Lavoro e No Profit

Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!

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Unicredit, arriva ‘Universo non profit’

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Ottobre 19, 2009

Roma, 13 ott. – (Adnkronos) – Unicredit ‘investe’ nel non profit. La banca di Piazza Cordusio, vista la crescente rilevanza del settore e la coerenza con i propri valori fondanti, ha deciso di offrire un modello di servizio dedicato, con una gamma di prodotti/servizi ad hoc e personale specializzato. Dal 9 novembre ‘Universo non profit’ sara’ operativo presso le oltre 4.200 filiali delle banche retail del Gruppo (Unicredit Banca, Unicredit Banca di Roma e Banco di Sicilia).

L’iniziativa e’ stata presentata questa mattina alla Camera. A fare gli onori di casa il vicepresidente Maurizio Lupi che ha evidenziato come il tema della sussidiarieta’ sia “uno dei punti di incontro tra maggioranza e opposizione”. Il non profit, ha aggiunto, “rappresenta anche una risorsa in termini economici, perche’ e’ un settore in crescita per addetti e fatturato”.

Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ha evidenziato la rilevanza della scelta di un grande gruppo bancario che “si riorganizza in funzione di una componente sempre piu’ ‘pesante’ nell’economia e nella societa’”. Il Governo, ha aggiunto, “vuole incoraggiare fortemente il dono”, attraverso un modello sociale che “riconosca spazio al terzo settore”, puntando su “persona, famiglia e comunita’ come valori di riferimento”. In questo contesto, il settore creditizio “deve aiutarci a far emergere le attivita’ che meritano”, perche’ “anche in questo comparto devono prevalere le regole del mercato”.

Quello di cui parla il ministro e’ un contributo che Unicredit ritiene di assicurare con ‘Universo non profit’. A partire proprio dalla leva del merito di credito. E’ stato pensato per il settore un percorso di valutazione creditizia dedicato e UniCredit si propone anche di supportare le imprese e le associazioni nell’attivita’ di fund raising e di formazione manageriale.

Il nuovo servizio si sviluppa nell’ambito dell’offerta esistente di UniCredit per le piccole imprese, con una specifica formazione per i ruoli chiave. Inoltre e’ stato introdotto ”l’Amico del Non Profit”, una figura informale che sara’ l’ambasciatore dell’iniziativa, sia internamente che esternamente e che fungera’ da primo contatto per le informazioni di base per la clientela interessata. L’adesione e’ su base volontaria e potra’ coinvolgere tutti dipendenti (anche i pensionati) che hanno esperienze e sensibilita’ verso il mondo non profit.

A descrivere il fenomeno no profit in termini quantitativi e’ stato il portavoce del Forum del Terzo settore, Andrea Olivero: all’interno del forum sono 94mila i soggetti con autonomia giuridica, mentre sono oltre 250mila complessivamente, con una dimensione economica aggregata ampiamente superiore a 8 mld di euro. Le associazioni e le imprese non profit impiegano oltre 700 mila lavoratori retribuiti e oltre 4 milioni di volontari. Il fatturato del settore si attesta intorno ai 45.600 milioni di euro con una crescita del 29% dal 2001.

Articolo su: http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Unicredit-arriva-Universo-non-profit-con-servizi-ad-hoc-per-il-settore_3877389667.html

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Nasce un documento di “Buone prassi” sulla raccolta fondi face-to-face

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Settembre 23, 2009

Roma, Italia — Amnesty International, Greenpeace, Medici Senza Frontiere, Save the Children e l’Alto Commissariato delle Nazione Unite per i Rifugiati (UNHCR) firmano un documento di ‘Buone Prassi’ per garantire maggiore trasparenza e affidabilità nella raccolta fondi realizzata mediante la tecnica del ‘face-to face’. Per la prima volta, nell’ambito del fundraising, alcune tra le maggiori organizzazioni internazionali hanno lavorato insieme per dotarsi di uno strumento di autoregolamentazione.

