Lavoro e No Profit

Terzo Settore. La nuova frontiera della lotta per i diritti dei lavoratori!

Archivio per Giugno 2008

Fondazioni e affondamenti

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 30, 2008

Roma, 20 giugno 2008
RdB/CUB Università

Nella manovra finanziaria 2009 torna di prepotenza l’intento di trasformare le Università Pubbliche in Fondazioni di diritto privato (attenzione: non di costituire o partecipare a Fondazioni ma di trasformare gli atenei in Fondazioni !). Saranno i Senati Accademici a deciderlo a maggioranza assoluta, il Ministero darà l’approvazione formale garantendo alle Fondazioni sconti su tasse e imposte nel subentro di titolarità sul patrimonio dell’Università, svincolo dalla regole di bilancio e rendicontazione a cui sono sottoposti gli enti pubblici ma di percepire i finanziamenti pubblici che in questi anni sono stati lesinati colpevolmente all’Università Pubblica. Il personale amministrativo resta sotto Contratto Pubblico fino a scadenza del Contratto in vigore, poi …..si vedrà!

Dunque salta il progetto di riorganizzazione finanziaria che solo l’estate scorsa Tommaso Padoa-Schioppa e Mussi avevano messo in campo per “salvare” l’Università Pubblica (“Patto per l’Università”) messa alle corde da anni di tagli dei finanziamenti e dal fallimento delle “riforme” aziendalistiche e privatistiche del sistema universitario italiano.

Ora affondare le Università Pubbliche è considerato un doveroso atto di eutanasia, ormai l’Università imbarca acqua da tutte le parti, coprire i buchi ed alleggerire il peso dei costi e dalla gestione corporativa e baronale, è impresa ardua. E parte il siluro della trasformazione delle Università in Fondazioni e procede sicuro verso l’Università Pubblica.

La bozza di decreto governativo riporta l’estrema soluzione in articolo rubricato “Facoltà di trasformazione in Fondazioni delle Università” che lascia poco spazio all’immaginazione: dall’autonomia senza strumenti si fa rotta verso l’autarchia senza prospettive, se non quella di alleggerire i bilanci dello stato sacrificando il ruolo pubblico dell’Università.

Sul piano dell’eccellenza Tremonti ha superato Brunetta, il Piano industriale per le pubbliche amministrazioni è già obsoleto, per quel che riguarda le Università la cura è la dismissione e privatizzazione assoluta.

La Fondazione è ente di diritto privato, il personale di cui si dota non appartiene più al pubblico impiego. Lo stesso CCNL pubblico per il personale tecnico amministrativo si applica fino alla scadenza poi c’è stipula di nuovi accordi direttamente con la Fondazione (un contratto nazionale per i dipendenti delle Fondazioni non esiste).

L’istruzione universitaria è già privata. E’ privata delle risorse economiche basilari, delle competenze gestionali, degli investimenti in ricerca, in edilizia ed in servizi per lo studio, e del rinnovo del contratto collettivo che riguarda la metà dei lavoratori strutturati. Privarla anche del ruolo pubblico che ad essa compete vuol dire sacrificare l’interesse generale per l’istruzione, per la formazione superiore e la ricerca di base, sull’altare del mercato o meglio dei corposi interessi di Banche, Confindustria, poteri forti del Paese.

Saranno le imprese a stabilire cosa studiare nei nostri Atenei? Saranno gli investimenti privati a definire le dotazioni organiche? L’instabilità nei flussi finanziari aumenterà ulteriormente la precarietà lavorativa? Aumenteranno le tasse per gli studenti al fine di coprire i costi? Il contratto di lavoro verrà contrattato individualmente? Saremo esposti alla disciplina dei licenziamenti collettivi?

No all’affondamento dell’Università Pubblica !
No alle Fondazioni di diritto privato !
Passa dalla tua parte ! Sostieni e iscriviti a RdB !

Pubblicato su Sindacato, fondazioni | Contrassegnato da tag: , , , | 1 Commento »

Terzo settore, la risposta alla crisi politica

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 28, 2008

Terzo settore, la risposta alla crisi politica
Di Domenico Ciardulli
19 marzo 2008
da: http://www.aprileonline.info

La riflessione
La società civile che partecipa al ciclo funzionale, organizzativo e produttivo di un paese è una ricchezza che però sempre più spesso viene sottoposta alle leggi dell’economia e al volere politico. Nascono così storie di sfruttamento verso soci lavoratori di cooperative sociali e associazioni Onlus. Perciò bisogna puntare alla riorganizzazione di questo tessuto civico, che resta l’unica soluzione al momento buio che stiamo vivendo

Né stato né mercato. Da questa aspirazione di essere “altro” è nato il termine “terzo settore” inteso come la società civile che si organizza, che interviene, interferisce nel ciclo funzionale, organizzativo e produttivo di un paese. Governance, sussidiarietà, coprogettazione, stakeholders: su termini come questi si è costruita l’impostazione teorica fondante dello spazio cosiddetto “civico”.
La sempre più invadente presenza del mercato, come tendenza di un processo globale, ha progressivamente trasformato gli equilibri e i rapporti di forza tra le tre componenti, determinando una soggezione del “terzo settore” alle leggi del mercato e all’influenza che il mercato stesso esercita sulla classe dirigente teoricamente scelta dai cittadini attraverso il voto.

