto mediamente 400 euro, è stato definito da Mario Baldassarri la carità di un euro al giorno. Adesso il loro euro al giorno è diventata una grandissima trovata. Peccato che il nostro euro al giorno sia stato negoziato per sei mesi con le parti sociali ed abbia portato all’individuazione di un nuovo criterio molto semplice ed efficace: non il reddito familiare, ma quello individuale per avere diritto all’aumento. In questo modo le donne hanno potuto godere di questo beneficio che va per il 60% al lavoro dipendente e per il 40% al lavoro autonomo. Lo abbiamo anche collegato ai contributi effettivamente versati, correggendo una impostazione precedente del governo Berlusconi che non considerava le diverse posizioni contributive negli aumenti pensionistici, generando in questo modo forti disuguaglianze. I 200 milioni di Euro promessi con la “social card”(anche se con 200 milioni si fa poca strada, basta fare i conti: perché se sono 400 euro a testa, 200 milioni coinvolgono appena 500 mila persone), a chi andranno? Quali saranno i soggetti coinvolti? Come si considera l’umiliazione di presentarsi con la carta per ottenere gli sconti sui generi di prima necessità , ed essere così identificati come i più poveri nella scala sociale? Non è preferibile un Welfare dei diritti a un Welfare caritatevole?

Tutti questi argomenti ci impongano di fare una opposizione, scevra da aggettivazioni, capace di condurre battaglie che impegnino il governo a dare risposte credibili sui temi sociali.

Facciamo un esempio: il Protocollo del 2007 ha stanziato – e sono soldi coperti e deliberati, firmati da tutti i Ministri che erano coinvolti, a partire da me e Padoa Schioppa – 4 miliardi all’anno per 10 anni a favore dello stato sociale; quanti ne abbiamo spesi?
Un miliardo e 200 milioni per le pensioni più basse, 700 milioni per gli ammortizzatori sociali e 700 milioni per lo “scalone”.
Per arrivare ai 4 miliardi che cosa manca?
Il governo ci deve spiegare come farà a sommare ed armonizzare la detassazione dei premi di produttività e degli straordinari, questi ultimi destinati solo per al settore privato, che ha messo nel conto anche le erogazioni cosiddette liberali, con il Fondo di 650 milioni istituito con il Protocollo del 2007, che decorre dal 1° Gennaio di quest’anno, e che riguarda esclusivamente il salario erogato attraverso il premio di risultato.
[...]
[...]
Quando il governo Berlusconi divide il sindacato e qualcuno non firma, quello va bene: bisogna procedere e mettere sotto accusa; quando c’è una voce contraria dalla parte delle imprese, bisogna fermarsi e riconsiderare i contenuti.
La concertazione è un esercizio complicato, non di parte, che punta ad avere la massima convergenza, anche se in alcune circostanze questa non è detto che si raggiunga.

Il testo completo su: http://www.partitodemocratico.it/gw/producer/dettaglio.aspx?id_doc=60722

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Paola Tubaro “Critica della ragion Nonprofit”

Pubblicato da lavoratorinoprofit su luglio 16, 2008

Critica della ragion Nonprofit
L’economia solidale è una truffa?
di Paola Tubaro*

Prefazione di Giorgio Lunghini
Edizione Derive-Approdi, 1999
pagg. 120 €6.2
ISBN 88-87423-23-7
* Paola Tubaro è ricercatrice di Economia politica. Vive e lavora a Parigi.
da: Casa Editrice Derive Approdi

Il libro
Nonprofit, no-profit, terzo settore, economia solidale, economia civile. Oramai da Destra e da Sinistra si intonano le lodi delle nuove realtà del volontariato e della solidarietà. Ma sono tutte rose e fiori? Troppo spesso accade che dietro le facili apparenze dell’”economia buona” si nascondano forme striscianti di sfruttamento del tutto simili a quelle delle imprese orientate al profitto. Siamo di fronte all’alba di un nuovo modo di fare impresa? O a una maschera del solito vecchio capitalismo selvaggio? Luigi – O le illusioni del «mercato sociale» Stefano – O l’utilità dell’inutile katia – O il «lavoro dal volto umano» Clara – O l’«economia delle contesse» Giorgio e Silvia – O l’Internazionale Filantropica Luisa – O la società dei volontari Nessun pasto è gratis