Il settore del non profit italiano ha visto crescere, con sempre maggiore rilevanza negli ultimi cinque anni, l’attività di raccolta fondi basato sul ‘face-to-face’. Ispirandosi al “Codes of Fundraising Practices” dell’Institute of Fundraising britannico, alcune tra le maggiori Organizzazioni No Profit (ONP) presenti in Italia, hanno sentito l’esigenza di dotarsi di linee guida per delineare le “Buone Prassi”, da condividere e applicare nell’ambito del ‘face-to-face’. Ciò a tutela del donatore, dell’organizzazione ed anche del personale coinvolto: i dialogatori.

Il ‘Face-to-face’, conosciuto anche come dialogo diretto, è una modalità di raccolta fondi basata sul’invito personale a effettuare donazioni regolari tramite domiciliazione bancaria o postale o carta di credito. L’attività si svolge prevalentemente in strada, in un luogo di pubblico accesso, o porta a porta e costituisce un mezzo efficace ed efficiente attraverso il quale le persone possono sostenere le ONP.

Le organizzazioni firmatarie di questo protocollo considerano “l’accountability” e la trasparenza nei confronti del pubblico di fondamentale importanza. Per questo i contenuti principali del documento sono tesi a garantire una formazione di qualità ai dialogatori e adeguate regole di comportamento e approccio. Inoltre i dialogatori devono avere un’immediata e certa riconoscibilità da parte del pubblico e sono tenuti a fornire ai potenziali sostenitori informazioni chiare e precise sulla causa e sulle attività a cui è destinata la raccolta fondi.

Le organizzazioni promotrici auspicano che questa iniziativa sia il primo passo verso una più ampia partecipazione e condivisione, e anche per questa ragione hanno richiesto il patrocinio dell’Associazione Italiana Fundraisers (Assif).

Note

Il documento di ‘Buone prassi’:
http://www.greenpeace.org/raw/content/italy/ufficiostampa/file/dialogatori-regole

08-05-09
Greenpeace Italia: http://www.greenpeace.org/italy/

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Estratti da una intervista a P.Giganti (WWF Italia-Assif)

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 30, 2009

Su segnalazione di un nostro lettore pubblichiamo alcuni estratti di una incredibile intervista a Paolo Giganti: Membro dell’ Assif (Associazione Italiana Fundraiser) e Responsabile Raccolta Fondi WWF Italia rilasciata il 18 aprile 2008.

L’intervista completa sul sito dell’ ASSIF (http://www.assif.it/index.php?option=com_content&task=view&id=136&Itemid=36)

4. Quale riconosce lei come un buon corso (per foundraiser?- NDR)

Non esiste un buon corso, questo mestiere si impara sporcandosi le mani dentro le associazioni, con uno o due anni di cammino e di esperienza. Non credo neanche che l’Assif sia in grado di identificare quale corso sia meglio di un altro. In realtà l’Assif dovrebbe prefiggersi l’obiettivo di decidere una serie di corsi di formazione, è uno dei cammini da seguire in futuro, in quanto, oggi come oggi, costituiscono un business per chi li organizza. Secondo me non ha alcun senso fare un corso di formazione se non si fa un periodo di stage; infatti, chi li offre dovrebbe già avere in tasca l’adesione del WWF o dell’Unicef a prendere tizio per un periodo di 3 mesi. […]

9. Qual e’ il rapporto tra fundraiser e istituzioni per quanto riguarda le entrate?

Purtroppo i responsabili della raccolta-fondi non hanno un rapporto diretto con i vertici delle organizzazioni, i quali non hanno ancora capito l’importanza di questo mestiere. I fundraiser non sono pienamente coscienti del fatto che le entrate più cospicue non sono i venti euro che ti da il povero pensionato, ma sono i soldi provenienti dalle aziende, senza contare i lasciti. (…) I fundraiser dovrebbero invece essere coscienti di un po’ tutte le entrate, sia di quelle provenienti dai privati cittadini che dalle imprese; poi ci sono i contributi pubblici, dello Stato, delle Regioni, ecc. (…)