Il privato sociale, come associazioni onlus, cooperative e enti morali, sono la componente imprenditrice del terzo settore che oggi vive in gran parte di commesse pubbliche e convenzioni finendo in molti casi nel ruolo di appendice della pubblica amministrazione o di personaggi politici in carica nelle pubbliche amministrazioni. Categoria altra sono le associazioni di tutela dei cittadini. Tra di esse vi sono molte organizzazioni istituzionalizzate, alcune fanno parte del Cnuc presso il ministero delle attività produttive e ricevono finanziamenti e rimborsi, altre fanno parte di consulte tematiche. Fuori da questo giro paraistituzionale vi sono centri sociali, associazioni e comitati di quartiere autorganizzati, non sempre registrati e dotati di uno statuto o di una sede ufficiale propria.

La “mission” del terzo settore nel campo dell’imprenditoria sociale è abbastanza snaturata dalle esigenze di assicurarsi una fetta di commesse pubbliche, di entrare negli albi di accreditamento, di far quadrare gli esercizi di bilancio e far fronte alle responsabilità economiche nei confronti di creditori e committenti. Accade in questo settore che, nell’ansia di assicurarsi posizioni solide, si trascurino proprio gli elementi fondanti del terzo settore che sono la solidarietà, la centralità della persona, le relazioni e la qualità della vita.

Nascono così storie di sfruttamento dove soci lavoratori di cooperative sociali e associazioni Onlus che lavorano a contatto con persone svantaggiate diventano anch’essi svantaggiati, in quanto sfruttati e senza tutele, e finiscono per entrare in quella categoria di “netturbini del malessere”, incaricati di “smaltire” a basso costo la parte improduttiva e “malata” della società.

L’elemento economico dell’impegno civico ha inquinato a 360 gradi se è vero che vi sono anche associazioni di tutela dei consumatori che ricevono finanziamenti da aziende, enti, industrie farmaceutiche. In merito, vi è una certa conflittualità tra alcune associazioni che si fanno la guerra a colpi di ricorsi al TAR.

In un orizzonte più trasparente si posizionano i centri sociali e i comitati di quartiere. I primi nati da una spontanea esigenza di socializzazione, di libera espressione della creatività, di rottura degli schemi attraverso la riappropriazione del proprio vivere quotidiano, della libera circolazione dei saperi, dell’autotutela e mutuo aiuto di fronte alla precarizzazione lavorativa, al controllo sociale dei produttori di merci e alla mortificazione del diritto alla casa.
I comitati di quartiere, quale aggregazione civica di prossimità, svolgono anch’essi un ruolo chiave di tutela degli interessi generali e dei beni comuni di un territorio. Su questo fronte la panoramica romana è abbastanza variegata: in alcune zone i comitati di quartiere si mantengono vitali e attivi, hanno anticorpi contro l’imbrigliamento nel meccanismo elettorale, sanno acquistare visibilità e adesioni attraverso la porta aperta e un benefico turn over di componenti e leader. Riescono non di rado a contrapporsi alle scelte politiche del Campidoglio costringendo gli assessori a modificarle e a contrattare.
In altre zone, purtroppo, vi sono anche comitati di quartiere che stagnano in piccoli centri di potere sottocastali, a regia politica municipale. Godono o aspirano a patrocini, a volte editano giornaletti locali sponsorizzati da commercianti di zona e, al momento delle elezioni, organizzano il voto dell’area di influenza in direzione di un loro politico “protettore” o, dove possono, direttamente di un loro esponente, possibilmente inserito nella lista civica del sindaco favorito. Questo modello di comitato di quartiere dalla visione spicciola (campo di bocce, centro ricreativo, cassonetti…) è quello tipicamente organizzato a comunicazione verticale, con un “gruppo dirigente” chiuso che rimane in sella per anni e detiene e filtra le informazioni al pubblico di riferimento, manipola il consenso dei cittadini ad uso e consumo di politici o di circoli di partito. Le componenti prevalenti di questo tipo di comitato sono i ceti medi, impiegati pubblici con anzianità di servizio, liberi professionisti e pensionati statali. Accade, non di rado, che comitati così organizzati arrivino nel tempo alla spontanea trasformazione in centri anziani mantenendo lo stesso consiglio direttivo.

E’ dall’analisi di questa realtà civica mista che, a mio avviso, occorre partire per costruire un fronte di resistenza al declino e degrado politico e sociale nel quale rischiamo di sprofondare. Puntare sulla riorganizzazione di questo tessuto civico per tutelare la qualità della vita e le prospettive future delle giovani generazioni. Intrecciare legami tra centri sociali e comitati di quartiere al di fuori della sfera e dell’influenza dei partiti per comprimere l’invadente monopolio della delega e del voto di scambio. Praticare momenti di autoformazione per poter occupare spazi di agibilità partecipativa nelle scelte di trasformazione urbana e lavorare su una sinergia tra le vecchie e nuove generazioni unite dall’obiettivo comune di uno sviluppo sostenibile a dimensione umana. In tale ottica le priorità non possono essere le specifiche vertenzialità locali ma la solidificazione di ampie reti territoriali a comunicazione orizzontale, capaci di strutturarsi, di attivare altri cittadini nell’interesse verso la cosa pubblica e verso il protagonismo civico.

