Lavoro e No Profit

Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!

Archivio per la categoria ‘ambientalismo’

Lo sfruttamento ai tempi del no profit

Pubblicato da lavoratorinoprofit su ottobre 19, 2011

da GIORNALETTISMO.COM     Inchiesta di Lou Del Bello 19 luglio 2011

Call center, promoter per strada o porta a porta: le grandi onlus si servono delle più estreme logiche d’impresa  Onlus, associazioni no profit, enti morali, sono organizzazioni dalle finalità etiche che rappresentano uno dei pilastri del vivere civile: la società prospera e cresce anche grazie all’altruismo di chi si riunisce in gruppo per sostenere il prossimo. Chiunque di noi può citare al volo almeno quattro o cinque esempi di grandi enti che in Italia operano per una buona causa: difendere i bambini dalle violenze domestiche, proteggere l’ambiente, aiutare i poveri, prestare cure mediche nei paesi in guerra.

I DEBOLI DIMENTICATI - Ma ad uno sguardo poco meno che superficiale nel variegato mondo delle associazioni benefiche potrebbe sorgere il sospetto che ci sia una classe di “nuovi” deboli dimenticata un po’ da tutti: quella dei lavoratori. Le testimonianze di chi ha lavorato per alcune delle maggiori onlus ed enti morali sono infatti controverse.

[...] LA LOGICA DEL PROFITTO – Così facendo – continua Marta –  il rapporto con i sostenitori e i soci diventa falso e la loro fiducia viene tradita: molto spesso, in entrambi i lavori, mi sono trovata a dover mentire (su suggerimento dei responsabili) sulla natura del mio rapporto con l’associazione dichiarando alla gente di essere io stessa una socia o addirittura di fare quel lavoro da volontaria… tutto per non far sfigurare l’onlus. Più in malafede di così…” Greenpeace in effetti appalta la gestione del call center, come detto dalla testimone, a una società che si chiama Softlab. Cecilia, responsabile dell’ufficio stampa di Greenpeace, conferma che l’associazione si serve proprio di questa società confermando il dato fornito da Marta (a tal proposito, si legga la replica che Greenpeace ha inviato a Giornalettismo) : “Greenpeace sperimenta solo da poco l’attività di call center – spiega – e siamo molto interessati ai feedback diretti dei lavoratori, che finora non sono mai stati negativi. Tuttavia, ci fa piacere ricevere anche queste segnalazioni perché ci aiutano a valutare i termini del progetto”. Alcuni degli intervistati hanno osservato che le logiche di sfruttamento descritte dai testimoni sono semplicemente le regole consuete dei call center. Il punto è che se tutto sommato ci si aspetta questa idea di profitto da una multinazionale, nell’ambito del no profit il conflitto è stridente: certo, a livello legale non c’è nulla di illecito, ma si lavora davvero con due pesi e due misure.

L’articolo completo: http://www.giornalettismo.com/archives/134159/lo-sfruttamento-ai-tempi-del-no-profit/Lo sfruttamento ai tempi del no profit

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Tra la spazzatura di Napoli spunta un Panda

Pubblicato da lavoratorinoprofit su febbraio 9, 2010

Porta a Porta
Il WWF cura la campagna per la differenziata
Tra la spazzatura di Napoli spunta un Panda

di (fabr.ger.) Il Venerdì di Repubblica n.1142 del 5 febbraio 2010 p.29

Asia, l’azienda del Comune di Napoli per la raccolta dei rifiuti, affida al Wwf la campagna di comunicazione per la raccolta differenziata porta a porta nel 2010. Wwf rp, società controllata dall’omonima fondazione, si è aggiudicata , in associazione con la cooperativa Ermeco, l’appalto da 1.738.000 euro per sensibilizzare i napoletani dei quartieri dove il prelievo avviene palazzo per palazzo. C’è chi ritiene che la committenza possa ammorbidire il ruolo di supervisore indipendente svolto fino a oggi dal Panda. Replica Ornella Capezzuto, presidente del Wwf Campania: “Il nostro atteggiamento rimarrà immutato, e Wwf rp è indipendente dall’ Associazione”.

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Nasce un documento di “Buone prassi” sulla raccolta fondi face-to-face

Pubblicato da lavoratorinoprofit su settembre 23, 2009

Roma, Italia — Amnesty International, Greenpeace, Medici Senza Frontiere, Save the Children e l’Alto Commissariato delle Nazione Unite per i Rifugiati (UNHCR) firmano un documento di ‘Buone Prassi’ per garantire maggiore trasparenza e affidabilità nella raccolta fondi realizzata mediante la tecnica del ‘face-to face’. Per la prima volta, nell’ambito del fundraising, alcune tra le maggiori organizzazioni internazionali hanno lavorato insieme per dotarsi di uno strumento di autoregolamentazione.

