Lavoro e No Profit

Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!

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Sanità il mondo opaco delle onlus

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Novembre 13, 2009

CI E’ STATO SEGNALATO QUESTO INTERESSANTE ARTICOLO:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/05/13/sanita-il-mondo-opaco-delle-onlus.html

Repubblica — sezione: PALERMO -13 maggio 2008
C’ è una sorta di simmetria tra la condanna in primo grado dell’ ex ministro della sanità Girolamo Sirchia, passato come il promotore della legge contro il fumo nei locali pubblici in Italia, e i reati di truffa e peculato contestati al professore Carlo Marcelletti. Nella poltiglia di fatti pubblici e privati che si mescolano nell’ inchiesta, lasciando da parte il presunto scambio di sms del chirurgo con una tredicenne, è infatti necessario riflettere su un aspetto particolare: i rapporti opachi tra il mondo del non profit e la sanità. L’ esistenza delle organizzazioni non profit e in particolare delle onlus (organizzazioni non lucrative di utilità sociale) presenti all’ interno degli ospedali italiani, è un argomento poco esplorato. E forse sarebbe opportuno avviare una rigorosa analisi per capire in che misura gli attuali problemi di un primario come Marcelletti, da sempre sotto la lente dei media e della pubblica opinione, potrebbero presentarsi per molti suoi colleghi magari meno noti che operano negli ospedali siciliani. Riprendiamo per un attimo la vicenda Sirchia. Dopo tre anni tra indagini e dibattimento, il primario di ematologia è stato dichiarato colpevole di appropriazione indebita per avere girato sui propri conti una parte delle entrate della Fondazione “Il sangue”, da lui stesso creata per governare le donazioni versate nell’ ospedale in cui Sirchia era primario. Secondo la sentenza, Sirchia pescava disinvoltamente nei bilanci dell’ ente. La pena commutata rimane in ogni caso virtuale perché è subentrato l’ indulto. E virtuale è anche l’ ulteriore sanzione che ha escluso Sirchia per cinque anni dai pubblici uffici, a causa del sopraggiungere della prescrizione.
A nche Marcelletti ha la sua onlus, la Abc, acronimo di Associazione per la cura del bambino cardiopatico. Ci si può collegare al sito della organizzazione, attraverso il quale è anche possibile fare direttamente le donazioni, il cui scopo è di aiutare l’ onlus a svolgere, tra le altre attività, «la manutenzione e il rinnovo delle apparecchiature interne del reparto di cardiochirurgia che devono essere tecnicamente impeccabili per garantire i nostri piccoli pazienti». In tale ambito sarà la magistratura a valutare se sono state effettuate malversazioni e a giudicarne la eventuale gravità. D’ altro canto – e gli addetti ai lavori lo sanno bene – il problema centrale delle onlus è quello della loro opacità amministrativa, anche alla luce del fondamentale requisito della non ripartizione degli eventuali utili conseguiti che devono essere utilizzati all’ interno di queste associazioni, chiamate anche onp, cioè organizzazioni non profit. Questo elemento ci permette di aggiungere un’ altra considerazione. Sfatiamo il mito di un non profit sempre povero. Pur con l’ aiuto del fondamentale lavoro gratuito dei volontari, alcune di queste organizzazioni i profitti li fanno – non c’ è nulla di male – e il denaro ottenuto è in funzione del grado di imprenditorialità delle stesse attività svolte. La vera criticità è come le onp si finanziano e utilizzano le risorse raccolte per i fini propri dell’ associazione. Il problema è proprio questo e basta un esempio per farsi un’ idea delle diverse implicazioni. Se un primario suggerisce a una azienda che fornisce medicinali o attrezzature al suo reparto di aiutare l’ associazione non profit dei suoi pazienti, tramite l’ elargizione di un contributo in denaro per il perseguimento dei fini istituzionali allo scopo – per esempio – di finanziare un progetto di ricerca o le spese di viaggio di un giovane medico del reparto, come dobbiamo definire questa fattispecie? Un aiuto, una liberalità, un tentativo di corruzione per un appalto da concedere? A questo punto il confine tra il rispetto della legge e reato è molto labile e soggetto a diverse interpretazioni, fino all’ estrema considerazione che è necessario regolare in modo puntuale queste potenziali relazioni pericolose. La stessa richiesta a un parente di finanziare la non profit dove il paziente è stato ricoverato come la dobbiamo definire? Scusandoci per la boutade anche la messa cantata, a questo punto, può diventare un reato da addebitare al prelato officiante. E volendo estendere il discorso, come dovremmo catalogare le decine e decine di congressi finanziati dalle case farmaceutiche a favore di medici, inclusi viaggi, alberghi e pagamenti di iscrizioni? Liberalità o forme di collusione più o meno opaca? è evidente come l’ argomento sia molto delicato e basterebbe parlare con gli operatori della sanità per capire come gli interessi in campo siano enormi. Una riflessione sul funzionamento del sistema a questo punto risulta necessaria, poiché in caso contrario si corre il rischio di fare di Marcelletti una vittima o un eroe, mentre il vero problema nelle centinaia di associazioni non profit presenti negli ospedali siciliani è la capacità di distinguere quelle che rispettano le leggi, svolgendo un lavoro essenziale per il mantenimento di alcuni standard di assistenza, da quelle che, sotto occhi compiaciuti o distratti, fanno affari sulla pelle dei malati.
- VINCENZO PROVENZANO