10. Qual e’ il rapporto tra l’apparato nazionale e internazionale di un’organizzazione onlus?

Ci sono organizzazioni la cui attività fondamentale è la raccolta-fondi ed il cui compito è di mandare all’organizzazione internazionale i fondi. Un caso del genere è rappresentato dall’Unicef internazionale, a cui l’Unicef Italia manda il 75% dei fondi raccolti. L’organismo italiano ha libertà sui progetti, ma e’ quello internazionale che decide sulle transazioni e quali progetti finanziare. Invece il WWF Italia è molto meno forte in questo passaggio di transazione, noi diamo circa il 10% delle nostre entrate al WWF internazionale (…) quello che incassiamo lo mandiamo direttamente nei progetti e strutture interne. Noi gestiamo le oasi e lo staff che si occupa un po’ di tutto e questo fa si che il nostro contributo indiretto ad agenti e centri operativi sul campo internazionale sia modesto. Il WWF internazionale non solo acconsente a ciò, ma ci è anche molto grato, perchè noi non abbiamo mai messo in discussione i loro moduli, secondo i quali poi alla fine i soldi ai grandi progetti internazionali se li vanno a cercare per conto proprio. Questo non potrebbero farlo in teoria, perchè in tutti i grandi paesi del mondo c’è la copertura di un’organizzazione nazionale. Se io faccio un accordo con te e ti dico che tu lavori in esclusiva in Italia, non posso venir poi dalle aziende italiane a farmi dare i contributi, e ciò è quello che fa l’organismo internazionale. In più questo prende da noi il 10%, non può desiderare di meglio. I grandi progetti internazionali del WWF sono fondamentalmente alimentati da alcune strutture nazionali, Stati Uniti e Olanda in primis, poi ci sono la Gran Bretagna e la Germania, i quali, avendo molti soldi a disposizione e poca progettualità in casa, si scelgono la proprietà di un grande progetto internazionale. E’ così che gli USA finanziano l’Amazzonia, la Gran Bretagna, l’Estremo Oriente, l’Olanda manda quasi tutti i suoi soldi all’Africa, ecc; invece l’Italia si è evoluta per motivi storici su un altro livello, per cui da ai grandi progetti internazionali una frazione ridotta delle entrate. Adesso sta cambiando qualcosa con la cooperazione internazionale, poichè da due anni a questa parte siamo anche noi una ONG, il che vuol dire che abbiamo attivato una serie di finanziamenti verso paesi del Terzo Mondo. Ma questi non sono contributi che escono dalle nostre tasche, noi facciamo una specie di intermediazione rispetto al Ministero degli Esteri, secondo una dinamica tra fundraiser e scopi istituzionali. Quindi, se l’Unicef e’ fondamentalmente orientata alla raccolta-fondi, noi del WWF lo siamo molto meno. Medici Senza Frontiere invece è una versione intermedia.

11. Per quale motivo il fundraiser entra a far parte di un’associazione piuttosto che un’altra, perchè ne sposa la causa o perchè è un mercenario della professione?

Io mi ritrovo al WWF non perchè l’abbia scelto, ma perchè, per una serie di causalità, si era creato un posto qui e così venni a fare un colloquio, anche se personalmente avrei preferito lavorare all’Unicef, per un’empatia maggiore che ho verso il mondo dei bambini. Comunque all’interno delle associazioni trovi persone che sono nate come volontari e che poi hanno cambiato la propria posizione evolvendo il proprio profilo professionale.

12. Un fundraiser gode di incentivi?

Da noi no. Sicuramente c’è una retribuzione in maniera non dichiarata, che non fa comunque parte del contratto di lavoro. C’è un normale processo in cui tu alla fine dell’anno ti ritrovi col tuo capo che ti dice che gli è piaciuto come hai lavorato e quindi l’anno prossimo ti da di più e comunque esiste un premio di fine anno.