Il settore del non profit italiano ha visto crescere, con sempre maggiore rilevanza negli ultimi cinque anni, l’attività di raccolta fondi basato sul ‘face-to-face’. Ispirandosi al “Codes of Fundraising Practices” dell’Institute of Fundraising britannico, alcune tra le maggiori Organizzazioni No Profit (ONP) presenti in Italia, hanno sentito l’esigenza di dotarsi di linee guida per delineare le “Buone Prassi”, da condividere e applicare nell’ambito del ‘face-to-face’. Ciò a tutela del donatore, dell’organizzazione ed anche del personale coinvolto: i dialogatori.

Il ‘Face-to-face’, conosciuto anche come dialogo diretto, è una modalità di raccolta fondi basata sul’invito personale a effettuare donazioni regolari tramite domiciliazione bancaria o postale o carta di credito. L’attività si svolge prevalentemente in strada, in un luogo di pubblico accesso, o porta a porta e costituisce un mezzo efficace ed efficiente attraverso il quale le persone possono sostenere le ONP.

Le organizzazioni firmatarie di questo protocollo considerano “l’accountability” e la trasparenza nei confronti del pubblico di fondamentale importanza. Per questo i contenuti principali del documento sono tesi a garantire una formazione di qualità ai dialogatori e adeguate regole di comportamento e approccio. Inoltre i dialogatori devono avere un’immediata e certa riconoscibilità da parte del pubblico e sono tenuti a fornire ai potenziali sostenitori informazioni chiare e precise sulla causa e sulle attività a cui è destinata la raccolta fondi.

Le organizzazioni promotrici auspicano che questa iniziativa sia il primo passo verso una più ampia partecipazione e condivisione, e anche per questa ragione hanno richiesto il patrocinio dell’Associazione Italiana Fundraisers (Assif).

Note

Il documento di ‘Buone prassi’:

http://www.greenpeace.org/raw/content/italy/ufficiostampa/file/dialogatori-regole

08-05-09
Greenpeace Italia: http://www.greenpeace.org/italy/

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Estratti da una intervista a P.Giganti (WWF Italia-Assif)

Pubblicato da lavoratorinoprofit su luglio 30, 2009

Su segnalazione di un nostro lettore pubblichiamo alcuni estratti di una incredibile intervista a Paolo Giganti: Membro dell’ Assif (Associazione Italiana Fundraiser) e Responsabile Raccolta Fondi WWF Italia rilasciata il 18 aprile 2008.

L’intervista completa sul sito dell’ ASSIF (http://www.assif.it/index.php?option=com_content&task=view&id=136&Itemid=36)

4. Quale riconosce lei come un buon corso (per foundraiser?- NDR)

Non esiste un buon corso, questo mestiere si impara sporcandosi le mani dentro le associazioni, con uno o due anni di cammino e di esperienza. Non credo neanche che l’Assif sia in grado di identificare quale corso sia meglio di un altro. In realtà l’Assif dovrebbe prefiggersi l’obiettivo di decidere una serie di corsi di formazione, è uno dei cammini da seguire in futuro, in quanto, oggi come oggi, costituiscono un business per chi li organizza. Secondo me non ha alcun senso fare un corso di formazione se non si fa un periodo di stage; infatti, chi li offre dovrebbe già avere in tasca l’adesione del WWF o dell’Unicef a prendere tizio per un periodo di 3 mesi. […]

9. Qual e’ il rapporto tra fundraiser e istituzioni per quanto riguarda le entrate?

Purtroppo i responsabili della raccolta-fondi non hanno un rapporto diretto con i vertici delle organizzazioni, i quali non hanno ancora capito l’importanza di questo mestiere. I fundraiser non sono pienamente coscienti del fatto che le entrate più cospicue non sono i venti euro che ti da il povero pensionato, ma sono i soldi provenienti dalle aziende, senza contare i lasciti. (…) I fundraiser dovrebbero invece essere coscienti di un po’ tutte le entrate, sia di quelle provenienti dai privati cittadini che dalle imprese; poi ci sono i contributi pubblici, dello Stato, delle Regioni, ecc. (…)

