Lavoro e No Profit

Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!

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LA LOBBY DEL DOLORE

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 11, 2008

LA LOBBY DEL DOLORE
Breve viaggio nel Terzo Settore. Alcune storie che i manager della solidarietà non raccontano.
A cura della redazione di Arcipelago

Un neologismo è comparso da alcuni anni nel vocabolario e nel dibattito politico: non profit, termine con il quale si vogliono indicare quegli organismi che operano senza l’obiettivo del profitto, senza, cioè, avere fini di lucro. E’ stato coniato anche un altro termine, ancora più diffuso, per definire l’intero ambito economico e organizzativo che si situa – teoricamente – al di fuori tanto del mercato quanto della sfera di pertinenza dello Stato: Terzo Settore, cornice entro la quale vanno a collocarsi le associazioni culturali, le organizzazioni di volontariato, le cooperative.

Il dibattito politico e culturale sul non profit e sul Terzo Settore è andato via via crescendo di spessore e di intensità, in parallelo a quello sulla necessità di riorganizzare lo Stato sociale, alleggerendolo di una serie di incombenze di cui potrebbero farsi carico, appunto, le strutture del Terzo Settore.

La dialettica, per come è stata presentata da più parti, sarebbe questa: una serie di prestazioni fornite sino ad ora dallo “stato assistenziale” costano troppo e non sono sufficientemente flessibili per rispondere alle esigenze di una società molto cambiata da quando quelle prestazioni vennero istituite; dirottare le risorse verso la maggiore flessibilità e capillarità dell’intervento offerta dagli organismi non profit potrebbe garantire prestazioni più adeguate ai nuovi bisogni e alle nuove esigenze sociali, oltre che costare di meno. Di più: il passaggio dal sistema del welfare state a quello della welfare community valorizzerebbe le capacità autogestionarie delle realtà territoriali, aumentando così la qualità della partecipazione democratica e i livelli di autodeterminazione sociale.

Peraltro, Luigi Di Liegro, compianto Direttore della Caritas romana, invitava a fare attenzione, sottolineando l’indisponibilità del volontariato ad essere utilizzato in funzione sostitutiva dei servizi pubblici, che spetta allo Stato organizzare ed erogare, ed esortando a riflettere sulle “molte ambiguità” esistenti in un dibattito in cui non viene nemmeno messa in risalto la differenza che esiste fra volontariato e impresa sociale. Di Liegro ha sempre ribadito che il volontariato “resta e deve restare un’attività di solidarietà libera e gratuita”.

L’allarme di Di Liegro, dunque, è doppiamente importante, in primo luogo perché proviene da chi è da sempre impegnato in quelle attività che costituiscono la principale ragione del Terzo Settore, e poi perché lo stesso Di Liegro conosceva bene le tendenze di quell’apparato della pubblica amministrazione che del Terzo Settore costituisce e costituirà comunque il principale interlocutore.

Se consideriamo che nel 1996 la Pubblica Amministrazione ha appaltato ad organismi esterni servizi per 90.000 miliardi, a fronte dei 47.000 miliardi di appalti per opere pubbliche, abbiamo la conferma della progressiva esternalizzazione di funzioni proprie del settore pubblico, di fatto la privatizzazione di servizi anche essenziali, all’interno dei quali rientrano i servizi sociali, assistenziali e educativi.

Appare dunque evidente che una delle principali ragioni dell’interesse verso cooperative sociali e volontariato nasconde la volontà di ridurre drasticamente la quantità e la qualità del ruolo dello Stato sociale, trasformando il sistema in un meccanismo più leggero, con un ruolo del Pubblico ridotto a quello di erogatore di sovvenzioni e in cui l’abbassamento dei costi sarebbe garantito dall’abbassamento del costo del lavoro, come sta avvenendo da anni in gran parte d’Italia attraverso la delega dei servizi sociali da parte degli enti pubblici a cooperative e associazioni, a costi ridotti e spesso mediante gare d’appalto al ribasso.

Le modificazioni intervenute nell’organizzazione del lavoro e della produzione di beni e servizi sono oggetto di interpretazioni diverse, a seconda dell’impostazione che si vuol dare all’analisi di questi fenomeni e delle loro conseguenze; tuttavia, non vi è chi non concordi che da almeno un ventennio vadano assumendo importanza crescente i cosiddetti lavori di cura, variamente denominati ma tutti riconducibili a denominatori comuni che mi provo a sintetizzare.

Il lavoro di cura nella sua accezione sociale si differenzia da quello tradizionalmente interno alle famiglie, storicamente caricato sulle figure femminili, in quanto investe una sfera ampia di persone, bisogni e relazioni, e in effetti non mi appare del tutto corretto utilizzare il termine di “cura”: più propriamente, si deve parlare di lavoro sociale, teso al miglioramento non solo della singola situazione individuale ma anche – direi, soprattutto – delle condizioni dell’ambiente sociale, della qualità generale della vita. In questo senso, sul piano culturale sono stati fatti enormi passi avanti nel riconoscimento di alcuni diritti, in precedenza semplicemente ignorati. Alcuni esempi concreti, relativi alla realtà del nostro Paese, renderanno semplice la comprensione dei miei riferimenti.

Fino a non molto tempo fa, solo alcune èlites ultraprogressiste, più che altro in ambito scientifico e senza alcun seguito fra i non addetti ai lavori, sostenevano l’anacronismo e la crudeltà del trattamento generalmente riservato ai disabili, la cui cura (si fa per dire) era affidata esclusivamente alle famiglie o a qualche istituzione caritatevole, così come avveniva nei confronti degli anziani; il concetto di autonomia di questi soggetti, in ambito metropolitano, veniva completamente ignorato e la cultura dominante non trovava nulla di ingiusto nel fatto che un figlio disabile venisse nascosto in famiglia o, come molti anziani, relegato in istituti-contenitore, il che ha fatto anche la fortuna di non pochi personaggi senza scrupoli. Personalmente, ricordo il clamore sollevato dalla vicenda di una sedicente “suor” Diletta Pagliuca, nel cui “istituto” nei dintorni di Roma, verso la fine degli anni 60, le forze dell’ordine trovarono decine di esseri umani “ospitati” in condizioni infami, mentre la signora (che qualcuno considerava addirittura una santa) si arricchiva con le rette pagate dai parenti, ben felici di essersi liberati da quei pesi e di averlo fatto con la coscienza a posto. Ad oltre vent’anni, per esperienza diretta, venni a conoscenza di un “istituto” simile, sempre nei pressi della Capitale, in cui gli anziani “ospiti” erano tenuti ad un livello pressoché vegetativo, imbottiti di sonniferi e legati per molte ore al giorno ai loro letti o alle loro carrozzine, poiché questo consentiva di ridurre al minimo le spese per il personale, del resto costituito in gran parte da religiose.

Anche oggi, nessuno ignora la permanenza di simili strutture, ma è un fatto innegabile che, nel sentire comune e nell’organizzazione sociale, gli anni 70 abbiano segnato acquisizioni culturali importanti, grazie a quell’enorme sommovimento sociale e culturale che va sotto la definizione di 1968 e al contributo di personalità coraggiose, come, qui da noi, quella di Franco Basaglia o, in Francia, di Michel Foucault, per citarne solo alcune.

Da tempo, quindi, la critica sociale e culturale ha reso “normale” il fatto che un disabile non solo non sia una vergogna da nascondere, ma sia una persona soggetto di diritti; paradossalmente, è di questi ultimi anni l’acquisizione che anche il bambino, in quanto tale, è un soggetto titolare di diritti e non una mera proprietà dei genitori… del resto, non è passato moltissimo tempo da quando la violenza contro le donne era considerata nel nostro Codice (che è sempre quello del Guardasigilli fascista Rocco) un delitto contro la morale, non contro la persona.

Oggi, gli interventi sociali e assistenziali sono orientati verso quelle forme che consentano la salvaguardia e la valorizzazione dei diritti e dell’autonomia della persona – sia essa un anziano o disabile o un fanciullo in condizioni di disagio -, per cui hanno preso consistenza gli interventi di carattere domiciliare, contrapposti all’internamento in istituti, a loro volta tendenti a trasformarsi in strutture più piccole, il più possibile simili ad ambienti famigliari. Siamo ancora molto lontani dal definitivo superamento di vecchi schemi (per esempio, da un malinteso familismo nei confronti dei bambini e degli adolescenti), ma molti passi avanti sono stati fatti.

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Questa lunga premessa per dire che la nuova situazione ha portato ad una nuova ed allargata dimensione sociale del vecchio lavoro di cura, dilatando lo spettro delle professionalità con l’entrata in campo delle lavoratrici e dei lavoratori necessari per lo svolgimento delle nuove attività: operatori per l’assistenza ai disabili e agli anziani, educatori, animatori, ecc.

Si tratta, per definizione, di professioni il cui profilo non può essere identificato con la stessa disciplina dei lavori manuali conosciuti, pur trattandosi, in molti casi, di mansioni piuttosto esecutive che creative; si pensi, soprattutto, agli assistenti domiciliari, il cui profilo è decisamente curvato verso il basso, poiché il titolo di studio richiesto per accedere alla formazione professionale è la licenza di scuola media inferiore e la gran parte del lavoro riguarda operazioni di carattere manuale, senza per questo escludere del tutto aspetti relazionali importanti. Nel caso degli interventi sui minori o su altre tipologie di disagio (ex detenuti, tossicodipendenti, homeless, immigrati, rom), viceversa, l’aspetto creativo del lavoro prevale largamente sulla mera esecutività, e difatti, in genere, viene richiesto un livello di scolarizzazione più elevato, perlomeno a livello di scuola media superiore.