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Sono 4.720 le fondazioni attive in Italia: prima rilevazione dell’Istat

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Maggio 5, 2009

SuperAbile-Inail

19 ottobre 2007

Rispetto al 1999 la crescita è di quasi il 57%, specialmente al Nord Ovest. Si investe soprattutto su assistenza sociale e cultura: più vocate le regioni dell’Italia nordoccidentale. Premi e borse studio i servizi più erogati

ROMA – Sono 4.720 le fondazioni attive in Italia al 31 dicembre 2005, mentre 247, alla data della rilevazione, non avevano ancora avviato l’attività o l”avevano sospesa temporaneamente. I dati sono stati diffusi oggi dall’Istat che nel biennio 2006-2007 ha svolto la prima rilevazione su questi istituti. Sono per la maggior parte di recente costituzione (54,6% si è costituito nell’ultimo decennio) e mentre quelle più “giovani” sono distribuite soprattutto nel Nord-ovest, al Centro e nel Mezzogiorno risulta maggiormente elevata la percentuale di fondazioni più antiche.

Distribuzione disomogenea – Il 44,2% si trova nel Nord-ovest (2.087 fondazioni), mentre nel Nord-est, al Centro e nel Mezzogiorno opera rispettivamente il 20,7% (978), il 20,2% (951) e il 14,9% (704). Rispetto agli ultimi dati disponibili (1999) il numero delle fondazioni è cresciuto di quasi il 57%; crescita dovuta “in buona parte al processo di privatizzazione delle istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza (Ipab) e alla conseguente trasformazione in fondazione di alcune di esse”. La crescita più sensibile nel Nord-ovest dove si passa dal 35,6% al 44,2%, mentre una tendenza opposta si registra nelle altre aree del paese, dove, pur in presenza di un aumento in termini assoluti, la quota relativa scende: dal 22,2% al 20,7% nel Nord-est; dal 23,2% al 20,2% al Centro e dal 19,0% al 14,9% nel Mezzogiorno. Inoltre nel Nord-ovest (55,5%, rispetto al 49,5% nazionale) è più forte la presenza di fondazioni operative, rispetto al Centro dove prevalgono le miste (38,2% a fronte di 30,5%) e delle erogative nel Mezzogiorno (26,6% rispetto a 20,0%). In particolare in Valle d’Aosta è presente la percentuale più elevata di fondazioni operative (71,0%), in Molise (44,4%) qulla delle fondazioni erogative mentre le fondazioni miste sono prevalenti nel Lazio (43,3%) e nelle province autonome di Trento e Bolzano (42,3% e 38,9%, rispettivamente).

Si investe su assistenza e cultura – Sono l’assistenza sociale (17,3%) e la cultura (16,5%) gli ambiti di intervento più frequenti per le fondazioni (rielaborazione dell’International Classification of Nonprofit Organizations che ha individuato 17 settori operativi). Seguono con il 13,5% l’istruzione e con il 12,8% il finanziamento di progetti, il 12,7% della filantropia, l’8,5% della religione e culto e, fanalino di coda, la ricerca con il 7,7%. La vocazione socio-assistenziale e educativa risulta più marcata nelle regioni dell’Italia nordoccidentale, un risultato “determinato principalmente dalle Ipab trasformatesi in fondazioni”, secondo l’Istat. Nelle regioni del Nord est assumono maggior peso le fondazioni che operano nel settore della filantropia (15,0%) e del finanziamento di progetti (14,0%), mentre al Centro si registra una maggiore incidenza relativa delle fondazioni culturali (22,4%). Nel Mezzogiorno, infine, la vocazione prevalente riguarda il settore della religione e culto (18,2%) e quella dell’assistenza sociale (20,0%). Il 53,2% delle fondazioni opera in un solo settore di attività, percentuale sale al 69,1% tra le fondazioni attive prevalentemente nell’istruzione, al 60,5% tra quelle che si occupano di filantropia e al 58,8% tra quelle che operano nel settore del finanziamento di progetti.