10. Qual e’ il rapporto tra l’apparato nazionale e internazionale di un’organizzazione onlus?

Ci sono organizzazioni la cui attività fondamentale è la raccolta-fondi ed il cui compito è di mandare all’organizzazione internazionale i fondi. Un caso del genere è rappresentato dall’Unicef internazionale, a cui l’Unicef Italia manda il 75% dei fondi raccolti. L’organismo italiano ha libertà sui progetti, ma e’ quello internazionale che decide sulle transazioni e quali progetti finanziare. Invece il WWF Italia è molto meno forte in questo passaggio di transazione, noi diamo circa il 10% delle nostre entrate al WWF internazionale (…) quello che incassiamo lo mandiamo direttamente nei progetti e strutture interne. Noi gestiamo le oasi e lo staff che si occupa un po’ di tutto e questo fa si che il nostro contributo indiretto ad agenti e centri operativi sul campo internazionale sia modesto. Il WWF internazionale non solo acconsente a ciò, ma ci è anche molto grato, perchè noi non abbiamo mai messo in discussione i loro moduli, secondo i quali poi alla fine i soldi ai grandi progetti internazionali se li vanno a cercare per conto proprio. Questo non potrebbero farlo in teoria, perchè in tutti i grandi paesi del mondo c’è la copertura di un’organizzazione nazionale. Se io faccio un accordo con te e ti dico che tu lavori in esclusiva in Italia, non posso venir poi dalle aziende italiane a farmi dare i contributi, e ciò è quello che fa l’organismo internazionale. In più questo prende da noi il 10%, non può desiderare di meglio. I grandi progetti internazionali del WWF sono fondamentalmente alimentati da alcune strutture nazionali, Stati Uniti e Olanda in primis, poi ci sono la Gran Bretagna e la Germania, i quali, avendo molti soldi a disposizione e poca progettualità in casa, si scelgono la proprietà di un grande progetto internazionale. E’ così che gli USA finanziano l’Amazzonia, la Gran Bretagna, l’Estremo Oriente, l’Olanda manda quasi tutti i suoi soldi all’Africa, ecc; invece l’Italia si è evoluta per motivi storici su un altro livello, per cui da ai grandi progetti internazionali una frazione ridotta delle entrate. Adesso sta cambiando qualcosa con la cooperazione internazionale, poichè da due anni a questa parte siamo anche noi una ONG, il che vuol dire che abbiamo attivato una serie di finanziamenti verso paesi del Terzo Mondo. Ma questi non sono contributi che escono dalle nostre tasche, noi facciamo una specie di intermediazione rispetto al Ministero degli Esteri, secondo una dinamica tra fundraiser e scopi istituzionali. Quindi, se l’Unicef e’ fondamentalmente orientata alla raccolta-fondi, noi del WWF lo siamo molto meno. Medici Senza Frontiere invece è una versione intermedia.

11. Per quale motivo il fundraiser entra a far parte di un’associazione piuttosto che un’altra, perchè ne sposa la causa o perchè è un mercenario della professione?

Io mi ritrovo al WWF non perchè l’abbia scelto, ma perchè, per una serie di causalità, si era creato un posto qui e così venni a fare un colloquio, anche se personalmente avrei preferito lavorare all’Unicef, per un’empatia maggiore che ho verso il mondo dei bambini. Comunque all’interno delle associazioni trovi persone che sono nate come volontari e che poi hanno cambiato la propria posizione evolvendo il proprio profilo professionale.

12. Un fundraiser gode di incentivi?

Da noi no. Sicuramente c’è una retribuzione in maniera non dichiarata, che non fa comunque parte del contratto di lavoro. C’è un normale processo in cui tu alla fine dell’anno ti ritrovi col tuo capo che ti dice che gli è piaciuto come hai lavorato e quindi l’anno prossimo ti da di più e comunque esiste un premio di fine anno.

13. Ci può raccontare la sua esperienza di fundraising all’interno del WWF?

Io sono stato ingaggiato nel WWF nel 1992 e sono stato stabilizzato con una normale assunzione dal 1993. Da subito sono stato responsabile dell’approvazione soci; poi, per un breve periodo di circa 6 mesi ho fatto il coordinatore dell’area marketing e della raccolta-fondi di aziende, che all’epoca era fatta dal Consiglio Soci e poi nel 2005 ho preso la direzione marketing. Il nostro ruolo è esattamente quello dei fundraiser, io mi sono a lungo battuto affinché la direzione fosse chiamata direzione raccolta-fondi, ma ho perso, sembrava una volgarità e così l’hanno chiamata direzione marketing. L’importante è quello che c’è dentro, dentro c’è tutta la parte della comunicazione, nata fuori dalla direzione; non facciamo altro che dare stretto supporto, indagini di mercato, interviste, la considero una parte integrante del fundraising. Per quanto riguarda il nostro settore, una delle difficoltà è di far entrare nella testa delle persone il fatto che gli aspetti economici sono una priorità logica, non stiamo parlando di filosofia. Bisogna far fronte all’aspetto banale, pratico, che a fine mese lo stipendio ai dipendenti lo devi pagare, qualcuno ti deve portare a casa i soldi. Credo che questa sia la principale difficoltà in molte associazioni no-profit, anche se non in tutte. Mi faccio interprete di un mugugno dei miei colleghi, siccome c’è questa questioncella che se l’organizzazione spende 1 milione di euro al mese almeno deve fare entrare 1 milione di euro al mese. Se non ce la fai poi sembra che è colpa del fundraiser, mentre se ce la fai è normale.