In un caso e nell’altro, comunque, si tratta di professioni che richiedono un alto grado di responsabilizzazione e che espongono a “rischi professionali” non secondari, stante il livello di stress inevitabilmente più forte rispetto ad un qualsiasi lavoro in cui l’aspetto della relazione con persone in stato di disagio non sia l’elemento predominante. Per quanto riguarda l’Italia, stiamo parlando, a conti fatti, di decine di migliaia di nuovi lavoratori, impiegati da Nord a Sud nell’assistenza domiciliare, nelle case famiglia e nelle comunità, nei centri diurni, nelle diverse attività di strada per la prevenzione della tossicodipendenza, del disagio giovanile, della prostituzione, e si tratta di un mercato del lavoro in continua crescita, parallelamente alla depressione registrata in altri settori più tradizionali.

Tutto ciò pone una serie di questioni – di diversa natura, ma fra loro indissolubilmente intrecciate – a tutti gli attori interessati, vale a dire: lo Stato, primo titolare del dovere di garantire servizi e assistenza ai cittadini, particolarmente i più deboli; l’impresa privata, naturalmente interessata alle opportunità offerte dal nuovo mercato in espansione; il sindacato, inteso come organizzazione deputata alla tutela dei lavoratori, compresi quelli di nuova concezione. E qui comincia la confusione.

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Già all’inizio degli anni 80, appare evidente il riflusso sempre più violento che segue il precedente decennio di lotte e di conquiste sociali e culturali; l’acquisita centralità del diritto alla cura e all’assistenza si incrocia con la revanche dell’impresa e del privato, che erodono progressivamente gli spazi pubblici e collettivi. Lo Stato, che abbiamo già definito “primo titolare del dovere di garantire servizi e assistenza ai cittadini”, comincia ad arretrare; nel contesto internazionale inaugurato dalla presidenza di Ronald Reagan, muove i primi, poderosi passi quel neoliberismo selvaggio che dominerà la scena mondiale fino all’inizio del XXI secolo, il cui profeta è stato indubbiamente l’economista monetarista Milton Friedman, ai cui discepoli – i tristemente famosi Chicago Boys – il macellaio cileno Pinochet aveva fornito la prima occasione di sperimentare nel vivo di un’economia nazionale le proprie teorie, caratterizzate dall’abbandono di ogni forma di presenza pubblica nel mercato, nelle cui virtù veniva riposta la fiducia più assoluta. Se non si comprende questo passaggio, giunto in forme diverse fino ai nostri giorni, si rischia di non comprendere il seguito di questa narrazione.

In Italia, la necessità di fornire i nuovi servizi e di garantire i nuovi diritti mal si concilia con la tendenza dominante al ritiro dello Stato da ogni responsabilità sociale: sono, infatti, gli anni degli attacchi continui non solo alle conquiste dei lavoratori in termini salariali e normativi (è lì, per inciso, che si cominciò a parlare della necessità di “rivedere” lo Statuto dei Lavoratori), ma anche a quelle forme di retribuzione sociale indiretta costituite dalla rete di protezione collettiva della sanità pubblica e dei servizi pubblici in generale… fra l’altro, l’offensiva eversiva contro la stessa scuola pubblica inizia contemporaneamente a dispiegarsi.

In questo contesto, le diverse pubbliche amministrazioni si orientano verso il conferimento della gestione dei nuovi servizi sociali e assistenziali a soggetti privati, anziché verso una gestione diretta degli stessi. La particolare forma imprenditoriale della società cooperativa appare subito come la più idonea a gestire i nuovi servizi, teoricamente in virtù della sua natura non lucrativa o, come si dice, non profit.

In realtà, ci si basa su un equivoco di fondo: la natura cosiddetta non profit di un’azienda non significa che questa non possa realizzare profitti, ma semplicemente che è obbligata a reinvestire i profitti eventualmente realizzati, il che – a ben guardare – non è altro che il “sano” istinto animale del capitalismo produttivo, contrapposto all’immobilismo delle rendite fondiarie e parassitarie. Insomma, nulla a che vedere con concetti alieni quali solidarietà, mutualismo, e via dicendo. A tale proposito, qualcuno si esprime in maniera netta; mi riferisco al testo “Critica della ragion non profit. L’economia solidale è una truffa?”, una spietata analisi del cosiddetto terzo settore realizzata da Paola Tubaro: “Il non profit è un’astuzia del profitto. In questo senso, il non profit non è che l’ultimo ritrovato farmaceutico, scoperto e messo in circolazione al fine di curare le croniche debolezze dell’economia moderna: aiuta a convogliare ogni risorsa umana e sociale (dopo che la stessa sorte è toccata ormai a tutti i beni materiali) verso la crescita della produzione e l’allargamento dei mercati. E’ la pillola da somministrare a questa economia che altrimenti continuerebbe a languire nella sua cronica mancanza di slancio imprenditivo”[1]. Parole crude, ma che ben rendono una realtà che da troppi anni e da troppe parti si tende, interessatamente, a mistificare.

Il primo equivoco verrà poi implementato dal secondo, cioè dal fatto che i finanziamenti alle cosiddette aziende non profit saranno tutti ed esclusivamente pubblici, realizzando, molto italianamente, una commistione fra l’istinto animalesco che anima le aziende non profit e la più classica delle rendite parassitarie. Sostanzialmente, si è giunti ad un sistema apparentemente di mercato – in quanto affidato ad organismi privati – ma che si regge solo in virtù del trasferimento di fondi pubblici: le cooperative che gestiscono i servizi sociali lo fanno per conto e con i soldi della pubblica amministrazione, senza metterci nulla di proprio, se non il lavoro dei propri addetti.

In attività in cui il solo costo è quello del lavoro, questo sistema produce un rischio di impresa molto vicino allo zero: insomma, il sogno di ogni speculatore.

Poiché le disposizioni di legge sulle cooperative erano state pensate in funzione di situazioni assai diverse, lontane nel tempo, il diretto coinvolgimento di questi organismi nella gestione del welfare (perché di questo si tratta), ha determinato scenari paradossali, le cui vittime sono stati sia i nuovi lavoratori, che i destinatari dei servizi, attraverso le modalità che ora vedremo.

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La Regione Lazio ha in larga misura anticipato le tendenze descritte, nel campo dei servizi sociali e sociosanitari e anche in quelli più schiettamente sanitari, come l’assistenza domiciliare sanitaria; in virtù di un’interpretazione decisamente forzata della Legge Regionale n. 80 del 1988 – che, nell’art. 5, prevede che in caso di comprovata impossibilità da parte delle UU.SS.LL. di provvedere con proprio personale allo svolgimento di determinate prestazioni domiciliari, le stesse potranno stipulare convenzioni con società cooperative o associazioni di volontariato – avviene che tutte le Aziende Sanitarie Locali si servano di cooperative o associazioni per erogare quelle prestazioni che, in teoria, dovrebbero essere effettuate da personale delle stesse A.S.L. In pratica, è stata completamente rovesciata la stessa filosofia della Legge Regionale, poiché quella che doveva essere un’eccezione (l’impiego di strutture e personale esterni all’A.S.L.) è diventata la regola.

I risultati di questa operazione non sembrano particolarmente brillanti, smentendo le tesi di chi sostiene (anche a “sinistra”) che le privatizzazioni siano la soluzione di tutti i mali del servizio pubblico; infatti, oltre ad aver dato vita a vere e proprie lobby affaristiche malamente travestite da cooperative o associazioni al solo scopo di accedere agli appalti delle A.S.L., ci si è trovati in presenza di estesi fenomeni di sfruttamento selvaggio degli operatori sanitari e di disservizi verso i pazienti. In epoca recente, per esempio, lo S.P.I. – CGIL e il Tribunale per i Diritti del Malato hanno denunciato la gravissima situazione dei pazienti di alcune Circoscrizioni della Capitale, documentando casi di cateteri malamente inseriti, di iniezioni di insulina effettuate in ritardo da personale rimediato all’ultimo momento, di piaghe da decubito provocate dalla mancanza di cure e di prestazioni direttamente non effettuate; tutto questo a causa delle condizioni alle quali le cooperative affidatarie avevano vinto la gara d’appalto al ribasso per assicurarsi la convenzione con l’A.S.L. Le cooperative, infatti, si aggiudicarono la gestione del servizio offrendo le prestazioni dei propri operatori a costi bassissimi, con l’ovvia conseguenza di fornire prestazioni qualitativamente scadenti e di utilizzare personale non qualificato e sottopagato. Dopo la denuncia del sindacato e del Tribunale per i Diritti del Malato, il Direttore Generale della A.S.L. coinvolta assicurò che l’assistenza domiciliare sarebbe stata completamente erogata da personale pubblico, perché ci si era resi conto che la qualità del servizio è migliore rispetto a quella fornita dai privati. Si trattò di un’affermazione coraggiosa, vista la smania privatizzatrice che già attraversava la classe politica del Paese e quella locale; peccato che sia rimasta un’affermazione.

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Posto che il maggiore (se non unico) costo dei servizi sociali è il costo del lavoro, l’impresa sociale si è rivelata vantaggiosa perché consentiva alla Pubblica Amministrazione di stabilire i costi del servizio in maniera arbitraria, senza tenere nel debito conto le garanzie salariali previste dai Contratti Nazionali, in quanto le stesse imprese sociali se ne ritengono esentate. Questo avviene in base all’assunto che i lavoratori dell’impresa sociale non sono dipendenti della medesima, ma suoi compartecipi, a loro volta imprenditori di sé stessi e dunque padroni di regolare diversamente dai dipendenti di un’azienda la propria vita e il proprio lavoro.