Premi e borse di studio, i servizi più offerti – Rispetto alla gamma di servizi offerti dalle fondazioni i più diffusi sono quelli relativi all’erogazione di premi e borse di studio (15,0% delle fondazioni), alla realizzazione di convegni, seminari, conferenze e congressi (13,2%), all’istruzione prescolastica (12,8%), all’assistenza in residenze protette (12,5%) e al finanziamento di progetti socio-assistenziali (12,0%). Seguono la realizzazione di corsi tematici e/o laboratori (9,5%), il finanziamento di progetti educativi (9,3%), la realizzazione di spettacoli teatrali, musicali e cinematografici (9,2%), il finanziamento di progetti artistico-culturali (7,9%), la gestione di biblioteche, centri di documentazione e archivi (7,6%), l’organizzazione di esposizioni e mostre (7,5%), l’erogazione di contributi a persone in difficoltà economica (7,4%) e il finanziamento di progetti medico-sanitari (7,2%).

Circa 16 milioni gli utenti – Il 70, 9% delel fondazioni offre servizi direttamente all’utenza; crica 16 milioni gli utenti complessivi, di cui 14 milioni “senza disagi specifici”. Tra questi infatti la categoria maggiormente presente è quella dei cittadini in generale (70,1%) seguita dagli adulti (16,6%) e dai minori (5,0%). Tra gli utenti con disagi, i malati sono la tipologia numericamente più elevata (circa 1 milione di persone che rappresentano il 49,1% del complesso degli utenti con disagi), seguiti dagli anziani (19,1%) e dalle persone in difficoltà (10,5%).

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Fondazioni, un patrimonio da 85 miliardi. Più “ricchi” gli istituti del Centro

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Maggio 5, 2009

Fondazioni, un patrimonio da 85 miliardi. Più “ricchi” gli istituti del Centro
(19 ottobre 2007)
Superabile-Inail

Possono vantare un patrimonio di oltre 34 milioni e, pur costituendo il 20% delle attive in Italia, assorbono il 45,5% delle entrate. In Italia coinvolgono 156.251 persone, oltre due terzi utilizza personale retribuito

ROMA – Nel 2005 le fondazioni hanno registrato entrate complessive per 15,6 miliardi di euro, con una media per istituzione di circa 3,3 milioni di euro; 11,5 miliardi di euro le uscite (circa 2,4 milioni di euro in media). Secondo l’Istat, che ha diffuso oggi i dati del primo censimento sulle fondazioni, al 31 dicembre 2005 il patrimonio complessivo ammontava a 85 miliardi di euro, con un importo medio di circa 18 milioni di euro per fondazione. Circa la metà del patrimonio complessivo è gestito dalle fondazioni bancarie e un altro 20% dagli enti di previdenza privatizzati. Gli istituti del Centro sembrano i più ricchi: il patrimonio è di circa 34.323 milioni di euro e malgrado siano solo il 20,2% delle fondazioni italiane:, assorbono il 45,5% delle entrate complessive. Seguono, con il 35,3%, le fondazioni del Nord-ovest, e, a sensibile distanza quelle del Nord-est e del Mezzogiorno, che beneficiano, rispettivamente, del 12,3% e del 6,9% del totale delle entrate.

Più “piccole” le erogative – Le entrate risultano prevalentemente concentrate tra le fondazioni miste, che costituiscono il 30,5% delle unità, ma raccolgono il 52,4% del valore totale delle entrate. Al contrario, le fondazioni operative, che costituiscono il 49,5% del totale, rappresentano il 23,3% delle entrate complessive. Infine, per le fondazioni erogative si registra una quota percentuale delle entrate (24,2%) sostanzialmente proporzionata alla loro numerosità (20,0%). Il 68% ha dichiarato un importo inferiore a 500 mila euro, il 9,6% tra 500 mila e 1 milione di euro, il 7,9% tra 1 e 2 milioni, l’8,1% tra 2 e 5 milioni e il 6,4% uguale o superiore a 5 milioni di euro. Nella tipologia delle erogative prevalgono le fondazioni di minori dimensioni economiche e in questo caso la percentuale di fondazioni con ricavi inferiore a 100 mila euro sale a circa il 55% mentre, le fondazioni medio-grandi e grandi sono maggiormente frequenti tra le operative e tra le miste: il 66% ed il 65,3% delle fondazioni appartenenti a queste tipologie mostrano, rispettivamente, livelli delle entrate uguali o superiori a 100 mila euro.