14. La sua figura professionale non e’ nata nel fundraising?

Io sono nato nel 1979 con l’Automobile Club d’Italia, vi sono stato dall’89 all’84, avevo un ruolo di collaboratore per perseguire una carriera direttiva. Usavo spesso tecniche di promozione soci, tra l’altro in quegli anni sperimentammo la vendita per corrispondenza della tessera ACI, avevamo una rete di uffici locali, delegazioni, ecc., che vendevano le iscrizioni. Noi decidemmo di provare la promozione a distanza, via posta e quindi per noi fu una sorta di scoperta del mondo del rapporto a distanza con la gente. Poi scelsi di lasciare l’ACI e di passare ad una delle poche aziende romane che faceva network per corrispondenza. Il mio lasciare l’ACI fu legato al fatto che il mio livello di carriera era arrivato ad un punto per cui decisi che era arrivato il momento di andarmene da là. Decisi di fare questo passaggio dalla struttura pubblica a quella privata, occupandomi a pieno titolo di vendite per corrispondenza. Poi nell’89 tracollò tutto, per ragioni che adesso non menziono, ed io cominciai ad agitarmi per trovare un’altra collocazione. Fui assunto da uno dei miei clienti, un’agenzia che vendeva videocassette che si chiamava VideoElectronics, dove facevo il sostegno dei venditori, lavoravo sulle persone fisiche, ci sono stato fino alla chiusura dell’azienda, avvenuta nel ‘91. Quindi quando arrivai al WWF capii che al no-profit serviva una specializzazione nel settore della corrispondenza. L’Italia era allora inondata di buste del WWF, dell’ Unicef e di tante altre organizzazioni.

16. Come viene controllato il suo lavoro, relativamente a procedure interne, budget, scadenze, orario di lavoro, ecc.?

Io compilo periodicamente dei report e alla fine dell’anno faccio un resoconto, si discute sul piano strategico generale. In genere racconto quello che faccio, non devo riportare le spese o i guadagni. Il budget non viene controllato. Il budget al WWF viene chiuso tre mesi dopo la chiusura dei progetti. E’ vero che prima hanno tentato di fare un controllo trimestrale sul budget, ma ora si fa solo se le entrate diminuiscono drasticamente e allora scatta il campanello d’allarme. Poi ultimamente siamo stati beneficiari di lasciti, soprattutto negli ultimi due anni, visto che dei ricchi signori hanno versato milioni di euro, di cui solo la metà erano soci. Comunque bisogna ripensare a un rapporto interno tra l’associazione e i soci, non possiamo contare sempre sui lasciti occasionali.

17. Il reclutamento come avviene?

Il reclutamento è un altro aspetto critico, funziona male se si offre poco in termini di stabilità del rapporto e di retribuzione, su cui non abbiamo una grandissima attrattiva. Alcune associazioni ci battono perchè offrono contratti migliori. Il problema non è se le associazioni ti offrono una collaborazione continuativa da 1500 euro, il problema vero riguarda le prospettive future. Io avevo quattro persone, avrei voluto che fossero regolarmente assunte, uno alla volta, ma poi c’era il problema di chi assumere e mi hanno detto tassativamente di no.

18. Secondo lei le sue capacità vengono sfruttate a pieno?

Secondo me manca una collaborazione; come rappresentante dei soci del WWF dovrei conoscerli tutti, però molti di loro, a parte quei mille che mi sono vicini sul territorio, vengono ignorati.

21. Quale potrebbe essere l’evoluzione di questa attività?

Credo che ci sarà una crisi in questo mestiere, non penso che riusciremo a lavorare a livello globale per molti anni ancora, ci vuole maggiore professionalità, maggiore formazione, più giovani. In passato era più facile lavorare, anche se si era improvvisati, non esistevano particolari tecniche di marketing. Essendo la nostra una generazione nata sul mestiere, prima bastava noleggiare due strumenti di base e andavi tranquillo. Oggi i giovani hanno più possibilità, mentre la mia generazione non riesce a maneggiare strumenti nuovi. La cosa fondamentale che devi fare alla fine del gioco è di far quadrare i conti. Se hai speso 100 devi portare a casa 100, se porti 150 meglio ancora. Questo poi è il lavoro del manager, tu hai un tot e lo devi investire. Bisogna saper fare questo per diventare a tutti gli effetti un fundraiser.

22. E’ possibile che la difficoltà di portare avanti la raccolta-fondi sia dovuta all’attrattiva esercitata dal tipo di tematica?