Nella realtà, è avvenuto che le amministrazioni hanno affidato alle imprese cooperative la gestione di servizi sociali a costi molto inferiori al dovuto, realizzando un certo risparmio; i lavoratori impiegati dalle cooperative convenzionate, infatti, si sono trovati per anni ad operare in condizioni salariali e normative molto inferiori a quelle dei loro colleghi dipendenti delle stesse pubbliche amministrazioni o di aziende tradizionali (profit), almeno formalmente obbligate al rispetto degli standard contrattuali. Questo ha significato lavoratori sottopagati, privi delle più elementari garanzie sociali, quali ad esempio la copertura infortunistica, i versamenti previdenziali, il trattamento di malattia, le ferie e addirittura, per le donne, la maternità (in un settore in cui la presenza di forza lavoro femminile è valutata intorno al 70% del totale degli addetti).

Tutto questo è avvenuto a fronte di una crescita esponenziale del fatturato delle cooperative sociali, a cui continuano ad essere devolute quote crescenti di welfare, cui non è però corrisposto un miglioramento delle condizioni di lavoro; viceversa, la crescita di questi organismi ha portato verso una loro ulteriore adesione al modello tradizionale di impresa capitalistica, svuotando di significato i residui lasciti dell’eredità sociale e mutualistica, riducendo le assemblee ad atti formali (quali l’approvazione di bilanci preconfezionati ed ai più incomprensibili) e selezionando naturalmente la gerarchia interna, attraverso la specializzazione forzata delle mansioni, ormai rigidamente separate fra esecutive e manageriali. E’ sempre Paola Tubaro che scrive “Per inciso, non è un caso che le più accese campagne di promozione delle organizzazioni non profit siano venute, negli anni Ottanta, dai governi conservatori di Ronald Reagan (e poi di George Bush) negli Stati Uniti e di Margaret Thatcher in Gran Bretagna. Il terzo settore era diventato, per i loro curatori di immagine, un formidabile belletto per rendere presentabili al grande pubblico politiche ultraliberiste. Favorire il terzo settore (…) serviva a coprire ciò che realmente avveniva: la deregolamentazione dell’industria, la riduzione del carico fiscale per le imprese, i tagli drastici ai servizi sociali”[2].

L’Italia non ha fatto eccezione, anzi il Forum del Terzo Settore – organismo rappresentativo del non profit italiano – è stato ed è uno dei più entusiasti sostenitori dell’introduzione nella Costituzione della Repubblica del principio di sussidiarietà, cioè dell’espianto della gestione pubblica dall’erogazione dei servizi essenziali, scuola e sanità comprese.

LA REALTA’ DEL TERZO SETTORE A ROMA

Quelli che seguono sono i racconti di alcuni operatori dei servizi sociali e assistenziali della Capitale; pur nella loro parzialità, contribuiscono alla comprensione delle condizioni materiali in cui è costretto a vivere chi lavora in questo settore. Nella maggior parte dei casi, su richiesta degli stessi interessati, abbiamo omesso ogni riferimento; fa eccezione la vicenda della cooperativa Iskra, che abbiamo ricostruito dagli articoli pubblicati fra l’aprile e il maggio 1998 dal Messaggero e da Liberazione.


GLI A.E.C.: LA STORIA DI LUCIANA E QUELLA DEI POLIS

Gli Assistenti Educativi Culturali (AEC) sono operatori incaricati di fornire sostegno e assistenza ai bambini disabili all’interno della scuola. A Roma, questo servizio viene gestito in forma piuttosto bizzarra: una parte degli AEC sono alle dirette dipendenze del Comune, mentre altri vengono forniti da cooperative convenzionate. Questa schizofrenia determina la situazione di persone che svolgono il medesimo lavoro per il medesimo committente (il Comune), ma in condizioni abissalmente differenti: gli AEC dipendenti comunali sono regolarmente inquadrati, retribuiti e godono di tutti i diritti che spettano ad un lavoratore; gli AEC forniti dalle cooperative, viceversa, nel migliore dei casi sono inquadrati a livelli inferiori a quello reale e nel peggiore (il più diffuso) non sono inquadrati affatto e sono impiegati con la famigerata formula del “collaboratore”, pagati a cottimo e senza alcun diritto a ferie, malattia, ecc. Naturalmente, le cooperative che adottano questo sistema, similmente all’assistenza domiciliare (del resto, alcune sono le stesse), lucrano un buon 40% sui compensi erogati dal Comune.

La storia di Luciana è emblematica: trentenne, per anni assistente domiciliare precaria, viene contattata da una cooperativa sociale che ha ottenuto l’affidamento del servizio AEC. La zona di competenza della cooperativa si trova molto lontano dall’abitazione di Luciana, ma la prospettiva di un lavoro diverso, a contatto con i bambini, la fa decidere ad accettare l’offerta.

Le condizioni sono le solite: 10.000 lire l’ora, niente contributi, niente ferie, ecc. Per alcuni mesi, in qualunque condizione climatica, Luciana esce di casa prima delle 7.00, inforca il suo vecchio motorino e attraversa mezza città per raggiungere puntualmente il posto di lavoro. A volte, le capita di tardare di qualche minuto, ma sul suo conto non si registrano lamentele né da parte della scuola, né dalla famiglia del bambino che le è affidato, che anzi le si affeziona.

Una mattina, mentre è diretta al lavoro, Luciana ha un incidente: la ruota del motorino incontra una delle tante buche che rendono pericolose per i motociclisti le strade della Capitale, specialmente quelle periferiche, lontane dagli occhi dei turisti e dall’interesse degli amministratori. La caduta provoca a Luciana alcune brutte escoriazioni e danneggia seriamente il motorino; un automobilista di passaggio che ha assistito all’incidente si offre di accompagnare subito Luciana al pronto soccorso e lei, naturalmente, accetta, anche perché ha bisogno di essere medicata.

Prima di avviarsi verso l’ospedale, Luciana chiama con il suo cellulare la scuola e comunica quello che le è successo, avvertendo che non potrà essere presente; subito dopo, chiama la cooperativa per effettuare la stessa comunicazione alla coordinatrice del servizio, in modo che possa provvedere a sostituirla. In cooperativa non c’è nessuno e lei lascia un messaggio sulla segreteria telefonica.

Al pronto soccorso, l’attesa e le medicazioni portano via la mattinata, e quando Luciana è di nuovo in strada è passato mezzogiorno. Nel frattempo, non ha ricevuto alcuna comunicazione sul cellulare da parte della cooperativa. Torna a casa con l’autobus e, appena arrivata, telefona nuovamente in cooperativa; stavolta, la coordinatrice le risponde e la conversazione prende subito una piega inaspettata.

“Per colpa tua, un bambino è rimasto senza assistenza e la Preside della scuola ha minacciato di riferire tutto al Comune e di farci revocare la convenzione” si sente dire Luciana, che tenta di scusarsi (ma perché bisogna scusarsi per un incidente?).

“Ma ho avuto un incidente, mi sono fatta male e forse il motorino è da buttare… poi, vi ho avvertito subito per essere sostituita, che altro potevo fare?”

“Sai benissimo che non possiamo fare sostituzioni con un preavviso tanto breve… dove la trovo un’altra operatrice alle otto del mattino?”

Luciana cade dalle nuvole: “Ma come, non avete pensato che una persona può avere un imprevisto? Come facevo a sapere che avrei avuto un incidente?”

“Questo è un problema tuo. Noi ora rischiamo di perdere la convenzione. Il Presidente della cooperativa ha detto che non devi più lavorare con noi”

“Cosa? Mi licenziate perché ho avuto un incidente?!”

“Non sei licenziata, perché non sei mai stata assunta. La tua collaborazione con la cooperativa finisce qui”. E finisce anche la telefonata.

Luciana stenta a credere a quello che le è successo; per qualche giorno, tempesta di telefonate la cooperativa, implorando un appuntamento con il Presidente, ma la risposta è sempre la stessa: “No”.

Contatta anche le colleghe e i colleghi che conosce meglio, tutti le esprimono la propria solidarietà .

Di fronte all’intransigenza della cooperativa, Luciana decide di non subire passivamente; attraverso alcuni amici, si rivolge ad un avvocato, molto noto per il suo impegno in difesa dei diritti dei lavoratori. Esaminata la situazione, l’avvocato informa Luciana che si può intentare una causa per far riconoscere la natura subordinata del suo rapporto di lavoro e ottenere l’annullamento del licenziamento, con relativo risarcimento e reintegra nel posto di lavoro; la informa anche che sarà una cosa lunga, che l’esito non è scontato e che è bene portare qualche collega a testimoniare.

Luciana richiama i colleghi che le avevano espresso solidarietà, chiedendo loro se sono disposti a testimoniare sugli aspetti che possono dimostrare la reale natura del rapporto di lavoro, che anche loro conoscono benissimo: sono inquadrati in un organico gerarchico, mansioni e orari vengono determinati dai propri superiori, ecc. Con grande amarezza, Luciana colleziona una serie di imbarazzati dinieghi, tutti sul tipo: “Lo so che hai ragione, ma io non mi posso esporre… sono nella tua stessa condizione, se vogliono mandano via anche me”.

“Ma non possono mandare via tutti!” cerca di insistere Luciana.

“E perché? A parte il fatto che non tutti avranno il coraggio di testimoniare, la cooperativa non ci mette niente a trovare qualcun altro: hanno centinaia di richieste di lavoro”.