Le fonti di finanziamento – Il 78,1% delle fondazioni registra entrate di origine privata e il 21,9% di fonte pubblica: nel Mezzogiorno è meno accentuato il ricorso al finanziamento privato (70,7%), mentre è più frequente nel Nord-est e nelle regioni del Centro (rispettivamente 81,2% e 81,4%). Inoltre il 96,0% delle fondazioni erogative si finanzia con entrate di fonte privata, mentre l’incidenza del finanziamento da fonte prevalentemente pubblica presenta il livello più elevato per le operative (31,0%). Il 30,6% delle entrate delle fondazioni è costituito da redditi patrimoniali, il 25,6% dalle entrate derivanti da quote versate dai soci e dagli iscritti, il 15,7% dai ricavi derivanti da contratti e/o convenzioni con istituzioni pubbliche e il 10,4% dai ricavi da vendita di beni e servizi. Se nel Nord-ovest sono relativamente più consistenti le entrate derivanti da contratti e convenzioni (31,4%), nel Nord-est è preponderante la quota relativa ai redditi patrimoniali (53,5% ), al Centro invece prevale l’incidenza delle somme versate dai soci e/o dagli iscritti (54,3%) e nel Mezzogiorno quelle costituite dai ricavi da contratti e/o convenzioni con istituzioni pubbliche e dai sussidi e contributi (rispettivamente 43,8% e 18,1%). Le fondazioni operative si finanziano in via prevalente con entrate derivanti da contratti e o convenzioni (33,4%) e dalla vendita di beni e servizi (30,3% ), le erogative quasi esclusivamente con redditi patrimoniali (86,0%) e le miste prevalentemente con le somme versate dai soci e/o dagli iscritti (48,2%).

Oltre due terzi delle fondazioni impiega personale retribuito – Nelle fondazioni operano 156.251 persone, di cui il 52,2% (81.581 unità) sono dipendenti, il 29,5% (46.144) volontari, il 12,5% (19.469) collaboratori, il 3,3% (5.087) lavoratori distaccati o comandati da imprese o istituzioni, il 2% (3.162) religiosi e lo 0,5% (808) volontari del servizio civile. I lavoratori retribuiti (dipendenti, collaboratori e personale distaccato o comandato) sono pari a 106.137 unità, mentre le risorse umane non retribuite sono 50.114. Nel Mezzogiorno e del Nord-ovest si osserva una percentuale di dipendenti superiore a quella rilevata a livello nazionale (rispettivamente il 62,7% e 60,3% a fronte del 52,2% nazionale). Il Nord-est e, soprattutto, il Centro si distinguono per le maggiori quote di volontari (rispettivamente il 34,2% e il 57,9% a fronte del 29,5% nazionale). In quelle operative è maggiore l’incidenza relativa di dipendenti (62,1%) e di collaboratori (14,6% ), mentre nelle erogative e nelle miste i volontari presentano quote superiori al 40% (rispettivamente 41,6% e 44,5%). Le donne rappresentano il 65,1% del personale; la presenza femminile sale al 78,1% tra i lavoratori distaccati o comandati e al 71,1% tra i dipendenti, mentre, pur rimanendo al di sopra del 50%, scende al 57,8% tra i volontari e al 55,9% tra i collaboratori. Oltre i due terzi delle fondazioni (70,0%) impiega, per lo svolgimento delle proprie attività, personale retribuito (dipendenti, collaboratori e personale distaccato o comandato).