13. Ci può raccontare la sua esperienza di fundraising all’interno del WWF?

Io sono stato ingaggiato nel WWF nel 1992 e sono stato stabilizzato con una normale assunzione dal 1993. Da subito sono stato responsabile dell’approvazione soci; poi, per un breve periodo di circa 6 mesi ho fatto il coordinatore dell’area marketing e della raccolta-fondi di aziende, che all’epoca era fatta dal Consiglio Soci e poi nel 2005 ho preso la direzione marketing. Il nostro ruolo è esattamente quello dei fundraiser, io mi sono a lungo battuto affinché la direzione fosse chiamata direzione raccolta-fondi, ma ho perso, sembrava una volgarità e così l’hanno chiamata direzione marketing. L’importante è quello che c’è dentro, dentro c’è tutta la parte della comunicazione, nata fuori dalla direzione; non facciamo altro che dare stretto supporto, indagini di mercato, interviste, la considero una parte integrante del fundraising. Per quanto riguarda il nostro settore, una delle difficoltà è di far entrare nella testa delle persone il fatto che gli aspetti economici sono una priorità logica, non stiamo parlando di filosofia. Bisogna far fronte all’aspetto banale, pratico, che a fine mese lo stipendio ai dipendenti lo devi pagare, qualcuno ti deve portare a casa i soldi. Credo che questa sia la principale difficoltà in molte associazioni no-profit, anche se non in tutte. Mi faccio interprete di un mugugno dei miei colleghi, siccome c’è questa questioncella che se l’organizzazione spende 1 milione di euro al mese almeno deve fare entrare 1 milione di euro al mese. Se non ce la fai poi sembra che è colpa del fundraiser, mentre se ce la fai è normale.

14. La sua figura professionale non e’ nata nel fundraising?

Io sono nato nel 1979 con l’Automobile Club d’Italia, vi sono stato dall’89 all’84, avevo un ruolo di collaboratore per perseguire una carriera direttiva. Usavo spesso tecniche di promozione soci, tra l’altro in quegli anni sperimentammo la vendita per corrispondenza della tessera ACI, avevamo una rete di uffici locali, delegazioni, ecc., che vendevano le iscrizioni. Noi decidemmo di provare la promozione a distanza, via posta e quindi per noi fu una sorta di scoperta del mondo del rapporto a distanza con la gente. Poi scelsi di lasciare l’ACI e di passare ad una delle poche aziende romane che faceva network per corrispondenza. Il mio lasciare l’ACI fu legato al fatto che il mio livello di carriera era arrivato ad un punto per cui decisi che era arrivato il momento di andarmene da là. Decisi di fare questo passaggio dalla struttura pubblica a quella privata, occupandomi a pieno titolo di vendite per corrispondenza. Poi nell’89 tracollò tutto, per ragioni che adesso non menziono, ed io cominciai ad agitarmi per trovare un’altra collocazione. Fui assunto da uno dei miei clienti, un’agenzia che vendeva videocassette che si chiamava VideoElectronics, dove facevo il sostegno dei venditori, lavoravo sulle persone fisiche, ci sono stato fino alla chiusura dell’azienda, avvenuta nel ‘91. Quindi quando arrivai al WWF capii che al no-profit serviva una specializzazione nel settore della corrispondenza. L’Italia era allora inondata di buste del WWF, dell’ Unicef e di tante altre organizzazioni.

16. Come viene controllato il suo lavoro, relativamente a procedure interne, budget, scadenze, orario di lavoro, ecc.?

Io compilo periodicamente dei report e alla fine dell’anno faccio un resoconto, si discute sul piano strategico generale. In genere racconto quello che faccio, non devo riportare le spese o i guadagni. Il budget non viene controllato. Il budget al WWF viene chiuso tre mesi dopo la chiusura dei progetti. E’ vero che prima hanno tentato di fare un controllo trimestrale sul budget, ma ora si fa solo se le entrate diminuiscono drasticamente e allora scatta il campanello d’allarme. Poi ultimamente siamo stati beneficiari di lasciti, soprattutto negli ultimi due anni, visto che dei ricchi signori hanno versato milioni di euro, di cui solo la metà erano soci. Comunque bisogna ripensare a un rapporto interno tra l’associazione e i soci, non possiamo contare sempre sui lasciti occasionali.

17. Il reclutamento come avviene?

Il reclutamento è un altro aspetto critico, funziona male se si offre poco in termini di stabilità del rapporto e di retribuzione, su cui non abbiamo una grandissima attrattiva. Alcune associazioni ci battono perchè offrono contratti migliori. Il problema non è se le associazioni ti offrono una collaborazione continuativa da 1500 euro, il problema vero riguarda le prospettive future. Io avevo quattro persone, avrei voluto che fossero regolarmente assunte, uno alla volta, ma poi c’era il problema di chi assumere e mi hanno detto tassativamente di no.