Alla fine, Luciana rinuncia alla ricerca di testimoni. La causa si farà lo stesso, ma vincerla sarà ancora più difficile.

Alcune settimane dopo l’incidente, Luciana sentì il bisogno di avere notizie del bambino che aveva seguito per mesi; telefonò alla famiglia e apprese dalla mamma che, alla sua richiesta dei motivi dell’improvvisa sparizione di Luciana, la cooperativa aveva risposto che se ne era andata senza preavviso perché le era capitato un lavoro migliore.

*****

La vicenda degli A.E.C. romani è piuttosto interessante anche per la comprensione della perversità dell’utilizzo del terzo settore nella gestione di servizi pubblici. Una parte del servizio di assistenza ai bambini disabili nelle scuole è effettuata da circa 250 operatori dipendenti del Comune, il cui numero è recentemente aumentato a seguito dell’assunzione di una quarantina di nuovi A.E.C., impiegati per questa mansione per due anni come lavoratori socialmente utili (LSU). A seguito di una lunga e dura vertenza sindacale, tutti gli LSU sono stati assunti dal Comune o dalle sue holding, non prima di aver rifiutato con fermezza la proposta di costituire le solite cooperative che avrebbero poi gestito i servizi comunali in regime di appalto.

La lotta dei lavoratori e delle lavoratrici, sostenuta da alcuni sindacati extraconfederali, e il loro rifiuto di costituire cooperative portò, fra l’altro, ad effettuare una analisi dei costi dalla quale emerse con chiarezza che la Pubblica Amministrazione non avrebbe realizzato alcun risparmio, affidando i servizi ad organismi esterni; anzi, la spesa sarebbe stata senz’altro superiore a quella necessaria per gestire direttamente i medesimi servizi. Di fronte alla prospettiva di un intervento della Corte dei Conti (già attivatasi nei confronti delle due Giunte Rutelli per altre vicende di esternalizzazioni e per alcune “consulenze” decisamente ben retribuite), risultò inevitabile scartare l’opzione delle cooperative, che i lavoratori non erano comunque disponibili a prendere in considerazione.

Nonostante queste considerazioni, dal 1999 una parte del servizio – circa 150 operatori – era stata affidata ad alcune cooperative sociali, e lo rimarrà fino al 2003. Nella convenzione stipulata con il Comune, si legge l’obbligo, per gli organismi convenzionati, di applicare il Contratto Nazionale di categoria, ma le cose non stanno affatto così: che siano inquadrati formalmente come soci delle cooperative o che – come Luciana – vengano fatti lavorare come “liberi professionisti”, nessuno degli A.E.C. delle cooperative convenzionate guadagna più di 14.500 lire lorde per ogni ora di “assistenza effettivamente prestata”, come testimoniano le buste paga e le fatture che abbiamo esaminato. E il rispetto dei contratti resta sulla carta, perché nessuno controlla se le cooperative rispettino gli impegni sottoscritti.

IL NON PROFIT E GLI INTERVENTI SUL DISAGIO GIOVANILE

Gli interventi per la prevenzione del disagio giovanile sono da alcuni anni in cima alle priorità del lavoro sociale, almeno stando a quanto periodicamente compare sui giornali e in video, solitamente in relazione a qualche fatto di cronaca particolarmente scioccante o a qualche inchiesta clamorosa; del resto, una metropoli come quella romana, in cui esistono quartieri grandi come città di medie dimensioni completamente abbandonati a sé stessi, è inevitabile che il disagio giovanile abbia assunto negli anni forme e dimensioni particolarmente allarmanti.

Non è un mistero, ad esempio, che esistano zone della città con un tasso di abbandono scolastico da terzo mondo e che proprio queste zone siano quelle da cui proviene la quasi totalità dei “clienti” del Tribunale Penale Minorile e del carcere minorile di Casal del Marmo. Nell’ultimo decennio, si sono moltiplicate le iniziative tese a contrastare i fenomeni di disagio giovanile e devianza, quali appunto la dispersione scolastica, l’abuso di sostanze stupefacenti, la violenza contro le persone e le cose, l’incultura e il razzismo. Un grande sforzo economico, anche attraverso l’utilizzo di specifici e massicci finanziamenti dell’Unione Europea, è stato fatto verso l’area di Tor Bella Monaca, un enorme comprensorio di recente edificazione nell’estrema periferia sudorientale di Roma, oltre la cintura del Grande Raccordo Anulare; molte associazioni e cooperative sociali sono state finanziate per effettuare diversi tipi di intervento nelle scuole e nelle strade di Tor Bella Monaca.

Nel biennio 2000/2001, è stato finanziato con circa 400 milioni di lire un intervento articolato sul territorio, che prevedeva un capillare lavoro di strada e l’attivazione di un centro di aggregazione che doveva mettere a disposizione dei giovani alcune risorse, prima fra tutte la possibilità di avvicinarsi alle nuove tecnologie informatiche e comunicative, da cui molti giovani sono oggettivamente esclusi.

La cooperativa risultata vincente nell’assegnazione del servizio, al momento dell’avvio del lavoro, ha assunto in fretta e furia alcuni operatori, “pescati” dai curricula pervenutigli. Il racconto di Cinzia è, a questo proposito, illuminante.

“Avevo inviato il mio curriculum alla cooperativa due anni prima e, sinceramente, me ne ero anche dimenticata. Improvvisamente, nel gennaio 2000, ricevo una telefonata con cui mi viene chiesto se sono disponibile ad essere impiegata in un lavoro sui giovani a Tor Bella Monaca. Ho accettato principalmente perché mi è stato detto che, dovendo lavorare solo alcuni pomeriggi, avrei potuto continuare a fare il mio lavoro la mattina nelle scuole materne. In realtà, non avevo la minima idea di quello che avrei dovuto fare, ma pensavo che sarebbe stato attinente alle esperienze che avevo indicato nel mio curriculum”.

La prima sorpresa, per Cinzia, è che nessuno le spiega niente e che si ritrova direttamente nelle strade di Tor Bella Monaca con un nuovo collega, Carmelo, che lavora già da qualche tempo per la cooperativa; è lui a spiegarle sommariamente in cosa consiste il lavoro. Inizialmente, dice, dobbiamo “mappare” tutti i luoghi di aggregazione dei giovani, quali muretti, bische, bar, ecc.

Carmelo confessa di non conoscere affatto l’immenso quartiere e comunica a Cinzia che altre due coppie di operatori sono impegnate, in altre zone, nello stesso lavoro di “mappatura”.

Alla domanda di Cinzia “Quanto deve durare questa prima fase?”, Carmelo allarga le braccia.

Inizia la “mappatura”: per due pomeriggi settimanali, Cinzia e Carmelo passeggiano per le vie di Tor Bella Monaca, prendendo nota di tutti quelli che appaiono come luoghi di ritrovo di giovani e adolescenti. Per decine di ore, i due perlustrano la zona assegnata, che comprende anche una vasta area semirurale, che non sembra nemmeno appartenere ad un contesto urbano. Come loro, nelle rispettive zone, procedono le altre due “unità di strada”.

Cinzia è molto scrupolosa e, all’inizio, prende molto sul serio il proprio lavoro, segnando diligentemente tutti i luoghi che le appaiono interessanti e ripromettendosi di tornarci quando, terminata la “mappatura”, si passerà alla presa di contatto con i ragazzi… il che, per la verità, la preoccupa molto.

“Non avevo la minima esperienza di lavoro di strada sugli adolescenti a rischio, e nemmeno la minima formazione! Ho sempre lavorato con i bambini delle scuole materne. D’altra parte, pensavo che, prima o poi, avrei avuto la possibilità di confrontarmi con i colleghi che lavoravano nel progetto, poi mi sembrava che Carmelo fosse un po’ più esperto di me e, infine, avevo saputo che le altre unità di strada erano costituite da operatori di grande esperienza, per cui aspettavo con trepidazione la prima riunione di tutti gli operatori, per avere un confronto con loro, per capire cosa avrei dovuto fare…”

Invece, accadono altre cose: in primo luogo, molte volte Cinzia si ritrova da sola, perché Carmelo non si presenta agli appuntamenti ed è costretta a procedere da sola alla “mappatura”; naturalmente, anche dopo essersi resa conto che Carmelo è un fannullone, non se la sente di fare la spia e continua come meglio può in assoluta solitudine. Poi, per mesi, la chimerica riunione dell’èquipe viene continuamente rimandata a data da destinarsi. Infine, e siamo ormai alla fine di marzo, Cinzia si rende conto che ha “mappato” l’intera zona assegnatale e che bisogna passare alla fase del contatto con i ragazzi.

Contatta la cooperativa, da cui le viene detto che non si è ancora pronti per la seconda fase e che deve continuare la “mappatura”. Cinzia obietta che non c’è più nulla da “mappare”, che ha percorso le strade in lungo e in largo (quasi sempre da sola, ma questo non lo dice) e che non ha senso continuare così. Niente da fare: “Continua a osservare e a registrare quello che vedi. Presto organizzeremo una riunione con tutti gli operatori e passeremo alla seconda fase”.

Cinzia si rassegna e, per altri due mesi, continua a passeggiare per Tor Bella Monaca; in tutti questi mesi, naturalmente, non ha mai preso una lira e la cooperativa non le ha fornito alcuno strumento, nemmeno un volantino che spieghi le finalità del progetto. E’ comprensibile che avverta uno stato di disagio sempre più forte.

Finalmente, ad estate già iniziata, viene convocata la famosa riunione, che Cinzia ricorda ancora con orrore.