Il 73,1% impiega meno di 10 persone – La classe dimensionale nella quale si concentra il maggior numero di fondazioni (1.434 fondazioni, pari al 30,4%) è quella con 1-4 unità di personale, mentre la quota di fondazioni che ne impiegano 100 e oltre risulta limitata al 4,1%. Il 73,1% impiega meno di 10 unità. Inoltre le fondazioni operative, dovendo direttamente erogare servizi all’utenza, sono più spesso di dimensioni maggiori (il 54,2% di esse impiega almeno 5 unità di personale retribuito ed il 12,8% più di 49), mentre le erogative, occupandosi della gestione di finanziamenti a terzi, sono generalmente più piccole (l’89,6% di esse opera con meno di 5 unità di personale retribuito e lo 0,2% con più di 49). Le fondazioni miste, data la loro funzione ibrida, si collocano in una posizione intermedia (il 65,0% di esse impiega meno di 5 unità di personale retribuito e l’8,4% più di 49).

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Fondazioni teatrali tra pubblico e privato

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Aprile 28, 2009

Fondazioni teatrali tra pubblico e privato
di Gianpaolo Concari

La tradizione musicale italiana: un patrimonio di tutti che cerca aiuto tra i privati. Il d.lgs. 367/96 ha cercato di avvicinare i privati alla cultura ma la manovra non è riuscita del tutto. L’articolo è pubblicato anche da Summa la rivista del Consiglio Nazionale dei Ragionieri Commercialisti ed Economisti d’Impresa.

La tradizione musicale italiana ha subito una radicale trasformazione a seguito del d.lgs. 29 giugno 1996 n. 367. La volontà del legislatore era quella di dare un forte impulso al settore, cercando di avvicinare i mecenati privati verso le grandi istituzioni musicali ingabbiati in strutture pubbliche non sempre efficienti.

L’operazione non sempre è riuscita in pieno. Da allora altre soluzioni ibride sono state escogitate per poter conservare il patrimonio della tradizione musicale (lirica e concertistica) italiana, così come di quella teatrale.

Il d.lgs. 367/96 ha di colpo trasformato gli enti di prioritario interesse nazionale che operano nel settore musicale in fondazioni di diritto privato. Più precisamente la norma ha riguardato:

• gli enti autonomi lirici e le istituzioni concertistiche assimilate

• altri enti operanti nel settore della musica, del teatro e della danza

Dal punto di vista squisitamente tecnico, si può notare che queste fondazioni non trovano il proprio fondamento né in un atto di autonomia privata, né in un negozio di fondazione.

Inoltre il contenuto dello statuto è sottratto all’autonomia privata, così come la procedura di riconoscimento della personalità giuridica è ben diverso da quello previsto per le altre fondazioni.

Le fondazioni musicali non hanno scopo di lucro e in tal senso perseguono la diffusione dell’arte musicale, provvedendo alla conservazione del patrimonio storico-culturale dei teatri loro affidati. Possono realizzare spettacoli lirici, di balletto e concerti anche in sedi diverse e svolgere, conformemente agli scopi istituzionali, attività commerciali ed accessorie, operando secondo criteri di imprenditorialità ed efficienza.

[...]

articolo completo su: Guide Supereva

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Quotidiani come strutture no-profit?

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Febbraio 20, 2009

Quotidiani come strutture no-profit?
L’articolo completo su:
LSDI
9 Febbraio 2009

Di fronte alla crisi dei giornali, l’ ex condirettore del Washington Post Steve Coll ipotizza la trasformazione delle grandi testate in Fondazioni aperte alle donazioni, come avviene da tempo con le Università – ‘’Se il Washington Post ricevesse donazioni per due miliardi di dollari, sarebbe in grado di finanziare una redazione in ottima salute’’

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di Steve Coll*
(Nonprofit Newspapers, Newyorker)

Apparentemente, nel prossimo futuro vi saranno due tipologie di quotidiani no-profit: quelli che lo sono per scelta, e quelli che lo sono per forza. Da quando nel 2005 ho lasciato il Washington Post – dopo 25 anni in cui ho fatto anche parte del management – e, in particolar modo, da quando mi sono accostato al mondo del no-profit attraverso la New America Foundation e ho iniziato ad imparare gli aspetti manageriali e di raccolta fondi presso le organizzazioni no-profit, ho coltivato questa idea: il Post avrebbe potuto mantenere la vitalità necessaria a svolgere con successo il proprio ruolo di cane da guardia sul sistema costituzionale americano solo trasformandosi in un Fondazione no-profit e raccogliendo donazioni a supporto della redazione, come avviene per le università. Ora David Swensen, responsabile degli investimenti a Yale, e Michael Schmidt, analista finanziario, hanno avanzato una proposta simile.