Quando la crisi di un paese arriva a livelli non più governabili da alcune “cabine di regia” occulte si auspicano venti di sommossa scomposta e violenta per poi motivare repressione e restaurazione. La vera speranza di un’alternativa a scenari così bui sono gli stessi cittadini, giovani e meno giovani, di comitati di quartiere e centri sociali che comincino ad abbattere le tante barriere di separazione e frammentazione, create spesso ad arte, e ad organizzarsi in rete aperta, tenendo fuori fini di lucro e interessi di bottega, con l’obiettivo di difendere la città da palazzinari, multinazionali, finanzieri senza scrupoli e politici corrotti.

Pubblicato su No Profit, Terzo Settore, cooperative sociali | Contrassegnato da tag: , , , , | Lascia un commento »

Presentazione del master in imprese sociali, aziende non profit e cooperative erogato da SDA Bocconi School of management …”il profitto del non profitto” (sic!)

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 27, 2008

Pubblicato su No Profit, Terzo Settore, cooperative sociali, fundraising | Contrassegnato da tag: , , , , | Lascia un commento »

Tesi di Laurea: La raccolta di risorse nelle aziende non profit

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 27, 2008

Tesi: La raccolta di risorse nelle aziende non profit
Riccardo Rossano, Università degli Studi di Milano – Bicocca, 2001-02
La tesi approfondisce la conoscenza del terzo settore e degli istituti ad esso facenti parte, riconducibili a vere e proprie aziende, anche se non profit, in virtù del requisito di economicità che devono perseguire e rispettare nel tempo. dopo una prima legittimazione aziendale del concetto di azienda non profit, vengono trattate le tecniche per la raccolta di risorse, materiali, umane, economiche, al fine di garantire la perdurabilità nel tempo (economicità) delle attività statutarie.
(La tesi completa su: http://www.tesionline.com)

Introduzione

Capitolo I: Non profit e principi economici d’impresa
1.1 Introduzione
1.2 Dal welfare state al privato sociale
1.2.1 Teoria della fornitura dei beni pubblici
1.2.2 Teoria del fallimento del contratto
1.3 La teoria delle variabili di offerta
1.4 I quasi-mercati e il settore non profit
1.5 Welfare mix e contracting-out: strumenti di competizione a favore dell’efficienza produttiva
1.6 Le condizioni per l’esistenza delle aziende non profit
1.7 La produzione di ricchezza
1.7.1 Creazione e distribuzione del valore
1.7.2 segue…finalismo economico d’azienda: breve confronto profit-non profit
1.8 Caratteristiche funzionali e aspetti critici di successo delle aziende non profit
1.8.1 La meritorietà dell’azione svolta come presupposto fondamentale per l’accaparramento delle risorse
1.9 Classificazione delle aziende non profit
1.9.1 Aziende autoproduttrici
1.9.2 Aziende di erogazione
1.9.3 Imprese sociali

Capitolo II: Aziende non profit: criticità dello strumento per la raccolta delle risorse
2.1 Introduzione
2.2 Definizione di fund raising
2.3 I portatori di interessi
2.4 Le risorse raccolte
2.5 La risorsa umana
2.5.1 Il volontariato d’impresa
2.6 La risorsa biologica
2.7 La risorsa finanziaria
2.7.1 Strategie di raccolta fondi
2.8 La natura dello scambio
2.9 Risorse illimitate e trade-off raccolta-consumo

Capitolo III: Marketing, comunicazione aziendale e fund raising
3.1 Introduzione
3.2 Il marketing non profit
3.3 Dichiarazione di missione
3.4 La centralità dell’individuo nell’orientamento delle aziende non profit
3.4.1 Customer orientation
3.4.2 Competitor orientation
3.4.3 Interfunctional coordination
3.5 Segmentazione del mercato
3.5.1 Criteri di segmentazione per il mercato degli individui
3.5.2 Criteri di segmentazione per il mercato delle imprese
3.5.3 Criteri di valutazione dei segmenti di mercato
3.6 Differenziazione dell’offerta
3.7 Strategie chiave di marketing
3.7.1 Strategia di direzione
3.7.2 Strategia di segmentazione
3.7.3 Strategia di posizionamento
3.8 La definizione del marketing mix
3.9 La produzione dell’azienda non profit
3.9.1 Componenti del prodotto e del servizio
3.9.2 Il ciclo di vita dell’offerta
3.9.3 L’analisi del portafoglio
3.10 Il fattore prezzo
3.10.1 Politiche di determinazione del prezzo
3.11 La struttura organizzativa di supporto alla distribuzione
3.12 La comunicazione dell’offerta
3.12.1 La pubblicità
3.12.2 La propaganda
3.12.3 Le pubbliche relazioni

Capitolo IV: La raccolta di risorse: mercati e strumenti
4.1 Introduzione
4.2 Il mercato delle persone
4.2.1 La piramide della donazione
4.2.2 Le campagne di tesseramento soci
4.2.3 Direct marketing
4.2.4 Il direct mail
4.2.5 Il telemarketing
4.2.6 Gli eventi speciali
4.3 Il mercato delle imprese
4.3.1 Le sponsorizzazioni sociali
4.3.2 Cause related marketing
4.3.3 Motivazioni delle operazioni di partnership
4.3.4 Quantificazione economica del contributo dell’anp
4.4 Il mercato degli enti pubblici
4.4.1 Il finanziamento pubblico delle aziende non profit
4.4.2 Appalto: dinamica di contatto e ruolo dell’anp
4.4.3 Elementi e criteri di giudizio per l’aggiudicazione di forniture dell’anp nei confronti degli enti pubblici
4.5 Il mercato delle fondazioni bancarie
4.5.1 Le fondazioni come enti grant-making:nuovi criteri di finanziamento del terzo settore
4.5.2 Formulazione delle politiche e delle strategie
4.5.3 Organizzazione operativa di erogazione
4.5.4 Gestione delle richieste e selezione delle informazioni: criteri di erogazione alle aziende non profit
4.5.5 Il caso delle fondazioni comunitarie