“Ero convinta che, finalmente, avrei potuto parlare dei miei problemi, delle mie difficoltà, per capire come avrei dovuto continuare il lavoro… invece, mi sono trovata in mezzo a persone – che vedevo per la prima volta – che non facevano altro che litigare, in un clima indescrivibile. Per quanto sono riuscita a capire, esisteva un rancore profondo fra gli operatori e fra gli operatori e l’amministrazione della cooperativa. Ho capito, per esempio, che il Presidente della cooperativa era fortemente sospettato di intascarsi i soldi del Comune e di infischiarsene del progetto, salvo pretendere dagli operatori che svolgessero comunque il loro lavoro, anche in condizioni evidentemente impossibili.

Per esempio, uno degli operatori più esperti tentò di far capire che non era possibile chiarire ai ragazzi il senso del progetto se non si avevano a disposizione almeno dei volantini illustrativi, e che bisognava dare vita a qualche iniziativa concreta, peraltro ampiamente prevista dal progetto. Di fronte a queste osservazioni, il Presidente della cooperativa andò su tutte le furie, accusando gli operatori di non essere capaci di fare il proprio lavoro”.

C’era un altro problema, che Cinzia voleva discutere: il progetto prevedeva l’apertura di un centro di aggregazione dove i ragazzi potessero, fra l’altro, apprendere l’uso del computer e cimentarsi con le possibilità offerte, il che rappresentava anche una di quelle iniziative concrete che avrebbero dovuto suscitare l’interesse e l’apprezzamento dei giovani. L’argomento non poté essere affrontato, perché il Presidente della cooperativa chiuse bruscamente la riunione, chiamato da altri impegni.

Il calvario di Cinzia continuò per tutta l’estate. Verso luglio, un suo collega le fece avere un pacco di volantini, finalmente preparati dalla cooperativa, raccomandandole di usarli con parsimonia. I volantini erano assolutamente incomprensibili, non si capiva nulla di quello che dicevano, non c’era nessuna indicazione per i giovani, nemmeno un numero di telefono.

Cinzia si trascinò fino alla fine di settembre, quando decise di tirare le conseguenze di quanto aveva capito. “Ho dovuto prendere atto che il solo interesse della cooperativa era quello di appropriarsi dei fondi stanziati dall’Unione Europea attraverso il Comune di Roma. Ho il sospetto, per esempio, che tutte le ore di lavoro non fatte da Carmelo, quando mi trovavo da sola, in realtà venissero lo stesso fatturate, per percepire i relativi compensi. Mi sono sentita un verme: seppure involontariamente, mi stavo rendendo complice di una truffa. Alla fine di settembre, ho comunicato alla cooperativa che me ne andavo, chiedendo i miei soldi, poiché non avevo ancora visto una lira. Sono riuscita a farmi pagare poco prima di Natale, meno di quanto mi avevano promesso”.

Alcuni mesi dopo, Cinzia venne a sapere che, finalmente, la cooperativa aveva aperto il centro di aggregazione previsto dal progetto e finanziato dall’U.E. Naturalmente, dei computer e degli accessori previsti per avviare l’alfabetizzazione informatica dei giovani, non si vide mai traccia; come raccontò a Cinzia un altro operatore, nella sede del centro vennero portati tre vecchi apparecchi di terza mano, dei quali solo uno collegato alla rete telematica e uno con funzioni esclusivamente estetiche, perché non si accendeva nemmeno. Complessivamente, per finanziare quel progetto l’Unione Europea ha assegnato al Comune di Roma, e questi alla cooperativa, 400 milioni di vecchie lire.

IL NON PROFIT E LA TOSSICODIPENDENZA

La stessa cooperativa che ha così brillantemente operato a Tor Bella Monaca si è anche fatta un nome nella prevenzione della tossicodipendenza, ottenendo la gestione di diversi servizi da parte delle ASL. Doriana, una giovanissima operatrice, ha avuto una breve ma illuminante esperienza

“Mi hanno preso, a 15/16.000 lire l’ora, per realizzare un intervento di prevenzione della diffusione delle sostanze stupefacenti fra i giovani di un grosso centro alle porte di Roma. Che io sappia, per un anno di intervento la ASL di zona ha stanziato circa centocinquanta milioni di vecchie lire”.

Come si realizza questo intervento?

“Premesso che non avevo nessuna formazione e nessuna esperienza, mi hanno detto che dovevo contattare i giovani, in alcune zone considerate a rischio, parlare con loro e distribuire del materiale informativo, per due volte la settimana, insieme ad un altro collega”.

Il materiale era concepito e prodotto per quella specifica situazione?

“Macchè! Ci hanno dato solo un po’ di opuscoli del Ministero della Sanità, gli stessi che distribuiscono nelle scuole… così loro non spendono una lira”.

Insomma, che lavoro fate?

“Hai presente quelli che distribuiscono la pubblicità? Quello”.

150 milioni per qualche volantinaggio… un bell’affare non profit, non c’è dubbio.

IL NON PROFIT E IL SINDACATO

Nell’estate del 1996, Sergio Cofferati, Segretario della CGIL, lanciò un grido di allarme sulle condizioni di lavoro nelle cooperative sociali, provocando polemiche a non finire. L’atto di accusa del leader del maggiore sindacato italiano riguardava il fatto che troppo spesso la forma della cooperativa sociale serve per nascondere una sostanza di sfruttamento dei lavoratori, in virtù di un utilizzo spregiudicato e strumentale di una legislazione peraltro largamente deficitaria. La reazione delle Centrali cooperative alle dichiarazioni di Cofferati fu inviperita e non dissimile da quelle, consuete, delle associazioni padronali.

Meno di due anni dopo, nella primavera 1998, si è verificato un episodio simile a tanti altri, con la differenza che, questa volta, le vittime non sono rimaste in silenzio.

Il fatto è stato riportato anche dalla grande stampa romana, per cui non c’è bisogno di oscurare nomi e circostanze: Aldo Nigro e Davide Zura, soci lavoratori della cooperativa ISKRA, convenzionata con il Comune di Roma per l’assistenza domiciliare agli handicappati, vengono licenziati in tronco, con l’accusa – gravissima – di avere intimidito e maltrattato Alessandro, un utente affidatogli. La CGIL Funzione Pubblica, di cui Aldo è membro del Direttivo Regionale, fornisce una versione molto diversa: i due sono stati licenziati perché impegnati nel sindacato, per il rispetto delle regole democratiche in una cooperativa che non vuole riconoscere il diritto dei soci ad avere una rappresentanza sindacale e che lascia alquanto a desiderare in tema di mutualismo e solidarietà; a suffragio della propria tesi, la CGIL ha prodotto una copiosa documentazione, che comprende anche alcune lettere in cui la madre di Alessandro smentisce decisamente quanto sostenuto dalla cooperativa.

Per tutta risposta, la cooperativa interrompe unilateralmente l’assistenza domiciliare ad Alessandro, gettando nella disperazione l’intera famiglia e incurante del fatto che ciò costituisce una gravissima violazione degli obblighi nei confronti del Comune di Roma, sottoscritti dalla cooperativa al momento della firma della convenzione per la gestione del servizio.

Nello scontro interviene la Lega delle Cooperative, alla quale l’ISKRA è affiliata, definendo “fuori luogo” le accuse del sindacato e sostenendo, fra l’altro, che Aldo e Davide non avevano alcun titolo per svolgere attività sindacale.

Al momento del licenziamento, Aldo lavorava con i disabili da più di dieci anni; padre di due bambini, ha sempre respinto con fermezza le accuse di maltrattamenti addotte a motivo del suo licenziamento e di quello di Davide.

“Io e Davide seguivamo Alessandro da almeno otto anni; è sempre stato una persona molto difficile, conosciuto in tutto il quartiere. Il nostro lavoro, che è stato molto duro e faticoso, ha prodotto ottimi risultati non solo per lui, ma per la famiglia e per l’intero quartiere, come possono confermare tutti i responsabili della Circoscrizione e dell’USL. La verità è che avevamo iniziato da alcuni mesi una vertenza interna sui carichi e sull’organizzazione del lavoro, contro una ristrutturazione guidata da due consulenti esterni e finalizzata a garantire il potere dei dirigenti; per esempio, gli operatori sindacalizzati o comunque scomodi sono stati tutti assegnati ai casi più difficoltosi e difficili da raggiungere, secondo la logica dei reparti confino della FIAT degli anni cinquanta. Come Delegato alla Sicurezza, avevo contestato numerose inadempienze della 626: hanno voluto farci pagare anche questo”.

Nonostante le interrogazioni di alcuni Consiglieri, il Comune non ha preso alcun provvedimento nei confronti della cooperativa per l’abbandono unilaterale dell’assistenza ad Alessandro. La causa intestata da Aldo contro la cooperativa è ancora in corso; poiché era un socio, la competenza è del Tribunale Civile, il che significa che le spese sono infinitamente più alte di quelle di una normale causa di lavoro… un altro privilegio del terzo settore.

LA TORTURA DEGLI STIPENDI

Alessandro lavora da quattro anni in una cooperativa convenzionata con il comune di Roma per l’assistenza domiciliare agli anziani, ai disabili e per la gestione di numerosi altri servizi assistenziali; non è mai stato messo in regola, né come socio, né come dipendente. Viene pagato a cottimo, poco più di 10.000 lire nette l’ora, per un servizio per il quale il Comune versa alla cooperativa più di 26.000 lire per ogni ora di lavoro prestato.

Lo “stipendio” di Alessandro viene erogato con grande irregolarità, con uno, due, tre mesi ed anche più di ritardo: per esempio, a settembre inoltrato deve ancora ricevere il suo compenso per il lavoro svolto a maggio.