18. Secondo lei le sue capacità vengono sfruttate a pieno?

Secondo me manca una collaborazione; come rappresentante dei soci del WWF dovrei conoscerli tutti, però molti di loro, a parte quei mille che mi sono vicini sul territorio, vengono ignorati.

21. Quale potrebbe essere l’evoluzione di questa attività?

Credo che ci sarà una crisi in questo mestiere, non penso che riusciremo a lavorare a livello globale per molti anni ancora, ci vuole maggiore professionalità, maggiore formazione, più giovani. In passato era più facile lavorare, anche se si era improvvisati, non esistevano particolari tecniche di marketing. Essendo la nostra una generazione nata sul mestiere, prima bastava noleggiare due strumenti di base e andavi tranquillo. Oggi i giovani hanno più possibilità, mentre la mia generazione non riesce a maneggiare strumenti nuovi. La cosa fondamentale che devi fare alla fine del gioco è di far quadrare i conti. Se hai speso 100 devi portare a casa 100, se porti 150 meglio ancora. Questo poi è il lavoro del manager, tu hai un tot e lo devi investire. Bisogna saper fare questo per diventare a tutti gli effetti un fundraiser.

22. E’ possibile che la difficoltà di portare avanti la raccolta-fondi sia dovuta all’attrattiva esercitata dal tipo di tematica?

L’ambiente in questo paese è stato per molti anni un valore portante, negli anni Ottanta ha avuto delle posizioni importanti con una mobilizzazione sull’affare delle centrali nucleari, il referendum sui pesticidi in agricoltura. A quei tempi ti arrivava a casa la lettera del WWF che ti chiedeva un supporto economico. Poi molte altre tematiche si sono aggiunte il decennio successivo. Ad esempio, nel ‘92 è arrivato il Telefono Azzurro che è stato un giorno in televisione a fare raccolta-fondi per l’apertura di centralini di assistenza per i bambini e raccolse una cifra vicina ai 16 miliardi di lire; fu un momento di svolta fondamentale. Poi ci fu la Guerra del Golfo e l’attenzione degli italiani si spostò su altre tematiche rispetto a quelle dell’ambiente e della salvaguardia degli animali. Oggi invece c’è un bombardamento di richieste di cooperazione con associazioni che tutelano tematiche sensibili verso l’aspetto umano, la fame nel mondo, le malattie, la povertà, ecc, quindi si tende a sostenere questo tipo di cause. Purtroppo oggi il WWF non va più di moda. Io ripeto che l’attenzione per l’ambiente è diventata semplicemente un valore di fondo. A sentir parlare sono tutti ambientalisti, però poi sono in pochi quelli che prendono 50 euro e li donano al WWF o ad altre organizzazioni. E’ proprio una materia che è sparita dagli occhi degli italiani. Oggi peraltro si sta spostando più sul campo istituzionale, perchè c’è l’intervento anche del Ministero dell’Ambiente, la gente paga le tasse. I soldi al WWF li danno quando tu fai sognare la gente con le oasi, o presenti loro specifici progetti.
24. Come vede lo scambio tra settore profit e no-profit?

Credo che oggi sia più diffuso di una volta. Sento ancora qualcuno che ha voglia di tornare al no-profit, a volte il passaggio è motivato da un senso di liberazione. Personalmente mi sono buttato nel no-profit per la difficoltà di re-inserirmi nel profit.

25. Esistono due generazioni a confronto nel mondo del fundraising?

Nel WWF secondo me i più giovani non hanno una conflittualità nei miei confronti, mi portano rispetto per la mia anzianità ed esperienza. Non ci sono dispute riguardo alle decisioni da prendere, in quanto ho io la responsabilità verso i settori più sensibili.