un assaggio…
Le due tesi nobili circa il cosiddetto settore nonprofit si rifanno l’una alla tradizione cattolica del principio di sussidiarietà, nella versione dell’enciclica Quadragesimo anno, l’altra alla necessità di rimediare in modo innovativo alla crisi dello stato sociale e di comporre altrimenti la contraddizione di fondo di questa età, tra disoccupazione e bisogni sociali insoddisfatti. Se ciò non bastasse, dal settore nonprofit molti si aspettano un miglioramento delle condizioni di lavoro, rispetto al rapporto di lavoro salariato tradizionale. Questo settore ha confini incerti, poiché comprende organizzazioni e attività che vanno dalle cooperative o fondazioni più grandi e potenti al volontariato più spontaneo e generoso. Puro volontariato a parte, queste organizzazioni e attività hanno però un tratto in comune, celato dalla definizione eufemistica di nonprofit: in verità esse sono interdette dal distribuire i profitti, non dal perseguirli. Poiché ciò che caratterizza una organizzazione è il fine che essa persegue, al pari del settore mercantile il settore nonprofit soddisferà soltanto i bisogni sociali privatamente vantaggiosi, cioè quelli solvibili. (Suona dunque minaccioso il titolo di un libro recente: La Chiesa come azienda nonprofit). Contro questa tesi (sul profitto come limite), oggi prevale l’idea che un governo aziendalistico del mondo, proprio in quanto ha per obiettivo la massimizzazione del profitto, sarebbe più efficiente anche al fine di soddisfare i bisogni. Questo infatti predicano i manuali, ma il punto è teoricamente fragile. Per brevità e con corsivi aggiunti, rinvio a due autori autorevoli, collocati ai due estremi dell’orizzonte ideologico ma che qui convengono. Scrive l’ormai innominabile Karl Marx: “L’estensione o la riduzione della produzione non viene decisa in base al rapporto fra la produzione e i bisogni sociali, i bisogni di un’umanità socialmente sviluppata, ma in base (…) al profitto e al rapporto fra questo profitto e il capitale impiegato, vale a dire in base al livello del saggio dei profitti. Essa incontra quindi dei limiti a un certo grado di sviluppo, che sembrerebbe viceversa assai inadeguato sotto l’altro punto di vista. Si arresta non quando i bisogni sono soddisfatti, ma quando la produzione e la realizzazione del profitto impongono questo arresto”. Che i nuovi liberali non citino Marx, si capisce. L’unica ragione per cui hanno messo in soffitta anche Luigi Einaudi deve essere che l’autore delle Prediche inutili scrive la stessa cosa, e con maggiore chiarezza: “Badisi bene che, affermando essere il mercato lo strumento adatto per indirizzare la produzione nel senso di produrre beni e servigi, precisamente nella quantità e della qualità corrispondenti alla domanda degli uomini, non si afferma che il mercato indirizzi altresì la produzione a produrre beni e servigi nella quantità e nella qualità che sarebbe desiderata dagli stessi uomini. Questi fanno quella domanda che possono, con i mezzi, con i denari che hanno disponibili. Se avessero altri e maggiori mezzi, farebbero un’altra domanda: degli stessi beni in quantità maggiore o di altri beni di diversa qualità. Sul mercato si soddisfano domande, non bisogni”. Si potrebbe anche aggiungere, seguendo un suggerimento di Maurice Dobb circa la presunta sovranità del consumatore, che la scelta dei consumatori, quale si esprime sul mercato, è necessariamente limitata all’ambito delle alternative offerte dai produttori. Può perciò darsi che le scelte registrate sul mercato siano soltanto preferenze di secondo ordine, rispetto alle scelte che i consumatori farebbero se fossero disponibili altre alternative. Per quanto riguarda le condizioni di lavoro, alcuni interpretano come un buon segno la diminuzione della quota di lavoro salariato nel senso giuridico del termine. Vedere nella riduzione del lavoro socialmente necessario per produrre merci un superamento del rapporto di lavoro salariato, anziché un suo rafforzamento, significa invece confondere l’effetto con la causa. È statisticamente vero che il lavoro salariato è in progressiva e irreversibile diminuzione. Ma questo non significa che cresca il lavoro liberato: cresce invece il lavoro eterodiretto. Lavoro salariato è oggi qualsiasi lavoro che in qualsiasi modo, direttamente o indirettamente, nella fabbrica, negli uffici, a casa propria o nella società, sia prestazione d’opera la cui quantità, qualità e remunerazione dipende dalle decisioni del capitale circa le proprie modalità economiche e politiche di riproduzione, e in particolare circa la scelta delle merci da produrre, delle tecniche di produzione e delle forme di organizzazione del lavoro. Paola Tubaro è studiosa di Adam Smith, dunque dubita che la benevolenza sia il motore dell’azione umana, sa che la ricchezza delle nazioni nasconde un lato negativo, e in questo impudente pamphlet arriva a chiedersi se la cosiddetta “economia solidale” non sia una truffa. A sostegno del dubbio ci racconta sei storie. È una lettura istruttiva, e la morale è chiara (dalla Prefazione di Giorgio Lunghini).

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