Pubblicato su No Profit, Terzo Settore, ambientalismo, fundraising | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , | Lascia un commento »

Tesi di Laurea: Rapporto di lavoro subordinato nelle organizzazioni di tendenza

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 27, 2008

Rapporto di lavoro subordinato nelle organizzazioni di tendenza
di Vincenzo Salamone
Tesi di Laurea A.A.: 2003-04
Università degli Studi di Catania
Facoltà di Giurisprudenza Relatore: Andrea Bettetini

Abstract:
La libertà religiosa assume, quale diritto riconosciuto ai cittadini dalla carta costituzionale, la duplice valenza di libertà individuale e di libertà collettiva dei gruppi confessionali. Si pone, dunque, il problema universale del rapporto individuo-insieme, non solo a livello di fondazione ultima della dimensione personale e sociale, ove l’individuo e l’insieme sono considerati in sé e per sé e quali realtà separate, ma anche a livello di organizzazione concreta della vita nella sua dimensione sociale, che trova la sua interessante manifestazione nelle organizzazioni di tendenza confessionale. Il costituente, quindi, ha operato un doppio riconoscimento, prevedendo da un lato il diritto del singolo verso le formazioni sociali, e dall’altro i diritti di queste verso il singolo. Tale affermazione, però nasconde non pochi rischi, poiché, considerata la stretta correlazione tra queste realtà giuridiche, l’ammettere un diritto può comportare la compressione dell’altro. Ne scaturisce, che il fondamento della libertà non è nel riconoscimento, ma nel modo e nei contenuti in cui questa è garantita.

Parole Chiave:
art 9 costituzione, art. 18 costituzione, art. 19 costituzione art. 2 costituzione, art. 3 costituzione, caso cordero, chiesa, confessioni , divieto di discriminazione giusta causa di licenziamento, ideologia del lavoratore dipendente, libertà libertà di associazione, libertà di insegnamento, libertà di stampa, licenziamento del docente, organizzazioni di tendenza, principio di eguaglianza rapporto di lavoro, rapporto tra stato italiano e santa sede, religione scuola, tutela del lavoratore nella comunità europea, vincolo associativo.

Per la tesi completa: http://www.tesionline.it/

Pubblicato su No Profit, Sindacato | Contrassegnato da tag: , , , , , | Lascia un commento »

No profit/ Un milione di dipendenti, la metà è nel Nord, due terzi sono donne

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 27, 2008

(da: Il Sole 24 Ore del 27 dicembre 2007)
No profit/ Un milione di dipendenti, la metà è nel Nord, due terzi sono donne
Quando si parla di lavoro nel campo del no-profit, troppo spesso si pensa a giovani volenterosi
impegnati in compiti sì lodevoli, ma scarsamente remunerativi in termini di salario e possibilità
professionali. Eppure, una ricerca sul tema, finanziata dalla Fondazione Giorgio Zanotto di
Verona e realizzata dalla Fondazione Giulio Pastore con la supervisione di Argis , mostra come il
terzo settore rappresenti oggi una fonte di occupazione tutt’altro che trascurabile, che impiega in
Europa e negli Stati Uniti, rispettivamente, il 6 e il 7% della forza lavoro totale.
Nel 2005, in Italia, eravamo ancora fermi al 2,6%; eppure le cooperative sociali, che più di ogni
altro ente raccolgono commesse statali, hanno raddoppiato in appena sei anni il numero di
dipendenti assunti, aumentati dai 130mila del 1999 a circa 211mila. Supponendo che il tasso di
crescita si sia mantenuto stabile negli ultimi due anni, e che sia paragonabile a quello degli altri
operatori del terzo settore, il dato che ne emerge non può che indicare una realtà non più
riconducibile o assimilabile al semplice volontariato: il 4% della forza lavoro italiana, vale a dire
circa un milione di dipendenti con contratti di vario genere, è impiegata nel not for profit.
La ricerca supervisionata da Argis, l’Associazione per la governance dell’impresa sociale
presieduta dall’economista Giulio Sapelli, si basa sui dati Istat già disponibili e si propone, per il
momento, di tirare le fila del fenomeno, individuandone criticità e prospettive di sviluppo.
A questa prima edizione ne farà seguito un’altra, che si prefiggerà invece il difficile compito di
raccogliere e coordinare informazioni dalla costellazione di compagnie private con finalità
pubbliche. Lo studio è tuttora in corso e i risultati definitivi dovrebbero essere disponibili nel
gennaio 2008, ma una prima anticipazione evidenzia come l’assistenza sanitaria e sociale e
l’istruzione siano i settori d’intervento nei quali il no-profit è maggiormente attivo. Oltre alle
cooperative sociali, anche le fondazioni svolgono un ruolo occupazionale importante, con una
crescita significativa dei posti di lavoro offerti: dai circa 50mila del 2001 ai 100mila del 2005 fra
dipendenti e collaboratori.
La distribuzione geografica di risorse ed enti vede il 51,1% delle organizzazioni e il 58,6% delle
risorse localizzati nel nord del Paese, laddove al sud la proporzione e di 27,7% a 18,7%. Anche
per questa ragione, le Regioni settentrionali offrono le maggiori possibilità d’impiego e ospitano
il 68% dei lavoratori delle fondazioni e il 60,7% di quelli delle cooperative sociali.
Significativa è anche la presenza di lavoratori atipici nelle cooperative sociali: gli interinali sono
passati da circa 500 del 2003 a oltre 1200 del 2005, mentre i collaboratori sono cresciuti da 7.500
a 31.600 del 2005. I due terzi dei dipendenti totali, poi, è costituito da donne, una percentuale
assai elevata che si è mantenuta stabile nel corso degli anni.
Quanto alla struttura delle organizzazioni, essa sembra diventare più complessa e stabile al
maturare delle stesse, influenzando positivamente la capacità di creazione di posti di lavoro. In
particolare, le organizzazioni costituitesi anteriormente al 1971 hanno tra i 22 e i 44 dipendenti
assunti, mentre per quelle sorte dopo il 1970 la media varia tra i 10 e i 14 impiegati.
27 dicembre 2007
© Copyright Il Sole 24 Ore – Tutti i diritti sono riservati