La dinamica è sempre la stessa: Alessandro – come tutti gli altri operatori – tempesta di telefonate l’ufficio amministrativo della cooperativa, chiedendo se può passare a ritirare i propri soldi, per sentirsi rispondere da una segretaria o da un ragioniere che i soldi non ci sono, bisogna aspettare, ecc. La storia può durare anche qualche settimana, fino a quando, finalmente ascolta al telefono le parole magiche: “Puoi venire a ritirare l’assegno”. In genere, le parole magiche vengono pronunciate il venerdì, quando l’assegno non può essere incassato fino al successivo lunedì. Ma questo è il meno.

Quando Alessandro si precipita in cooperativa, naturalmente trova altre decine di colleghi e colleghe che hanno ricevuto la stessa comunicazione, per cui si mette in fila per ricevere dalle mani della segretaria il prezioso assegno; quando arriva il suo turno, si sente dire: “Mi dispiace, gli assegni sono finiti. Prova a ripassare lunedì”. Alessandro rimane interdetto: “Che vuol dire che gli assegni sono finiti?”

La segretaria – avvezza al ruolo – alza le spalle: “Vuol dire che la banca non ci ha dato un numero di assegni sufficiente per tutti voi… lunedì cercheremo di farcene dare altri”.

Alessandro impreca, e con lui la fila di operatori che lo segue. Tutti si chiedono il perché di questa storia, che si ripete ogni volta ci sia da riscuotere il magro stipendio. La risposta arriva da un sindacalista che conosce bene il cosiddetto terzo settore e il mondo della cooperazione sociale.

“Non è un problema di cattiva organizzazione – spiega – perché non è pensabile che lo stesso spettacolo si ripeta ogni volta… se l’azienda sa che deve pagare, poniamo, cento persone, perché alla banca chiede soltanto settanta assegni?”

“Già, perché?” domanda Alessandro.

“E’ un sistema di controllo – continua il sindacalista – un modo per farti sentire sempre in bilico, alla mercé di eventi imprevedibili, un ricatto invisibile per costringerti a chiedere per favore quello che ti spetta di diritto. Un addestramento alla sottomissione e al servilismo, insomma”.

Alessandro è colpito dalla spiegazione. In effetti, all’annuncio che “gli assegni sono finiti” lui e i suoi colleghi reagiscono sempre nella stessa maniera: prima si arrabbiano, poi se ne vanno, perché tanto non c’è niente da fare… ma qualcuno rimane sempre, e chiede di poter incontrare il Presidente o il Vicepresidente, i quali, di fronte alla rappresentazione di situazioni disperate (bollette scadute, affitti da pagare, conti in sospeso dal macellaio, necessità di libri per la scuola dei bambini, ecc.), concedono magnanimamente ai tapini un acconto o, addirittura, il versamento dell’intero stipendio. Il nobile gesto è sempre accompagnato da raccomandazioni vagamente minacciose, quali “Lo faccio solo per te, non farlo sapere agli altri”, ecc.

Un addestramento alla sottomissione e al servilismo, ma non solo: questo sistema è anche un potente incentivo alla desolidarizzazione, alla distruzione di ogni sentimento di appartenenza collettiva del lavoratore, ridotto allo stato di un individuo miserabile, pronto ad ogni bassezza pur di ottenere il “privilegio” di ricevere i suoi soldi prima degli altri. Le molestie sessuali, tanto per dirne una, sono una delle conseguenze naturali del “sistema” che il sindacalista ha spiegato ad Alessandro.

L’ACCOGLIENZA AGLI HOMELESS: LA STORIA DI SABRINA

Naturalmente, il frenetico fund raising dei manager non profit non si è lasciato sfuggire il nuovo mercato prodotto dall’aumento dei nuovi poveri nelle metropoli, rappresentati a Roma anche da migliaia di homeless, molti dei quali immigrati extracomunitari.

Alla fine degli anni 90, il Comune finanziò alcune cooperative sociali per gestire centri di accoglienza che non avessero le caratteristiche dei vecchi dormitori, ma che fossero in grado di fornire non solo assistenza, ma anche un progetto di reinserimento sociale. Sulla carta, almeno.

Sabrina e Mauro vennero assunti – naturalmente come “liberi professionisti” – dalla cooperativa che gestiva un centro di accoglienza in una zona centrale, con una forte concentrazione di homeless e di immigrati.

Nel giro di pochissimo tempo, si resero conto che i progetti di reinserimento erano inesistenti e che la struttura svolgeva esattamente la stessa funzione di parcheggio dei tanto vituperati dormitori; in più, i turni erano massacranti, perché la cooperativa affidataria del servizio, per aumentare il guadagno, aveva assunto pochissimi operatori, costretti ad orari impossibili. Per ottimizzare i costi, si era arrivati addirittura a lasciare incustodita la struttura nelle ore notturne, abbandonando a sé stessi gli “ospiti”.

In questo contesto, non stupisce la notizia di litigi violenti e ferimenti avvenuti nelle ore notturne fra gli “ospiti”, ma le rimostranze di Sabrina e Mauro ai dirigenti della cooperativa non vengono prese in considerazione, anzi ai due viene fatto capire che, se vogliono continuare a lavorare, è bene che stiano tranquilli. Recepito il messaggio, per qualche tempo i due, che hanno assolutamente bisogno di lavorare, si adattano, anche perché il presidente della cooperativa non perde occasione per sbandierare la sua stretta amicizia con l’Assessore competente.

Un giorno, però, avviene un fatto che supera persino il bisogno di lavoro dei due giovani operatori. In breve, un’ospite straniera confessa a Sabrina di essere stata costretta a subire le attenzioni sessuali del presidente della cooperativa, come molte altre “ospiti” prima di lei, sotto la minaccia di essere nuovamente sbattuta in mezzo alla strada. Sabrina, inorridita, cerca di convincere la donna a denunciare il suo aguzzino, ma si scontra con la paura e la diffidenza di chi conduce un’esistenza precaria, sottoposta ai capricci di un permesso di soggiorno altrettanto precario.

Sabrina parla della vicenda con il suo collega, che le conferma di aver sentito anche lui qualche voce in proposito da altri “ospiti”; in sostanza, il presidente della cooperativa sarebbe un habitué della molestia sessuale, scegliendo oculatamente i suoi bersagli fra le “ospiti” immigrate con problemi di rinnovo del permesso di soggiorno o fra le homeless con problemi psichiatrici, le cui eventuali denunce non sarebbero mai prese sul serio.

I due si rendono conto di poter fare ben poco, ma non se la sentono di tacere; si rivolgono ad alcuni Consiglieri comunali, che a loro volta chiedono all’Assessore competente di intervenire, ma la risposta che ottengono è a metà fra il burocratico e lo sprezzante: in sintesi, la cooperativa ha regolarmente ottenuto la gestione della casa di accoglienza, l’Amministrazione non ha mai ricevuto reclami ufficiali, non vi sono denunce e, dulcis in fundo, il presidente della cooperativa è iscritto allo stesso partito dell’Assessore. Dunque, nessun problema.

Sabrina e Mauro sono costretti a lasciare il lavoro, perché il presidente della cooperativa, informato dall’Assessore amico, non ci mette molto a capire chi ha cercato di intromettersi nei suoi affari. Affari che continuano a prosperare.

LA COOPERATIVA MODELLO

L’ultima vicenda che raccontiamo è anche quella che ha fatto più rumore nel Terzo Settore romano, insieme a quella dei sindacalisti licenziati dall’Iskra, rispetto alla quale è avvenuta dopo qualche mese, al principio del 1999.

La storia avviene nella stessa cooperativa della “tortura degli stipendi”, che gestisce anche i servizi di assistenza domiciliare in due Municipi, e inizia nel giugno 1998, quando il malessere che serpeggia fra i lavoratori della cooperativa diventa più acuto perché il ritardo nel pagamento degli stipendi è diventato intollerabile: decine di operatori – stiamo parlando della cooperativa più grande della città, da molti considerata un “modello”, affiliata a Legacoop – non percepiscono una lira da tre mesi, la situazione di molti è prossima alla disperazione. Come se non bastasse, si apprende che la direzione della cooperativa ha pensato bene di investire una cifra esorbitante (circa 150 milioni di vecchie lire) nell’acquisto di una barca da diporto ed altre centinaia di milioni per finanziare gli spettacoli dell’Estate Romana, cui partecipa il vicepresidente della cooperativa, a sua volta cantante e impresario.

La rappresentanza sindacale interna del Cobas servizi sociali – RdB, dopo inutili tentativi di dialogo con la direzione, proclama uno sciopero per l’intera giornata del 20 luglio; nonostante le minacce verso i lavoratori (in particolare contro i tantissimi precari), lo sciopero riesce in pieno. A quel punto, la situazione sembra sbloccarsi: il Cobas – RdB ottiene il versamento degli stipendi, un aumento dei compensi dei “collaboratori” e la regolarizzazione di un primo gruppo di quindici lavoratori e lavoratrici, con l’impegno di procedere gradualmente alla regolarizzazione di tutti gli operatori impiegati.