L’ambiente in questo paese è stato per molti anni un valore portante, negli anni Ottanta ha avuto delle posizioni importanti con una mobilizzazione sull’affare delle centrali nucleari, il referendum sui pesticidi in agricoltura. A quei tempi ti arrivava a casa la lettera del WWF che ti chiedeva un supporto economico. Poi molte altre tematiche si sono aggiunte il decennio successivo. Ad esempio, nel ‘92 è arrivato il Telefono Azzurro che è stato un giorno in televisione a fare raccolta-fondi per l’apertura di centralini di assistenza per i bambini e raccolse una cifra vicina ai 16 miliardi di lire; fu un momento di svolta fondamentale. Poi ci fu la Guerra del Golfo e l’attenzione degli italiani si spostò su altre tematiche rispetto a quelle dell’ambiente e della salvaguardia degli animali. Oggi invece c’è un bombardamento di richieste di cooperazione con associazioni che tutelano tematiche sensibili verso l’aspetto umano, la fame nel mondo, le malattie, la povertà, ecc, quindi si tende a sostenere questo tipo di cause. Purtroppo oggi il WWF non va più di moda. Io ripeto che l’attenzione per l’ambiente è diventata semplicemente un valore di fondo. A sentir parlare sono tutti ambientalisti, però poi sono in pochi quelli che prendono 50 euro e li donano al WWF o ad altre organizzazioni. E’ proprio una materia che è sparita dagli occhi degli italiani. Oggi peraltro si sta spostando più sul campo istituzionale, perchè c’è l’intervento anche del Ministero dell’Ambiente, la gente paga le tasse. I soldi al WWF li danno quando tu fai sognare la gente con le oasi, o presenti loro specifici progetti.
24. Come vede lo scambio tra settore profit e no-profit?

Credo che oggi sia più diffuso di una volta. Sento ancora qualcuno che ha voglia di tornare al no-profit, a volte il passaggio è motivato da un senso di liberazione. Personalmente mi sono buttato nel no-profit per la difficoltà di re-inserirmi nel profit.

25. Esistono due generazioni a confronto nel mondo del fundraising?

Nel WWF secondo me i più giovani non hanno una conflittualità nei miei confronti, mi portano rispetto per la mia anzianità ed esperienza. Non ci sono dispute riguardo alle decisioni da prendere, in quanto ho io la responsabilità verso i settori più sensibili.

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Arriva la legge blocca-ricorsi

Pubblicato da lavoratorinoprofit su aprile 24, 2009

Arriva la legge blocca-ricorsi
Se perdi al Tar risarcisci
Lo scopo dichiarato è contrastare “l’egoismo territoriale”. Ma potrebbe mettere all’angolo celebri sigle come Italia Nostra o Wwf

di MARCO PREVE (Repubblica, 24 aprile 2009)
Articolo completo su: http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/ambiente/legge-blocca-ricorsi/legge-blocca-ricorsi/legge-blocca-ricorsi.html

Lo scopo dichiarato è quello di contrastare “l’egoismo territoriale” che rallenta “il cantiere Italia”. Ma l’effetto della legge anti Nimby (not in my back yard, non nel mio giardino), in caso di approvazione, sarà di azzerare, attraverso la minaccia di risarcimenti milionari, i ricorsi alla giustizia amministrativa da parte di associazioni ambientaliste storiche, che difendono ciò che resta del Belpaese da abusi edilizi e colate di cemento.

La proposta di legge 2271 è sottoscritta da 136 deputati del Pdl ed il primo firmatario è l’onorevole Michele Scandroglio, genovese, fedelissimo del ministro Claudio Scajola. Aderiscono, tra i tanti, l’ex ministro Pietro Lunardi, il presidente della commissione Cultura Valentina Aprea, il vice di quella Ambiente Roberto Tortoli, l’ex presidente della Regione Liguria Sandro Biasotti.

Presentata in sordina nei giorni del “piano casa”, con due brevi aggiunte all’articolo 18 della legge 8 luglio 1986 (responsabilità processuale delle associazioni di natura ambientale), potrebbe schiacciare all’angolo celebri sigle come Italia Nostra, Legambiente, Wwf, Vas Verdi Ambiente e Società, senza parlare della miriade di comitali locali.

Con la modifica 5-ter qualora il ricorso alla giustizia amministrativa “sia respinto perché manifestamente infondato, il giudice condanna le associazioni soccombenti al risarcimento del danno oltre che alle spese del giudizio”. Pensiamo a cosa vorrebbe dire un anno di fermo cantiere per il ponte sullo stretto di Messina tra una prima sentenza favorevole del Tar e una bocciatura del Consiglio di Stato: un risarcimento per milioni di euro.

“È una legge liberticida, intimidatoria, di regime – attacca l’avvocato Daniele Granara, docente alla facoltà di giurisprudenza di Genova, legale in molti ricorsi ambientali – . Confido che venga ritenuta palesemente anticostituzionale visto che l’articolo 24 stabilisce che “Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi”".

Ma per il deputato e coordinatore ligure del Pdl Scandroglio le istanze ambientaliste hanno moltiplicato “comportamenti di protesta contro le scelte infrastrutturali sviluppate da soggetti pubblici e privati… proteste che, conosciute con l’acronimo “Nimby”, determinano un ritardo costante del “cantiere Italia”… di gran parte degli interventi pubblici… e della stessa edilizia residenziale”. Tutto ciò, prosegue il deputato “senza che sia previsto alcuno strumento di responsabilizzazione delle associazioni di protezione ambientale, le quali, talvolta, presentano ricorsi pretestuosi, con il solo e unico scopo di impedire la realizzazione dell’opera pubblica”. Scandroglio aggiunge che, per combattere questa “forma di egoismo territoriale”, il governo ha già varato norme per “l’iter accelerato delle opere pubbliche.