Pubblicato su No Profit, Terzo Settore, cooperative sociali | Contrassegnato da tag: , , | Lascia un commento »

Il lavoro, diario sentimentale di esperienze grame

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 26, 2008

(2004)
VIAGGIO NEI LAVORI IMPOSSIBILI: DAL LAVORETTO IN NERO ALLE AGENZIE DI LAVORO FINO AI NUOVI CONTRATTI, DIARIO SENTIMENTALE DI ESPERIENZE GRAME

1-IL LAVORETTO IN NERO

Mi chiamo Bobo, ho 26 anni e sono uno studente universitario.Studente e lavoratore, od almeno questa è l’intenzione.Comincio dal principio, scorrendo mentalmente tutti i lavori che ho fatto da quando ho pensato che alternare studio e lavoro potesse essere il mio modus vivendi.Andiamo molto indietro nel tempo, primo anno d’università, due esami sostenuti ed un lavoro più o meno continuativo in un locale della zona (thunder road, giusto per non fare nomi).Lavoro solo sabato e domenica, ma vivo ancora coi miei e mi sta bene: niente contratto (of course) per un lavoretto ottenuto grazie ad amicizie:il guardiamacchine, colla bella stagione non male, d’inverno un po’ meno, ma niente di massacrante, 10mila lire all’ora, massì, ci sta:faccio 5 ore a serata e torno a casa con qualcosa.Il lavoro poi è abbastanza divertente: ed eccomi allora a zigzagare colla torcia battendo la campagna (perchè coi grandi concerti le macchine si spalmano su parecchi metri quadrati), poi il locale è famoso per i furti nelle automobili, e di fatto le emozioni non mancano, tra avventori ubriachi fuori di testa, paurose cozzate tra auto e, naturalmente, devastazioni e saccheggi.Solo una volta io ed il mio compare riusciamo a “sgominare” una gang di ladruncoli, con relativo risvolto infame:denuncia e processo contro due poveracci di Voghera. Giuro, non mi sono sentito particolarmente eroe.Anche perchè se loro erano banditi , bastardi erano i gestori del locale che, spesso, si prendevano delle libertà col personale assolutamente incredibili, fino alla goccia del traboccamento:”se volete continuare a lavorare qua dovete tagliarmi l’erba del giardino ed estirpare le erbacce nelle aiuole”lavoretto da almeno 3-4 ore, chiaramente non pagato “perchè guardate che vi faccio un favore a farvi lavorare, potrei prendere due negri e dar loro 3 lire”. Davanti al diktat, una prestazione gratis per tenere il posto, e davanti al palese ra zzismo, si decide di non cedere.Il risultato è la subitanea perdita del lavoro e del saluto.

2-LA “MISSIONE” PER L’AGENZIA DI LAVORO INTERINALE

Questa è la fine del lavoro numero uno, storia raccontata anche per far capire cosa si nasconde dietro a quei posti all’apparenza accattivanti e “ggiovani” ed in realtà gestiti da persone prive di scrupoli, che fanno del divertimento neanchè più un businness ma un vero e proprio lucro, un estorsione ai danni di persone bramose di, rara di questi tempi, musica dal vivo.
Vi risparmio la cronaca degli altri dodicimila lavori che ho fatto (perchè così si chiamano nelle agenzie interinali) a “missione” (il nome esotico cela i lavori più ingrati in turni massacranti in fabbricacce di merda , come ad esempio la ICSS sulla strada per Vigevano, dove, appena arrivato con il salva-condotto Adecco, ti sbattono al ciclo continuo ad una macchina da cui fuoriescono venefici gas e vapori a 50 gradi, magari al terzo turno (dalle 10 di sera alle sei del mattino) e a ritmi giapponesi). Non duri troppo, in posti come questi, a meno di non essere fatti d’acciaio.Infatti fallisco l a “missione impossibile”, l’agenzia di lavoro interinale non mi richiama più.