Dopo la pausa di agosto, però, si comprenderà che l’atteggiamento ragionevole della direzione era dettato solo dalla necessità del momento; in effetti, viene messa in piedi una sistematica campagna terroristica verso il Cobas – RdB, accusato di puntare alla distruzione dell’azienda ed alla conseguente perdita del lavoro. I soci lavoratori, che costituiscono meno di un terzo della forza lavoro impiegata dalla cooperativa, vengono convinti che la loro posizione è in pericolo e che la regolarizzazione dei lavoratori provocherebbe un disastro economico. Parallelamente, la direzione impianta una vera e propria campagna diffamatoria contro i sindacalisti più impegnati e, in particolare, contro Marco, presentato come un estremista irresponsabile, nonostante sia un dirigente del Partito della Rifondazione Comunista; lo schieramento dei rappresentanti istituzionali del PRC a fianco delle ragioni dei lavoratori diventa a sua volta argomento di persuasione nei confronti dei soci lavoratori.

A dicembre, un’operatrice precaria, in servizio da più di due anni senza contratto e senza tutele, viene bruscamente licenziata. Ufficialmente, le viene imputata una cattiva gestione del suo lavoro ed anche nei suoi confronti viene confezionata una umiliante campagna diffamatoria, arrivando a far circolare la voce che si appropriava del denaro degli utenti; in realtà, la sua colpa era quella di essere un’aderente del Cobas – RdB, nonché iscritta a Rifondazione Comunista.

Poche settimane dopo, la stessa sorte tocca a Marco, che però è un socio lavoratore, per cui si rende necessario ricorrere ad un espediente. La soluzione trovata dal Presidente della cooperativa è piuttosto rischiosa, ma funziona: al termine delle ferie natalizie, Marco aveva presentato alla cooperativa, consegnandola nelle mani del Presidente, una richiesta di prolungamento del periodo di aspettativa non retribuita di cui usufruiva da alcune settimane; pochi giorni dopo, riceve una raccomandata della cooperativa che gli comunica il licenziamento perché non si era presentato al lavoro. Semplicemente, la sua richiesta di aspettativa era stata fatta sparire.

Naturalmente, la situazione si fa incandescente: il Cobas – RdB e Rifondazione Comunista promuovono una manifestazione di fronte agli uffici della cooperativa, con la solidarietà degli altri sindacati di base ed anche della CGIL, mentre gli avvocati di Marco presentano subito un ricorso al Tribunale Civile. Il Presidente della cooperativa viene anche querelato per l’occultamento della lettera di richiesta dell’aspettativa.

Alla prima udienza del Tribunale Civile, in primavera, il magistrato dispone immediatamente la sospensione del provvedimento contro Marco e il suo reintegro nel posto di lavoro. In un clima di grande tensione, Marco riprende servizio, ma è evidente la volontà di costringerlo ad andarsene: sin dal primo giorno, viene bombardato di telegrammi della cooperativa che gli imputano ritardi inesistenti ed altre negligenze inventate di sana pianta. Marco non si lascia intimidire e continua a presentarsi regolarmente al lavoro, fino a quando – non sono passati neanche dieci giorni – riceve una nuova raccomandata che gli comunica un nuovo licenziamento.

Ad un anno di distanza dal licenziamento, Marco non aveva ricevuto nemmeno il t.f.r. e per riaverlo è stato costretto a rivolgersi ai Carabinieri, mentre ancora oggi non gli è stata restituita la quota sociale.

Attualmente, la causa civile è ancora in corso; in questi anni, la cooperativa ha fatto ricorso a tutte le tattiche dilatorie possibili e immaginabili, alternando minacce a proposte di trattativa mai seguite da alcun atto concreto. In una situazione analoga, di fronte ad un altro Tribunale, si trova l’operatrice licenziata prima di Marco.

Una verifica effettuata dall’Ufficio Vigilanza Cooperative del Ministero del Lavoro ha accertato che, nel solo 1999, quella cooperativa ha impiegato più di trecento lavoratori senza contratto, ma non risulta sia mai stata sanzionata in alcun modo. Analogamente, non vi è stato alcun intervento da parte del Comune di Roma, principale committente della cooperativa.

Il commento di Marco è molto amaro: “La verità è che non esiste la volontà politica di mettere in regola queste situazioni. Gli interessi in gioco sono troppo forti e coinvolgono tutti i partiti, nessuno escluso; una cooperativa come quella che mi ha licenziato fattura quasi dieci miliardi di vecchie lire l’anno e questo significa clientelismo, versamenti a fondo perduto per campagne elettorali, pacchetti di preferenze per questo o quel candidato… di fronte a tutto questo, i diritti di chi lavora contano veramente poco”.

*****

Questa vicenda, assieme a quella dell’Iskra, ha riproposto l’urgenza di interventi sulla conduzione dei servizi sociali affidati dal Comune di Roma al cosiddetto “terzo settore”, in particolare l’assistenza domiciliare ai disabili ed agli anziani; secondo i dati forniti dalla CGIL, nella Capitale le cooperative sociali impiegano circa 5000 operatori, cui vanno aggiunti quelli delle decine di associazioni, fondazioni, enti morali, ecc. Solo per quanto riguarda l’assistenza domiciliare, gli operatori impiegati sono oltre 2000 e garantiscono il servizio a circa 6000 utenti; nonostante il protocollo di intesa siglato sin dal 1996 con CGIL, CISL e UIL e il preciso impegno fatto sottoscrivere ai Presidenti di tutte le cooperative per ammetterle alla gestione dell’assistenza domiciliare, il Comune di Roma si è sempre ben guardato dal vigilare sul rispetto del Contratto Nazionale, chiudendo gli occhi sui fenomeni denunciati da Cofferati: diffusione del lavoro nero, precario, sottopagato e senza diritti. L’introduzione della Delibera 135 del 2000, che impone alle cooperative convenzionate l’applicazione dei Contratti Nazionali, non ha sostanzialmente modificato la situazione: i controlli ordinari previsti dalla stessa Delibera non sono mai stati effettuati, e quelli straordinari – richiesti formalmente dal Cobas – RdB – o non sono stati effettuati, o lo sono stati in maniera ridicola, limitandosi a richiedere alla cooperativa l’elenco dei lavoratori registrati presso l’INPS e dichiarando poi che i versamenti erano in regola. Peccato che i controlli dovrebbero servire ad individuare i lavoratori non registrati all’INPS e nei confronti dei quali non viene effettuato alcun versamento previdenziale.

[1] Paola Tubaro – Critica della ragion non profit – Edizioni DeriveApprodi

[2] Paola Tubaro, op. cit.

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Quando l’azienda sostiene l’attività volontaria dei suoi dipendenti

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 11, 2008

Quando l’azienda sostiene l’attività volontaria dei suoi dipendenti
Volontariato d’impresa, nuova frontiera della responsabilità sociale d’impresa
Da Redattore sociale, 17/07/2007)

L’impresa che sostiene l’attività volontaria dei suoi dipendenti, attraverso la collaborazione con organizzazioni del terzo settore già esistenti o creando al proprio interno una ONLUS. È questo il volontariato d’impresa, la nuova frontiera della Responsabilità sociale d’impresa (Rsi), un concetto nuovo in Italia, e invece già molto diffuso all’estero, di cui si è parlato a Roma in un convegno. È stata l’occasione per un confronto tra le esperienze delle grandi aziende che già operano nel settore, ovvero Enel, Ibm, Vodafone, Nokia e Novartis, in modo da poter fissare alcune linee teoriche che meglio permettano di connotare il fenomeno.

Nel nostro Paese, ha illustrato Nereo Zamaro, attingendo alle ultime cifre ISTAT, sono circa 220.000 le organizzazioni non profit, tra cui 22.000 sono le associazioni di volontariato, che coinvolgono uno zoccolo duro di circa 830.000 volontari, mentre più di 7000 sono le cooperative sociali e più di 4000 le fondazioni. Sono invece 11.200.000 gli italiani che sono “attivisti civici” a livello teorico, ossia hanno partecipato almeno una volta nelle loro vita alle riunioni di organizzazioni operanti nel sociale, mentre sei milioni sono quelli che prendono parte alle attività, per cui, ha sottolineato Zamaro. “È un mondo che si sta muovendo – ha evidenziato Zamaro – l’infrastrutturazione del terzo settore, negli ultimi 10-15 anni, è stata straordinaria, e fa registrare un tasso di crescita più al sud che al nord”. L’attività si concentra soprattutto nel nordest ed è dedicata

prevalentemente al lavoro di cura, per cui fondamentale il ruolo delle donne, che però “frequentano poco la stanza dei bottoni”. L’età media prevalente dei volontari è tra i 45 e i 54 anni, invece, sul versante del titolo di studio, il livello di partecipazione è direttamente proporzionale al grado di istruzione. Purtroppo, ha concluso Zamaro, si registra anche il prevalere della piccola dimensione e della “vulnerabilità economica”, nel senso che il numero delle organizzazioni cresce più di quello dei volontari, così come più del denaro disponibile, per cui risultano “vacillanti”.

Su questo fronte diventa dunque molto importante l’appoggio del mondo profit, delle imprese che decidono di investire nel sociale creando delle proprie ONLUS – che possono assumere la forma di fondazione o associazione – o appoggiando le organizzazioni già esistenti, e mettendo a disposizione la forza lavoro e le competenze dei propri dipendenti o il proprio appoggio finanziario. “È l’impresa – è intervenuto Luciano Hinna, docente dell’Università Tor Vergata – che direttamente crea il suo welfare, gestisce, finanzia e fa secondo la propria visione”. Secondo lui, sono due gli elementi che in Italia hanno “anestetizzato” la nascita di questo fenomeno, già molto diffuso all’estero, ossia la matrice cattolica del nostro Paese, per cui il concetto di “carità individuale” ha finito per prevalere su quello di “solidarietà sociale”, così come un “sistema normativo alto, per cui non è compito mio, ma dello stato”. A suo parere, i vantaggi del volontariato d’impresa riguardano sia l’azienda che i dipendenti. La prima ci guadagna al suo interno promuovendo “clima aziendale, senso di appartenenza, identificazione nei valori di impresa”, all’esterno in termini ad esempio “di partnership e gestione del consenso e della reputazione”. I dipendenti, invece, possono prodigarsi in attività di “volontariato senza targa politica e religiosa”.