Le modifiche richieste (la proposta è al vaglio della commissione giustizia) accennano anche all’applicazione di azioni risarcitorie ai sensi del codice civile in caso i ricorsi respinti abbiano agito “con mala fede o colpa grave”, ma secondo l’avvocato Granara questa possibilità è già garantita e prevista. La vera svolta è quindi l’eventualità di un risarcimento in caso di ricorso respinto.

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Greenpeace, Legambiente e il Wwf

Pubblicato da lavoratorinoprofit su aprile 21, 2009

Greenpeace, Legambiente e il Wwf
Febbraio 26th, 2009

http://www.lorenzodamelio.org/

Non sono in molti a conoscere la più evidente differenza tra Greenpeace, Legambiente e il Wwf. Non sto parlando degli ideali, dato che in comune c’è il pensiero della non-violenza e del rispetto della natura. Mi voglio incentrare piuttosto sull’indipendenza di queste tre organizzazioni. Greenpeace delle tre è l’unica a non accettare aiuti economici da governi, enti pubblici, partiti politici o società private e si finanzia esclusivamente con il contributo di singoli individui che ne condividono la missione. Anche l’associazione Grilli biellesi di cui faccio parte ha deciso di abbracciare questo tipo di filosofia, volta a garantire la massima indipendenza. Legambiente non ha fatto la stessa scelta, nella propria presentazione sta scritto che “è riconosciuta dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare come associazione d’interesse ambientale; fa parte del Bureau Européen de l’Environnement, l’organismo che raccoglie tutte le principali associazioni ambientaliste europee, e della Iucn (The World Conservation Union). È riconosciuta dal Ministero degli Affari Esteri come ONG di sviluppo”. Questo gli determina degli aiuti non solo economici, ma di rete, anche se determina un’associazione maggiormente istituzionale e conseguentemente meno libera nei suoi atti. Il Wwf ha una filosofia altrettanto istituzionale e meno partecipativa dal basso, tanto che è tra le organizzazioni che possono ricevere finanziamenti dal Ministero degli Esteri. Con questo non intendo considerare di meno valore ciò che Legambiente e Wwf fanno, ma ho ritenuto giusto approfondire queste realtà.

Intanto vi posto un filmato dove il nuovo direttore esecutivo di Greenpeace : http://www.youtube.com/watch?v=Prc1MOFoi2s

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La mancanza della finalità di lucro non è sufficiente ad escludere l’applicabilità dell’art. 18

Pubblicato da lavoratorinoprofit su dicembre 14, 2008

La mancanza della finalità di lucro non è sufficiente ad escludere l’applicabilità dell’art. 18 St. Lav. (Cassazione Sezione Lavoro n. 18218 del 20 dicembre 2002, Pres. Ianniruberto, Rel. Mazzarella).
http://www.coordinamentorsu.it/doc/norme2003/2003_0101lic.htm

Carlo B., dipendente dell’Istituto Addestramento Lavoratori con mansioni di direttore di funzione, è stato licenziato con motivazione riferita a ragioni organizzative. Egli ha impugnato il licenziamento chiedendo, in applicazione dell’art. 18 St. Lav., la reintegrazione nel posto di lavoro e la condanna dell’Istituto al risarcimento dei danni. L’Istituto si è difeso sostenendo, tra l’altro, che, in quanto emanazione del sindacato nazionale CISL, esso svolgeva un’attività dotata di rilevanza costituzionale e di alto valore sociale e pertanto nei suoi confronti non era applicabile l’art. 18 St. Lav. L’Istituto ha invocato l’art. 4 della legge 11 maggio 1990 n. 108 secondo cui l’art. 18 non è applicabile ai “datori di lavoro non imprenditori che svolgono senza fini di lucro attività di natura politica, sindacale, culturale, di istruzione ovvero di religione o di culto”. Il Pretore ha ritenuto illegittimo il licenziamento, ma ha escluso l’applicabilità dell’art. 18 St. Lav. e pertanto si è limitato a condannare l’Istituto a riassumere il lavoratore ovvero a versargli l’indennità di quarantadue milioni di lire. Il Tribunale di Torino, in grado di appello, ha confermato l’illegittimità del licenziamento, ma ha ritenuto applicabile l’art. 18 St. Lav. ordinando pertanto la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro e condannando l’Istituto al risarcimento del danno. Il Tribunale ha rilevato che l’Istituto, con 270 dipendenti e 9 centri di formazione professionale, ancorché sovvenzionato in prevalenza con interventi pubblici, aveva tutte le caratteristiche dell’impresa industriale sia per l’oggetto (attività di formazione professionale anche con corsi a pagamento) che per i criteri di economicità della gestione, diretta a rendere un servizio anche economicamente redditizio, sia pur socialmente apprezzabile. L’Istituto ha proposto ricorso per cassazione censurando il Tribunale, tra l’altro per avere ritenuto applicabile l’art. 18 St. Lav.
La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 18218 del 20 dicembre 2002, Pres. Ianniruberto, Rel. Mazzarella) ha rigettato il ricorso, affermando che ai fini dell’applicazione dell’art. 18 St. Lav. ciò che rileva è la struttura imprenditoriale del datore di lavoro, anche se esso non persegua fini di lucro; infatti l’art. 4 della legge n. 108 del 1990 si riferisce ai datori di lavoro “non imprenditori” e pone pertanto quale requisito indefettibile ai fini della esclusione della tutela reale in materia di licenziamenti che l’organizzazione datrice di lavoro non possa in ogni caso proporsi in termini imprenditoriali. Questa norma, pertanto – ha aggiunto la Corte – esige in via preliminare la indagine sulla imprenditorialità o meno della organizzazione e, solo in caso negativo, quella successiva sulla configurabilità di un’organizzazione di tendenza. La Corte ha ritenuto che il Tribunale abbia correttamente accertato la struttura imprenditoriale dell’Istituto e pertanto non sia incorso in violazione dell’art. 4 della legge n. 108 del 1990.