La loro logica è la stessa che mi ha spinto verso questa idea. Quando qualche anno fa ho lasciato la redazione del Post, il costo totale delle operazioni di raccolta delle informazioni – stipendi, benefits e altre spese – era nell’ordine dei 120 milioni di dollari, una cifra modesta rispetto a quella del Times, che Swenson e Schmidt fissano sui 200 milioni. Ma era comunque più che sufficiente per mantenere un robusto staff investigativo costituito da più di una dozzina di reporter, redattori e ricercatori, e per supportare reportage ricchi e dettagliati su questioni di politica locale, nazionale ed estera. Avevamo circa trenta corrispondenti esteri in una ventina di uffici oltre ad ulteriori redattori a contratto all’estero.È stato molto doloroso vedere quotidiani come il Washington Post dare la buonuscita a dozzine di giornalisti talentuosi all’acme della loro professionalità mentre all’estero chiudevano gli uffici, così come intere sezioni del giornale.

[continua]

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Finanziare la “welfare community” il nuovo ruolo delle Fondazioni

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Febbraio 18, 2009

Finanziare la “welfare community” il nuovo ruolo delle Fondazioni
Un settore d´intervento cruciale per l´esaurirsi delle risorse pubbliche dedicate all´assistenza
di Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele
(Presidente Fondazione Roma)
l’articolo completo su Repubblica “Affari e Finanza”