“La ONLUS da sola – ha concluso Hinna – non fa responsabilità sociale di impresa, ma aiuta e crea valore sociale: essa può essere l´inizio di un percorso o una tappa del percorso”. Secondo lui grandi sono le potenzialità del settore, puntando su “chi oggi vuole fare volontariato andando oltre la politica e la religione”, ma bisogna superare l’enorme confusione che esiste nel campo normativo che regola il mondo non profit e che è anche di comodo, nel senso che non si vogliono gli equilibri esistenti e che vanno a vantaggio di determinate lobby. Il settore infatti si muove, ma anche senza controllo, per cui esiste il “volontariato parassitario”.

“Tradizionalmente – è intervenuto Giulio Theodoli, vicepresidente della Fondazione italiana per il volontariato (Fivol) – l’impresa era il luogo del profitto, e poco aveva a che fare con il volontariato, luogo invece della gratuità e della solidarietà. Oggi questa prospettiva sembra essersi rovesciata”. I valori propri della prima, come efficienza e razionalità, sono infatti importanti anche per il secondo. Così come i valori di impegno, responsabilità, cooperazione, propri del volontariato, sono decisivi anche per il successo dell’impresa. “In una società in cui la domanda sociale si fa sempre più complessa e articolata – ha continuato – le imprese sono chiamate al pari dei corpi intermedi a farsi carico del bene collettivo”, mentre il volontariato è “sempre più chiamato a essere parte attiva nell’elaborazione di una cultura d’impresa”. Per Theodoli, “il volontariato d’impresa è la nuova frontiera della Rsi”, esso va inteso come “un processo virtuoso che implica un reale e concreto coinvolgimento di tutta l’azienda che deve esercitare la propria “cittadinanza” in termini di sussidiarietà”.

L’Enel, ha spiegato Roberto Zangrandi, il responsabile Rsi dell’azienda, dal 2004 ha creato la Enel Cuore ONLUS, attraverso cui sono stati destinati, sia in Italia che all’estero, oltre 16 milioni di euro a oltre 100 progetti a favore di chi vive in condizioni svantaggiate. Ma poi l’azienda si è chiesta come coinvolgere direttamente i suoi dipendenti, o meglio come sostenere coloro che tra questi si dedicano già ad attività di volontariato, che rappresentano il 7-8% delle 50.000 persone che in Italia lavorano per Enel. Da una parte la oNLUS ha già stato stretto un rapporto di collaborazione con l’Associazione Nazionale Seniores Enel (ANSE), che comprende dipendenti attivi e a riposo, tramite cui ha già collaborato a due progetti, tra cui l’iniziativa “A casa è meglio”, promossa dalla Comunità di Sant’Egidio a favore degli anziani. Dall’altra, nei prossimi mesi verrà messo a punto “un programma pilota per valutare le forme con cui offrire in azienda esperienze di volontariato”, con l’obiettivo di giungere a delle formule che consentano ai dipendenti di partecipare a progetti concreti rivolti al sociale.

Anche l’Ibm ha la propria fondazione, ha illustrato Angelo Failla, responsabile Studi e Ricerche della ONLUS, con cui ha realizzato progetti in partnership con altre associazioni operanti in campo sociale e culturale, con l’ambizione di creare “modelli replicabili”. Considerato poi che in azienda c’era già chi si occupava di volontariato, si è pensato a “come rendere più efficace la loro azione”, per cui è nata “On Demand Community”. Ossia una comunità virtuale tramite cui i volontari registrati (dipendenti od ex) possono mettere a disposizione di enti non profit e scuole le loro competenze tecnologiche oppure donazioni in denaro.

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Al mercato della filantropia

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Luglio 11, 2008

tratto da “Al mercato della filantropia”
di Cosma Orsi
da “Il Manifesto” del 13 settembre 2005
l’articolo completo può essere letto su : http://www.ecologiasociale.org/

Welfare minimo LA LOTTA ALLA POVERTÀ negli Usa è diventato un grosso affare tanto per le organizzazioni no-profit che per le grandi imprese. Le prime ricevono donazioni da fondazioni private che usano per riprodurre se stesse, le seconde regalano merci poco pregiate in cambio di sgravi fiscali. Parla la filosofa e femminista Theresa Funicello

Poco nota in Italia, Theresa Funicello è invece una figura di spicco nella «teoria critica» statunitense. Filosofa della politica, femminista, attivista per il diritto al welfare per i poveri, nel 1993 ha pubblicato il suo libro più importante, Tirranny of Kindness: Dismantling the Welfare System to End Poverty in America (Atlantic Monthly Press). Alla sua uscita, il Washington Post lo ha definito un libro essenziale per la comprensione del welfare americano degli ultimi 30 anni e della discussione sulla sua riforma sviluppatosi durante gli anni Novanta, mentre il Library Journal lo ha proposto come miglior libro dell’anno. […]

In «Tiranny of Kindness» lei fa riferimento alla carità come una logica mercantile dello sfruttamento della povertà. Può spiegarci in modo più preciso come intende?
È una lunga storia. La povertà negli Stati Uniti è un grosso affare. La maggior parte del denaro che dovrebbe soddisfare le necessità primarie dei milioni di famiglie povere è speso per saziare la sete di denaro di organizzazioni (virtualmente no-profit) guidate da managers professionisti che si dipingono come i paladini dei poveri. Sfortunatamente, il loro unico scopo è quello di intercettare i fondi messi a disposizione dalle fondazioni private e dal governo. Basandosi su dati statistici spesso inesatti o creati ad arte, i manager della povertà si ritengono gli unici ad essere capaci di alleviare questa condizione sociale che coinvolge milioni di persone. La realtà è ben diversa: i poveri rimangono poveri, mentre i managers e i gruppi no-profit che essi dirigono diventano sempre più ricchi e potenti. C’è da dire, inoltre, che la collusione con le multinazionali per lo scambio di donazioni in soldi contanti ha raggiunto limiti imbarazzanti. Lo scambio di favori permette alle multinazionali di disfarsi di prodotti (nella maggior parte dei casi alimentari) avariati, e al tempo stesso di chiedere una riduzione delle tasse. Una delle più grandi catene di supermercati degli Stati uniti, suggerisce alle sue affiliate nell’America centro-orientale: Non Gettate, Donate! I gruppi no-profit che ricevono i beni alimentari pesano le donazioni, calcolano il loro valore in dollari sulla base del tonnellaggio, fornendo alle multinazionali la prova che esse donano. Le multinazionali ricevono sgravi fiscali che raggiungono il doppio del valore di mercato delle merci donate. Le agenzie no-profit raccolgono – a spese del governo, naturalmente – la merce donata, metà della quale prima di essere ripartita tra coloro che esse ci dicono voler aiutare, viene gettate in discariche. Quel poco che rimane da distribuire è igienicamente dubbio e con un valore nutrizionalmente pressoché nullo. Tutti sono contenti perché i poveri sono nutriti. Eccetto i poveri naturalmente!
[…]
Qual è il modello di welfare per cui si batte da più di trent’anni?
Ad essere sincera, sono contraria ad ogni forma di welfare, se con questo termine ci si riferisce al sistema attualmente in vigore negli Stati uniti. Esso infatti implica che chi non ha mezzi a sufficenza per condurre un esistenza dignitosa non può contribuire al bene comune. In altre parole, il modello statunitense di sicurezza sociele deriva da una visione del mondo molto corporate, risponde cioè a logiche imprenditoriali, mercantili. Abbandonare questa prospettiva e favorire la nascita di un visione maggiormente centrata su valori umani è il compito che io e la mia organizzazione ci siamo prefissati. Per ottenere tale scopo è necessario un ripensamento del modo in cui si distribuisce il reddito. Ad esempio, bisognerebbe promuovere politiche publiche capaci di redistribuire una parte della ricchezza alle donne (e alcuni uomini) che dedicano una gran parte della loro esistenza al prestare cure ad altri (caregivers). Per non parlare degli artisti e molte altre categorie la cui attività, pur essendo intrinsecamente produttiva, non produce reddito.
[…]
A seguito della pubblicazione del suo libro nel 1993 alcune delle fondazioni private che lei ha duramente attacato hanno criticato duramente il suo lavoro, al punto che lei ha sostenuto che hanno boicottato il volume…
All’inizio, molti dei giornali e riviste si espressero in termini più che favorevoli. Il Library Journal gli conferì il premio come miglior libro dell’anno, e successivamente Tiranny of Kindness fu persino nominato per la corsa al Premio Pulitizer di quell’anno. Ma al New York Times, che senza esagerare rappresenta una buona fetta del Partito Democratico, e a gran parte di quelle fondazioni private di lotta alla povertà il libro non piacque e hanno dato vita a una vera e propria campagna contro le tesi lì espresse. Poi, ho avuto notizia che alcune associazioni di base hanno avuto pressioni affinché boicottassero il libro: in caso contrario non avrebbe più ricevuto alcuna donazione o fondi per le loro attività. Soltanto alcuni personaggi legati all’intellighenzia della sinistra più radicale – in maggior parte pofessori – continuarono e continuano a richiedere il testo per i loro corsi universitari e alcuni, pochi in verità, conservatori ne tessono le lodi.

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