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Il nonprofit è in tutta la nostra vita

Pubblicato da lavoratorinoprofit su novembre 14, 2008

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Gli affari sono affari…

Pubblicato da lavoratorinoprofit su settembre 15, 2008

The Coca-Cola Company Pledges to Replace the Water It Uses In Its Beverages and Their Production

Multi-year Partnership Announced with WWF to Conserve and Protect Freshwater Resources

The Coca-Cola Company has pledged to lead its global beverage operations, including those of its franchise bottlers, to replace the water it uses in its beverages and their production. The Company will focus its actions in three core areas:

1) reducing the water used to produce its beverages

2) recycling water used for beverage manufacturing processes

3) replenishing water in communities and nature.

The pledge was announced on June 5th, World Environment Day, at the annual meeting of WWF in Beijing, China, where the Company launched a multi-year partnership with WWF to conserve and protect freshwater resources. This $20 million (US) commitment from The Coca-Cola Company to WWF will be used to help conserve seven of the world’s most important freshwater river basins, support more efficient water management in its operations and global supply chain, and reduce the Company’s carbon footprint.

For more information about

The Coca-Cola Company:

www.thecoca-colacompany.com

http://www.thecoca-colacompany.com/citizenship/conservation_partnership.html

WWF:

http://www.worldwildlife.org/what/partners/corporate/Coke/item6661.html

http://www.panda.org/about_wwf/how_we_work/businesses/businesses_we_work_with/cocacola/index.cfm

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Con l’ etica si resta al verde (era il 1999…)

Pubblicato da lavoratorinoprofit su luglio 1, 2008

No profit / Sono stati un flop (finora) i prodotti finanziari con finalita’ sociali
Con l’ etica si resta al verde
I fondi e gli altri strumenti che danno parte dei guadagni ad attivita’ benefiche hanno molto deluso. Ma in futuro…
Corriereconomia (11 gennaio 1999) – Corriere Economia