Il complesso sistema di welfare costruito nei secoli, in Europa, grazie alla concezione scaturente anche dalla tradizione cristiana, è entrato in crisi perché lo Stato non ha più la capacità, attraverso le risorse dei bilanci pubblici, di fronteggiare le esigenze sempre crescenti avanzate dalla società civile. Da tempo questo problema è oggetto di interrogativi, e si confrontano le posizioni di chi vede come soluzione una svolta di tipo neo-liberista che, favorendo l´espansione del mercato, ipotizza di trarre, dalle crescenti risorse generate, i mezzi atti a dare le risposte in quei campi, e chi, invece, partendo dall´esigenza prioritaria di redistruibire, a volte ancor prima di crearla, la ricchezza, si affanna ad attribuire allo Stato ruoli che ragionevolmente esso non può più assolvere.
In questa manifesta dicotomia, sta prendendo spazio una posizione che sicuramente possiede le premesse per poter affrontare questo problema. Faccio riferimento al variegato mondo del terzo settore che rappresenta un tertium genus rispetto sia allo Stato che al privato, e che costituisce il privato sociale nella sua vivace multiformità: circa 20 milioni di occupati in Europa, dei quali oltre 1 milione e 300 mila in Italia. Questo mondo evidenzia l´esistenza del “terzo pilastro” in grado di fronteggiare la manifesta crisi dello stato sociale.
E´ del tutto evidente che le potenzialità che questa realtà esprime hanno comunque dei limiti che non sono solo di carattere economico (sebbene il non profit contribuisca all´economia mondiale per oltre 300 miliardi di euro e negli Stati Uniti rappresenti il 6% del PIL) ma, nel nostro Paese, anche normativo e, per alcuni versi, costituzionale.
E´ noto, infatti, che il sistema di distribuzione dei poteri previsto dalla nostra Costituzione ha improntato l´ordinamento di una concezione secondo cui lo Stato è l´unico soggetto legittimato ad intervenire nei problemi di interesse generale.
Ma oggi il ruolo dello Stato appare ormai inadeguato, poiché le risorse rivenienti dall´imposizione fiscale non sono più sufficienti, specie nei momenti in cui l´economia nazionale non cresce, per effetto anche di crisi di natura internazionale, a dare le risposte che la collettività attende in campo sociale. Ciò scaturisce anche dal crescente standard di civiltà e, quindi, dal maggior grado di tutela, che la società richiede.
Di fronte alla manifesta difficoltà dello Stato, la risposta del terzo settore si rivela come l´unica possibilità di soluzione. Finalmente, infatti, nel nostro Paese è iniziata, sebbene non completata, quella mutazione concettuale che oggi recepisce il contributo positivo dell´iniziativa del privato sociale, della “cittadinanza attiva”, alla soluzione dei problemi propri che sono, poi, anche quelli del Paese.
Perché questo si verificasse, abbiamo dovuto attendere il realizzarsi di due eventi che hanno indubbiamente favorito il pieno dispiegarsi delle potenzialità caratterizzanti il terzo settore. La modifica costituzionale dell´art.118 con l´introduzione del principio di sussidiarietà, e le due pronunce della Corte costituzionale nn.300 e 301 del 2003 in materia di fondazioni ex bancarie.
Sono due momenti importanti nella storia del lento trapasso da una stagione di centralismo statale ad una possibile ipotesi di risposta alle esigenze del sociale. Ma non bastano. Come ho più ampiamente sostenuto nel volume che ho appena pubblicato: “Il Terzo Pilastro. Il non profit motore nel nuovo welfare”(Ed. ESI, 2009), è evidente che il percorso per arrivare ad una pienezza di risultato, che consenta il dispiegamento di quelle potenzialità ancora non completamente espresse del terzo settore, tale da farlo diventare, come detto, il “terzo pilastro” della nuova welfare community che sostituirà integralmente il vecchio welfare state, deve passare attraverso due principali interventi: una modifica del dettato costituzionale, che tenga conto del ruolo del terzo settore nell´ambito della copertura dei diritti sociali, ampliando, cioè, il principio costituzionale di sussidiarietà; e il completamento della tanto attesa riforma del libro I, titolo II del codice civile recante la disciplina delle persone giuridiche che, evitando il ricorso alle leggi speciali che, a mio parere, sarebbe un grande errore, possa costruire un contesto armonico entro cui venga riconosciuto pienamente il ruolo di tutti gli organismi attraverso cui liberamente si esprime l´iniziativa e la partecipazione dei singoli.
Un terzo intervento, certamente auspicabile, consiste nell´adeguare la normativa fiscale agli attuali standard europei, così da prevedere un regime di favore per tutte le organizzazioni del terzo settore che svolgano un´attività di interesse generale. In questo modo si otterrebbero due vantaggi immediati: una maggiore disponibilità di risorse economiche per questi enti, e la possibilità di svincolarsi sempre più dalla dipendenza, sempre su questo versante, dagli aiuti pubblici o privati.
La mia visione si incentra, dunque, sull´essenzialità del mondo del non profit il quale diviene strumento non solutorio in assoluto dei problemi del welfare state, ma sicuramente assai utile ed in grado di far sì che la collettività dia risposte ai problemi espressi dalla stessa società.
La possibilità di una reale alternativa all´attuale strutturazione del welfare state nella direzione di un sistema effettivamente plurale (welfare mix) passa, dunque, per un´ulteriore crescita del terzo settore, in termini quantitativi e qualitativi, tale da rendere possibile una reale rigenerazione del sistema vigente.
Bisogna, insomma, chiudere la fase caratterizzata dalla prevalenza dello Stato nel sistema del welfare, che pur ha prodotto risultati positivi importanti, e passare ad una nuova stagione in cui venga delineata una rete di garanzie e tutele sociali moderna, efficiente, qualitativamente adeguata e territorialmente omogenea, che sia compatibile con il nuovo assetto istituzionale della Repubblica, sempre più decentrato e federale, con la difficile congiuntura economica e con le molteplici nuove esigenze che emergono dalla collettività. Un sistema snello ed efficiente, finanziato con le risorse liberate dalla sburocratizzazione della Pubblica Amministrazione, dall´alleggerimento dei costi della politica, dal recupero dell´evasione fiscale, da riforme strutturali e lungimiranti nella sanità e nella previdenza. Che consideri anche una uscita progressiva, da parte dello Stato, da quei settori specialistici della sanità e dell´istruzione, della ricerca scientifica, dove sarebbe assicurata la competenza dei privati non profit, secondo il criterio ormai imprescindibile della sussidiarietà, così da garantire ampia copertura sociale solo alle persone che effettivamente, e con severi controlli, dimostrano di non avere i mezzi sufficienti per vivere dignitosamente, e con un occhio speciale per le famiglie numerose. Questo mio convincimento è stato rafforzato dall´utilizzo di uno strumento matematico che consente di calcolare, in percentuale, la somma che porebbe essere risparmiata e che potrebbe essere destinata ad altre voci del bilancio dello Stato.
Per poter offrire un contributo decisivo nella direzione ora indicata, non basta più però l´etichetta non profit o altre equivalenti, ma occorre che il terzo settore ponga in essere una significativa azione di rinnovamento e di miglioramento dell´efficienza al suo interno, sotto il profilo degli indirizzi strategici, ma soprattutto della gestione organizzativa delle strutture, delle attività e del proprio capitale umano, per essere sempre più indipendente dai condizionamenti politici o dal finanziamento pubblico e privato, e legittimarsi, così, in modo trasparente, di fronte ai suoi stakeholder. In altri termini, si tratta di fare ciò che ha fatto egregiamente in questi ultimi anni la Fondazione Roma.
[continua]