Dopo qualche settimana vado a chiedere, mi viene risposto che la fabbrica si è lamentata che non andavo a ritmo, per cui fuori, niente più “mission” per il soldato Bobo,niente più “crew”, niente più biro, spillette e gagliardetti adecco. Tolto dall’elenco dei “golden workers” dell’agenzia è difficile ritornare al top ed essere ancora chiamati. Le missioni non si possono fallire, se fallisci, che eroe del lavoro sei? Che “golden boy” pretendi d’incarnare?

3-I NUOVI CONTRATTI:IL MONDO DEL CALL CENTER

ALTRO LAVORO: questo sembra buono, dura anche un pò, in viale Cremona, alla Value contact, call center in cui si vende, via telefono, di tutto: dall’olio alle saponette. Tre ore giornaliere di telefonate, scorre abbastanza, bisogna solo non farsi scrupoli nel chiamare la gente a casa alle otto e mezza di sera. Le prime settimane vanno piuttosto bene, sono con un contratto a progetto, anche se non l’ho mai visto.Poi, iniziano i problemi, vengo chiamato in direzione una prima volta: non rendo abbastanza nella vendita di boccioni d’acqua per ufficio “culligan”. Mi dicono che non è colpa mia, l’italiano non sa fare telemarketing perchè il nostro paese è a digiuno di queste cose, mentre in Inghilterra fanno corsi universitari per formare centralinisti (!?!). Insisto, dico che è un lavoro che potrebbe fare anche una scimmia ammaestrata, che ho imparato a rispondere al telefono a 3 anni. Niente da fare, sono licenziato. Oltre al rinfacciarmi la mia ignoranza per la mancanza di preparazione professionale, fanno risalire le mie scarse vendite anche ad una motivazione “teologico-metafisica”: mi dicono che si sente, quando parlo al telefono, che non credo al prodotto che vendo ,che non credo nei boccioni culligan (“vede, caro Bobo, il problema vero e che lei non ci crede abbastanza !”), non capisco.Chi può credere in un boccione d’acqua?Cosa vuol dire credere in un boccione d’acqua? Mi concentro qaulche minuto in contemplazione del boccione azzurro, niente: non mi viene da amarlo, adorarlo.Non suscita in me ansia di trascendentale. E’, chiaramente, colpa mia.

Licenziato, fuori dai coglioni alle 15 vengo riassunto alle 18,per un altro progetto:gli abbonamenti del WWF (a proposito, gli iscritti al WWF sanno che parte della loro tessera va a finanziare queste forme assurde di precariato e sfruttamento sociale?). Qui ci credo un pò di più e per un certo tempo le cose ricominciano ad andare, certo, la paga è poca (5 euri all’ora) ed il lavoro non proprio esaltante. Ma dopo poco cominciano altri problemi, i lavoratori cominciano ad essere lasciati a casa, a volte per intere settimane, perchè non ci sono i nominativi.Uno dopo l’altro cominciamo a turnare sulle già scarse tre ore giornaliere. Arriviamo alla ciliegina sulla torta, il padrone vuole disporre di noi, gratuitamente, per 6 ore di training telefonico.Il training telefonico altro non è che lavoro non pagato.Tu fai le tue telefonate, come sempre, con un “esperto” accanto che ti corregge, quando e se sbagli (cose assurde tipo: “non usare mai il condizionale” oppure “cerca di ess ere il più diretto possibile”). Ora facciamo questo calcolo: il training è stato proposto ad una ventina di persone, moltiplichiamo le 6 ore aggratis per 20, viene fuori un numero spaventoso di ore regalate al padrone. Molti non accettano il diktat: il risultato è il solito: grazie tante ed arrivederci, insomma, la porta.

La mia storia non è una storia isolata, è la prassi per migliaia di giovani : per incontrarci, tra disagiati della new economy, abbiamo deciso d’organizzare,noi come csa Barattolo, insieme a NiDIL CGIL e ai giovani comunisti un incontro, il 29 aprile, tra operatori di call center, con esperti del settore. Potrebbe essere l’inizio della riscossa per noi, precari umiliati, il nostro passare dall’essere “a tempo determinato” al “determinare il nostro tempo”.

Pubblicato su No Profit, Terzo Settore | Contrassegnato da tag: , , , , | Lascia un commento »

Soldi spesi senza trasparenza adesso servono nuove regole

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 26, 2008

Heide Simonis, ex presidente dell´Unicef tedesca, si è dimessa dopo lo scandalo

(la Repubblica, GIOVEDÌ, 14 FEBBRAIO 2008, Pagina 46 – Esteri)

BERLINO

Figura di spicco dell´Spd, ex primo governatore donna di uno Stato tedesco, è stata Heide Simonis a denunciare con coraggio lo scandalo di spese troppo poco chiare a Unicef Germania di cui era presidente, e per dare l´esempio si è dimessa.

Signora Simonis, quanto è seria la situazione?

«Molti tedeschi credono ancora nell´Unicef e nel buon lavoro che svolge. Ma molti chiedono più trasparenza, vogliono sapere come viene speso il denaro donato. E si pongono grosse difficoltà rispetto ai contratti di consulenza».

Quali sono i casi più gravi?

«Tutto è cominciato con una lettera anonima indirizzata a me, poi uscita su un giornale. Il punto più importante era un contratto di consulenza con un ex dipendente dell´Unicef per l´ammontare di 300mila euro, e un altro contratto anche per una somma non trascurabile. Costi di lavori edili per una ristrutturazione poi non erano per niente documentati».