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Dialogatore face-to-face

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Maggio 30, 2009

Vi racconto il mio lavoro di dialogatore face to face
Bertrando Goio (Trieste) lettera a Repubblica 29 maggio 09

Sono un giovane adulto (così si dice oggi) di 33 anni. Laurea in Storia e Dottorato in Geopolitica, Università di Trieste. Trovo solo lavori di pochi mesi, sottopagati, in nero. L’ultima novità, dopo centinaia di curriculum inviati, mi trovo a fare il dialogatore face to face, da Lunedì a Sabato, senza ferie. Sei ore in piedi non-stop a tentare di convincere una fetta di umanità a versare soldi per qualche causa, ecologista o umanitaria. E’ un lavoro e come tale l’ho preso. Salvo poi farmi redarguire dal, ora si chiama così il capo, team leader: devo avere un atteggiamento positivo e vincente (frasi fatte imparate sul libretto). In sei ore si fanno 2, 3 sottoscrizioni. Le sei ore diventano poi otto a discrezione del team leader, che se deve vedere la partita di calcio, ci dice che si va a casa mezz’ora prima. Dov’è finito il rispetto per le persone? Dov’è finita la dignità? Forse i mendicanti faticano meno e guadagnano di più Dovrà durare ancora questo stato di cose? Arriverò con bastone e dentiera a chiedere: “signora, ha visto? Aiutiamo i bambini, venga che le faccio vedere”? Io temo di si.

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Terzo settore. Agenzia delle Entrate: “Regole più strette sulle agevolazioni per le associazioni”

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Maggio 5, 2009

Terzo settore. Agenzia delle Entrate: “Regole più strette sulle agevolazioni per le associazioni”
(10 aprile 2009)
Agenzia delle Entrate
http://www.superabile.it/web/it/CANALI_TEMATICI/Associazioni/Inchieste/info-1934343973.html”>SuperAbile-Inail

Circolare dell’Agenzia delle entrate: in arrivo regole più stringenti per gli enti di tipo associativo che beneficiano di norme di favore e nuove agevolazioni in campo per le Onlus. Ecco i primi dettagli…

ROMA – In arrivo regole più stringenti per gli enti di tipo associativo che beneficiano di norme di favore e nuove agevolazioni in campo per le Onlus. Da quest’anno, infatti, come spiega la circolare 12/E dell’Agenzia delle Entrate, pubblicata oggi, “per godere dei benefici fiscali, ai fini delle imposte sui redditi e dell’Iva, gli enti associativi di natura privatistica, incluse le società sportive dilettantistiche e le organizzazioni di volontariato, sono tenuti a comunicare all’Agenzia i dati e le notizie rilevanti ai fini del controllo fiscale”. Obiettivo primario della novità, introdotta dal decreto anticrisi (dl 185 del 2008), è “di tutelare le forme associazionistiche incentivate e, al contempo, contrastarne l’uso distorto che lede la libertà di concorrenza tra gli operatori commerciali”.

Dall’obbligo di comunicazione dei dati, continua la circolare, restano comunque escluse alcune specifiche categorie: “le associazioni pro-loco che abbiano esercitato l’opzione per il regime agevolativo (legge 398 del 1991), avendo realizzato nel periodo d’imposta precedente proventi inferiori a 250mila euro”; gli “enti associativi dilettantistici iscritti nel registro del Coni che non svolgono attività commerciale”; le “organizzazioni di volontariato” iscritte nei registri regionali (art.6 legge 266 del 1991) “che non svolgono attività commerciali diverse da quelle marginali”.

La circolare chiarisce, inoltre, che le associazioni di volontariato “non possono assumere la qualifica di Onlus di diritto se svolgono attività commerciali diverse da quelle marginali e pertanto anche per loro scatta l’obbligo di comunicazione delle notizie rilevanti ai fini del controllo fiscale”. Inoltre “sempre il decreto anticrisi ha stabilito nuove regole in favore delle Onlus in tema di beneficenza e di imposta catastale. La circolare, in particolare, spiega che “rientra nella beneficenza”, quale settore d’attività in cui possono operare le Onlus, oltre all’attività di erogazione gratuita in denaro o in natura” a favore degli indigenti, anche quella di “erogazione gratuita di somme di denaro provenienti dalla gestione patrimoniale della Onlus” o da campagne di raccolta di donazioni, “a favore di enti che presentino i requisiti stabiliti dallo stesso decreto anticrisi”.