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Via libera alla onlus che fa soldi

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Dicembre 5, 2008

Italia Oggi 11 Ottobre 2008
di Debora Alberici

La Cassazione dà il via libera alle onlus per produrre profitti. Infatti d’ora in avanti potranno gestire attività non rivolte necessariamente ai poveri e quindi farsi pagare. Resta fermo il limite della distribuzione degli utili.È questo il nuovo e importante principio affermato dalle Sezioni unite della Cassazione che, con la sentenza n. 24883 del 9 ottobre 2008, hanno respinto il ricorso dell’Agenzia delle entrate. [...] La Suprema corte, questa volta, ha segnato un importante punto in favore delle onlus nell’ormai storico braccio di ferro contro il fisco. Infatti l’amministrazione finanziaria tenta da anni di restringere sempre di più il numero di associazioni non profit che godono di grandi benefici fiscali. E lo aveva fatto anche nel caso sottoposto all’esame del Collegio esteso che è iniziato qualche anno fa a Bologna. Un’associazione non profit, che gestiva attività per persone anziane facendo pagare loro una retta mensile (risultata poi essere proporzionata al mercato di quel momento) era stata cancellata d’ufficio, per mano dell’Agenzia delle entrate, dall’Anagrafe unica. Ciò, fra l’altro, era avvenuto nonostante il parere contrario dell’Agenzia delle onlus. Così la fondazione aveva fatto ricorso alla Commissione tributaria provinciale di Bologna che le aveva dato ragione. Stessa sorte in secondo grado. La Commissione regionale dell’Emilia Romagna aveva respinto l’appello del fisco precisando che l’articolo 10 del dlgs 460 del 1997 prevede che sono onlus “se svolgono attività di assistenza sociale e socio-sanitaria, a prescindere dalle condizioni di svantaggio dei destinatari delle stesse, purché sussista il fine solidaristico”. [...] Nessun dubbio fra il Collegio che ha confermato la legittimità dei profitti delle onlus sollecitato, fra l’altro, dalla procura generale. [...] In particolare, si legge nei passaggi più interessanti di questa pronuncia destinata a passare alla storia, “non appare incompatibile con il fine solidaristico di una onlus lo svolgimento di attività dietro pagamento. Sempre che, occorre aggiungere, attraverso il pagamento non si realizzi, accanto all’intento solidaristico, anche un fine di lucro”. Le norme sulle associazioni non profit, spiega ancora la Cassazione, dispongono la possibilità “di perseguire finalità di solidarietà sociale quando le cessioni dei beni e le prestazioni di servizi siano dirette ad arrecare benefici a persone svantaggiate in ragione di condizioni fisiche, psichiche, economiche, sociali o familiari. Quindi le attività possono essere considerate rientranti tra quelle aventi finalità di solidarietà sociale anche a prescindere dalla sussistenza di una situazione di svantaggio economico del beneficiario”. Resta fermo, tuttavia, “il divieto di distribuzione degli utili.

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Il nonprofit è in tutta la nostra vita

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Leader2Leader: il network dei manager non profit italiani

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Novembre 14, 2008

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L’Italia del noprofit produce e si allarga

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Ottobre 2, 2008

Da Metro, giovedì 2 ottobre 2008

Economia. In un priodo di crisi violenta come questo, per gli esperti è normale vedere l’economia sociale godere di buona salute. In Italia però ong, associazioni di volontariato e di promozione sociale, fondazioni e cooperative stanno non solo prosperando, ma piano piano cominciano ad allargare la loro sfera di influenza. Infatti il terzo settore non è più confinato a sanità ed assistenza sociale, ma sta intensificando anche la sua propensione produttiva, specialmente nel campo dei servizi per i cittadini. Il primo rapporto sull’economia sociale fatto in sinergia da Cnel e Istat lo conferma: ormai nel comparto lavorano 3 milioni di persone, e di associazioni e fondazioni se ne contano più di 220.000. Tanto che l’Istat vuole arrivare al censimento delle organizzazioni no profit entro il 2009. (V.M.)

38 miliardi è il fatturato complessivo del terzo settore nel nostro paese.

15 per cento è la crescita media annua del no profit in Italia.

Metronews

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