Tutto con soldi donati per scopi di carità?

«Sì. La gente non capisce che qualcuno, per due anni dopo il pensionamento, torna sul vecchio posto di lavoro guadagnando più di prima».

Come quando in grande azienda ex amministratori delegati vengono promossi nel consiglio di sorveglianza?

«Da un punto di vista legale la cosa può essere regolare, da un punto di vista morale no».

Quali sono ora le possibilità legali e politiche di fare chiarezza?

«Prima di dimettermi ho presentato un catalogo di 10 punti. Ho sentito dire che l´Unicef ne ha fatto proprie alcune parti».

Qual è il cambiamento più importante da imporre?

«La cosa più importante è il cambiamento delle regole interne. E anche il diritto di codecisione dei collaboratori che lavorano nell´associazione per volontariato, e il controllo di tutte le transazioni».

Il caso non è solo tedesco…

«Da noi il caso deve essere affrontato secondo il diritto tedesco. Altri paesi hanno altre leggi. Ogni paese deve vigilare sul rispetto di regole e principi».

Controlli solo nazionali per un´istituzione internazionale?

«C´è Transparency international, che è stata fondata per aiutare a rendere comparabili le diverse procedure di valutazione nei singoli paesi. I punti decisivi sono sempre trasparenza, costi amministrativi, diritto di codecisione dei volontari, contratti di consulenza».

Anche in Italia crescono i dubbi sulle organizzazioni umanitarie. Che lei sappia, qual è la situazione negli altri paesi europei?

«Le Ong vivono di donazioni. La gente che dona denaro può far presto a decidere di non donare più. Per questo ci vuole il massimo livello di trasparenza».

Ma in molti paesi europei la diffidenza cresce. La gente si chiede che fine facciano i soldi delle donazioni.

«Le domande che la gente si pone sono legittime. C´è molta concorrenza sul mercato delle donazioni e della carità. Chi dona denaro vuole sapere chi aiuta: bambini, malati, vittime di catastrofi».

L´Europarlamento ha voce in capitolo?

«Forse non molto per la legislazione, piuttosto sulla domanda, quali sono i criteri secondo cui le Ong vanno riconosciute».

L´Onu dovrebbe interessarsi direttamente del caso?

«Invieranno funzionari per raccogliere informazioni».

Con le somme discusse di cui lei ha parlato all´inizio, quanto aiuto umanitario internazionale sarebbe stato possibile?

«Per aiutare donne incinte colpite dall´Aids a volte bastano 5 euro per la medicina giusta. Rendere l´acqua potabile è un lavoro relativamente a buon mercato, le coperte non costano molto. Con le somme sperperate si sarebbero potute aiutare molte persone».

Pubblicato su No Profit, ONG, Terzo Settore | Contrassegnato da tag: | Lascia un commento »

Le Cooperative Sociali

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 25, 2008

Le Cooperative Sociali, molto spesso, producono sottosviluppo e sfruttamento
13-7-07 http://notimaz.blog.kataweb.it/2007/07/13/le-cooperative-sociali-molto-spesso-producono-sottosviluppo-e-sfruttamento/