Qualche tempo fa, dalle pagine de Il Sole 24 ore, il consiglio di amministrazione di Afv – Milla sim ringraziava dipendenti, collaboratori e clienti che avevano permesso di devolvere tutti i ricavi delle commissioni effettuate il 10 dicembre (oltre 268 milioni di lire) a una decina di enti e associazioni benefiche. Un po’ di giorni dopo, il 20 dicembre, negli uffici milanesi di Merrill Lynch international si celebrava il Christmas call, la giornata in cui la societa’ di private banking del gruppo spalanca le porte agli anziani dei centri gestiti dal comune, mettendo a loro disposizione le linee telefoniche per chiamare parenti vicini e lontani. Nulla a confronto con la miriade di iniziative del mondo anglosassone, ma e’ un segnale della crescente sensibilita’ della finanza italiana verso valori sociali. Sensibilita’ confermata dal proliferare, negli ultimi anni, di numerosi strumenti, tra fondi e conti correnti, volti da un lato a favorire investimenti politicamente corretti, dall’ altro ad aiutare il risparmiatore a condividere i frutti dei propri capitali con i piu’ bisognosi, finanziando direttamente gruppi di volontariato e associazioni umanitarie. Eppure, a parte qualche isolata eccezione, queste iniziative sembrano aver riscontrato un successo moderato, generando spesso attriti tra banche, societa’ di gestione ed enti no profit collegati, che si scaricano a vicenda la responsabilita’ . Il bilancio di Azimut solidarieta’ , il primo fondo etico italiano che prevede la destinazione di una parte dei guadagni a sei associazioni partner (Exodus, Filodoro, Lega Tumori, Missioni Don Bosco, Unicef e Wwf) e’ abbastanza deludente. A tre anni dalla sua nascita, registra un patrimonio di 149 miliardi, pari a 1.985 conti aperti. Finora sono stati versati oltre 600 milioni, dei quali 475 arrivano dalla societa’ di gestione e solo 200 dai sottoscrittori. “L’ interesse dei risparmiatori per questa forma di investimento e’ stato modesto – dicono ad Azimut – e le stesse associazioni non hanno fatto molto per sensibilizzare i propri soci”. Accuse respinte. “Abbiamo piu’ volte parlato dell’ importanza di queste operazioni sul nostro mensile Panda, ma purtroppo non abbiamo ne’ risorse ne’ mezzi di comunicazione con l’ esterno sufficienti. In piu’ si tratta di strumenti finanziari molto giovani”, replica il direttore amministrativo del Wwf, Bruno Ravaglioli, che pure recita un mea culpa e non nasconde un certo scetticismo sul futuro. “Dal fondo San Paolo di cui siamo partner non ci aspettiamo grandi risultati – continua -. Per il ‘ 98 incasseremo qualche decina di milioni, non di piu”. Piu’ duri a Legambiente. “Noi non dobbiamo procurare sottoscrittori, il nostro compito e’ informare e promuovere l’ iniziativa, cosa che facciamo con impegno – dice Francesco Ferrante, direttore generale dell’ associazione ambientalista. – Purtroppo e’ mancata un’ adeguata politica di informazione, anche da parte delle banche”. Modesto e’ stato anche il bilancio dell’ iniziativa risparmio promossa dal Cipsi e da Ras asset management, che offre la possibilita’ di destinare tutta o parte della cedola di Festiras coupon (fondo obbligazionario a distribuzione dei proventi) al Cipsi, ente morale che riunisce 23 associazioni non governative nel campo della realizzazione di progetti nei Paesi in via di sviluppo. Dal ‘ 96 i contributi versati dai circa 180 sottoscrittori e’ stato di 157 milioni, mentre Ras asset management ne ha devoluti circa 15. Nato cinque anni fa, Euromobiliare green equity fund e’ passato da 5 a circa 50 miliardi. “Cerchiamo di coniugare la logica del profitto con un impegno socialmente utile – dichiara il gestore Carlo Gentili. – Per questo investiamo solo in tre aree: societa’ che si occupano di tutela di salute e beni culturali; societa’ farmaceutiche e industrie di tecnologia medica; imprese ambientaliste”. Sono invece soddisfatti al San Paolo di Torino, banca leader nei fondi etici. Sono tre quelli che compongono il sistema: gli obbligazionari italiano ed estero, con un patrimonio rispettivamente di 2 mila miliardi e 35 miliardi (negli ultimi 12 mesi hanno guadagnato il 6,40 % e 3,80 % ) e un azionario internazionale con 135 miliardi ( + 37 % nel ‘ 98), per un totale di oltre 30 mila sottoscrittori. “Il fondo obbligazionario italiano trova la sua eticita’ nella possibilita’ di destinare parte della cedola a una delle 17 associazioni a noi collegate – spiega Laura Febbraro, direttore della San Paolo Fondi. – Noi devolviamo ogni anno una quota delle commissioni di gestione, sia a favore delle associazioni stesse, sia a sostegno di iniziative e opere meritevoli. I clienti che hanno accettato questa forma di investimento – beneficenza non sono ancora la maggioranza, ma dopo un anno e piu’ di lavoro possiamo dirci contenti”. Non si lamenta la Fondicri, societa’ di gestione che fa capo alle casse di risparmio e che per l’ associazione Roma Caput mundi e’ responsabile dell’ omonimo fondo obbligazionario misto (ora intorno ai 90 miliardi, con circa 2000 sottoscrittori che dal ‘ 96 a oggi ha avuto una performance del 53,4 % ). ” + un fondo etico e sociale insieme – dice il vicedirettore generale, Luigi Ballanti – perche’ da una parte consente di investire in titoli di societa’ che non producono sostanze inquinanti o armamenti, dall’ altra contribuisce a una campagna di finanziamento a favore dell’ associazione e quindi per il recupero delle opere artistiche della capitale”. Accanto ai fondi comuni, esistono poi i conti correnti a fini di beneficenza. L’ ultimo a essere stato lanciato, il primo nel suo genere, e’ quello di Ambroveneto (Gruppo Intesa), denominato Il conto noi e voi, che prevede il pagamento di un canone fisso di 18 mila lire. Duemila lire, a cui se ne aggiungono sempre altrettante devolute dalla banca, vanno a finanziare una delle societa’ collegate (Unicef, Telefono azzurro, Airc, Movi, Caritas) prescelta dal correntista. “Con una base di 250 mila clienti abbiamo stimato di poter attivare presto decine di migliaia di conti di solidarieta”, dicono Olimpio Mapelli e Roberto Biasotto, i due responsabili di questo progetto.

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