Infine, con efficacia temporale limitata al 31 dicembre 2009, il decreto 185 del 2008 ha previsto “un’imposta catastale fissa di 168 euro per i trasferimenti a titolo oneroso in favore delle Onlus, a condizione che l’immobile venga utilizzato per lo svolgimento delle attività istituzionali”. Il testo completo della circolare 12/E è disponibile sul sito Internet dell’Agenzia delle Entrate – www.agenziaentrate.gov.it – all’interno della sezione Circolari e Risoluzioni. Su FiscoOggi.it sarà inoltre pubblicato un articolo di approfondimento.

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Vendere la povertà sul Web

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Gennaio 27, 2009

Vendere la povertà sul Web

di Enrico Crespi (Gennaio 19, 2009)

Una recente ricerca della School of Management del Politecnico di Milano e della Nielsen, ci dice che il 54 per cento degli Italiani preferisce il web alla televisione, soprattutto nella fascia oraria fra le 20:00 e le 22:00. Quindi in calo anche i testimonials televisivi (spesso utilizzati da ONLUS\ONG) come mezzo per rastrellare fondi che, di norma, parlano di progetti e paesi senza sapere neanche dove sono.
Il no-profit italiano s’è dunque avventurato nel Web, un po’ in ritardo rispetto agli altri paesi. L’ultimo Natale, anche a causa della crisi economica e della diminuzione prevista delle donazioni, tutti si sono scatenati con market places di prodotti, copiatura di format americani con giochi vari, acquisto di spazi nei blogs.
Mi domando ha senso porre sul proprio blog (anche ricevendo qualche spicciolo) un messaggio copiato dal sito dell’associazione senza conoscere, condividere ciò che fa. Ed è etico per l’associazione pagare per questo tipo di comunicazione. Quali risultati può portare se non vi è un legame di conoscenze e partecipazione fra chi dona e chi riceve. Lo stesso per i market places “solidali” in cui si vendono pozzi, banchi, bambini senza sapere neanche dove.
Sarò fissato ma vedo un filo unico di superficialità (e puro commercio mascherato) in questa forma di comunicazione che passa dai MDGs, alle grandi multinazionali dell’assistenza, per finire alle piccole ONG del Tutti a Tavola

Per l’articolo completo vai a: http://crespienrico.wordpress.com/tag/fundraising/

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Via libera alla onlus che fa soldi

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Dicembre 5, 2008

Italia Oggi 11 Ottobre 2008
di Debora Alberici

La Cassazione dà il via libera alle onlus per produrre profitti. Infatti d’ora in avanti potranno gestire attività non rivolte necessariamente ai poveri e quindi farsi pagare. Resta fermo il limite della distribuzione degli utili.È questo il nuovo e importante principio affermato dalle Sezioni unite della Cassazione che, con la sentenza n. 24883 del 9 ottobre 2008, hanno respinto il ricorso dell’Agenzia delle entrate. [...] La Suprema corte, questa volta, ha segnato un importante punto in favore delle onlus nell’ormai storico braccio di ferro contro il fisco. Infatti l’amministrazione finanziaria tenta da anni di restringere sempre di più il numero di associazioni non profit che godono di grandi benefici fiscali. E lo aveva fatto anche nel caso sottoposto all’esame del Collegio esteso che è iniziato qualche anno fa a Bologna. Un’associazione non profit, che gestiva attività per persone anziane facendo pagare loro una retta mensile (risultata poi essere proporzionata al mercato di quel momento) era stata cancellata d’ufficio, per mano dell’Agenzia delle entrate, dall’Anagrafe unica. Ciò, fra l’altro, era avvenuto nonostante il parere contrario dell’Agenzia delle onlus. Così la fondazione aveva fatto ricorso alla Commissione tributaria provinciale di Bologna che le aveva dato ragione. Stessa sorte in secondo grado. La Commissione regionale dell’Emilia Romagna aveva respinto l’appello del fisco precisando che l’articolo 10 del dlgs 460 del 1997 prevede che sono onlus “se svolgono attività di assistenza sociale e socio-sanitaria, a prescindere dalle condizioni di svantaggio dei destinatari delle stesse, purché sussista il fine solidaristico”. [...] Nessun dubbio fra il Collegio che ha confermato la legittimità dei profitti delle onlus sollecitato, fra l’altro, dalla procura generale. [...] In particolare, si legge nei passaggi più interessanti di questa pronuncia destinata a passare alla storia, “non appare incompatibile con il fine solidaristico di una onlus lo svolgimento di attività dietro pagamento. Sempre che, occorre aggiungere, attraverso il pagamento non si realizzi, accanto all’intento solidaristico, anche un fine di lucro”. Le norme sulle associazioni non profit, spiega ancora la Cassazione, dispongono la possibilità “di perseguire finalità di solidarietà sociale quando le cessioni dei beni e le prestazioni di servizi siano dirette ad arrecare benefici a persone svantaggiate in ragione di condizioni fisiche, psichiche, economiche, sociali o familiari. Quindi le attività possono essere considerate rientranti tra quelle aventi finalità di solidarietà sociale anche a prescindere dalla sussistenza di una situazione di svantaggio economico del beneficiario”. Resta fermo, tuttavia, “il divieto di distribuzione degli utili.