Di fronte all’impossibilità dell’Ente Pubblico ad erogare quei servizi che attengono al welfare perché le risorse sia finanziarie che umane, a disposizione degli Enti Locali sono sempre più ridotte, le coop sociali sopperiscono, in qualche modo, all’Ente stesso. Le cooperative sociali stanno assumendo così, un ruolo dominante come mediatore tra l’ente pubblico,erogatore di servizi e il cittadino.
Queste cooperative nate con il nobile intento di inserire nel mondo del lavoro tutti quei soggetti che in qualche modo soffrono di deficit fisici e mentali, si sono trasformate in aree di sottosviluppo economico e luoghi di sfruttamento dei giovani che si affacciano nel mondo del lavoro.
Anche una recentissima ricerca fatta dall’Ires CGIL veneziana in collaborazione con l’Università di Cà Foscari ha evidenziato questo scadimento e infatti si dice: “Il senso di questa collaborazione tra pubblico e privato dovrebbe giustificarsi non solo con il minor costo per l’ente locale ma soprattutto con la capacità delle imprese sociali di organizzare “virtù private” verso obiettivi di “beni pubblici”. Questa flessibilità valoriale ed ideologica deve però fare i conti con l’espandersi delle logiche di mercato e la conseguente pressione sulle condizioni lavorative che generano preoccupazioni per la salvaguardia dei diritti dei lavoratori nelle imprese sociali.”. Ma non sono solamente le logiche di mercato che influiscono negativamente sulle condizioni di lavoro e sulle retribuzione dei lavoratori delle coop sociali, a queste si devono sommare, molto spesso, il tradimento dello spirito nobile e gli scopi sociali che hanno determinato la nascita di queste realtà lavorative e di aggregazione. Quando si accetta di partecipare ad appalti al maggior ribasso, è evidente che si accetta la logica di chi non mette al primo posto l’uomo, come recita lo statuto del consorzio cooperative Zorzetto di Mestre, bensì il profitto invece della solidarietà, la quantità del lavoro invece della qualità. I risultati sono sotto gli occhi di chi vuol vedere la realtà per quello che è: carichi di lavoro assurdi rispetto a quanto percepiscono i lavoratori, proliferazione di contratti i più diversi anche se in presenza di una stessa tipologia e quantità di lavoro da svolgere.
Anche chi idealizza l’economia di mercato è contrario al fatto che il lavoro sia sottopagato e questo perché la qualità del lavoro peggiora in modo direttamente proporzionale al livello del salario. Questa situazione di estrema precarietà si evidenzia maggiormente quando la cooperativa sociale collabora con l’ente pubblico locale: il servizio per il quale ha vinto l’appalto scade, quasi automaticamente, di qualità e questo per le ragioni sopra esposte. Ora, ci si sta accorgendo che, molto spesso, l’ente pubblico esternalizzando uno o più servizi non solo non risparmia, ma gli viene a costare di più che in gestione diretta. Perché allora, si continua ad esternalizzare? Non c’è una logica economica che sta alla base di queste scelte amministrative ma, sta prevalendo, invece, la logica dell’uso privato del bene pubblico.
Molto spesso le cooperative sociali sono un moderno strumento di sfruttamento della manodopera e la cosa è ancora più odiosa se pensiamo che una buona parte di questi lavoratori sono portatori di deficit fisici e mentali. Non è un caso che negli ultimi dieci anni il numero delle cooperative sociali che si sono affacciate al mercato del lavoro, sono aumentate vertiginosamente. E non è un caso che, oltre al mondo cattolico, che ha per tradizione l’attività di solidarietà, siano i partiti o taluni dirigenti di essi tra i primi promotori della nascita di nuove cooperative. E’ una variante sofisticata di clientelismo politico e viene praticata alla luce del sole.
Basta prendere in esame un qualsiasi appalto vinto da una cooperativa sociale presso un ente pubblico per costatare la distanza che si è creata tra lo spirito originario e gli scopi sociali della coop con la prassi quotidiana. Un conto è praticare la solidarietà e quindi valorizzare la persona al di là dei suoi limiti fisici, un altro è la ricerca del profitto sfruttando quelle stesse persone che si dovrebbero aiutare e valorizzare. E’ evidente che in questa realtà poco edificante un ruolo fondamentale lo svolge l’ente pubblico, maggior fornitore di lavoro per le cooperative. Ha dell’incredibile per quanto sta accadendo: l’Ente pubblico ai vari livelli, oggi, è il maggior produttore di precarietà e sottosviluppo economico nel nostro Paese.

Pubblicato su Terzo Settore, cooperative sociali | Contrassegnato da tag: | Lascia un commento »

Salvare la natura è una bella impresa

Pubblicato da lavoratorinoprofit su Giugno 25, 2008

Salvare la natura è una bella impresa
Pubblicato: 6 dicembre 2005
Da Fulco Pratesi – Presidente WWF Italia
da: http://www.microsoft.com/italy/pmi/editoriale/20051206_salvarelanatura.mspx
Il WWF ha un sogno: costruire un futuro in cui l’uomo possa vivere in armonia con la Natura.
In questa impresa, difficile ma bellissima, il WWF è accompagnato dalle aziende, che in modo diverso contribuiscono affinché questo sogno possa diventare realtà.
*

Ci sono aziende che adottano comportamenti che rispettano l’ambiente, altre che realizzano strutture per avvicinare la Natura ai cittadini, altre ancora che donano abitualmente una parte del loro ricavato per progetti di salvaguardia ambientale.

Ma molto c’è ancora da fare. Per questo il WWF ha creato il Club “Imprese per la Natura”: per riunire tutte le piccole e medie imprese che desiderano contribuire alla salvaguardia del Pianeta.

Sostenendo i progetti del WWF, le aziende hanno l’opportunità di trasmettere, quindi, un’immagine dinamica ed innovativa di una imprenditorialità “etica” ed attenta al futuro, che risponde alle aspettative della grande maggioranza dei loro clienti, infatti oltre il 49% di imprese (PMI) è già impegnata in attività sociali.

Oggi è sempre più diffusa l’aspettativa dei cittadini-consumatori verso una responsabilità etica nei confronti delle aziende. In questo scenario, la soddisfazione del consumatore significa, per l’azienda, fornire una risposta coerente a queste attese e riconoscere nella crescente domanda di prodotti e servizi etici il segnale di una inedita sensibilità alle tematiche sociali del consumo.

Da 40 anni il WWF Italia è impegnato in tantissimi progetti di protezione ambientale, in tutta Italia la nostra Associazione ha creato più di 130 Oasi per custodire il patrimonio naturalistico del nostro paese, per un totale di 35.000 ettari di natura finalmente salva. I nostri centri di Recupero per Animali Selvatici, poi, accolgono e curano ogni anno centinaia di animali feriti dalle trappole o dai bracconieri o sottratti ai commercianti clandestini.

Il WWF Italia è un’organizzazione che, con l’aiuto dei cittadini e il coinvolgimento delle imprese e delle istituzioni, contribuisce incisivamente a conservare i sistemi naturali in Italia e nel mondo. Opera per avviare processi di cambiamento che conducono a un vivere sostenibile, agisce con metodi innovativi capaci di aggregare le migliori risorse culturali, sociali, economiche.

SALVARE LA NATURA E’ UNA BELLA IMPRESA!: noi crediamo che aziende come le vostre potranno fare la vera differenza!

Pubblicato su No Profit, ONG, ambientalismo, fundraising, onlus | Contrassegnato da tag: , , , | Lascia un commento »