Per l’articolo completo vai a : http://it.biz.yahoo.com/10102008/246/via-libera-onlus-fa-soldi.html

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Nel Natale dell’austerity la beneficenza paga pegno

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Dicembre 5, 2008

CRISI, UNO STUDIO RIVELA: DONAZIONI IN CALO. LE ONLUS CONFERMANO E PER IL FUTURO PREVALE LA PAURA

Nel Natale dell’austerity la beneficenza paga pegno

di Marcello Lembo (DNews Milano, 5 dicembre 2008)

A Natale siamo tutti più buoni…ma indubbiamente anche più poveri e a farne le spese è propriolo spirito natalizio. Perché ora che le famiglie sono costrette a rivedere i conti a causa della crisi la prima cosa che si taglia è alla voce “beneficenza”. A lanciare l’allarme è uno studio dell’Assoconsumatori di Milano
ma l’impressione raccolta dall’associazione è confermata da una delle organizzazioni più attive nel campo della beneficenza, Emergency. E sono tante le voci dalle organizzazioni non a fini di lucro che si dicono preoccupate, perché il timore è che la crisi abbia solamente sfiorato il settore e che il peggio debba ancora arrivare. Il Natale sarà decisamente all’insegna del risparmio e secondo lo studio dell’Assoconsumatori di Milano la spesa per la beneficenza potrebbe subire
una sforbiciata netta, del 61 per cento. [...]
«La flessione delle donazioni è già in corso – spiega Carlo Garbagnati,
vicepresidente di Emergency – È già da qualche tempo in atto e potremmo
quantificarla in una diminuzione del 15-20 per cento». Facile collegare questo dato alla crisi, visto anche la considerazione di Garbagnati sulle modalità
di questo calo. «Il numero di donazioni alla nostra associazione non è calato, ad essere diminuito è l’importo di queste donazioni. [...]
A questo calo generalizzato delle donazioni si aggiunge, spiegano da Emergency,anche un’altra situazione. «Il ministero del tesoro sta tardando
nel comunicare le quote assegnate al 5 per mille della raccolta del 2007. Questo impedisce a noi e a molte altre associazioni di accedere al credito
delle banche». [...]
Ma al dato reale si affianca anche la preoccupazione per il futuro. E così a tremare sono anche gli organizzatori di Telethon in vista della loro maratona televisiva
per la raccolta che si terrà tra una settimana.
[...]
L’allarme di un calo delle donazioni però è globale tanto da
spaventare anche il Vaticano. Il ministero “della beneficenza” della Santa Sede infatti, il Pontificio consiglio “Cor Unum”, ha denunciato gli effetti della
crisi economica globale e non riesce più, spiega Paul Josef Cordes, a trovare risorse per gli aiuti con la facilità di un tempo.
Hanno lanciato l’allarme anche alcuni tra le prime Ong mondiali: come Oxfam e Save The Children che per il 2009 hanno ritoccato le loro previsioni di finanziamento. Se prima stimavano di raccogliere il 5-6% in più rispetto allo scorso anno adesso invece prevedono una crescitazero.

Per l’articolo completo vai a http://www.dnews.eu/

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Il nonprofit è in tutta la nostra vita

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Novembre 14, 2008

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Leader2Leader: il network dei manager non profit italiani

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